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lunedì 7 novembre 2016

Non ci sono grandi differenze.


Benedetto e Francesco, entrambi al servizio della Chiesa. Intervista al cardinale Müller

«Benedetto XVI e Francesco, successori di Pietro, al servizio della Chiesa». Si intitola così l’ultimo libro del cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Edito dall’Ares, il libro (112 pagine, 12 euro) raccoglie alcuni interventi che il cardinale ha dedicato ad argomenti diversi, tutti comunque collegati al ministero di Pietro e al modo in cui tale servizio è stato svolto da Joseph Ratzinger ed è attualmente interpretato da Jorge Mario Bergoglio.
I capitoli più corposi si occupano di due temi: «Il primato di Pietro nel pontificato di Benedetto XVI» e «La povertà: via dell’evangelizzazione nello spirito di Papa Francesco», ma l’autore propone anche un testo su «Verità e libertà. Che cosa è la laicità per il cristiano» e «Criteri teologici per una riforma della Chiesa e della Curia romana». Come si vede, tutte questioni di grande attualità e di animati dibattiti, perché riguardano anche l’inedita situazione che si è venuta a creare con la presenza di un Papa regnante e di uno emerito.

Il cardinale Müller, nato a Magonza, in Germania, nel 1947 e responsabile dell’ex Sant’Uffizio dal 2012, non nasconde le differenze tra Ratzinger e Bergoglio, ma le riconduce a un impegno comune. Con riferimento a due aspetti centrali nell’insegnamento di Benedetto XVI e di Francesco, il porporato scrive infatti: «Nella “dittatura del relativismo” e nella “globalizzazione dell’indifferenza” – per riprendere le espressioni di Benedetto XVI e di Francesco – i confini tra verità e menzogna, tra bene e male, si confondono. La sfida per la gerarchia e per tutti i membri della Chiesa consiste nel resistere a queste infezioni mondane e nella cura delle malattie spirituali del nostro tempo».
Nel delineare l’asse portante della riflessione di Müller, Cesare Cavalleri, direttore della casa editrice Ares e della rivista «Studi cattolici», nella prefazione osserva che la radice teologica, e dunque anche pastorale, di entrambi i pontefici è, e non poteva non essere, cristologica. Tuttavia Ratzinger e Bergoglio la specificano con originalità personale, per cui se nel caso di Ratzinger abbiamo un’analisi serrata e appassionata del rapporto tra fede e ragione, l’insegnamento di Bergoglio si concentra invece sull’opzione per i poveri in quanto «attenzione religiosa privilegiata e prioritaria», come si legge in «Evangelii gaudium».
«In termini religiosi e teologici – scrive il cardinale Müller – non ha molto senso confrontare fra loro le singole persone che si sono succedute sulla Cattedra di Pietro, o esprimere una valutazione dei singoli pontificati secondo criteri umani. Ciò che conta è il rapporto col primato di Pietro, che dev’essere il metro e la bussola per le decisioni di ogni Papa. Poiché ogni Papa è il successore di Pietro, e non soltanto del proprio predecessore in ordine cronologico».
Sembra quindi di capire che anche per il cardinale Müller siamo di fronte, per usare le categorie a cui ha fatto ricorso tempo fa monsignor Georg Gänswein, a una sorta di «ministero comune», «collegiale» o «sinodale», all’interno del quale ognuno porta un contributo specifico.
E proprio da qui parte la nostra intervista al cardinale.
Eminenza, in un’intervista all’edizione tedesca della Radio Vaticana lei, dopo aver sottolineato che per la prima volta nella storia recente della Chiesa abbiamo il caso di due Papi viventi, ha aggiunto: «Certamente solo papa Francesco è il Papa, ma Benedetto è l’emerito, perciò in qualche modo ancora legato al papato. Questa situazione inedita deve essere affrontata teologicamente e spiritualmente. Su come farlo, ci sono diverse opinioni. Io ho mostrato che pur con tutte le diversità che riguardano la persona e il carattere, che sono date dalla natura, tuttavia anche il legame interno deve essere reso visibile», e questo legame consiste nel proclamare la fede in Gesù Cristo, vero fondamento del papato. Ci può spiegare questo concetto?  
In effetti stiamo vivendo una fase molto speciale nella storia della Chiesa: abbiamo il Papa, ma anche il Papa emerito. In questa situazione, molti sono portati a fare paragoni fra uno e l’altro. In un certo senso è naturale, ma si deve rispettare l’identità e quindi la peculiarità di ciascuno. Papa Benedetto proviene da un ambiente accademico e dalla Germania. È stato per tanto tempo professore di teologia, molto conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. I suoi libri sono stati tradotti in tantissime lingue e poi per più di vent’anni ha lavorato proprio qui dove ci troviamo adesso, a capo della Congregazione per la dottrina della fede, prima di essere eletto pontefice. Il grande tema del suo pontificato è stato il rapporto tra la fede e la ragione. Si è interrogato sul ruolo della fede nella modernità, ponendo domande che nascono dallo sviluppo del mondo moderno. Il Papa Francesco arriva da un contesto molto diverso.  È stato per tanto tempo maestro degli esercizi spirituali secondo sant’Ignazio, poi provinciale dei gesuiti, poi ancora vescovo ausiliare e arcivescovo, pastore di una grande diocesi come quella di Buenos Aires. Le due biografie sono quindi profondamente diverse, ma anche unite, e ciò che le unisce è il ministero petrino. Esercitano entrambi un ufficio, al servizio della fede e della Chiesa. Un ufficio che non si sono dati da se stessi, ma viene da Gesù. E possiamo ringraziare Dio per questi due grandi personaggi che ha voluto donare alla storia recente della Chiesa.
Nel dialogo con la modernità, che cosa distingue l’approccio di Benedetto XVI e quello di Francesco?
Ci sono differenze, ma non contraddizioni: questo è molto importante! Le differenze dipendono proprio dalle diverse biografie, dalle diverse storie personali. Il Papa Benedetto, in quanto studioso, si è confrontato con le grandi sfide della filosofia moderna europea, con il soggettivismo che incomincia con Cartesio, con la filosofia critica di Kant; si è soffermato sulla teologia della Rivelazione, si è interrogato, a partire da Agostino, sulla fede in relazione alla verità e all’amore. Papa Francesco ha vissuto con i tanti poveri di oggi, soprattutto in America Latina, e si è confrontato con i problemi della giustizia sociale. La sua esperienza spirituale e pastorale si è intrecciata con le grandi conferenze dell’episcopato latinoamericano a Medellin, Puebla, Santo Domingo e Aparecida. Proprio ad Aparecida, nel 2007, Bergoglio fu il presidente della commissione incaricata di scrivere le conclusioni della conferenza. Non è un caso che, all’inizio del pontificato, Francesco abbia subito parlato delle periferie e abbia aiutato noi, europei e nordamericani, a renderci consapevoli della situazione in cui si trovano le aree più povere del mondo. Ci sono quindi diversità sostanziali, ma ciò non ci deve impedire di ricordare che la Chiesa è il sacramento dell’unità, di tutti gli uomini con Dio e fra di loro. Nella Chiesa le diversità sono al servizio dell’unità e con questi due Pontefici abbiamo avuto due opportunità di grande importanza. L’uno in una dimensione più intellettuale e l’altro in una dimensione più sociale, i carismi di Benedetto XVI e di Francesco vengono entrambi da Dio, sono un dono di Dio.
Uno dei suoi interventi, eminenza, è dedicato a «che cosa è la laicità per il cristiano». Ci può sintetizzare il suo pensiero in proposito?
Premesso che in tedesco non c’è differenza terminologica fra «laicità» e «laicismo», ma c’è solo il «laico» nel senso del battezzato, membro vivo del Corpo di Cristo che è la Chiesa, occorre ricordare che a partire dal XVIII noi ci troviamo a confrontarci con una laicità che assume sempre di più i connotati del laicismo. Se tutto nasce con i liberali e gli anticlericali  che si lamentano dell’influsso politico dei chierici sulla vita delle persone e delle comunità, lungo questa linea si sviluppa uno Stato laico che però ben presto, a partire dalla Francia, non rispetta pienamente la libertà religiosa e di coscienza. Lo Stato diventa totalitario, assoluto, pretende di essere il Dominus delle persone, il che per la Chiesa è inaccettabile. Secondo noi lo Stato ha una funzione strumentale: esiste per servire l’uomo e la società, non per dominarli. Tutte le forze presenti nella società, fatto salvo il rispetto della pace e il rifiuto della violenza, hanno il pieno diritto di svilupparsi e di partecipare a ogni momento della vita sociale e culturale. Il dogma dei laicisti  – «la religione è una cosa privata» – si scontra con il diritto naturale, secondo cui ogni persona è libera di avere e manifestare le sue opinioni, le sue convinzioni religiose e filosofiche. La Chiesa non vuole che i politici, attraverso lo Stato, ci prescrivano ciò che dobbiamo pensare. Per questo motivo la teologia cattolica ha sempre distinto fra il laicismo in quanto ideologia del potere assoluto dello Stato e la sana e serena laicità. C’è un’autonomia della cultura e della scienza dalla politica dello Stato. La Chiesa inoltre ricorda che tutte le azioni umane, in ogni ambito, devono fare i conti con la morale. Non è possibile una politica senza morale, una scienza senza morale, una cultura senza morale. La Chiesa, soprattutto con il Papa ma non solo, eleva dunque la sua voce nel nome di una corretta laicità e della morale individuale e sociale.
Riforma della Chiesa e della Curia romana. Quale la linea di Benedetto XVI e quale quella di Francesco?
Non ci sono grandi differenze. Oggi certamente ci confrontiamo con la necessità di una nuova organizzazione secondo le possibilità offerte dagli sviluppi della tecnica e dei mezzi di comunicazione, ma a prescindere da questi aspetti organizzativi resta il fatto che la Curia romana è un organismo al servizio del Papa e del suo magistero. Noi dobbiamo aiutare il Papa nella sua missione perché lui non può fare tutto da solo, e i suoi collaboratori sono in primo luogo i cardinali di Santa romana Chiesa. La nostra Congregazione per esempio conta venticinque cardinali e alcuni vescovi, e il nostro compito è di aiutare il Papa nel suo magistero. Non dobbiamo mai dimenticare che la missione più importante del Papa è la professione della fede cattolica, attraverso la quale tutte le Chiese cattoliche sono unite, e la riaffermazione della dottrina cattolica, di cui è primo testimone proprio il successore di Pietro. Papa Benedetto XVI ha sempre sottolineato la dimensione ecclesiologica e teologica della Curia, che non va trascurata quando si parla di riforma. Non si tratta solo di mettere mano all’organizzazione, che naturalmente può sempre essere migliorata. La questione più importante riguarda lo spirito. Con quale spiritualità lavoriamo qui? Con una mentalità burocratica, senza amore verso la gente, o con una costante attenzione alla creatura umana e al suo bene? Qui noi, certamente, siamo responsabili della verità della fede, ma anche della salvezza delle anime. Questo è il fine ultimo. Dunque, lavoriamo  per il successore di Pietro, per la Chiesa e per il Regno di Dio.
Eminenza, qual è secondo lei il principale tratto in comune fra i pontificati di Benedetto XVI e Francesco?
Benedetto e Francesco sono due uomini di Dio, non pensano al loro vantaggio, ai propri interessi, ma si dedicano pienamente alla missione del successore di Pietro, e questa è una grande ricchezza per la Chiesa. Non siamo ai tempi del Rinascimento, quando abbiamo avuto alcuni Papi, diciamo così, un po’ problematici! Negli ultimi due secoli i Papi si sono pienamente dedicati alla Chiesa, Corpo di Cristo, popolo di Dio, e di questo dobbiamo essere grati a Dio.
Aldo Maria Valli

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