ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 10 dicembre 2016

Istruzioni come i bugiardini?


Seminaristi omosex, sacerdozio vietato
Papa Francesco conferma le vecchie disposizioni

La nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, promulgata dalla Congregazione per il clero e approvata dal Papa, conferma quanto già stabilito nel 2005: la tendenza omosessuale "profondamente radicata" rappresenta un disordine oggettivo di carattere psicologico che la rende incompatibile con l'Ordine sacro. Duro colpo per teologi e preti secondo i quali basta mantenere il celibato.

«L’idea che i gay non possono essere buoni sacerdoti è stupida, umiliante, ingiusta, e in contrasto con i fatti», lo scrive il gesuita padre Thomas Reese sul National Catholic Reporter, dopo che nei giorni scorsi è stata pubblicata la nuova Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, promulgata nella Solennità dell’Immacolata Concezione.
Il nuovo documento mette a tema la formazione dei sacerdoti, rinnovando le vecchie regole che risalivano al 1970, anche se già emendate nel 1985. Con la firma dell’attuale prefetto del Clero, il cardinale Beniamino Stella, il testo, che non piace al gesuita d’oltreoceano, ribadisce quanto già indicato precedentemente, ossia che le persone omosessuali che si accostano ai seminari non possono essere ammesse al sacerdozio.
In particolare, il documento approvato da Papa Francesco riporta quanto indicato da una precedente istruzione che risale al 2005 e che specifica chiaramente come «la Chiesa, pur rispettando profondamente le persone in questione, non può ammettere al Seminario e agli Ordini sacri coloro che praticano l'omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono la cosiddetta cultura gay».
E’ precisamente contro questo passaggio che si sviluppa l’analisi del padre Reese, il quale sostiene che una corretta formulazione di questo passo avrebbe dovuto riguardare anche gli eterosessuali che si accostano ai seminari. Scrive, infatti, che il problema è sulla capacità o meno di vivere il celibato, e ciò, dice Reese, vale anche per gli eterosessuali. Il punto è che la Ratio pubblicata nei giorni scorsi indica che le persone omosessuali «si trovano, infatti, in una situazione che ostacola gravemente un corretto relazionarsi con uomini e donne». Inoltre, rileva che occorre tenere conto delle «conseguenze negative che possono derivare dall’Ordinazione di persone con tendenze omosessuali profondamente radicate». Infine, last but not least, c’è il riferimento chiaro all’incompatibilità con il sacerdozio per coloro che “sostengono” la cosiddetta “cultura gay”, elemento che contrasta fortemente con una certa corrente di pensiero, forte anche in seno alla Chiesa, che, invece, sembra essere molto aperta a questo tipo di cultura.
All’orizzonte c’è il Catechismo della Chiesa Cattolica che al paragrafo 2357 dice chiaramente che gli atti omosessuali contrastano con la legge naturale e sono «oggettivamente disordinati». Come spiegava Benedetto XVI nel libro intervista Luce del mondo, «sarebbe un grande pericolo se il celibato divenisse motivo per avviare al sacerdozio persone che in ogni caso non desiderano sposarsi, perché in fin dei conti anche il loro atteggiamento nei confronti dell’uomo e della donna è in qualche modo alterato, disorientato, ed in ogni caso non è in quell’ordine della creazione del quale abbiamo parlato».
Nonostante il padre Reese auspichi un colossale coming-out di preti omosessuali, che a suo dire sono stimabili dal 20 al 60%, la questione appare più complessa del semplice rispetto del celibato. L'ammissione al sacerdozio infatti richiede una grande solidità psicologica e affettiva, che è per sua natura incompatible con tendenze omosessuali «profondamente radicate», come del resto indica il Catechismo. D’altronde, come si legge nelle regole appena rinnovate, «compete alla Chiesa – nella sua responsabilità di definire i requisiti necessari per la ricezione dei Sacramenti istituiti da Cristo - discernere l'idoneità di colui che desidera entrare nel Seminario».
Alla luce di queste considerazioni, e di questi documenti, è interessante sottolineare che il divieto di diventare sacerdote si estende a quanti, non necessariamente con tendenze omosessuali, «sostengono la cosiddetta cultura gay». Cosa si intende per cultura gay? Il documento non lo specifica ma pare ovvio che - proprio per quanto osservato sopra - ci si riferisca a chi ad esempio sostiene la sostanziale equivalenza tra l’orientamento eterosessuale e quello omosessuale, una convinzione che poi risolve la questione del sacerdozio esclusivamente nella capacità di vivere il celibato: capacità pur necessaria, ma che evidentemente non è decisiva.
di Lorenzo Bertocchi10-12-2016 

http://www.lanuovabq.it/it/articoli-seminaristi-omosex-sacerdozio-vietatopapa-francesco-conferma-le-vecchie-disposizioni-18318.htm

Omosessualità, la schizofrenia della Chiesa                                 

La conferma delle indicazioni già note – cioè il divieto di sacerdozio per chi ha tendenze omosessuali profondamente radicate ma anche per chi sostiene la cultura gay – più che rassicurare fa emergere la schizofrenia in materia che caratterizza la Chiesa oggi. Pur tralasciando la non irrilevante realtà di preti e monsignori che purtroppo assecondano certe tendenze, non si può non vedere che negli ultimi decenni si è fatto strada nei seminari e nelle facoltà pontificie un magistero parallelo che pretende di considerare l’omosessualità una normale variante dell’orientamento sessuale.

E negli ultimi tempi tale prassi si è fatta sempre più palese, conquistando apertamente spazio sui media cattolici ufficiali, oltre che essere venuta allo scoperto nel doppio Sinodo dedicato alla famiglia. Avvenire e Tv2000 – come del resto abbiamo fatto notare diverse volte – guidano da tempo il treno catto-gay. Ed è evidente che non potrebbero farlo senza una precisa volontà dell’editore, che è la Conferenza episcopale italiana nella persona di monsignor Nunzio Galantino, lui stesso presentatosi come l’autore del piano editoriale dei media Cei.
Tanto per fare un ulteriore esempio basta sfogliare l’ultimo numero dell’inserto mensile “Noi - famiglia e vita”, dove un grande spazio è dato alla valorizzazione dei gruppi cristiani Lgbt. A parlarne è il gesuita padre Pino Piva, che ormai è un punto di riferimento fisso per Avvenire e Tv2000, colui che detta la linea.

Come nel miglior stile clericale si gioca sull’ambiguità di parole come "accoglienza" e "ascolto", e per fare questo si dipinge una Chiesa che nel passato non ha mai voluto ascoltare né accogliere: una chiara menzogna, che non trova riscontro né nei documenti ufficiali né nella prassi quotidiana; lo possono dimostrare migliaia di sacerdoti che nel loro ministero si sono trovati molte volte ad ascoltare e accompagnare persone con tendenze omosessuali.

Ciò che invece padre Piva e chi guida Avvenire e Tv 2000 vuole non è l’accoglienza delle persone ma la legittimazione di uno stile di vita. Si ricorderà come a Tv2000 lo stesso padre Piva portò esperienze di coppie omosessuali, così come tutti possono verificare come durante il dibattito sulla legge Cirinnà, Avvenire ha difeso a spada tratta la legittimità di riconoscere le unioni omosessuali (seppure da non definire famiglia) come portatrici di un incremento di solidarietà nella società. Lo dimostra inoltre anche il fatto che in tutta questa valorizzazione di cammini pastorali per persone Lgbt vengono ignorate dalla Cei le esperienze che accompagnano davvero le persone con tendenze omosessuali secondo il giudizio della Chiesa (vedi Courage e Associazione Lot). E ancora: è diventato ormai un appuntamento fisso ad Albano Laziale l’incontro annuale dei gruppi cristiani Lgbt sotto l’egida del vescovo Marcello Semeraro, segretario del Consiglio dei cardinali che affianca il Papa per la riforma della Curia.
Di pari passo si fa sempre più forte la richiesta di cambiare anche il catechismo della Chiesa laddove afferma che l’omosessualità è «oggettivamente disordinata», peraltro con nuove interpretazioni decisamente fantasiose dei passi biblici in cui si parla di omosessualità.
Questo documento della Congregazione per il Clero è dunque importante nel ribadire la verità del disegno creatore di Dio, che non è rivedibile a seconda delle ideologie di moda. Ma proprio per questo non si capisce come possa essere lasciata allora mano libera a questa tendenza catto-gay che, come abbiamo visto, è in tumultuosa crescita e ben piazzata ai vertici della Chiesa. E se ai seminaristi con certe tendenze radicate o che sono sostenitori della cultura gay (magari perché hanno seguito l’insegnamento di qualche vescovo) si deve dire di no per l’ordinazione sacerdotale, cosa si deve fare con coloro che, già sacerdoti e vescovi, presentano gli stessi problemi? E chi dovrebbe intervenire sui media Cei per correggere la rotta?
Sono domande a cui la Congregazione per il clero, se vuole essere presa sul serio, dovrebbe rispondere.
di Riccardo Cascioli10-12-2016
 
 http://www.lanuovabq.it/it/home.htm
I preti che non vivono in castità sono di grave scandalo per i fedeli. Se erano lussuriosi già durante il seminario, non dovevano essere promossi agli ordini sacri, perché non avevano una vera vocazione sacerdotale. Ecco cosa insegna in proposito Sant'Alfonso Maria de Liguori nel suo celebre libro "Pratica di amar Gesù Cristo".

S. Tommaso l'Angelico (Opusc. 17, c. 10) esorta coloro che son chiamati a vita più perfetta a non consigliarsi in ciò coi parenti, poichè in tal materia essi diventano nemici […]. Di più bisogna avvertire che siccome sta in gran pericolo di dannarsi chi per compiacere i parenti lascia la vocazione di Dio, così all'incontro mette ancora in gran pericolo la sua eterna salute chi per non disgustare i parenti prende lo stato ecclesiastico senza la divina vocazione.

Tre sono i segni con cui si conosce la vera vocazione ad un tale stato così sublime: la scienza, il fine di attendere solo a Dio e la bontà della vita. Ma parlando qui specialmente della bontà, il Concilio di Trento ha ordinato che i vescovi non promuovano agli ordini sacri, se non coloro che sono stati già provati nella buona vita […]. La ragione è addotta da S. Tommaso, perchè l'ordinando con ciascun ordine sacro vien destinato all'altissimo ministero di servire a Gesù Cristo nel Sacramento dell'altare; onde dice il santo (2. 2. qu. 184 art. 8) che la santità dell'ecclesiastico deve sopravanzare la santità del religioso [...]. E questo merito di santità il santo lo chiede prima dell'ordinazione, mentre lo chiama necessario non solo affinché l'ordinato degnamente eserciti gli ordini, ma ben anche affinché l'ordinando possa esser degnamente annoverato tra i ministri di Gesù Cristo […].

Nel mio libro di Teologia Morale (Lib. 6. c. 2. ex num. 63) io ho stesa una lunga dissertazione su questo punto, ove ho dimostrato che coloro i quali senza l'esperienza della buona vita prendono qualche ordine sacro non possono essere scusati da colpa grave, mentre ascendono a tal grado sublime senza la divina vocazione; nè può dirsi chiamato da Dio chi ascende agli ordini sacri non ancor liberato da qualche vizio abituato, specialmente contro la castità. E benchè alcuno di costoro fosse capace del sacramento della penitenza per trovarsi a quello già ben disposto per mezzo del pentimento; nondimeno non è capace in tale stato di assumere il sacro ordine, per cui vi bisogna di più la buona vita provata già prima coll'esperienza da molto tempo. Altrimenti non può essere esente dal peccato mortale, così per la grave presunzione con cui senza la vocazione s'introduce nei sacri ministeri, [...] come anche per lo gran pericolo di sua dannazione, al quale si espone in tal caso, secondo scrive il vescovo Abelly: Qui sciens, nulla divinae vocationis habita ratione — come già fa colui che prende l'ordine coll'abitudine a qualche vizio grave […]. Lo stesso scrive Soto (in 4. Sent. Dist. 2. qu. 1. n. 3) ove parlando del sacramento dell'ordine dice che la santità positiva nell'ordinando è di precetto positivo […]. In tal caso dunque, quando manca all'ordinando lo sperimento della buona vita, non solo pecca gravemente il soggetto che si ordina, ma pecca ancora il vescovo che lo promuove all'ordine sacro senza la dovuta prova per cui siasi reso moralmente certo della buona vita dell'ordinando. Pecca gravemente ancora il confessore che assolve un tal ordinando abituato, il quale senza una lunga prova di sua buona vita vuol prendere l'ordine sacro. E peccano ancora gravemente quei genitori che, sapendo la mala vita dei figli, s'impegnano a far loro prendere gli ordini sacri per fini propri di aiutar la famiglia.

Lo stato ecclesiastico non è istituito da Gesù Cristo per aiutar le case dei secolari, ma per promuovere la gloria di Dio e la salute delle anime. Alcuni si figurano lo stato ecclesiastico come fosse un officio o mestiere laicale per avanzarsi negli onori o nei beni temporali, ma errano; e perciò quando vengono i parenti ad inquietare il vescovo, affinché ordini qualcuno ignorante o di mali costumi, apportando per ragione che la casa è povera e non sanno come fare, ciò devve risponder loro il vescovo: «No, figlio mio, lo stato ecclesiastico non è fatto per aiutar la povertà delle case, ma per lo bene della Chiesa». E così bisogna licenziarli affatto, e non dare loro più orecchio; giacchè tali soggetti indegni sogliono ordinariamente esser poi la rovina non solo delle anime loro, ma anche delle loro famiglie e dei loro paesi.

E parlando di quei sacerdoti che vivono in casa propria, e vorrebbero i parenti che non tanto si applicassero alle incombenze del lor ministero, quanto ad avanzar la casa colle rendite e cogli onori, essi debbono lor risponder: [...] «Io son sacerdote, l'officio mio non è di far danari e procurare onori, nè di tenere l'amministrazione della casa, ma di star ritirato, far orazione, studiare ed aiutare le anime». Quando poi vi fosse qualche precisa necessità di aiutar la casa, deve aiutarla per quanto può, ma senza lasciare la sua incombenza principale, che è di dedicarsi alla santificazione sua e degli altri.

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