ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 7 novembre 2016

Tu mi perseguiti; ora basta!

Bruno Cornacchiola intervista inedita



Intervista a Bruno Cornacchiola , il protestante avventista che si convertì immediatamente al Cattolicesimo dopo l'Apparizione della Madonna che al bosco delle "Tre Fontane" in Roma gli disse:
« Sono Colei che sono nella Trinità Divina ». Sono la « Vergine della Rivelazione ». Tu mi perseguiti; ora basta! Entra nell'Ovile Santo, Corte Celeste in terra. Il giuramento di un Dio è e rimane immutabile: i Nove Venerdi del Sacro Cuore, che la tua fedele sposa ti fece fare prima di entrare nella via della menzogna, ti hanno salvato". 

« Le Ave Maria, che tu dirai con fede ed amore, sono tante frecce d'oro, che arriveranno al Cuore di Gesù ».
« Prometto un favore grande, speciale: Con questa terra di peccato (...terra della Grotta...) io opererò grandi miracoli per la conversione degli increduli e dei peccatori ».
Cornacchiola dice: In questa apparizione la Madonna raccomandò «la divina dottrina vissuta », «il Cristianesimo vissuto» e «la Religione vissuta». Inoltre dice si degnò di rivelarmi mirabili verità, cioè, la sua vita dal principio della sua esistenza in Dio, sino alla fine del suo compimento sulla terra, ed alla sua gloriosa Assunzione in Cielo, soggiungendo: «Il mio corpo non poteva marcire e non marcì... Da mio Figlio e dagli Angeli fui portata in Cielo... »
«La scienza negherà Dio e ne declinerà gl'inviti ». [...] «Tu andrai dal Santo Padre, il Supremo Pastore della Cristianità, il Papa, e gli consegnerai personalmente il Messaggio. Questo lo porterai alla Santità del Padre. Ti indicherò io chi ti accompagnerà ».
«Bisogna pregare molto per la conversione dei peccatori, degli increduli e per l'Unione di tutti i Cristiani ».

Pubblicato il 07 giu 2014
https://www.youtube.com/watch?v=I0lbqesf6qA

Le apparizioni della Vergine alle Tre Fontane


Pubblicato il 15 apr 2016
Le apparizioni della Vergine alle Tre Fontane: ne parlano in studio Saverio Gaeta, giornalista e scrittore, e Padre Gian Matteo Roggio, Docente Pontificia Facoltà Teologica Marianum

Alla grotta della Madonna della Rivelazione con don Alessandro M.Minutella


"NO, TU HAI RISO"

    La capacità di discernimento. Perché non si dovrebbe sorridere delle promesse di Dio. L'episodio lievemente umoristico di Abramo e Sara e del sorriso di 2 vecchi per il figlio di quella unione tardiva: Isacco di Francesco Lamendola  






Isacco significa colui che ride. Chi non ha mai letto per esteso il Libro della Genesi, e non ha ben presenti le circostanze che preannunciarono ad Abramo e a Sara, sua moglie, la nascita di un figlio quand’essi erano ormai molto in là con gli anni, non può comprendere la ragione di questo nome. In effetti, allorché Dio disse ad Abramo che gli sarebbe nato un figlio, l’uomo, che era centenario, non poté trattenersi dal sorridere mestamente, e, pur prosternandosi a terra, dubitò in cuor suo di una tale eventualità. Più tardi, quando il Signore si presentò alla tenda di Abramo, a Mamre, e gli rinnovò l’annuncio, fu Sara, che ascoltava tenendosi nascosta, a sorridere fra sé, ritenendo impossibile poter partorire a novant’anni, anzi, non riuscendo neppure ad immaginare un amplesso con il marito decrepito, e di poter provare l’orgasmo (la Bibbia è piuttosto esplicita su questo dettaglio). Ma Dio la udì e chiese ad Abramo perché sua moglie ridesse; lei, spaventata, tentò di negare, ma Dio, implacabile, la inchiodò con un reciso “No, tu hai riso!”.
Così, quando lei restò effettivamente incinta e le nacque un maschietto, gli posero nome Isacco, cioè “colui che ride”: sia il padre che la madre avevano avuto un moto d’incredulità davanti all’annunzio di Dio, e così vollero eternare quel loro momento di debolezza nel nome del figlio; Sara aggiunse la riflessione, piena di affettuosa auto-ironia, che, udendo come fosse nato quel figlio della loro vecchiaia, tutti quanti avrebbero sorriso di stupore e di benevolenza, rendendosi conto che a Dio nulla è impossibile, proprio come il Signore aveva detto. Si notino le analogie e le differenze con la situazione, non troppo diversa, descritta nel Nuovo Testamento, quando l’arcangelo Gabriele apparve a Maria di Nazaret per annunziarle la nascita di un figlio. Pur meravigliandosi molto e chiedendo come sarebbe stato possibile, poiché ella non aveva mai conosciuto uomo, non rise, né sorrise, ma credette, e visse con piena fiducia e con piena serietà quel momento così solenne, e così decisivo per la sua vita.
L’episodio, anzi, gli episodi, di Abramo e di Sara, i quali, udendo l’annunzio della prossima nascita d’un loro figlio, non riescono a trattenere un riso d’imbarazzo e d’incredulità, è denso di pathos e di umana partecipazione: oltre che molto anziana, infatti, Sara, benché bellissima anche da vecchia, come lo era stata un tempo, era sterile, visto che neppure da giovane aveva mai potuto avere figli e si era da ultimo risolta, secondo la consuetudine del tempo - ma, supponiamo, assai a malincuore -  a permettere che suo marito avesse un figlio da Agar, la schiava egiziana, per assicurargli comunque una discendenza; salvo poi ingelosirsi del nuovo nato, chiamato Ismaele, e pretendere che madre e figlio venissero dal marito scacciati lontano, nel deserto. Quello del sorriso dei due vecchi è un episodio gentile e lievemente umoristico, coronato dal nome posto dai due coniugi al figlio di quella unione tardiva: un nome che avrebbe ricordato a tutti l’incredulità degli sposi, e destato il sorriso in quanti fossero giunti a conoscenza di come era avvenuta quella nascita, che si poteva ben considerare del tutto miracolosa.
No, non ho riso, si difende Sara; ma il Signore la rimbecca: E invece hai proprio riso! Dio scende al livello dei suoi interlocutorio umani, e, sia pure con affetto e benevolenza, non esita a smascherare le loro piccole bugie, i loro ritegni e pudori. Sara, infatti, aveva pensato, e forse anche detto ad alta voce, magari parlando con se stessa, oppure con qualche serva: Sono troppo vecchia per provare ancora il piacere e per avere la gioia di quel figlio che non è arrivato prima, quand’ero giovane; ma sono pensieri che una donna non ama siano uditi da altri, se ne vergogna, specialmente una donna nella posizione di Sara, in quel luogo e in quella cultura (si noti che ella partecipa al dialogo standosene dietro la tenda, o, al massimo, sulla soglia, semi-affacciata: perché una donna non doveva presentarsi al cospetto di uno straniero, non doveva farsi vedere da degli sconosciuti di sesso maschile; figuriamoci farsi udire in certe confidenze così intime. Più che comprensibile, pertanto, ci risulta l’imbarazzo di Sara davanti al Signore, e il suo puerile tentativo di negare.
Ed ecco il racconto originale, così come viene narrato nel Libro della Genesi (dalla Bibbia di GerusalemmeGen., 17, 15-19; 18, 9-15; 21, 1-7):

Dio aggiunse ad Abramo: Quanto a Sarai, non la chiamerai più Sarai, ma Sara. Io la benedirà e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni e re di popoli nasceranno da lei”.
Allora Abramo si prosternò con la faccia a terra e rise e pensò: “Ad uno di cento anni può nascere un figlio? E Sara all’età di novanta anni può partorire?”. […]
Poi gli dissero [ i tre ospiti misteriosi, alle Querce di Mamre]: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. Il Signore riprese;: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda ed era dietro di lui. Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessati a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. Allora Sara rise dentro di sé e disse: Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Ma il Signore disse ad Abramo: Perché Sara ha riso dicendo: Potrò davvero partire, mentre sono vecchia? C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te alla stessa data e Sara avrà un figlio”. Allora Sara negò: “Non ho riso!”, perché aveva paura, ma quegli disse: “Sì, hai proprio riso”. […]
Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito. Abramo circoncise suo figlio Isacco, quando questi ebbe otto giorni, come Dio gli aveva comandato. Abramo aveva cento anni quando gli nacque il figlio Isacco. Allora Sara disse: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio: chiunque lo saprà sorriderà di me!”. Pii disse: “Chi avrebbe mai detto ad Abramo: Sara deve allattare figli! Eppure gli ho partorito un figlio nella vecchiaia!”.

Noi facciamo molta fatica a credere alle promesse di Dio: questa è la nostra debolezza; in altre parole, la mancanza di fede. Chi ha fede non dubita, non sorride per l’incredulità, e non ritiene che vi sia qualcosa d'impossibile. Dio, infatti, davanti alla perplessità di Abramo e di Sara, chiarisce: Nulla vi è che sia impossibile per me; nulla che Io, il Signore, non possa fare. Se avessimo la fede, la vera fede, ci ricorderemmo di questo fatto e avremmo sempre la massima serenità d'animo in tutte le circostanze della vita. Invece preferiamo credere alle promesse degli uomini, che sono fallaci, piuttosto che a quelle di Dio, che sono imperiture. Crediamo volentieri a quel che ci promettono gli amici, i colleghi, i parenti, e perfino gli amici degli amici; facciamo i nostri calcoli basandoci su tali promesse, e non teniamo conto del fatto che le promesse umane sono scritte sulla sabbia. Questo vale, a maggior ragione, per le promesse d'amore; diciamo: per sempre, e godiamo di sentircelo dire; ma poi constatiamo che ciò che pareva eterno, è già finito; ci rimangiamo tranquillamente le nostre promesse, o vediamo, assai meno tranquillamente, che se le rimangia colui o colei che ce le aveva fatte; e ne soffriamo tremendamente. Poi, però, dopo un certo tempo, medicate le ferite, ricominciamo a cadere nello stesso errore, nella stessa illusione: crediamo che questa volta sarà per sempre, facciamo i nostri disegni, pregustiamo una certezza definitiva, una stabilità senza turbamenti; e di nuovo tocchiamo con mano la nostra fragilità, la nostra incostanza, la nostra assoluta incapacità di restare saldi nelle nostre promesse.
La promessa di Dio, invece, è scolpita nella roccia. Lui non cambia idea, non si dimentica, non si distrae, non tradisce i patti; ciò che ha promesso, lo mantiene infallibilmente, anche se tutte le apparenze sembrano cospirare per rendere incredibile e inverosimile la sua promessa. 
Il problema è che noi tendiamo a confondere le promesse di Dio con i nostri desideri. La fede consiste nel rivolgersi a Dio con l'assoluta convinzione che Egli ci ascolta; ciò non significa, tuttavia, che esaudirà le nostre richieste secondo il nostro desiderio. Prima di tutto, bisogna vedere se il nostro desiderio è buono in se stesso; se non lo è, possiamo chiederlo infinite volte, ma non sarà esaudito; anzi, il solo fatto di seguitare a chiedere ciò che non dovremmo, si configura come un atto sacrilego. A Dio si devono chiedere  le cose lecite e non le cose illecite; ma la società moderna, impregnata di relativismo, ha fatto una tale confusione tra lecito e illecito, se pure non è giunta ad abolire la distinzione fra essi, che molte persone non si rendono neppure conto di desiderare cose illecite, e ciò vale anche per molti sedicenti cristiani. Ciò è stato reso possibile da vari fattori, fra i quali la decadenza dell'insegnamento della sana dottrina cattolica e dal venir meno del buon esempio di vita da parte degli adulti nei confronti dei giovani. Sicché molte persone, peraltro non solamente giovani, sono arrivate a non percepire nemmeno il disordine morale in cui sono immerse, e a non cogliere alcuna sostanziale stonatura fra il loro dirsi cristiane e i loro comportamenti e stili di vita. Si aggiunga il peso di una "teologia" che, a forza di porre l'accento sull'uomo e non più su Dio (e la chiamano, vantandosene, "svolta antropologica"!), ha incominciato a "umanizzare", nel senso di relativizzare, la dottrina cattolica e la pratica della vita cristiana, fino a dichiarare lecito e gradito a Dio ciò che la sana teologia cattolica ha sempre ritenuto illecito, peccaminoso e spiacente a Dio. Questo, del domandare a Dio ciò che non si dovrebbe avere neanche l'ardire di chiedergli, essendo in flagrante contrasto con il Vangelo, è un primo problema nell'errata impostazione del dialogo fra l’uomo e Dio. 
Un secondo problema è dato dalla difficoltà, da parte nostra, di comprendere che il nostro bene non è sempre quello che a noi appare tale, ma quello che Dio vuole per noi: e poiché Dio desidera il massimo bene per tutte le sue creature, ne consegue che possiamo, sì, fidarci di Lui, ma non altrettanto del nostro giudizio: che è fallibile, anche quando siamo in perfetta buona fede. Pertanto, il fatto che certe nostre preghiere non producano l'effetto desiderato, non deriva da una "assenza" di Dio, da una sua distrazione, da una sua insensibilità nei nostri confronti, o – peggio - da una arbitrarietà e incomprensibilità del suo atteggiamento verso di noi. Come potrebbe Dio, che è il Bene, che è l'Amore, non desiderare, per noi, tutto il bene e tutto l'amore del mondo? Il punto è che, non di rado, quel bene che noi cerchiamo, non è così buono come pensiamo; e quell'amore che andiamo affannosamente inseguendo, potrebbe essere un amore ingannevole e tale da produrre non il bene dell'anima nostra, ma il suo male. Dio sa qualcosa più di noi, anche riguardo a noi stessi; Lui conosce quel che c'è in fondo al nostro cuore, meglio di noi stessi ; e sa giudicare quel che per noi è desiderabile che si realizzi, e ciò che non lo è, molto meglio di quanto possiamo fare noi, immersi nel fiume del divenire e soggetti a innumerevoli abbagli, malintesi, errori. Perciò, quando preghiamo, dovremmo sempre ricordare come pregava Gesù: Se possibile, Padre, fa' che passi da me questo calice; tuttavia, che sia fatta non la mia volontà, ma la Tua.
E nondimeno, Gesù ha anche insegnato e garantito: Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete. Come si concilia questa assicurazione con il fatto che, apparentemente, chi cerca non trova, chi chiede non riceve, e a chi bussa non viene aperto? Uno scrittore della seconda metà del Novecento ha pubblicato un libro di argomento religioso, intitolato Quaesivi et non inveni. A nostro parere, basta leggere qualche pagina di quel libro per comprendere l'apparente contraddizione, che l'autore voleva evidenziare fin dal titolo: la risposta non giunge a qualunque domanda, comunque venga posta, ma solo a chi cerca e a chi domanda le cose giuste, nella maniera giusta. A chi pensa di saperne più di Dio,  non verrà data alcuna risposta; a chi s'immagina che Dio risponde solo che ci parla nel modo che desideriamo noi, quando e come lo vogliamo noi, e per dirci le cose che abbiamo piacere di sentirci dire, non verrà data risposta. La risposta di Dio non si pone sul livello ordinario del discorso umano, ma sul piano soprannaturale; ciò significa che essa pretende da noi una prospettiva più alta e più pura, un principio di trasformazione interiore o, almeno, un desiderio che tale trasformazione - che, in termini cristiani, si chiama propriamente "conversione" - abbia luogo, con il Suo aiuto. Insomma: per domandare, bisogna convertirsi: riconoscere la propria fragilità e piccolezza, e affidarsi totalmente e fiduciosamente alla sua grandezza e alla sua bontà.
Ecco perché non si dovrebbe sorridere delle promesse di Dio. Gli uomini possono anche fare delle promesse inverosimili; Dio no, perché Egli è veritiero ed è fedele. Anche se una madre si dimenticasse del suo bambino, io non mi dimenticherò mai di te, assicura Dio al credente, per bocca del profeta Isaia. Ma che cosa ci promette Dio, infine? Non si è mai sognato di prometterci la felicità, qui e ora; ci promette la pace nella vita terrena (ma non come la dà il mondo, specifica Gesù nel discorso d'addio ai suoi discepoli) e la beatitudine nell'altra (oggi stesso sarai con me in Paradiso, dice Gesù, sulla croce, al buon ladrone). Questa è la sua promessa, e questo il cristiano sa che gli verrà dato. Per le  promesse particolari, come quella fatta da Dio ad Abramo e a Sara circa la loro discendenza, il discorso diventa individuale: esse devono essere valutate caso per caso.
Che cosa distingue una promessa che viene da Dio da una semplice illusione, da una auto-suggestione? Il problema esiste, dato che persino i più grandi santi, come Teresa d'Avila, hanno dubitato, qualche volta, se la "voce" che udivano fosse proprio di Dio, e se potessero, quindi, prestarvi pienamente fede, oppure no. E Abramo, se si fosse ingannato, quando Dio gli chiese di sacrificare l'amatissimo figlio Isacco? Che cosa distingue il credente dal fanatico? Proprio questo: la capacità di discernimento; il saper discernere ciò che viene da Dio e ciò che non viene da Lui. Ma questo è un discorso lungo, e ci proponiamo di farlo un'altra volta.La carenza di discernimento è una delle manifestazioni più vistose della crisi della spiritualità cristiana dei nostri giorni, anzi, della crisi della vita cristiana in quanto tale. Ma un cristiano senza capacità di discernimento è un povero essere alla deriva, un credulone che sarà zimbello di cento illusioni e cento inganni. Un  cristiano siffatto non è un autentico cristiano. Un cristiano che non sa discernere ciò che viene da Dio e ciò che viene dal Diavolo, forse dovrebbe farsi qualche altra domanda, prima ancora di chiedere a Dio qualsiasi cosa. Forse c'è in lui qualcosa che non va...

«No, tu hai riso»

di Francesco Lamendola