ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 3 novembre 2016

Pezzetti di guerra


LA GUERRA DEI CLINTON (E DI OBAMA) AI CATTOLICI USA. CHI CONSIGLIA LE SINGOLARI SCELTE DEL VATICANO?

L’arcivescovo di Filadelfia, Charles J. Chaput, ha scritto sul giornale diocesano della sua città dei danni provocati dalle iniziative di infiltrazione organizzate dal gruppo di potere Obama-Clinton nei confronti della Chiesa cattolica americana, nel tentativo di farle abbandonare, a almeno rallentare, la sua battaglia per la difesa della vita e della libertà religiosa. Ve ne riportiamo alcuni passi, rimandando i lettori che sono a loro agio con l’inglese al reportage diKevin J. Jones per Catholic News Agency.
Chaput incontrò due esponenti di Catholics United, un’organizzazione parareligiosa di appoggio ai democratici e alla cultura di Obama. “Fu un’esperienza interessante – scrive -. Entrambi erano ovviamente agenti della campagna di Obama e del Partito Democratico, creature di una macchina politica, non uomini di Chiesa; meno interessati all’insegnamento cattolico che alla sua influenza. E presumibilmente, per loro, i vescovi erano abbastanza ottusi da essere usati come strumenti, o almeno per impedire loro di aiutare l’altra parte”.
Catholics United è balzato agli onori delle cronache dopo essere stato menzionato nelle e-mails hackerate dall’account di John Podestà il manager della campagna di Hillary Clinton, e già chief of staff di Bill, oltre che ex presidente del Center for American Progress, un think-tank.
Sandy Newman, presidente dell’organizzazione Voices for Progress, scrisse a Podestà in merito all’opposizione che la Chiesa cattolica faceva al piano sanitario di Obama, che prevedeva che i dispensari cattolici fornissero non solo anticoncezionali, ma anche pillole abortive.
“Ci vuole una Primavera Cattolica, in cui i cattolici stessi chiedano la fine di una dittatura medievale e l’inizio di una piccola democrazia e rispetto per l’eguaglianza di genere nella Chiesa”, e suggeriva l’idea di “piantare i semi di una rivoluzione”.
Podestà rispondeva: “Abbiamo creato Cattolici in Alleanza per il bene comune per organizzare un momento come questo. Ma credo che manchi la leadrship…dovrà essere un movimento dal basso”.
Scrive Chaput (che non è affatto vicino ai repubblicani, anzi) : “i due uomini speravano che i miei confratelli vescovi e io stesso vorremmo resistere a identificare la posizione della Chiesa su un singolo tema (leggi: aborto) e politiche partigiane”.
E tuttavia “Grazie al loro lavoro e ad attivisti come loro, i cattolici americani hanno dato una mano a eleggere un’amministrazione che è stata la più testardamente ostile da molte generazioni verso le istituzioni religiose, i credenti, le loro preoccupazioni e la libertà. IL danno culturale fatto dalla Casa Bianca ha, apparentemente, reso non necessario il corteggiamento dei vescovi americani. Ma dal male si può sempre passare al peggio”. Sulle elezioni attuali lamenta che in un Paese dove l’idea di scelta è “la religione di Stato non ufficiale” il menù a disposizione “sia rimarchevolmente piccolo”.
Catholics United dopo il 2008 ha dato vita a iniziative critiche della Chiesa; hanno ricevuto finanziamenti dalla Gill Foundation e dalla Arcus Foundation, creature di due attivisti LGBT impegnati nel finanziamento a gruppi di dissenso cattolico. E Catholics in Alliance for Common Good, organizzazione sorella, ha ricevuto finanziamenti – centinaia di migliaia di dollari – dalla Open Society Foundation di George Soros.
Tutto questo trova sponde in Vaticano? Sembra proprio di sì, in particolare fra il ristretto cerchio al vertice, e nel Consiglio dei Nove. Ma questa è un’altra storia. Qui ci limitiamo a rilevare, come abbiamo già fatto l’incongruenza fra le recenti nomine vescovili – e cardinalizie – negli Stati Uniti con quello che il Pontefice dice riguardo a temi come l’aborto, le unioni omosessuali e in generale l’ideologia Gender. C’è un evidente, prolungato attacco portato contro i valori, e i fedeli cattolici, ma i consiglieri del Pontefice propongono scelte che sembrano in linea più con gli aggressori che con gli aggrediti.
Marco Tosatti
http://www.marcotosatti.com/2016/11/03/la-guerra-dei-clinton-e-di-obama-ai-cattolici-usa-chi-consiglia-le-singolari-scelte-del-vaticano/


SE DIVENTA PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI, HILLARY CLINTON CAMBIERÀ FEDI E CULTURE CON LA FORZA. LO HA DETTO LEI


Questo post è dedicato a tutte le anime belle che si sono illuse che, nel bel mondo nuovo che secondo i riveriti maestri del pensiero ci attende, ci sarà posto per quei folli che credono ancora che la verità esista, e magari si sia incarnata in un uomo.

E' dedicato pure a coloro che continuano a pensare che a cedere a qualche richiesta del mondo, a legittimare questa o quella pratica, "cosa volete che ci sia di male". Credendo magari che tutto si fermi lì, e ignorando che quelle pretese non sono che paraventi per il vero intento che sta sotto.

E' dedicato pure ad una donna che, con coraggio, od incoscienza, o forse perché ormai le cose sono andate troppo avanti e non frega più niente, ha osato dire in pubblico ciò che da un bel po' di tempo veniva sussurrato in privato: che per raggiungere il risultato che lei si fissa, che una certa visione del mondo si pone, questa visione deve essere imposta.

Questa di cui parlo non è una donna qualsiasi: è Hilary Clinton, moglie di quel Clinton che è stato con non troppa lode alla Casa Bianca per due mandati, Segretario di Stato di Obama e ora candidata a diventare il prossimo presidente della nazione più potente del mondo.
Se lei afferma qualcosa state sicuro che non è casuale.

L'occasione è il "2015 Women in the world summit". Hillary sta parlando di quanto secondo lei ancora non va nel mondo, ad esempio l'accesso alla pianificazione familiare (il termine usato per indicare che al fine di abbassare il tasso di mortalità alla nascita è essenziale ammazzare i bambini prima che nascano) e asserisce che perché ciò si diffonda - riporto le sue parole - "deep-seated cultural codes, religious beliefs, and structural biases have to be changed". Tradotto: "Codici culturali profondamente radicati, credenze religiose, e condizionamenti strutturali dovranno essere cambiati".

Fortino, eh? Se qualcosa non è secondo quanto io penso, non va. La libertà in questo caso non solo non è opzionale, ma per niente considerata.
E in che modo dovrà essere realizzato ciò? Il termine usato è "enforced". Significa: "imposto con la forza". "Le leggi non contano molto se non sono imposte con la forza non solo sulla carta ma in pratica, e le decisioni devono essere messe in atto con risorse e volontà politica". E' abbastanza chiaro che qui sta parlando dello Stato. E' lo Stato stesso che si pone come fonte di tutti i diritti e le decisioni sui cittadini. Se volete aggiungere un altro tassello all'inquietudine, questo è l'approccio da tenersi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo - Africa e Asia esplicitamente citate. Dittatori etici, padroni del mondo.
Per fare sì che le donne e non solo abbiano quella "choice", quella scelta che la Clinton ritiene essenziale dare loro, sarà inaccettabile che qualcuno possa scegliere di opporsi; e cita il caso di una azienda che ha vinto un ricorso alla Corte Suprema USA per evitare di finanziare gli aborti. Il messaggio è chiaro: se finora abbiamo scherzato, adesso vi faremo piegare.

In effetti, in questi anni di politicamente corretto, avevo raramente letto posizioni così chiare. Certo, c'era quell'agenzia dell'ONU che voleva imporre i cambiamenti dottrinali alla Chiesa; e poi discorsi di massoni di ieri e di oggi. Che poi quanto dichiarato sia già perseguito dai governi di mezzo mondo, USA in testa, non toglie il fascino di vedere la maschera calata, e l'orrore di quanto si intravede al di sotto.
Devono proprio essere sicuri di loro stessi per esporsi così. In effetti a forza di giudici e sentenze stanno demolendo a spron battuto la comune visione umana degli ultimi millenni, e la facilità con la quale ci stanno riuscendo deve avere dato alla testa. Sono più avanti delle loro stesse parole d'ordine: che senso ha, per esempio, lamentarsi ancora come la Clinton che gli omosessuali sono discriminati e licenziati dai loro lavori quando sono esplicitamente a capo delle più potenti e ricche corporazioni del pianeta, e il lavoro lo perde piuttosto chi obbietta contro il matrimonio gay?

Se la signora in questione diventerà Presidente degli Stati Uniti probabilmente una stagione di persecuzioni ancora più forte, o quantomeno più esplicita, di quella attuale ci colpirà.
Evento atteso; non è la prima e (forse) neanche l'ultima volta. Ma non posso fare a meno di pensare quando, una manciata di decenni fa, il comunismo sembrava inarrestabile e tutti qui da noi davano per certa la sua vittoria totale. Si è visto quanto fosse in realtà un'illusione moribonda, anche se a quanto pare la lezione del suo crollo non è stata appresa.

Mi rimane un'ultima considerazione. Non c'è salvezza neanche dal rinchiudersi nel proprio oratorietto privato, dentro casa propria, come taluni si illudono. Non sarò libero non solo di fare, ma neanche di dire o pensare in modo differente. Verranno a prendermi, per portarmi dove non so. Così, senza opposizione, finalmente sorgerà il mondo nuovo.
Io spero di non esserci.




Hillary no. Ma Donald? La difficile scelta dei cattolici americani

Verso chi si orienterà il voto? A favore dell’impresentabile che litiga con tutti o per la donna sostenuta dal colosso abortivo più grande d’America? Cercano di rispondere Weigel, Nash-Marshall e Novak
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Mai nella storia degli Stati Uniti i cattolici sono stati così in difficoltà davanti a un’elezione presidenziale. Dando per scontato che pochissimi voteranno il libertario Gary Johnson, meglio conosciuto come “mister What Is Aleppo?” (la gaffe clamorosa si può vedere su Youtube), o la verde Jill Stein, chi scegliere tra i due principali candidati? Donald Trump o Hillary Clinton? Il repubblicano o la democratica? L’uomo impresentabile che litiga con tutti, anche con papa Francesco, o la donna presentabilissima ma poco amata dagli americani? Il miliardario che fa alle donne quello che vuole, anche «prenderle per la f…», e che non risparmia apprezzamenti sessuali sulla figlia, o l’ex first lady sostenuta da Planned Parenthood, il colosso abortivo più grande d’America? Il bullo che prova ammirazione per il presidente russo, Vladimir Putin, e che non disdegna la costruzione di muri o la diplomatica tutta ponti che si fa finanziare la campagna elettorale dall’Arabia Saudita, maggiore esportatore del terrorismo di matrice islamica nel mondo? L’isolazionista accusato di avere evaso le tasse, seppur legalmente, o l’obamiana interventista che da segretario di Stato ha ridotto la Libia a una polveriera jihadista, non ha impedito l’assassinio dell’ambasciatore americano a Bengasi nel 2012 e ha violato la legge cancellando di nascosto circa 33 mila email, pur scampando la galera? Infine, l’uomo accusato di essere sessista e razzista ma che liscia il pelo ai cristiani o la donna paladina dei diritti arcobaleno e fiera avversaria della Chiesa e della libertà religiosa? Davanti ad alternative così poco attraenti, non c’è da stupirsi se anche un importante arcivescovo cattolico come Charles Chaput, primate di Philadelphia, è arrivato ad ammettere che per i fedeli sarà dura: «Credo che entrambi i candidati siano una brutta notizia per il nostro paese, sebbene in modi diversi. Donald Trump, a detta di molti, è un demagogo belligerante con problemi di autocontrollo. Hillary Clinton, sempre nell’opinione di tanti, è una criminale menzognera, la cui unica ricchezza sono idee stantie e priorità errate». Verso chi si orienterà allora il voto cattolico, che potrebbe decidere le sorti di un’elezione che è più in bilico di quanto i sondaggi lascino credere?
Innanzitutto bisogna sgomberare il campo da un equivoco e affinare la domanda perché «non esiste davvero qualcosa come il “voto cattolico”», puntualizza a Tempi George Weigel, uno dei massimi teologi conservatori cattolici degli Stati Uniti. «Qui ci sono persone che si ritengono cattoliche, che vanno regolarmente a Messa e che tendono a votare per i repubblicani. Poi ci sono persone che si ritengono cattoliche, che raramente entrano in una chiesa e che tendono a votare per i democratici. Se il trend di questi ultimi si confermerà anche in questa tornata elettorale, io ho qualche dubbio sui primi». È difficile sottolineare «questa distinzione senza sembrare un po’ snob», ammette a Tempi Siobhan Nash-Marshall, cattolica, docente di filosofia presso il Manhattanville College e specializzata in metafisica. «Ma è troppo importante farlo. Molti cattolici in America non ritengono che seguire il magistero e le dottrine sociali sia necessario. Per queste persone non sussiste alcun tipo di problema o dilemma: voteranno felicemente per Hillary Clinton, nonostante il suo candidato alla vicepresidenza, il cattolico Tim Kaine, abbia detto chiaramente pochi giorni fa in televisione che non difenderà i diritti dei non nati». Quelli che in Italia vengono definiti “cattolici adulti”, secondo la definizione di prodiana memoria, lei li chiama «cattolici da caffetteria». Ma il significato è lo stesso. La vera domanda allora è un’altra: «Che cosa voteranno i cattolici che cercano di seguire nella loro vita il magistero nella sua interezza, cioè i cosiddetti conservatori?».
Le poche certezze rimaste
Tra tanti dubbi, è meglio partire dalle certezze: la figlioccia di Barack Obama appare «impossibile da votare». «Hillary è un candidato pessimo e fallisce il test dei quattro princìpi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa», ragiona Weigel, autore di una biografia monumentale di Giovanni Paolo II. «Lei non crede nella dignità della persona umana in tutti i suoi stadi e a prescindere dalle condizioni di vita. La sua posizione sul principio del bene comune e su quello della sussidiarietà è davvero incerta, vista la sua adesione entusiasta alle politiche sull’identità (gender, razza, eccetera) e al principio di un Big Government progressista, che lascia poco spazio ai privati. Non ha alcun concetto di solidarietà e stigmatizza sempre chi non la pensa come lei con termini dispregiativi come “intollerabile” o “incorreggibile”». Non solo, aggiunge Siobhan, «il problema è più vasto di un singolo esempio, come può essere il sostegno dato all’aborto, e riguarda la visione del potere interna al partito democratico. Clinton è una persona che si considera al di sopra della Costituzione e della legge. Questo è veramente pericoloso». L’episodio delle email cancellate, che in qualità di segretario di Stato doveva rendere pubbliche secondo il Freedom of Information Act (Foia), parla da sé e «un cattolico conservatore guarda con orrore a questa situazione. Se ha questo atteggiamento verso una legge come il Foia sulle email, figuriamoci cosa potrà accadere in futuro». Il problema è ancora più vasto, perché Hillary Clinton non è solo una candidata con un programma indigesto, è anche la rappresentante perfetta di un partito che negli anni si è trasfigurato, voltando le spalle a temi come famiglia, lavoro e quartiere, per diventare paladino delle nuove élite culturali e morali.
La spaccatura che ha diviso il paese tra laureati e non laureati, progressisti e retrogradi, anti-liberali e liberali, buoni e cattivi, in estrema sintesi, è profonda ed è fondamentale per capire perché Donald Trump ha vinto con ampio margine le primarie all’interno del partito repubblicano. Lo sa bene Michael Novak, filosofo cattolico, autore del famoso Spirito del capitalismo democratico, pensatore di riferimento dei conservatori americani, che ha studiato a fondo il problema. «La questione principale in queste elezioni è la divisione tra chi è stato educato al college e chi non l’ha frequentato», dichiara a Tempi. «I primi hanno in mano il paese: controllano televisioni, giornali, radio, università, tutta la grande cultura. Alcuni sostengono che hanno formato una nuova classe sociale, egemonizzata e controllata dal partito democratico. Si abbeverano a un magistero laico che trae i suoi contenuti dagli editoriali del New York Times e che è seguito anche da tanti cattolici». Non è un caso se tra gli americani va molto di moda una facezia: «Nelle scuole ormai ci sono tre bagni: quello per i maschi, quello per le femmine e quello per i democratici», ride Novak. La battuta coglie la portata di questo stravolgimento sociale: «Oggi i laureati hanno una moralità diversa, sono più secolarizzati, atei, approvano omosessualità e aborto, vedono la Chiesa cattolica come il fumo negli occhi e la considerano un nemico obsoleto». I cattolici «sono guardati con sospetto nelle università, perché la nuova classe politicamente corretta guarda dall’alto in basso tutti coloro che non la pensano come lei, accusandoli di sessimo e razzismo. Se la gente comune è ancora realista e vive con i piedi piantati per terra, le élite ben rappresentate dai democratici sono fuori dal mondo: hanno abbandonato il senso comune, modificato la definizione di uomo e donna, sostengono il gender, pensano che la gente dovrebbe avere pochi figli. Invece agli americani comuni piace ancora avere tanti bambini. Insomma, hanno il controllo di tutta la cultura, ma non dei quartieri, non della strada». È anche per questo che Hillary è definita invotabile dai principali pensatori cattolici. «È una donna che ha mentito, ha violato le leggi nazionali e chiunque altro per queste cose sarebbe finito in prigione», continua Novak. «Per quanto mi riguarda, non posso votare una candidata così favorevole all’aborto, all’agenda secolarista in campo morale e così ferocemente avversaria della libertà religiosa».
La lettera riparatoria
La scelta non sarebbe dunque così difficile, se solo dall’altra parte non ci fosse “The Donald”. Insieme ad oltre 30 professori e pensatori cattolici, Weigel ha firmato a marzo un appello contro Trump. Nel testo si ricordava che «il partito repubblicano è stato negli ultimi decenni il veicolo per promuovere le cause sociali che più stanno a cuore ai cattolici americani», come la difesa dei non nati, della libertà religiosa, del matrimonio tra uomo e donna. Ma questa possibilità è ora in pericolo perché «Donald Trump è manifestamente inadeguato a diventare presidente degli Stati Uniti» a causa della sua campagna elettorale infarcita di «volgarità», per non parlare «degli appelli alle paure e pregiudizi etnici e razziali che urtano ogni genuina sensibilità cattolica». Pur riconoscendo che la campagna di Trump piace a molti cattolici perché «parla di preoccupazioni legittime e genuine», si ricorda che non c’è niente «nel suo passato» e nel suo presente che dimostri sensibilità ai temi cari alla Chiesa. Ecco perché, spiega Weigel a Tempi, il candidato repubblicano «è pessimo. È un uomo immorale sia nella sua vita pubblica sia in quella privata. E poi non è credibile nella gestione del potere. Come mi è impossibile votare per Clinton, così non voterò mai per lui». Forse intuendo lo scarso appeal di cui gode tra i fedeli, il 5 ottobre Trump ha cercato di recuperare firmando una lettera ai leader cattolici, promettendo di battersi contro l’aborto e difendere la libertà religiosa. Ma la docente Nash-Marshall è scettica: «Il suo problema è che non ci dà motivi per fidarci di lui. Dichiara che vuole sostenere i cattolici, e siamo contenti di questo, ma non dice mai in che cosa consisterebbe questo suo essere conservatore». Il candidato repubblicano, in realtà, due punti importanti li ha messi a segno: «Il prossimo presidente degli Stati Uniti nominerà anche il giudice della Corte suprema che andrà a sostituire il conservatore deceduto Scalia». Questo è un punto non indifferente, visto che sono stati i nove giudici a decidere alcuni degli stravolgimenti sociali più significativi degli ultimi 40 anni, approvando ad esempio l’aborto e imponendo a tutti gli Stati Uniti il matrimonio gay. La nomina di un conservatore o un progressista potrebbe cambiare il futuro del paese e «Trump ha detto che sceglierà un conservatore come Scalia. Questo annuncio è stato tanto inaspettato, quanto fondamentale per noi. In secondo luogo, ha scelto come candidato alla vicepresidenza Mike Pence, che è molto stimato dalla Chiesa. Non so però se questo basterà a vincere il voto cruciale cattolico-evangelico».
Un presidente, non un santo
C’è anche chi, come Novak, ritiene che il problema esista ma non sia così drastico: «È chiaro che Trump non è esattamente il candidato da cui un cattolico vorrebbe essere rappresentato. Ma in politica si elegge un presidente, non un santo, né un vescovo, né il Papa». A proposito, il repubblicano è riuscito a litigare persino con Francesco sul muro da erigere al confine con il Messico. «Questo è un problema che interessa a voi italiani», taglia corto il filosofo. «Qui nessuno ci presta la minima attenzione e quello degli immigrati irregolari è un problema reale, molto sentito dagli americani, che vogliono far rispettare la legge. Voi europei non capite queste elezioni: la verità è che se vince Clinton rischiamo di perdere la nostra libertà, perché i democratici sono sempre più illiberali con chi non la pensa come loro». Tutti i giornali, americani ed europei, presentano Trump come un mostro e i suoi elettori come persone immorali.
Ma la verità è che gli Stati Uniti non hanno improvvisamente perso il senno e se un miliardario impresentabile, che dice in modo sguaiato tutto quello che non si può dire, rischia di diventare presidente degli Stati Uniti un motivo c’è. «Trump è molto bravo a parlare alla pancia del paese e ripete sempre lo stesso concetto agli americani: vi hanno tradito, è ora di cambiare», osserva la filosofa. «Ma se ha successo è perché dice in modo semplice una grande verità. Tutti gli americani sanno benissimo di essere stati traditi. Ma questo tradimento non è avvenuto in un giorno, è cominciato 60 anni fa». Lentamente, «abbiamo cominciato a dividere valori e vita, valori e legge, attraverso tanti piccoli compromessi. E i cattolici hanno una grande responsabilità in questo. L’educazione ha fallito, perché le università sono passate tutte in mano alla sinistra e abbiamo tirato su un’intera generazione, i cosiddetti millennials, in un vuoto valoriale e di significato. Quando penso che questo dovrebbe essere il tema principale in queste elezioni e che nessuno ne parla, mi vengono i brividi».
La profezia di Francis George
Per Nash-Marshall il vuoto di senso che alimenta l’affermazione del dogma individualista e progressista «dovrebbe essere il tema più dibattuto. Se io trovassi un candidato che dicesse: abbiamo sbagliato, abbiamo tutti bevuto un tè allucinogeno, ora torniamo alla realtà concreta. Ecco, io lo voterei subito. Ma il dramma è che non c’è. E non c’è perché non abbiamo insegnato ai politici a pensare, ma solo a ripetere frasi fatte. La colpa è nostra e dei nostri padri». Ancora una volta, c’è un solo motivo per cui la candidatura di Trump è importante: «Lui è l’espressione della pancia dell’America che, in modo confuso, grida: smettetela, torniamo indietro. Speriamo solo che il popolo non venga tradito di nuovo».
Chi voteranno allora i cattolici? Weigel assicura che «non assegnerò il mio voto né a Clinton, né a Trump ma solo a una persona degna della presidenza». Non si sa chi sia, ma aggiunge: «In ogni caso è fondamentale scegliere il partito repubblicano al Congresso». Siobhan è convinta che «alla fine i cattolici voteranno Trump. Non per merito suo, però, ma grazie a Pence, un uomo che ha la fibra morale per mettere i soldi al posto della bocca. Cioè per fare quello che dice». Per Novak, invece, «il conflitto che dimora nella coscienza di ogni cattolico si risolverà solo all’ultimo momento. Anche per questo non ci si deve fidare adesso dei sondaggi pubblicati».
Restano quindi i dubbi, anche se una certezza c’è: «Se vince Hillary Clinton», conclude l’intellettuale conservatore, «potrebbe realizzarsi la profezia fatta dall’arcivescovo di Chicago, Francis George, prima di andarsene: “Mi aspetto di morire nel mio letto, il mio successore invece morirà in prigione e il suo successore morirà martire in piazza”». C’è però anche una parte finale del ragionamento di George che spesso non viene citata: «Ma il suo successore raccoglierà le macerie di una società in rovina e lentamente aiuterà a ricostruire la civiltà, come la Chiesa ha fatto così spesso lungo la sua storia».
Foto Ansa


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Donald o Hillary? Per il Vaticano si è già avverato lo scenario peggiore

«Imperi paralleli» (edizione il Saggiatore) di Massimo Franco, editorialista del Corriere, racconta due secoli di rapporti fra Vaticano e Usa segnati prima dalla diffidenza, poi da una tormentata alleanza. Oggi sono come due «imperi paralleli»: gli unici ad avere una proiezione planetaria

 


«Ora sappiamo che può vincere perfino Donald Trump...». All’inizio di luglio del 2016, nel Palazzo apostolico vaticano, si prendeva atto di uno dei possibili esiti della campagna presidenziale statunitense con un velo di autentica inquietudine. Ci si rendeva conto che, qualunque fosse il risultato del voto di novembre, la Santa Sede rischiava di «perdere» le elezioni per la Casa Bianca. Trump, il miliardario scelto, o forse sarebbe meglio dire subìto, dal Partito repubblicano, e la senatrice di New York, Hillary Clinton, candidata dei Democratici, erano vissuti come avversari non solo politici e strategici, ma culturali della Chiesa cattolica.
«Per motivi opposti, le due candidature rappresentano per noi lo scenario peggiore» si ammetteva all’inizio dell’estate del 2016 nella cerchia di papa Francesco. «Trump è tutto ciò che va contro l’insegnamento della Chiesa: sull’immigrazione, sulla difesa dei più deboli, sullo scontro tra civiltà e religioni. Su di lui il papa si è espresso in modo diretto: uno stile che di solito non è quello della diplomazia vaticana. E non possiamo sapere che cosa è rimasto delle parole papali nell’anima di Trump: è un punto interrogativo. Quanto a Hillary Clinton, lei e il marito Bill sono l’incarnazione dell’ideologia laicista nemica dei valori cattolici sui temi sensibili».
Lo scontro con Trump era avvenuto il 18 febbraio del 2016 sul volo che riportava Jorge Mario Bergoglio a Roma dopo una visita alla frontiera tra Messico e Usa. E aveva fatto scalpore in tutto il mondo. Il papa si era voluto fermare davanti al confine tra i due Paesi, per lanciare un monito contro tutte le barriere. Trump lo aveva accusato di essere una «pedina» del governo messicano. Così, quando fu chiesto al pontefice che cosa pensasse del muro di 2.500 chilometri che il miliardario voleva costruire tra Usa e Messico, deportando circa 11 milioni di immigrati illegali, aveva risposto: «Io una pedina? Mah, lo lascio al vostro giudizio e al giudizio della gente. Una persona che pensa soltanto a fare muri e non a fare ponti, non è cristiana. Votarlo o non votarlo? Non mi immischio. Dico soltanto che se ha parlato cosi, quest’uomo non è cristiano».
Trump non si era minimamente spaventato. E la sua risposta era stata dura... D’altronde, era lui a presentarsi come il campione dell’«America profonda». Per quell’America, l’immigrazione non era la base per continuare a crescere, ma diventava una minaccia. La scelta come candidato vicepresidente di Mike Pence, deputato, ex governatore dell’Indiana, cattolico convertito all’evangelismo protestante, antiabortista, antigay, rifletteva bene questa «Nazione profonda». Trump era il protestante presbiteriano, beniamino di quella «Cintura della Bibbia» che correva dal Sud al Nord degli Usa, nella sconfinata provincia statunitense dove la crisi mordeva di più.
Lui stesso raccontava di ricevere molte Bibbie in regalo. A volte ne agitava una copia durante i comizi. E il gesto, per un certo tipo di elettorato, era un richiamo quasi primordiale all’America bianca e anticattolica. Il candidato repubblicano era il teorico di «un problema islamico» negli Usa. «Non ho visto svedesi che buttavano giù le Torri gemelle del World Trade Center», dichiarò in un’intervista del 2012. Ma era esattamente questo a spaventare il Vaticano.
Una vittoria di Trump poteva significare aizzare lo scontro non solo con il mondo, ma in primo luogo tra «due Americhe». Intolleranza religiosa contro coesistenza e rispetto tra fedi; diritto all’autodifesa armata contro il tentativo di controllare la vendita di armi. Era come se da otto anni di Obama rispuntasse, esasperato e laicizzato, il fenomeno dei teologi conservatori della cerchia di George W. Bush che avevano seminato guerre dopo le stragi di Al Qaeda dell’11 settembre del 2001; e destabilizzato l’Iraq. L’«America profonda» si assolveva, pronta ad abbracciare Trump, travolgendo i pronostici di un’élite autoreferenziale.
In Vaticano seguivano quanto accadeva oltre Atlantico da mesi. Si limitavano a constatare che «il livello della maggior parte dei candidati porterebbe a dire che gli Usa riflettono il declino dell’Occidente...». Il giudizio è stato rafforzato quando a sfidarsi sono rimasti la Clinton e Trump. I due candidati consegnavano una prospettiva di ostilità come da tempo non si vedeva tra Washington e la Roma papale. Non era solo il candidato repubblicano come persona ad agitare i sogni del Vaticano ma quello che rappresentava: il sintomo di una radicalizzazione dell’elettorato repubblicano e di un contagio che si stava impadronendo dell’intero Occidente.
Si saldava con il populismo e la xenofobia in ascesa in ampi settori dell’opinione pubblica europea. Trump incarnava il prodotto più vistoso di una cultura che aveva molti imitatori in nazioni dell’Europa orientale come Ungheria e Polonia ma anche in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Scandinavia. Ma soprattutto, era la metafora di un cristianesimo egoista e razzista, che in particolare per Francesco, costituisce un ossimoro inaccettabile. Trump incarnava «il Nord del mondo» nel significato più lontano da quello di Bergoglio...
Non è stato difficile individuarlo come una sorta di leader «morale» di un’Internazionale xenofoba che poteva insediarsi alla Casa Bianca: il potenziale contraltare di una religione cattolica tesa a combattere lo stesso contagio nelle file ecclesiastiche. Come Trump, infatti, anche alcuni vescovi, cardinali, esponenti degli episcopati occidentali ripetevano il suo mantra a bassa voce: il papa argentino non capisce l’Occidente, non capisce gli Stati Uniti... Che questi malumori trovassero una sponda nel futuro presidente degli Stati Uniti costituiva un incubo comprensibile, per la Santa Sede.
Massimo Franco

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