ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 19 dicembre 2016

È tutto oro, quel che luccica?

COS'E'IL DIALOGO INTER-RELIGIOSO?

    Cari cattolici post-conciliari, la Chiesa cattolica non appartiene forse a Gesù Cristo? Una religione per sopravvivere deve credere in se stessa, deve essere fiera di sé e deve essere animata da zelo apostolico 
di Francesco Lamendola  



La dichiarazione conciliare Nostra aetate (Nel nostro tempo), del 28 ottobre 1965, è uno degli ultimi documenti approvati dal Concilio Vaticano II, e – con la Dignitatis Humanae, dedicata alla libertà religiosa - uno dei più controversi, destinato a sviluppi imprevedibili, perché, come molti altri documenti conciliari, la sua giusta interpretazione dipende, stanti i larghi margini di ambiguità, da una precisa volontà politica, in senso figurato, da parte della Chiesa post-conciliare.
La bozza preparatoria della Nostra aetate, specificamente dedicata alla questione dei rapporti con l’ebraismo, risaliva al novembre 1961, quattro anni prima, e recava il titolo Decretum de Judaeos; poi la prospettiva venne allargata anche ai rapporti con l’islam e, in generale, con le religioni non cristiane, e infine al senso religioso insito in ciascun essere umano e sulla necessità della fratellanza e dell’amore universali. Essa è la base teorica del cosiddetto dialogo inter-religioso, che si sarebbe sviluppato egli anni seguenti; senza di essa, eventi come gli incontri di preghiera inter-religiosi di Assisi, iniziati alla metà degli anni ’80 su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio, sarebbero stati difficilmente immaginabili. Ma che cosa significa, esattamente, dialogo inter-religioso?
La Chiesa antecedente al Concilio, la Chiesa di Pio XII, ad esempio, era meno cristiana, meno cattolica, più lontana dal vero, visto che, a quel tempo, sarebbe stato impensabile che esponenti e fedeli della Chiesa cattolica si incontrassero abitualmente con esponenti del giudaismo, dell’islam, del buddismo, e perfino delle religioni dei nativi d’America, per pregare ciascuno il proprio Dio e invocare la fratellanza e la pace? Oppure essi pregano lo stesso Dio? Ma, in tal caso, è indifferente essere cristiani, o giudei, o islamici, o buddisti, o praticare lo sciamanismo? E la Chiesa odierna, la chiesa di papa Francesco, è più nel giusto, è più nel vero, è più fedele al Vangelo di quanto non lo fosse quella di Pio XII? Non serve rispondere che una certa evoluzione è normale, nella vita di una religione. Qui stiamo parlando di teologia: la quale ha a che fare con l’eterno, non col transitorio.
Perciò, ripetiamo la domanda: che cosa significa “dialogo inter-religioso”? Significa che non vi sono differenze di fondo, realmente sostanziali, fra tutte le religioni esistenti? E, in tal caso, che senso avrebbero le parole di Gesù Cristo: Io sono la via, la verità e la vita? Oppure quelle altre sue parole: Andate e predicate il Vangelo per tutta la terra: chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato? Sappiamo che il parlare di Gesù era sobrio e pregnante: Sì, sì, e no, no: assurdo pensare che i suoi discorsi avessero una funzione retorica, specialmente su materia di così decisiva importanza, la salute dell’anima. Gesù Cristo, per i cristiani, è venuto precisamente per la salvezza delle anime; è folle e sacrilego anche solo immaginare che le sue parole, su tale materia, non debbano essere prese estremamente sul serio, così come egli le ha pronunciate. Gesù, per i cattolici (e fino a prova contraria: ma proprio a questo mirano certe tendenze neomoderniste) è il Figlio di Dio, la seconda Persona della santissima Trinità; dunque, Egli è la Verità, e non si può pensare che in Lui vi sia ombra di menzogna, errore o inganno. La sua Parola è per sempre: da essa non cadrà neppure uno iota.
Come va, allora, che, a partire dal Concilio Vaticano II, ci sono tanti teologi, tanti vescovi e tanti sacerdoti, che si sentono in diritto di cambiare ogni cosa, dalla liturgia alla pastorale, dal catechismo ala stessa dottrina e perfino (anche se non osano dirlo apertamente, per adesso) i dogmi, proprio come farebbe un erede che, venuto in possesso dei beni del caro estinto, non esiti un momento a buttar giù case, rifare tutto dalle fondamenta, vendere, investire, come se non avesse atteso altro? E come va che si dà tanta importanza alla figura del papa, ora che sul soglio di san Pietro siede un papa di tendenza progressista, mentre era stato ferocemente osteggiato il suo predecessore, fino a costringerlo a dimettersi? Quasi che la Chiesa cattolica sia una cosa sua, e lui abbia il potere e il diritto di cambiarla secondo i suoi convincimenti (Ecco come cambierò la chiesa, aveva annunciato in una famosa, o famigerata, intervista al sommo pontefice della religione massonico-gnostica, Eugenio Scalfari, che venne subito sbandierata in prima pagina dal suo organo di stampaLa Repubblica, tanto caro a tutti coloro i quali detestano la Chiesa di Gesù Cristo, disprezzano il cattolicesimo e vorrebbero vederli, l’una stravolta secondo i loro disegni e i loro gusti, l’altro distrutto e cancellato, se possibile, perfino dalla memoria degli stessi fedeli. La Chiesa cattolica non appartiene forse a Gesù Cristo? Non è Lui, e Lui soltanto, il suo capo, il suo ministro, il suo modello e il suo ispiratore? Pure, dal Vaticano II in poi, si direbbe che un’altra mentalità sia entrata nella Chiesa, si sia diffusa a poco a poco, e abbia finito per predominarvi ed improntarla: quella del pensiero liberale e democratico, secondo la quale il valore più importante di tutti è la libertà dell’individuo, anzi, le libertà dell’individuo (ma se sono al plurale, già questo fatto tradisce che non si tratta della “vera” libertà), e che la vita della Chiesa e tutto quel che vi si riferisce, liturgia, pastorale, Magistero, dogma, può e deve essere modificato in base al “sentire” delle varie epoche storiche, e, nel caso presente, al sentire della modernità; e ciò, appunto, nel più “limpido” e democratico dei modi, ossia a colpi di maggioranza.
Prendiamo il caso del tanto strombazzato dialogo inter-religioso. È tutto oro, quel che luccica? Che cosa si intende, esattamente, allorché si adopera una simile espressione? Cinquant’anni fa, non esisteva neppure nel vocabolario; ora si direbbe che la Chiesa non possa farne a meno, e che un cattolico dovrebbe vergognarsi di non tenerla costantemente in cima ai suoi pensieri. Ma si tratta di un dialogo fra il cattolicesimo e il giudaismo, l’islamismo, eccetera, in quanto, appunto, religioni diverse, oppure fra singoli cattolici, giudei, islamici, eccetera, in quanto persone di buona volontà? Perché non vi  è dubbio che un cattolico possa essere amico di tutti, avere stima di tutti, e così via; ma certo non può relativizzare la propria fede, non può porla sullo stesso piano delle altre fedi, non può attribuirle una importanza soggettiva, o un valore di verità parziale. Come persona, il cattolico stima e rispetta qualunque altra persona di buona volontà; ma come seguace di Gesù Cristo, non pensa affatto che la sua fede sia intercambiabile con quella di un giudeo, di un islamico, di un buddista. Oppure no? Oppure, per un cattolico progressista, le cose stanno proprio così, e il fatto di essere cattolico, o protestante, o giudeo, o islamico, dipende solamente dal caso, dalla circostanza fortuita di esser nato in un Paese a maggioranza cattolica?
Vediamo. Il testo-base del dialogo inter-religioso, come si è visto, è la dichiarazione Nostra aetate; e, di essa, il nucleo dedicato al rapporto col giudaismo. Perciò si tratta di vedere in che maniera sia concepito ed esposto il dialogo col giudaismo, per comprendere cosa vi si intenda per dialogo iter-religioso. Ed ecco cosa dice il quarto capitolo di quel documento, dedicato, appunto, al giudaismo (da:I documenti del Concilio Vaticano II, Milano, Edizioni Paoline, 2002, pp. 576-578):

Scrutando il mistero della Chiesa, il sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo.
La Chiesa di Cristo infatti riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti.
Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nel’esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell’Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua infallibile misericordia, si è degnato di stringere l’Antica Alleanza, e che essa si nutre dalla radice dell’ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell’ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo, nostra pace, ha riconciliato gli ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell’apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: “ai quali appartiene l’adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne” (Rm 9, 4-5), figlio di Maria Vergine. Essa ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamento e colonne della Chiesa, e così quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato asl mondo il Vangelo di Cristo.
Come attesta la sacra Scrittura, Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata; gli Ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione. Tuttavia secondo l’Apostolo gli Ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e “lo serviranno sotto lo stesso giogo” (Sof 3, 99).
Essendo perciò tanto grande il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei, questo sacro Concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro la mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici e con un fraterno dialogo.
E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato  né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo.
E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della parola di Dio non si insegni alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo.
La Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell’antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque.
In realtà il Cristo, come la Chiesa ha sempre sostenuto, in virtù del suo immenso amore, si è volontariamente sottomesso alla sua passione e morte a causa dei peccati di tutti gli uomini e affinché tutti gli uomini conseguano la salvezza. Il dovere della Chiesa, nella sua predicazione, è dunque di annunciare la croce di Cristo come segno dell’amore universale di Dio e come fonte di ogni grazia.

Che dire di questa impostazione del rapporto fra cattolicesimo e giudaismo? Sembrerebbe scaturire dalla miglior buona volontà, e nutrirsi dei più ammirevoli sentimenti di fraternità umana e di umano rispetto. Tuttavia, come molti, troppi documenti del Vaticano II, sembra percorsa, nello stesso tempo, da una sottile ambiguità, che rende possibile una lettura molto estensiva delle sue intenzioni, al punto da poter giustificare una svolta teologica radicale, del tutto contraria alla Tradizione cattolica. Tanto per cominciare, si confonde (deliberatamente?) l’antisemitismo religioso con quello biologico, fin dall’inizio, dal momento che non si parla del giudaismo come religione, ma dei Giudei come popolo; concetto ribadito numerose volte, per cui non può trattarsi di una svista. Eppure, per aderire al giudaismo, era sufficiente sottoporsi alla circoncisione e accettare la Legge mosaica; non era necessario appartenere biologicamente al popolo eletto. Inoltre, la mancata distinzione tra le due forme di antisemitismo può generare sensi di colpa ingiustificati nei cattolici, perché tende a metterli sullo stesso piano della politica hitleriana. I cattolici erano “antisemiti”, nei secoli passati - se proprio vogliamo adoperare questa espressione - nella stessa misura, uguale e contraria, in cui gli Ebrei erano “anticristiani”: esisteva una reciproca insofferenza, aggravata, come è noto, da ragioni economiche e sociali, nelle quali l’esercizio dell’usura da parte degli ebrei stabilitisi in Europa non aveva una parte secondaria. La Chiesa cattolica, in quanto istituzione, non è mai stata, però, antisemita: ed è noto che i papi, nel Medioevo e anche nei secoli seguenti, hanno sempre svolto opera di protezione nei confronti della comunità giudea di Roma, e anche di altri luoghi sui quali avevano giurisdizione o influenza, nei momenti in cui la popolazione cattolica era maldisposta contro di esse. E comunque, se proprio vogliamo rievocare la radici dell’antisemitismo religioso, non si può tacere il fatto che il Sinedrio di Gerusalemme e le autorità giudaiche non solo vollero fortemente la morte di Gesù Cristo, eseguita materialmente dal procuratore romano, ma perseguitarono a morte, fin dall’inizio, la Chiesa cristiana, adoperandosi poi per secoli, presso gli imperatori, e anche presso potenze straniere, come i sovrani sassanidi, di religione zoroastriana, e infine presso i conquistatori musulmani della Palestina, della Siria e dell’Egitto, affinché i cristiani ricevessero il trattamento più duro possibile, e, in parecchi casi, affinché venissero passati a fil di spada, senza distinzione di età o di sesso. Tanto andava precisato per il passato, facendo notare che le ragioni e i torti sono stati, comunque, da entrambe le parti: a meno, appunto, di addossare, e sia pure implicitamente, la persecuzione hitleriana alla religione cattolica o alla cultura cattolica, il che è storicamente insostenibile e assurdo.
Quanto al problema dell’apostolato cattolico nei confronti del giudaismo e delle altre religioni: che significato ha, dopo aver ricordato che Dio non si pente d’aver stretto l’Antica Alleanza con il popolo ebreo, dichiarare – citando il profeta Sofonia - che la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e “lo serviranno sotto lo stesso giogo? Qui bisogna essere chiari. Prima del Concilio Vaticano II, la Chiesa cattolica pregava per la conversione dei Giudei: Oremus et pro perfidis Judaeis; ora quella formula è sparita. Si trattava di una preghiera discriminatoria? O forse non piaceva l’espressione “perfidi Giudei”? E sia: ma perché abolire la preghiera per la loro conversione? Per timore d’offendere la loro suscettibilità? Eppure, nel Talmud, essi lanciano contro i cristiani infinite maledizioni; e qui non si trattava di maledizioni, ma dell’auspicio affinché riconoscessero Cristo come il Messia da loro tanto atteso. Chi ama qualcuno, desidera la sua salvezza; e, se viene a conoscenza di ciò che la rende possibile, desidera che tale conoscenza si estenda anche alle persone care. Vi è dunque qualcosa di sbagliato nel fatto che i cristiani preghino per la conversione dei Giudei? L’espressione la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce è ambigua, generica e un po’ gesuitica: si stava parlando dei Giudei, perché ora si devia il discorso su un piano universale? Ciò è teologicamente giusto, ma incongruo in quel contesto specifico. E poi, che vuol dire “attendere”? Che si può sperareche la conversione dei giudei arrivi, ma non si può pregare per essa? E che significa evidenziare che Dio solo conosce quel giorno? Che a Lui spetta l’onere di farli convertire? Strano: risulta che Gesù non ha detto ai suoi apostoli: Aspettate che tutte le genti si convertano al Vangelo, ci penserà il Padre mio; ma ha detto: Andate fino agli estremi confini del mondo, predicate il Vangelo a tutte le genti e battezzate nel mio nome.
Non solo. Per dialogare con qualcuno, bisogna che anche costui abbia voglia di dialogare con noi: altrimenti non sarà un dialogo, ma un monologo. I giudei, gli islamici e i seguaci delle altre religioni, desiderano dialogare con i cristiani? Oggi, ma anche ai tempi del Vaticano II, molti cristiani sono perseguitati, nel mondo, a motivo della loro religione; non ci risulta che essi, a loro volta, stiano perseguitano alcuno; semmai, si adoperano per la pace. Quando i padri conciliari decisero ch’era giunto il tempo del dialogo, si resero conto che non esiste dialogo se non vi è una sincera volontà di deporre l’astio e l’inimicizia da entrambe le parti? Mentre si profondevano in attestazioni di stima e di fratellanza per i giudei, gli islamici, i buddisti e tutti gli altri, avevano ricevuto un sia pur minimo segnale di stima e di fratellanza, o lo hanno ricevuto in seguito? Se i cattolici hanno chiesto perdono, per bocca di Giovanni Paolo II in particolare, ai fedeli delle altre religioni, questi ultimi hanno mai chiesto perdono ai cristiani? Eppure, dall’India alla Nigeria, dalla Siria alle Filippine, è il sangue dei cristiani che viene versato abbondantemente. Nondimeno, il dialogo inter-religioso va avanti. E va così avanti, che il papa Francesco si rifiuta di nominare il terrorismo islamico; anzi, l’unica volta che lo ha fatto, dopo il barbaro assassinio di un prete francese mentre officiava la santa Messa, è stato per equipararlo alla violenza di quei cattolici che uccidono la moglie o la suocera in un impeto di gelosia. Dire che tutto ciò è sconcertante, sarebbe ancora poco. Una religione, per sopravvivere, deve credere in se stessa; deve essere fiera di sé; deve essere animata da zelo apostolico, cioè da autentico spirito missionario. Niente di diverso dal mandato di Gesù Cristo: andate e annunciate il Vangelo a tutte le genti. Se la Chiesa vi rinuncia, se si auto-mortifica per una forma di rispetto malinteso verso le altre religioni, tradisce il proprio mandato e si avvia al suicidio. Così come gli Europei si stanno suicidando perché non credono più nella vita e non fanno più figli, o perché angosciati dal futuro, o perché sprofondati nella lussuria, avendo separato il piacere sessuale dalla fertilità, così i cattolici vanno verso il suicidio della loro religione,  non per altra ragione che la perdita della fede: e ammantano ciò con formule pretenziose, come il dialogo inter-religioso. Così, mentre essi disarmano, altre religioni dilagano, e li sommergeranno... 

Ma cosa significa dialogo inter-religioso?

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10443:coseil-dialogo-interreligioso&catid=114:civiltaoccidentale&Itemid=145



I francescani di Lahore festeggiano il compleanno di Maometto (Video)

Kamran Chaudhry
Lahore (AsiaNews) – I frati francescani di Lahore hanno festeggiato il compleanno del profeta Maometto insieme ad alcune famiglie musulmane. La celebrazione interreligiosa si è svolta ieri presso il “Dar ul Naeem”, centro di formazione dei francescani, momento durante il quale le due comunità religiose si sono anche scambiate gli auguri di Natale. P. Jamil Albert, coordinatore del Justice Peace and Integrity with Creation (Jpic), afferma ad AsiaNews: “È la prima volta che invitiamo tutti a condividere le feste dell’Eid Milad-Un-Nabi [nascita di Maometto, ndr] e del Natale. Per noi gli imam sono molto più che semplici amici. In molti si sono presentati, nonostante tra le sette islamiche ci fosse disaccordo sul fatto di osservare o meno tale giornata. La celebrazione del compleanno del profeta in una casa cristiana sarà di esempio e ispirerà l’intero Paese”.
La cerimonia è iniziata con la recita di brani tratti dai libri sacri di entrambe le religioni. Alcuni religiosi islamici hanno offerto la preghiera della sera nella cappella del centro francescano. Poi sono stati intonati canti natalizi e i naats (canzoni di lode a Maometto) ed in seguito cristiani e musulmani hanno condiviso la cena. I festeggiamenti sono terminati con il taglio di una torta, donata dai musulmani.
Secondo p. Babr John, parroco della chiesa di Saint Mary a Jamke Cheema, nella provincia del Punjab, si è trattato di un “momento sacro. Io vivo in un villaggio affollato, dove è difficile distinguere le decorazioni sulle case dei cristiani e dei musulmani. Questo è un bellissimo riconoscimento”.
Egli ha parlato anche della necessità di incoraggiare la tolleranza e condannare l’estremismo. Programmi simili si stanno svolgendo in tutto il Pakistan, dove con l’avvicinarsi del Natale le strade si riempiono di colori e gente festosa.
A proposito dell’invito dei francescani, molti musulmani hanno apprezzato il loro gesto. Altaf Tariq, del consorzio Punjab AIDS, sostiene: “Questa è la prima volta che la mia famiglia assiste ad un evento in un luogo cristiano. I bambini erano eccitati alla vista dell’albero di Natale decorato. La mostra renderà più profonda la comprensione delle altre religioni, e questo è l’unico modo per scampare all’incessante guerra tra le sette”.

“Ogni persona – conclude – concorda sulla grandezza del profeta. Allo stesso modo noi rispettiamo il Principe della pace. Anche per noi il Natale è una cosa importante”.

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