ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 7 novembre 2016

La “teologia della beccaccia”

A caccia di Dio

L’uomo contemporaneo può riconoscere il Mistero dai segni visibili. Il bisogno di nuovi profeti

Richard Ansdell (1815-1885), Guardacaccia con cani
La beccaccia non si vede, ma il setter, nei boschi al confine tra le terre senesi e la Maremma grossetana, ne percepisce la presenza. La sente, la riconosce dai segni, dalle tracce che lasciano presumere con certezza che era lì fino a poco prima e che da qualche parte c’è ancora, magari intenta a scrutare dall’alto coloro che la cercano, più in basso, immersi nella bellezza del creato. Tanto bastò al cardinale Giacomo Biffi per imbastire su tale esperienza – serio e tutt’altro che provocatorio o ironico –  una sorta di “teologia della beccaccia”, dove il simbolismo era ricco e profondo. La caccia come esperienza di fede, il cane che scruta l’orizzonte, ferma la beccaccia, la guida e la punta. Pare un racconto di Ivan Turgenev – un grande della letteratura russa chissà perché sempre messo in ombra rispetto ai suoi più prolifici contemporanei – ma in realtà è l’esperienza di David Cantagalli, numero uno dell’omonima casa editrice toscana che ha appena lanciato in libreria la collana “A caccia di Dio”, una serie di volumi centellinati cum grano salis che si ripromettono di intercettare il bisogno di Dio dell’uomo contemporaneo, “facendo risuonare in lui la corda troppo spesso tacitata della sua ragione insoddisfatta”.


ARTICOLI CORRELATI Cara Lucetta, della salvezza eterna i cattolici si preoccupano eccome Contro la Chiesa moderna Siamo tutti debitori del cristianesimoA leggere la presentazione della collana, si comprende il legame con quella teologia della beccaccia – “che è un selvatico strano diverso dagli altri selvatici, quali ad esempio il fagiano e la pernice; un selvatico misterioso, fonte di una ricca letteratura specializzata”, dice Cantagalli – di biffiana definizione: l’uomo inquieto è – forse inconsapevolmente – a caccia di Dio e il senso dell’opera è di condurlo all’istante in cui resta per un attimo bloccato in attesa, come (appunto) un setter che abbia fiutato una beccaccia, e poi accompagnarlo nella ricerca di quella preda che vale ogni fatica. Un bisogno quello dell’uomo, “la cui forza è impossibile da misurare”, dice il direttore della collana, padre Mauro Giuseppe Lepori, dal 2010 abate generale dell’Ordine Cistercense. “Il problema dell’uomo contemporaneo è che questo bisogno è diventato incosciente, molto censurato. Direi che è stato soppresso, riempito da altro, alienato da bisogni diversi. Oppure, se vogliamo guardare la situazione da una diversa angolazione, è presente ma si punta a soddisfare se stesso in cose immediate”. Non c’è nulla di nuovo, sia chiaro: “E’ una tentazione dell’uomo in tutti e di tutti i tempi. Dal peccato originale in poi, tutta l’umanità mortifica il suo bisogno di Dio dentro l’idolatria”.

Eppure, oggi pare esserci qualcosa di più, come se il setter faticasse a trovare le tracce della beccaccia, come se fosse preda esso stesso d’un disorientamento che non gli fa individuare l’invisibile che però c’è, presente e soverchiante. “Forse, l’uomo contemporaneo – dice padre Lepori – è immerso in una cultura in cui questo opprimere il suo desiderio è diventato il fattore preponderante. Il che è una sorta di negazione della vera cultura, che è sempre consistita in qualcosa mosso da un desiderio di bellezza, di verità, di costruzione e di benessere. D’altronde, nelle società in cui questo desiderio era coscientemente teso all’infinito, si è visto che l’espressione culturale era bella, proprio perché in fondo questa stessa cultura esprimeva tale desiderio”. Qui, oggi, si vede un discrimine, una cesura netta, con “una cultura contemporanea che fa emergere con chiarezza il tentativo di bloccare e di mortificare questo desiderio del bello”.

Lo mortifica e lo censura, “però questo desiderio rimane, è inevitabile”. Serve dunque un input, una scossa salutare che porti risposte a questo bisogno: “C’è un bisogno costante di profeti che risveglino l’apertura all’infinito del desiderio che si manifesta nel cuore”, spiega l’abate cistercense. Spesso, è proprio quella cultura mortificante che impedisce ai profeti di raggiungere l’uomo e uno degli scopi della collana è proprio quello di consentire ai profeti di raggiungere l’uomo”. Un discorso alto e complesso, non facile per le orecchie dell’uomo contemporaneo, per lo più portato a confondere il profeta con l’eremita, un mistico appartato che prega per la salvezza comune. “Di profeti ne abbiamo, ci sono quelli di sempre. La cultura, dopotutto, non si fa oggi. C’è una lunga tradizione profetica di gente che ha suscitato il desiderio del vero, del bello, del buono”.



Sacrificio di Isacco, Caravaggio (dett.)


E’ necessario, oggi più che mai, avverte Lepori, “riannodare un’amicizia tra l’uomo contemporaneo e questi profeti”. Idea ambiziosa, proposito attraente, ma come si fa? “Innanzitutto, è necessario partire da sé. Chi lo fa, sperimenta che incontrando e ascoltando e leggendo un profeta ha realizzato una vita più piena e più umana. Di conseguenza, avverte il desiderio di comunicarlo a tutti”. Si deve partire da un presupposto essenziale, che smentisce tante narrazioni catastrofiche e catastrofiste, peana luttuosi e sensi d’inferiorità più o meno manifestati: “La società in cui viviamo non è peggiore delle società d’un tempo”, osserva Lepori. Certo, qualcosa è cambiato, se è vero che “questa è come fosse una società di cadaveri, di gente che non vive, che non sa cosa sia la felicità”. E’ dovuto all’inquietudine dell’uomo contemporaneo, su cui tanto s’è scritto negli ultimi decenni? “Il problema è piuttosto che l’uomo d’oggi è meno inquieto. Ha paura dello stato dell’economia, di ciò che succede nel mondo, ma è una paura legata quasi esclusivamente al contingente. Ma appare meno inquieto del senso della vita, e questo è l’elemento più preoccupante. Quando l’uomo non è inquieto, è seduto”.

Il rischio può essere quello di limitarsi a pensare secondo schemi mentali propri dell’occidente, proiettando a livello globale una diagnosi che, forse, è propria delle latitudini occidentali: “E’ vero, in Africa e in Asia, almeno nelle realtà che visito abitualmente, si è immersi ancora in una cultura in cui i rapporti sono prossimi al cuore. Il problema è che anche qui è sempre più forte, in queste popolazioni, la tentazione portata dai falsi profeti, dall’occidente, da noi. Un modello culturale teso solo a un progresso interno ma non profondo. Un soffocamento progressivo. E’ una situazione ben visibile”, dice padre Lepori, che precisa: “Non bisogna essere contro il progresso, sia chiaro. Ma la tendenza è di esportare uno schema di vita che ormai è per l’immediato e quindi soffoca i bisogni profondi del cuore”. Un cuore cui si bada sempre meno.

Rievoca un verso di Mario Luzi (Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?), il nostro interlocutore, per dire che “il soggetto responsabile che deve rispondere in noi e in tutti è il cuore. Ma – aggiunge – chi interroga ancora il cuore oggi? Chi tratta il curoe da soggetto responsabile? I più lo ignorano, molti lo trattano come organo di istintiva e sentimentale  reattività. Pochissimi aiutano l’uomo contemporaneo a mettere il cuore con le spalle al muro, chiedendgoli conto del suo desiderio, rendendolo responsabile del suo desiderio”. Si badi bene: “Non responsabile che desideri, perché questo è dato al cuore da Colui che lo fa. Ma responsabile di una coscienza di sé, di un sentimento cosciente di sé”.

Si torna al punto di partenza: in un’epoca in cui l’attenzione al contingente è sempre più opprimente, come può l’uomo ridestarsi, svegliarsi dal torpore mentre accanto a lui gli attentati sono quasi all’ordine del giorno e i preti vegono sgozzati sugli altari delle chiese in fresche mattine dell’estate francese. Può essere, per paradosso, proprio questo buio a rianimarlo? “Dipende da come reagiamo a quanto accade. Se reagiamo solo con la paura e la difesa, beh, non si va da nessuna parte. Guardiamo al flusso migratorio che preme ai confini del continente, che a mio avviso – dice il curatore della collana – è ciò che ci provoca. E’ qui che la provocazione va più in profondità. Non si tratta solo di difendersi da un attacco terroristico, dalla morte o dalla distruzione. Si tratta di accogliere l’altro, cioè di fare un’esperienza umana e anche cristiana. Se riduciamo questa provocazione a mero problema logistico, a quote e numeri, perdiamo un’occasione che è più profetica che politica”.

Il primo numero della collana è proprio di Padre Lepori, e l’incipt rende appieno quel che si voleva dire parlando dell’inquietudine dell’uomo contemporaneo: “Perché dover andare a scuola, e lavorare, se poi si deve morire?”, chiede Maria Cristina (anni dodici) alla madre, mentre torna a casa dopo aver visitato il nonno morente. Madre che, spiega l’abate, gli ha trasmesso l’interrogativo cercando una risposta. “In un certo senso la domanda di Maria Cristina veniva a tranquillizzarmi”, scrive Lepori nell’Introduzione al volume: “Essa denota l’insorgere, proprio all’età in cui lo stesso Gesù Cristo cominciò a interrogare i dottori della Legge, della domanda più importante che è dato all’essere umano di porsi e di porre: la domanda sul senso della vita di fronte alla morte. Che senso ha vivere se dobbiamo morire? L’orizzonte della morte – aggiunge – desta la domanda sulla vita. Mi sono accorto allora che, in fondo, tutti i testi raccolti in questo volume sono animati essenzialmente da questa domanda. Che senso ha la vita umana, così grande e così fragile, così sublime e così misera, tesa all’infinito e sfidata dal limite? E’ questa la domanda del cuore che anima il desiderio e sempre stimola la ragione. E la risposta adeguata non può mai essere solo un discorso, ma la testimonianza di un’esperienza, di un incontro, di un avvenimento che soddisfano il cuore solo nella misura in cui si propongono e trasmettono come tali. Solo un’esperienza di vita che vince la morte senza censurarla è risposta adeguata alla vita che domanda una pienezza più grande dei suoi limiti”.

Certo, precisa subito al Foglio: “Non è una collana per ragazzi. Se dovessi pensare a un lettore-tipo, direi che questi è colui che sente risvegliare in sé la domanda sul senso della vita di fronte alla morte”. Risvegliare la fede tiepida? “Sicuramente nelle persone che vivono quest’avventura la fede c’è. Però, se la fede non attechisce in una coscienza dell’umano (che è presente in ogni uomo), non mette radici. Direi che la collana non vuole essere missionaria nel senso cattolico del termine”. Dopo Lepori, i profeti che accompagneranno le successive uscite (due all’anno secondo la tabella di marcia prevista), saranno Charles Péguy e Hans Urs von Balthasar, quindi (nel 2018) sarà la volta di Paolo VI e del De Profundis di Oscar Wilde. Una collana che “si sviluppa come è nata, e cioè come un incontro di amicizia tra chi compone il comitato di redazione. Tutto è nato in una cena, ci siamo ritrovati in questo desiderio di dare un contributo – che è piccolo perché non pretende di dare una risposta definitiva all’immenso bisogno che c’è – ma che è comunque importante. Lo scopo è di dare profeti all’uomo di oggi affinché possa sentire risvegliare in sé la ricerca di Dio che è in lui”, sostiene padre Lepori. “Abbiamo capito subito che l’amicizia è stata fondamentale per sperimentare quanto vogliamo proporre. L’amicizia, dopotutto, è una delle più grandi profezie dell’assoluto che si possono sperimentare. Soprattutto, un’amicizia nella tensione all’infinito, alla ricerca di Dio”.
di Matteo Matzuzzi | 07 Novembre 2016

http://www.ilfoglio.it/gli-inserti-del-foglio/2016/11/07/cantagalli-a-caccia-di-dio-libri-teologia-religione___1-v-150619-rubriche_c394.htm

Leggere la Bibbia in classe salverà l’ora di religione e la nostra identità

Esisterebbe Proust senza Sodoma e Gomorra?

"Il Giudizio universale" della Cappella Sistina
Dal 1984 in poi, ha creato più minus habentes l’ora di religione che intere annate di Amici. E’ dall’Accordo di Villa Madama, infatti, che tale disciplina e la sua negazione si sono trasformate in una sorta di Ortro, il mostruoso cane bicefalo fratello di Chimera, di Cerbero e dell’Idra. Da una parte gli studenti che, tra uno sbadiglio e l’altro, scelgono di avvalersi dell’insegnamento della religione finendo il più delle volte per svaccarsi parlando dei ggiovani, dei problemi dei ggiovani, guardando film che parlano ai ggiovani. Cultura? Zero.

ARTICOLI CORRELATI L’abisso e la fede La famiglia e la scuola da difendere Siamo nell’èra della credulità senza DioDall’altra, un numero sempre più alto di studenti che non si avvalgono dell’insegnamento, preferendogli di fatto un cazzeggio collettivo istituzionalizzato dentro e fuori la scuola. In entrambi i casi: un lassismo scolastico privo di ogni valore formativo. Possibile, mi chiedo, che non si voglia finalmente ripensare tale disciplina rendendola obbligatoria e curricolare, focalizzandone i contenuti su letture ed esegesi di Antico e Nuovo Testamento? Ritengo infatti, e lo dico da intellettuale laico, che soltanto questo tipo di approccio didattico (né confessionale né devozionale, ma eminentemente culturale) potrebbe salvare l’ora di religione, nonché rivelarsi come uno degli interventi educativi interdisciplinari fondamentali dai quali far ripartire un risveglio identitario della nostra società. A tale proposito sarebbe troppo facile pensare agli intrecci indissolubili che nei secoli si sono venuti a creare nella nostra civiltà tra religione, filosofia e arte (fino alle contemporanee arti visive e performative), e mi limito quindi a riferirmi brevemente solo sul rapporto parentale tra Bibbia e letteratura.

Si può davvero credere che milioni di giovani studenti delle scuole e delle facoltà umanistiche occidentali comprendano e apprezzino gran parte della letteratura occidentale senza possedere adeguate conoscenze dell’Antico e del Nuovo Testamento? Essi sono il “grande codice” delle nostre letterature, l’universo entro cui i nostri canoni letterari hanno operato e stanno tuttora operando. E a parlare di tale “grande codice” fu il poeta e pittore inglese William Blake (1757-1827) il quale scrisse esattamente: The Old and New Testaments are the Great Code of Art. E chiaramente non si tratta di un codice esclusivamente anglosassone, ma universale. Anche Harold Bloom, gigante della critica letteraria americana, sostiene che la Bibbia, prima di ogni altra cosa, racconta delle storie e che la Genesi e l’Esodo (con l’Iliade e l’Odissea), fissano i parametri della forza letteraria ovvero del sublime, e che dopo di loro, secondo questi criteri, noi tutti giudichiamo Dante, Chaucer, Milton, Goethe, Byron, Rimbaud, Cervantes, Shakespeare, Tolstoj e Proust. Si pensi ad esempio ad Absalom, Absalom di Faulkner. O all’utilizzo di Giona e Acab fatto in Moby Dick.

E che dire del mondo dei patriarchi nella tetralogia che Thomas Mann ha dedicato a Giuseppe? Credo che nessun Racine esisterebbe senza Ester e Atalia. Non ci sarebbe neppure Kafka senza le tavole della Legge. Gli echi biblici sono indispensabili al Faust di Goethe. La moglie di Lot compare nella poesia medioevale inglese ma anche in Blake e in Joyce. Sansone e Mosè occupano ruoli notevoli nel romanticism francese di Hugo e De Vigny. Esisterebbe Proust senza Sodoma e Gomorra? E Steinbeck? E che dire della prosa di Cormac McCarthy, che col suo incedere epico di ascendenza biblica sembra una voce proveniente dall’Antico Testamento? Insomma. Tutta la poesia occidentale, il nostro teatro e la nostra narrativa non sarebbero riconoscibili se omettessimo la continua presenza della Bibbia.

E questo è il punto dirimente. No quindi all’ora di religione con le sembianze di Ortro, sì invece all’ora di lettura della Bibbia in classe e all’esegesi biblica nelle aule universitarie di lettere e filosofia. A tale proposito voglio citare le parole di Jacob Taubes, eminente filosofo ebreo, il quale nell’introduzione alla sua opera La teologia politica di San Paolo (Adelphi, 1997) scrisse: “Ritengo una vera catastrofe che i miei studenti crescano nella più assoluta ignoranza della Bibbia. Mi è stata consegnata una tesi su Benjamin in cui il 20 per cento dei riferimenti era sbagliato, e si trattava proprio dei riferimenti biblici. Lo studente è arrivato col suo lavoro finito, l’ho scorso velocemente e gli ho detto: “Mi dia retta, legga la Bibbia!”. Con la finezza del benjaminita lui mi ha chiesto: “In che traduzione?”. E io: “Per lei vanno bene tutte!”.
di Matteo Righetto | 05 Novembre 2016 


FEDE INIBITA DAL MEZZO SAPERE

    A inibire la fede non è il sapere ma il mezzo sapere. Il conformismo culturale produce presuntuosi che si appagano di quel che sanno. Privata della fede la religione è morta. Il caso di padre Giovanni Cavalcoli di Francesco Lamendola  


A inibire la fede non è il sapere, ma il mezzo sapere

di

Francesco Lamendola


Il mondo moderno, a partire dalla fine del Medioevo, si è progressivamente secolarizzato e infine, nell'ultimo secolo, è passato dalla secolarizzazione al secolarismo: dalla presa di distanza, da parte della società profana, della religione, al rifiuto sempre più deciso e sempre più radicale di essa.  Se, poi, dalla società in generale, passiamo al singolo individuo, e specialmente a quello che si suole chiamare una persona colta, osserviamo lo stesso fenomeno, che si manifesta soprattutto come impossibilità psicologica della fede, impossibilità che, a sua volta, genera sia l'indifferenza, sia l'animosità rancorosa e aggressiva (vedi le società per lo sbattezzo e tutte le azioni parlamentari miranti a rendere di fatto impossibile l'esercizio dei valori religiosi, dal momento che una rigida distinzione fra l'individuo come cittadino e l'individuo come credente è, per ovvie ragioni, impossibile). I dati statistici lo confermano: dalle indagine sociologiche condotte su campioni significativi, risulta che i cristiani praticanti si concentrano nelle fasce socio-culturali più basse; mano a mano che il livello socio-culturale sale, la fede sembra evaporare. Tuttavia, qui vi è un fatto di enorme portata, già rilevato da altri, ad esempio da Vittorio Messori: quando si sale oltre  una certa soglia dell'istruzione superiore e universitaria, e i campioni riguardano persone che possiedono titoli di studio decisamente superiori alla media, ad esempio più lauree, o un cospicuo patrimonio di letture e di esperienze culturali, la tendenza s'inverte nuovamente: riappare la fede, arretra l'irreligiosità. La conclusione ci sembra evidente: non è la cultura a inibire la fede; non è il sapere a rendere increduli, ma sono la mezza cultura e il mezzo sapere. Cioè quell'orribile mescolanza di sapere e di non sapere, malamente impastati e senza ombra di vero spirito critico, che caratterizza il livello medio dell'istruzione nei Paesi occidentali moderni, frutto in primo luogo della scuola di massa. La scuola di massa, così come l'università di massa, producono persone mezzo sapienti e mezzo colte: che sanno qualcosa, ma non abbastanza per vedere l'insieme, anzi, anche solo per sospettarne l'esistenza; che ragionano, in apparenza, con la loro testa, ma solo finché la loro testa funziona come vogliono i libri di testo, i professori e la cultura dominante, della quale sia i libri di testo, sia i professori, non sono, a loro volta, che le volonterose cinghie di trasmissione.
In altre parole: il conformismo culturale produce piattezza intellettuale; la piattezza intellettuale produce ignoranza e presunzione; l'ignoranza e la presunzione si appagano di quel che sanno, o che credono di sapere, e di quel che hanno capito, o credono di aver capito, per partire all'attacco, con le sciabole sguainate, gridando "Savoia!", pronti a spazzare via qualsiasi nemico si annidi dietro le formule scaramantiche del politically correct: il populismo, il razzismo, il fascismo (ma non, chi sa perché, il comunismo), l'antisemitismo, il fondamentalismo, eccetera, eccetera. Nell'ambito della religione: il conformismo culturale della modernità ha deciso (perché lo ha stabilito qualcuno, non si sa bene chi, né quando, né come: ma lo si sa, altrimenti non lo si penserebbe - che essa è sorpassata e indegna di uomini liberi e intelligenti; dunque, un sorrisetto di superiorità accompagna qualsiasi riferimento a Dio, alla fede, alla santità, al peccato e alla grazia.
Naturalmente, questo è solo un banalissimo pregiudizio positivista, datato di centocinquant'anni; ma costoro non lo sanno, e, credendo di essere all'avanguardia dei Tempi Nuovi, si affannano  a buttare palate d'immondizia sulla fede e sui credenti, qualificando questi ultimi di asini, cretini, non pensanti, dall'alto del loro mezzo sapere e del loro aver capito a metà. Un classico esempio ne sono i libri di Piergiorgio Odifreddi, che sarebbero un insulto alla vera intelligenza, se non fossero, semplicemente, illeggibili per una persona dotata di tale facoltà; la quale, dopo due pagine, non può che chiuderli e dimenticarli come un caso da manuale di supponenza e ridicola presunzione, condita con dosi industriali di narcisismo: Guardatemi quanto sono intelligente! Guardatemi quanto sono brillante! Guardatemi quanto sono spregiudicato!
Non varrebbe nemmeno la pena di sprecare tempo con simili cose, in verità avvilenti, se non fosse che l’arroganza e la pervicacia di costoro sta crescendo un po’ troppo e, ad andare sempre per le perse, c’è da temere che perdano del tutto la testa e, credendosi infallibili e onnipotenti, tentino d’instaurare il regno del cretinismo scientista. Vi sono già chiari segnali che si sta andando in tale direzione, dunque è bene correre ai ripari e non sottovalutare il pericolo, al di là della estrema modestia intellettuale e culturale di personaggi siffatti. Ne va della libertà di ricerca, di espressione e perfino di opinione, nel prossimo futuro: se si lasciasse fare ai signori del C.I.C.A.P., ad esempio, andrebbe a finire che delle persone altamente spirituali, per il solo fatto di essere state protagoniste di una visione mistica, verrebbero messe sotto accusa, screditate, ridicolizzate, emarginate e, magari, multate per disturbo della quiete pubblica o per sfruttamento alla credulità popolare. Allo stesso modo, un medico che sconsigli il suo paziente di farsi vaccinare, rischia una denuncia dal suo ordine professionale, oltre al licenziamento dalle strutture sanitarie pubbliche; mentre uno storico, che tocchi certi temi non politicamente corretti, per esempio che contesti la cifra ufficiale delle vittime del genocidio degli Ebrei nella Seconda guerra mondiale, rischia la denuncia per negazionismo e apologia del nazismo, con la prospettiva della prigione; o una maestra che osi domandare ai suoi bambini chi sono i loro papà e le loro mamme (non tenendo presente che quel bambino potrebbe avere due papà o due mamme), tanto per familiarizzare e farli sentire a loro agio, rischia una querela e una pesante sanzioni amministrativa e penale, in base ad una legislazione anti-omofoba che rischia di diventare un bavaglio e uno strumento di pressione ideologica volta a legittimare pienamente l’ideologia gender e a zittire con l’arma del ricatto chi non la condivide.
Tornando alla fede religiosa: la sua nemica non è, e non è mai stata, la cultura, ma la mezza cultura; né il sapere, ma il mezzo sapere; né la ragione, ma la mezza ragione. Vi sono state epoche in cui i più grandi geni dell’umanità hanno armonizzato benissimo la ragione e la fede, la cultura e la fede, il sapere e la fede, trovando, anzi, il modo di arricchirli vicendevolmente. E vi sono state epoche nelle quali non era affatto naturale essere increduli, né una persona di buon senso si sarebbe sognata di pensare che il sapere e l’intelligenza siano incompatibili con la fede; delle epoche in cui la cosa strana era che qualcuno non credesse, ed era costui a dover motivare la propria miscredenza, e non già il credente, a dover motivare, e quasi giustificare, la propria fede. Oggi una persona di mezza cultura ritiene che sia ovvio considerare la fede religiosa come un residuo del passato, di una mentalità magica e primitiva, destinata a scomparire naturalmente; ma questa è un’idea del tutto  moderna, che non è mai stata condivisa da nessuna delle civiltà precedenti, e che Socrate, Platone, Aristotele, Agostino, Tommaso d’Aquino, Dante, Petrarca, Michelangelo, Campanella, Cartesio, Pascal, Newton, Voltaire, Mazzini – persone molto diverse fra loro, come si vede, non solo per l’epoca in cui vissero, ma anche per il loro orientamento intellettuale – avrebbero trovato incomprensibile, assurda e perfino ripugnante. Peraltro, le persone di mezza cultura tendono a parlare della religione e della fede come se fossero un’unica cosa. In realtà, la fede comprende la religione, perché è qualche cosa di più: è la relazione diretta con Dio, che si attua nella preghiera e che trova nella religione la sua espressione liturgica e comunitaria. Viceversa, la religione può esistere – in apparenza - anche con poca o nessuna fede, perché una persona può osservare le norme religiose e frequentare i riti e le cerimonie, pur non avendo affatto, o avendola perduta, la fede in Dio. È chiaro, quindi, che una religione, disgiunta dalla fede, è come un guscio vuoto, un involucro gonfio di vento;  questo, probabilmente, è quel che sta accadendo a moltissimi cristiani, o sedicenti tali, i quali continuano a far battezzare i loro figli, a sposarsi in chiesa e a recarsi alla Messa domenicale, mentre, nella dimensione intima della coscienza, non vivono alcun rapporto con Dio, e, nelle circostanze della loro vita, si regolano come se Lui non ci fosse, e sia necessario far conto solamente su se stessi.
Questo significa che il problema della mezza cultura che rende impossibile la fede si è spostato dal mondo profano alla cristianità stessa e all’interno della stessa Chiesa cattolica. La Chiesa è piena di fedeli, di sacerdoti e, ormai, anche di vescovi, per non parlare dei teologi, i quali manifestano fedeltà alla tradizione religiosa, ma hanno perduto la cosa più importante: la fede; tuttavia non ne sono consapevoli, o non lo vogliono ammettere, per cui seguitano a muoversi all’interno della Chiesa come se avessero ancora la fede, ma, di fatto, come degli increduli. Le conseguenze sono gravissime: privata della fede, la religione è morta e si trasforma in una brutta copia delle scienze dello spirito, un miscuglio di sociologia e di antropologia vagamente religioso, ma, in realtà, del tutto laica, del tutto immanente, del tutto materialista. Un prete che abbia perso la fede, e che, invece di chiedere la dispensa, continui a fare il prete, sarà portato a razionalizzare la propria incredulità sul piano della scienza moderna, e ad auto-convincersi che la sua fede non solo è viva e vegeta, ma, addirittura, più “profonda” e più “matura” di quella di tanti altri, per esempio delle persone semplici (dimenticando l’ammonimento di Cristo che bisogna accogliere la fede con la semplicità dei bambini). Di conseguenza, egli si porrà, nei confronti del suo ministero e della sua vocazione, come il portatore di questa nuova e più “matura” fede, razionalizzando il Vangelo, eliminando il mistero e il soprannaturale, ponendo in dubbio i dogmi, la vita eterna, la divinità di Cristo, e prendendosela spesso con le forme, a suo dire superstiziose, della fede popolare. Ebbene, un prete del genere può causare un danno morale e spirituale incalcolabile alle pecorelle del suo gregge; un vescovo così, che esercita una autorità, anche morale,  su decine di preti e su migliaia di fedeli; o un teologo così, che vende decine di migliaia di copie dei suoi libri, costoro possono fare dei danni ancora più grandi. Sono dei seminatori di confusione, di turbamento, di scandalo.
Purtroppo, quel che sta accadendo oggi, nella Chiesa cattolica, riflette una dinamica di questo genere,  moltiplicata per mille: non sono più singoli casi, più o meno scandalosi, di penetrazione della mentalità laicista e secolarista all’interno della dimensione e della vita religiosa; è la Chiesa nel suo complesso – almeno per la componente umana, sia ben chiaro – che sembra aver fatto propria la mentalità piccola e meschina della cultura positivista di fine ‘800: esiste solo quel che si vede; la scienza può spiegare tutto; il progresso non ha bisogno dello spirito, non ha bisogno di Dio, che, anzi, è un inciampo sulla via delle magnifiche sorti e progressive. Naturalmente, nessuno dei membri del clero, nessun teologo e nessun fedele laico osano esprimersi in questi termini, così netti ed espliciti: eppure, in tutto il loro modo di sentire, pensare ed agire, è entrato un punto di vista immanentista e razionalista, che ha eroso inesorabilmente lo zoccolo vivo della fede. Pertanto, costoro parlano e agiscono non come parlavano ed agivano i pastori e i credenti di cinquanta o cento anni fa, ma in modo del tutto nuovo, nel quale non si percepisce più il soffio dell’infinito, non si sente lo Spirito di Dio, ma si sente una mentalità puramente umana.
Facciamo un esempio. Un quarto d’ora fa, i media hanno diffuso la “notizia” (ma è davvero tale?) che un putiferio si è levato, fuori e dentro la Chiesa, perché il padre domenicano Giovanni Cavalcoli, dai microfoni di Radio Maria, ha ipotizzato che il recente terremoto nell’Italia centrale possa essere letto come un “segno” o un “castigo” di Dio per i peccato degli uomini, fra i quali l’approvazione legislativa delle unioni civili e dei cosiddetti matrimoni omosessuali. Apriti cielo, un coro di biasimo, di esecrazione, di vesti stracciate si è levato contro il malcapitato: dal Vaticano in giù, non c’è stato quasi nessuno che non abbia portato la sua brava pietra per lapidare l’infame. Ma che ha detto di tanto terribile, in definitiva, padre Cavalcoli? Ha detto quel che la teologia cattolica ha pensato e insegnato per secoli e secoli, e che sta scritto nella Bibbia stessa, e cioè che, quando la misura è colma, anche la pazienza di Dio si esaurisce, e agli uomini sono mandati dei segnali, anche molto forti – vedi il diluvio universale, o le dieci piaghe d’Egitto -, affinché si ravvedano. È una opinione sbagliata? Può darsi, Ma siamo arrivati al punto che un uomo di Chiesa non può più dire, a livello di ipotesi, quel che la Chiesa ha sempre detto e pensato, senza con ciò attribuire a costui la perfida intenzione di offendere i terremotati? Perché in quest’ultimo significato, con malizia e sapendo di travisare le sue intenzioni, i giornalisti si sono affrettati a presentare quelle frasi. Allora, lo dicano chiaro e tondo, una volta per tutte, codesti preti e teologi buonisti e modernisti, che son pronti a lapidare un loro confratello “tradizionalista” e che si riempiono sempre la bocca con la misericordia di Dio, ma non parlano mai della Sua giustizia: è sbagliato quel che sta scritto nella Bibbia? Ha sbagliato, per secoli e secoli, la teologia cattolica? Ha insegnato cose false e cattive? Oppure è sbagliata l’interpretazione cattolica delle Scritture? È meglio fare come i protestanti, che le interpretano ciascuno a suo modo? Oh, certo: la scienza. Aspettavamo questa obiezione: i terremoti sono prodotti da movimenti tellurici, e non dal volere di Dio. Ma qui torniamo al discorso iniziale: per la fede, la prima spiegazione non esclude la seconda; sono gli uomini piccoli, che pensano in piccolo, e che hanno una mezza cultura e un mezzo sapere, a ritenerle inconciliabili…



Il biblista Pinto: “In Italia c’è analfabetismo religioso”


copertinabibbiaSecondo un recente sondaggio Censis,  un italiano su dieci legge la Bibbia pur avendo il testo in casa nella sua libreria. Un dato negativo che fa riflettere. La Fede Quotidiana ha interpellato, intervistandolo, don Sebastiano Pinto, biblista, docente di Antico Testamento alla Gregoriana,  e alla Facoltà teologica Pugliese, membro dell’ Ufficio Catechistico Nazionale Cei.
Don Sebastiano , un italiano su dieci legge la Bibbia, un dato modestissimo. Meravigliato?
” Non me ne stupisco. E’ un indice significativo in negativo dal punto di vista religioso, ma dimostra anche quello che già sappiamo: in Italia si legge poco, non siamo forse più abituati. Inoltre in tanti esiste il pregiudizio per il quale la Bibbia è difficile o roba da addetti ai lavori e non è così”.
Qual è la causa di questa scarsa lettura?
” Parlerei di più cause concorrenti. Una certamente è la secolarizzazione del nostro tempo,una epoca scristianizzata  alla ricerca di identità. Bisogna però ricordare che non possiamo vivere di rendita e sarebbe opportuno riandare alle nostre origini cristiane. Penso che sia urgente evangelizzare, meglio rievangelizzare. Ma ci metto altre componenti.”
Quali?
” Una certa paganizzazione del nostro tempo, basti considerare Halloween. Se la Sacra Scrittura è dimenticata, significa che anche Dio è messo da parte e forse non interessa a tanti, questo è molto grave e preoccupante. Inoltre esiste un elevato indice di analfabetismo religioso. Molte persone che si dicono a parole cristiane, confondono termini ed eventi biblici, non sanno le storie. Insomma ci sta molto da lavorare”.
Vi sono cristiani che disconoscono il Catechismo..
” Viene ignorato perchè, per i motivi che indicavo sopra, vi è scarso interesse a leggerlo e conoscerlo. Inoltre, il Catechsimo è spesso legato alla infanzia. Me ne occupo  da giovanissmo  alla parrocchia per i sacramenti e dopo basta. Siamo all’ infantilizzazione della fede”.
Possiamo dirci ancora cattolici?
” Bella domanda. Vero, ci definiamo tali e non leggiamo i testi sacri.  E’ necessario molto  lavoro affinchè la nostra fede non sia più  tiepida e sappiamo che cosa accade ai tiepidi. Le statistiche da lei citate sono preoccupanti,  ma occorre sempre essere fiduciosi e lavorare, per una nuova evangelizzazione”.