ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 3 novembre 2016

Smarrimento turiferario

Qualche annotazione sulla risposta del Papa in materia di accoglienza a un giornalista svedese. Smarrimento turiferario, come ben dimostrato dalle reazioni del ‘Sismografo’ e di ‘Avvenire’ 
Martedì mattina, sul volo di ritorno da Lund, papa Francesco ha risposto come di consueto ad alcune domande dei giornalisti. La prima, dello svedese Elin Swedenmark, riguardava il tema scottante dell’accoglienza dei rifugiati in Svezia e nel resto d’Europa. Nella risposta il Papa - dopo aver ringraziato la Svezia anche per aver accolto e integrato a suo tempo non pochi esuli politici argentini, cileni, uruguayani – ha così continuato: “Secondo: si deve distinguere tra migrante e rifugiato, no? Il migrante dev’essere trattato con certe regole, perché migrare è un diritto, ma è un diritto molto regolato (NdR: il grassetto è nostro). Invece, essere rifugiato viene da una situazione di guerra, d’angoscia, di fame, di una situazione terribile e lo status di rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro”. Come ha fatto fin qui la Svezia.
Francesco ha così proseguito: Poi, cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere: credo che in teoria (NdR: il grassetto è nostro) non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga. Qui, si paga politicamente; come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Perché, qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso (NdR: il grassetto è nostro). Il Papa è infine tornato sulla Svezia: Ma la Svezia… io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza lo faccia per egoismo o perché ha perso quella capacità; se c’è qualcosa del genere è per quest’ultima cosa che ho detto: oggi tanti guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma per sistemarli non c’è il tempo necessario per tutti”.

In questa risposta, pur nel suo italiano un po’ vacillante (assai pericoloso, quando si tratta di addentrarsi in questioni molto complesse), papa Francesco ha detto comunque alcune cose di grande importanza:
. l’accoglienza è certo una questione di umanità, ma deve essere accompagnata dall’integrazione, perché un migrante/rifugiato non integrato si ghettizza e diventa pericoloso per la società;
. si deve distinguere tra migrante e rifugiato: l’accoglienza del primo è regolata da norme ben precise ed è diversa da quella del secondo;
. l’accoglienza non deve diventare uno slogan facilone e demagogico, ma deve essere accompagnata dalla ‘prudenza’ (dal discernimento ) di chi accoglie: c’è chi può accogliere (e integrare) poco, chi di più.  

Tre punti-chiave nella risposta di papa Francesco, che sembrano evidenti a chi legge con mente serena. Non però a chi ce l’ha offuscata dal troppo incenso e si è così ritrovato in confusione. Perché? Inutile negare che la risposta del Francesco del volo Malmö-Roma stride con quanto evidenziato per oltre tre anni dagli interpreti autorizzati del suo pensiero, la folta schiera dei turiferari grandi e di complemento.  E’ vero che il Papa in alcune occasioni, soprattutto recenti, è sembrato voler tener conto della complessità dell’argomento (in particolare accennando anche ai rapporti tra accoglienza, sicurezza, identità), ma è altrettanto vero che mai aveva evidenziato così chiaramente una sorta di “si deve accogliere, con cuore aperto, quanto si può”. Dove nel “quanto si può” è compresa anche la necessità dell’integrazione. Una notizia? Evidentemente. Ma non per tutti. Infatti è facile presumere che, dopo aver preso atto della risposta del Papa, i turiferari si siano sentiti in grande imbarazzo. Due esempi bastano e avanzano.

L’ AVVENIRE GALANTINO GIOCA A NASCONDINO
Incominciamo dall’ Avvenire galantino. Che apre mercoledì 2 novembre la prima pagina con un grande titolo, di attualità stringente: “Ecco chi è beato” (NdR: riferito al passo sulle Beatitudini del Vangelo di Matteo, letto nella festa di Ognissanti). Sommario: “Il Papa: impegno per accoglienza e comunione. Chiudere le porte ai migranti non è umano”.  I non pochi lettori che si fermano ai titoli avranno pensato che non ci fosse nessuna novità in materia. A pagina 5 altro grande titolo: “Non è umano chiudere le porte” e stavolta Avvenire ha il residuo pudore professionale di mettere nel sommario: “Il Papa sui migranti: nessuna paura, ma serve prudenza per integrarli”. Resta il dato che il titolo prevale di gran lunga sul resto, restando nella memoria del lettore frettoloso.
Chi invece vuole addentrarsi nell’articolo principale incontra la prosa della turiferaria di turno, che – con molta disinvoltura – così riassume a mo’ di incipit la risposta al giornalista svedese: “Dialogando con i giornalisti sul volo di ritorno dalla Svezia, papa Francesco ha detto che ‘non è umano chiudere le porte e il cuore ai migranti e rifugiati (NdR: a dire il vero quel “ai migranti e ai rifugiati” tra virgolette nel testo papale non c’è… ah…la turiferaria furbetta!), questo si paga politicamente, così come ‘anche l’imprudenza nei calcoli’, di come e quanti riceverne perché non permette l’integrazione necessaria”. Il resto, di sicura importanza, la Stefania – pur essendo sul volo papale – non l’ha ascoltato (era in pennichella?)… o forse magari  l’ha nascosto. Proprio come il suo giornale, l’Avvenire galantino, maestro – anche con la penna fustigatoria del direttore furioso - nel condannare con parole di fuoco (naturalmente il fuoco purificatore della misericordia) Salvini, Orban e gli abitanti di Gorino, ma stranamente reticente quando si tratta di riportare nella giusta luce parole del Papa che la casta dei turiferari giudica sconvenienti. Un gioco a nascondino, un  penoso ‘avvitamento’ a misericordia variabile, che a volte sconfina nel grottesco.

LO SCORNO STIZZITO DEL 'SISMOGRAFO'
Secondo esempio? Non stupitevi… è il noto Sismografo, sito paravaticano diretto da Luis Badilla, già a suo tempo esponente dei giovani dell’Izquierda cristiana che appoggiava Unitad popular e il governo Allende. Povero Luis…dopo aver passato mesi e mesi a propagandare il Papa dell’accoglienza per tutti, indiscriminata e a vituperare chi invece cercava di usare in materia non solo il cuore ma anche la ragione, si è ritrovato tra le mani la risposta del Papa al giornalista svedese. Fatta la frittata, come rimediare?
Dapprima la stizza è stata incontenibile e, alla ricerca di capri espiatori tali da attenuargli l’agitazione, il Luis alle 19.36 di martedì primo novembre ha pubblicato un commento molto critico verso le domande dei giornalisti: Spesso sono domande già fatte in viaggi precedenti, o domande poco legate con le inquietudini più pressanti dei lettori. A volte è evidente l'interesse di porre al Santo Padre questioni che consentano titoli squilli o casi mediatici.  (NdR: su questo preciso punto, Badilla può avere anche ragione, ma si sanno anche le esigenze delleredazioni…) Moltissime domande attese da grande parte dell’opinione pubblica semplicemente non si fanno e al loro posto si interpella il Pontefice su cose minori o d'interesse ridotto. Insomma, negli ultimi viaggi, anche se si tiene conto delle caratteristiche di questi incontri, le domande poste al Papa sono state in buona misura occasioni perse”. E’ impertinente supporre che il gran fastidio badillero sia stato causato dalla domanda, con conseguente risposta papale inattesa, del giornalista svedese?   
Luis locuto, causa finita? E invece no, poiché lo stesso Luis ritorna sull’argomento mercoledì mattina alle 08.14 per imbracciare la penna inquisitoria contro le ‘cattive’ interpretazioni della risposta papale. Il titolo della nuova reprimenda (che il buon Luis abbia preso anche da Santa Marta?) è perentorio: “Papa, migranti e rifugiati: nessuna svolta e nessun equivoco da chiarire”. Come perentoria è l’affermazione contenuta nella reprimenda: “Per la verità, Francesco ha sempre fatto una chiara differenza tra ‘rifugiato’ e ‘migrante’. Sempre!” ( NdR: il Luis deve essere affezionato a tale avverbio, che forse gli evoca gli esaltanti ricordi dell’ Hasta la victoria siempre). 
Per dimostrare di avere ragione il Luis si avvita anche lui: con molta minor classe di Tania Cagnotto si avventura in un triplo salto mortale in avanti carpiato, poi in un doppio e mezzo avanti con un avvitamento… ma c’è poco da fare… non salirà sul podio!  Il Luis cita ad esempio passi del discorso papale al Corpo diplomatico dell’11 gennaio 2016, in cui Francesco rileva la complessità del fenomeno migratorio che richiede da una parte “comprensione e apertura di orizzonte” e dall’altra “il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità” ospitante. Inoltre “nell’affrontare la questione migratoria non si potranno tralasciare i risvolti culturali connessi, a partire da quelli legati all’appartenenza religiosa”.
Il punto è che questi passi in cui Francesco ha perlomeno riconosciuto la difficoltà di conciliare i diversi aspetti del problema migratorio, sono stati bellamente minimizzati o ignorati dalla vulgata imposta dai turiferari di corte. In primo luogo proprio dallo stesso Luis che ha sempre (siempre!) tenuto un atteggiamento misericordiosamente ostile contro chi evidenziava l’impossibilità di accogliere tutti e dunque la necessità di porre dei limiti ragionevoli, tali da permettere un’accoglienza umana e non destinata a entrare nell’orbita della criminalità. Tra i suoi bersagli preferiti  l’Ungheria di Orban: il Sismografo titolava il 28 settembre “Lager Ungheria”, il primo ottobre “L’indecente misura” (riproducendo un editoriale del direttore dell’  Avvenire), ma il Luis già si era pronunciato inappellabilmente il 28 agosto con un’invettiva intitolata “I muri del Premier ungherese Viktor Orbán e il singolare referendum del 2 ottobre”. In quest’ultimo testo si trovava anche la frase: “In questi giorni, e sarà peggio con l’avvicinarsi del 2 ottobre, in Ungheria non manca chi per sostenere la politica di Orbán si appella al cristianesimo e addirittura al Vangelo”. Oggi comprendiamo lo scorno del Luis dopo aver dovuto prendere atto della risposta del Papa nel viaggio in aereo da Malmö a Roma.  E comprendiamo anche i suoi tentativi di imitare Tania Cagnotto. Ma solo perché siamo ancora nell’Anno della Misericordia. 
PAPA E MIGRANTI: IL DOPPIO AVVITAMENTO DI SISMOGRAFO E AVVENIRE- di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 2 novembre 2016


Dalla Svezia all'Ungheria. Anche i "muri" hanno le loro ragioni, dice il papa


aereo
Il 1 novembre, nell'immancabile conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma dal suo viaggio in Svezia, papa Francesco ha detto cose per lui insolite sulla questione scottante dell'immigrazione.
A sollecitarlo è stato un giornalista svedese, Elin Swedenmark. Ecco la trascrizione letterale della sua domanda e della lunga risposta del papa:
D. – Santo Padre, vediamo che sempre più persone provenienti da paesi come la Siria o l’Iraq cercano rifugio in paesi europei. Ma alcuni reagiscono con paura o addirittura ci sono persone che pensano che l’arrivo di questi rifugiati possa minacciare la cultura del cristianesimo in Europa. Qual è il suo messaggio per la gente che teme tale sviluppo della situazione, e quale il suo messaggio alla Svezia, che dopo una lunga tradizione di accoglienza dei rifugiati adesso incomincia a chiudere le proprie frontiere?
R. – Prima di tutto, io come argentino e sudamericano ringrazio tanto la Svezia per questa accoglienza, perché tanti argentini, cileni, uruguayani nel tempo delle dittature militari sono stati accolti in Svezia. La Svezia ha una lunga tradizione di accoglienza. E non soltanto ricevere, ma integrare, cercare subito casa, scuola, lavoro… Integrare in un popolo. Mi hanno detto la statistica – forse sbaglio, non sono sicuro – ma quello che ricordo – posso sbagliare – quanti abitanti ha la Svezia? Nove milioni? Di questi nove milioni – mi hanno detto – 850 mila sarebbero “nuovi svedesi”, cioè migranti o rifugiati o i loro figli. Questa è la prima cosa.
Secondo: si deve distinguere tra migrante e rifugiato, no? Il migrante dev’essere trattato con certe regole perché migrare è un diritto ma è un diritto molto regolato. Invece, essere rifugiato viene da una situazione di guerra, di angoscia, di fame, di una situazione terribile e lo status di rifugiato ha bisogno di più cura, di più lavoro. Anche in questo, la Svezia sempre ha dato un esempio nel sistemare, nel fare imparare la lingua, la cultura e anche integrare nella cultura.
Su questo aspetto dell’integrazione delle culture, non dobbiamo spaventarci, perché l’Europa si è formata con una continua integrazione di culture, tante culture. Credo che – questo non lo dico in modo offensivo, no, no, ma come una curiosità – il fatto che oggi in Islanda praticamente un islandese, con la lingua islandese di oggi, possa leggere i suoi classici di mille anni fa senza difficoltà, significa che è un paese con poche immigrazioni, poche “ondate” come ne ha avute l’Europa. L’Europa si è formata con le migrazioni…
Poi, cosa penso dei paesi che chiudono le frontiere: credo che in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga. Qui, si paga politicamente; come anche si può pagare politicamente una imprudenza nei calcoli, nel ricevere più di quelli che si possono integrare. Perché, qual è il pericolo quando un rifugiato o un migrante – questo vale per tutti e due – non viene integrato, non è integrato? Mi permetto la parola – forse è un neologismo – si ghettizza, ossia entra in un ghetto. E una cultura che non si sviluppa in rapporto con l’altra cultura, questo è pericoloso. Io credo che il più cattivo consigliere per i paesi che tendono a chiudere le frontiere sia la paura, e il miglior consigliere sia la prudenza.
Ho parlato con un funzionario del governo svedese, in questi giorni, e mi diceva di qualche difficoltà in questo momento – questo vale per l’ultima domanda tua –, qualche difficoltà perché ne vengono tanti che non si fa a tempo a sistemarli, trovare scuola, casa, lavoro, imparare la lingua. La prudenza deve fare questo calcolo. Ma la Svezia… io non credo che se la Svezia diminuisce la sua capacità di accoglienza lo faccia per egoismo o perché ha perso quella capacità; se c’è qualcosa del genere è per quest’ultima cosa che ho detto: oggi tanti guardano alla Svezia perché ne conoscono l’accoglienza, ma per sistemarli non c’è il tempo necessario per tutti. Non so se ho risposto. Grazie.
*
Fin qui il papa. E puntualmente i media di tutto il mondo hanno individuato in queste sue parole una "svolta". Perché in effetti egli è parso indicare delle buone ragioni non solo nei "ponti" ma anche nei "muri".
Una conseguenza, ad esempio, sarà che da qui in avanti non si potrà più trarre dalle parole di Francesco un'automatica sentenza di totale condanna, senza attenuanti, del comportamento in materia di immigrazione del paese europeo più esecrato, l'Ungheria.
Inutilmente dall'Ungheria si sono levate nei mesi scorsi voci mirate a bilanciare le assordanti condanne contro il suo operato.
Ad esempio la voce dell'ambasciatore ungherese presso la Santa SedeEduard Habsburg-Lothringen, che in un'intervista del 27 settembre sul blog Rossoporpora aveva così risposto alle domande del vaticanista svizzero Guseppe Rusconi:
D.  Quando nell’estate del 2015 è esplosa la ‘grande crisi’ dei migranti in Occidente l’Ungheria cristiana è stata dipinta a tinte fosche…
R.  È stato un grande malinteso. Nei media occidentali dilagavano le immagini di soldati cattivi che non volevano che i migranti entrassero nel paese. Immagini di grande impatto, molto negative. La realtà è che l’Ungheria stava facendo il suo dovere di frontiera esterna dell’area Schengen. Gli ungheresi sapevano che i diecimila migranti che giornalmente attraversavano la frontiera non si sarebbero fermati nel paese, ma avrebbero voluto proseguire per la Germania. Nel contempo si rendevano conto che non era possibile utilizzare alla frontiera serba le procedure prescritte per l’accoglienza dei migranti (si entra solo se si ha passaporto o si chiede l’asilo). Non era possibile perché 'naturalmente' ogni giorno entravano masse di persone, impossibili da controllare. Il governo ungherese è stato allora costretto a mettere una recinzione, anche per creare un po’ di ordine per la presentazione della richiesta d’asilo a chi non aveva il passaporto. Da quando la recinzione è stata completata, i migranti sono calati sensibilmente. Gli altri continuavano il loro cammino attraverso Croazia, Slovenia, per arrivare senza controlli fino in Germania.
D.  Allora il malinteso…
R. – L’Ungheria è passata per razzista, xenofoba, contro i migranti a causa di quella recinzione, costruita non per impedire l’arrivo di rifugiati veri in Ungheria, ma per impedire che migliaia di migranti ogni giorno e senza controllo attraversassero il paese per puntare direttamente sulla Germania attraverso l’Austria, minacciando così tutta la stabilità dell’Area Schengen.
D. – L’Ungheria ha dunque ‘lavorato’ per il resto d’Europa…
R. – Sì, costruendo la recinzione l’Ungheria ha lavorato anche per l’Europa, ma molti in Occidente non l’hanno capito.
*
Oppure la voce di padre Adam Somorjai, benedettino di Pannonhalma e da anni al servizio della Santa Sede in segreteria di Stato, in un'intervista del 26 ottobre anch'essa per Rossoporpora:
"Nell’estate del 2015 sono stato per alcune settimane in Ungheria, proprio nel momento in cui esplodeva numericamente la questione dei migranti. C’ero, ho visto. Si è detto e scritto molto di falso e tendenzioso sull’Ungheria. Se il migrante arriva alla frontiera e ha un passaporto, è benvenuto. Se ne arrivano contemporaneamente mille – senza passaporti perché le ONG finanziate dal miliardario americano di origine ungherese Soros li hanno fatti buttar via – la situazione diventa incontrollabile. Si dichiarano tutti siriani e tutti nati il primo gennaio. Nessuno scrive di questo. Quella dell’anno scorso era una vera invasione! Oggi di migranti ne arrivano 10-15 al giorno e possono essere accolti nella dignità. La realtà dell’Ungheria è questa, ma noi siamo demonizzati e non siamo neanche di moda in questa Unione europea a geometria variabile".
*
Ma appunto, queste e altre erano come voci nel deserto, inascoltate.
C'è voluto papa Francesco per riportare alla ragione – si spera – i tantissimi che anche in campo cattolico hanno fin qui rovesciato sull'Ungheria soltanto invettive.

Settimo Cielo 

di Sandro Magister 

02 nov