ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 27 novembre 2016

Perché brucia Israele?

 Gilad Atzmon: «Perché brucia Israele?» - L’altra verità che non ti raccontano...


Gilad Atzmon
Sono davvero molto grato a “Come Don Chisciotte” per la traduzione di questo nuovo articolo di Gilad Atzmon, che tratta di come i colonizzatori ebrei abbia fatto rifiorire il deserto. Intanto, sradicando 700 mila ulivi secolari, come ebbe a scrivere Ronne Kasrils, sono stati distrutti dagli che è stato ministro delle Risorse Idriche e delle Foreste del Sudafrica, il 30 novembre 2002: «Circa 700 ulivi e aranci sono stati distrutti dagli israeliani. Questo è un atto di vero e proprio vandalismo da parte di uno Stato che rivendica la conservazione dell’ambiente. Che sgomento e che vergogna». Questa citazione si trova in epigrafe a pag. 269 del libro di Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore, 2008), che a pagina 271 narra anche come la natura stessa si sia ribellata al tentativo di trasformare la Palestina in un
Ilan Pappe fb
paese europeo e di cancellare ogni precedente memoria:

«...Recentemente i parenti di alcuni abitanti del villaggio originario di Mujaydil hanno rivelato che alcuni pini si sono praticamente spaccati in due e in mezzo al tronco sono spuntati degli ulivi come una sfida a una flora aliena piantata lì sopra cinquantasei anni fa». In pratica, si sono volute cancellare con una nuova vegetazione le tracce di oltre 400 villaggi palestinesi (su 800) distrutti dai nuovo abitanti venuti dal mare e dall'Europa orientale. Gilad Atzmon e Ilan Pappe sono entrambi ebrei nati in Israele, e ambedue emigrati in Inghilterra, ma con storie diverse. Gilad, che definisce se stesso un ex-ebreo, è un musicista e un filosofo. A lui si deve la migliore trattazione delle problematiche connesse alla identità ebraica. Lasciò Israele all'età di 30 anni, ritenendo che quella fosse una terra sottratta ingiustamente ai Palestinesi. Ilan Pappe andò pure via da Israele, ma non volontariamente, bensì costretto da violenze e minacce a seguito della sua attività di storico, che narrava agli stessi israeliani una verità ben diversa dalla narrativa ufficiale, anche se - dice Atzmon - quella stessa verità era nota da sempre a ogni bambino palestinese. Sugli incendi in Israele, in questa stessa data odierna, il più fanatico organo della propaganda israeliana in lingua italiana riporta i fatti i maniera del tutto diversa. Sono convinti che la verità possa essere coperta allo stesso modo in cui si può sradicare ulivi secolari per piantarci sopra una flora straniera, esportando la Svizzera in Palestina.
AC
Perchè brucia Israele ?

DI GILAD ATZMON


Il paesaggio rurale di Israele è saturo di alberi di pino. Questi alberi sono una novità per la regione. Quegli alberi di pino vennero introdotti nel paesaggio palestinese nei primi anni ‘30 dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF) nel tentativo di “rivendicare quella terra”. Nel 1935, il JNF aveva piantato 1,7 milioni di alberi su una superficie totale di 1.750 acri. In oltre cinquanta anni, il JNF ha piantato oltre 260 milioni di alberi in massima parte su terre palestinesi confiscate. Ha fatto tutto in un disperato tentativo di nascondere le rovine dei villaggi palestinesi etnicamente ripuliti e cancellarne la storia.

Nel corso degli anni il JNF ha attuato un rozzo tentativo di eliminare la civiltà palestinese e il suo passato, ma ha anche cercato di rendere la Palestina simile all’Europa. Le foreste naturali palestinesi sono state sradicate. Allo stesso modo sono stati sradicati gli ulivi. E i pini hanno preso il loro posto. Nella parte meridionale del Monte Carmelo gli israeliani hanno denominato un settore la “Piccola Svizzera”. Ma ormai, non c’è rimasto molto della “Piccola Svizzera”.

Tuttavia, la realtà sul territorio è stata alquanto devastante per il JNF. Il pino non si è adattato al clima di Israele tanto quanto gli israeliani non sono riusciti ad adattarsi al Medio Oriente. Secondo le statistiche del JNF, sei su dieci degli alberelli piantati non sono sopravvissuti. Quei pochi alberi che si sono salvati hanno creato nient’altro che un trappola di fuoco. Entro la fine di ogni estate israeliana ognuna di quelle pinete è diventata una potenziale zona di morte.

Nonostante la sua capacità nucleare, il suo esercito criminale, l’occupazione, il Mossad e la sua lobby ovunque nel mondo, Israele sembra essere vulnerabile. È devastantemente aliena nella terra che afferma di possedere e gestire. Come il pino, il sionismo, Israele e gli israeliani sono estranei a quella regione. 
Gilad Atzmon

Fonte: www.gilad.co.uk Link: http://www.gilad.co.uk/writings/2016/11/25/why-israel-is-burning. 25.11.2016 Scelto e tradotto per www.comedonchiusciotte.org da OLDHUNTER.
https://civiumlibertas.blogspot.it/2016/11/gilad-atzmon-perche-brucia-israele.html

Incendi in Israele. E la violenza cova sotto la cenere
Vasti incendi in tutta Israele. Almeno parte di questi sono di origine dolosa. Gli israeliani puntano il dito sui palestinesi, gli estremisti palestinesi rivendicano con orgoglio. La magistratura israeliana è però molto prudente. Ma è di ben altra natura il fuoco della violenza che cova sotto la cenere.


Gli ultimi fronti del fuoco sono a Beit Meir e Mevo Horon, sulle colline intorno a Gerusalemme, poco lontano dall'autostrada numero 1 che collega Tel Aviv alla Città Santa. Fiamme intense, che per tutto ieri hanno impegnato le squadre dei vigili del fuoco. Giovedì era stata invece la giornata nera di Haifa, centocinquanta chilometri più a nord, con quasi 80 mila persone evacuate, più di un quarto degli abitanti della terza città di Israele. E poi tanti altri focolai più piccoli da nord a sud, dalla città costiera di Netanya ai villaggi arabi della Galilea.
Da quattro giorni ormai Israele fa i conti con un'emergenza incendi senza precedenti. A dire il vero - favoriti dalla lunga siccità e dal vento - gli incendi stanno divampando un po' in tutto il Medio Oriente: in Egitto, in Libano, persino a Gaza. Ma le proporzioni di quanto sta succedendo nello Stato ebraico e (soprattutto) il divampare di focolai sempre nuovi qualche sospetto lo desta. Sui social network si parla già apertamente di Fire Intifada, l'«intifada del fuoco». Lo fanno tanti israeliani che non nutrono dubbi sulla natura dolosa di questi roghi e su chi ne sia il responsabile. Ma lo confermano anche tanti estremisti palestinesi che - indipendentemente da quella che si stabilirà essere la natura degli incendi - ci hanno già messo il cappello sopra. Sostenengono che si tratti di una punizione divina contro il governo di Israele, reo di aver portato in discussione alla Knesset un disegno di legge contro l'«inquinamento acustico» provocato dal canto del muezzin, il richiamo islamico alla preghiera.
I più cauti - per il momento - sono gli inquirenti israeliani che in queste ore misurano attentamente le parole. Si vuole evitare il precedente del 2010, quando in occasione di un altro incendio di queste stesse proporzioni nella foresta di Carmel dilagarono le accuse contro il terrorismo arabo. Salvo poi accertare che il disastro, in realtà, era stato causato da uno studente che aveva abbandonato un narghilè in un bosco senza averlo spento in maniera adeguata. Fatta questa premessa, vi sono comunque sedici arabi fermati in queste ore, di cui si sta vagliando la posizione. Stando alle notizie riportate dai media israeliani la convinzione di chi indaga è che alcuni roghi siano anche stavolta dovuti a cause accidentali, ma altri no. In particolare vi sarebbero alcuni giovani palestinesi fermati nelle vicinanze di insediamenti della Cisgiordania con materiale incendiario. E un esponente dell'Islamic Movement in Israel - la formazione radicale presente tra gli arabi che vivono nel nord di Israele - arrestato con l'accusa di incitamento.
Probabilmente è esagerato parlare di un nuovo volto dell'intifada. Va detto, infatti, che gli incendi hanno colpito anche zone abitate da arabi e che la stessa Autorità nazionale palestinese ha inviato alcune squadre di vigili del fuoco per aiutare i colleghi israeliani a spegnere l'incendio di Haifa. Ma questo non esclude, evidentemente, che vi possano essere responsabilità di singoli gruppi. E contro di loro il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha già promesso il pugno di ferro, minacciando di revocare la cittadinanza agli autori dei roghi.
Se questo dovesse essere realmente l'esito delle indagini ne uscirebbe confermato il quadro che già l'intifada dei coltelli sta mostrando. Quello di una violenza meno organizzata ideologicamente, ma non per questo meno pericolosa. Una violenza che non si riconosce nei movimenti tradizionali e ricorre ad armi elementari (una tanica di benzina, un accendino, un coltello...), difficilissime dunque da individuare prima che vengano utilizzate. Una violenza di matrice nichilista, che come il fuoco distrugge tutto e tutti senza un vero e proprio obiettivo politico.
Ed è in un contesto del genere che - martedì - si apre la più volte rinviata settima Conferenza di Fatah, il partito che ha fatto la storia della Palestina. Un appuntamento nel quale un movimento agonizzante rischia di confermare ancora una volta come leader l'ottantunenne Abu Mazen per mancanza di alternative. E di ricominciare con il solito ritornello sulla riconciliazione con Hamas, nonostante la stessa formazione islamista sia uscita dalle «primavere arabe» con le ossa rotte. Bruciano i boschi, ma brucia anche molto altro sotto la cenere tra Israele e la Palestina. E di vigili del fuoco in grado di spegnere questo secondo genere di incendi se ne vedono ben pochi oggi all'orizzonte.

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