ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 9 dicembre 2016

Auxilium meum a Domino

PER INNALZARE L'ANIMA VERSO DIO

    «Levavi oculos meos in montes: unde veniet auxiulum mihi?». Per innalzare l’anima verso Dio bisogna alleggerirsi di quel che ci fa battere l’ali in basso come dice Dante: cioè tutta quella zavorra di brame e desideri terreni 
di Francesco Lamendola  




Uno dei salmi più belli della Bibbia è il 120 (121), soffuso di ardente spiritualità e di una inestinguibile sete di Dio, nonché umanissimo nel dolore e nello sconforto di chi si vedrebbe perduto, se dovesse contare  sulle sue sole forze umane. Appartiene ad un gruppo di una quindicina di salmi che sono definiti  "delle ascensioni" perché pare che venissero cantati, o recitati, dai pellegrini che si recavano al Tempio di Gerusalemme. Però, leggendolo  bene, ci si accorge facilmente che  i “monti" di cui si parla in questo salmo non sono i monti su cui sorge Gerusalemme; tutta la situazione nonsembra indicare un viaggio temporaneo, un semplice pellegrinaggio, ma qualcosa di duraturo nel tempo, una lontananza sia geografica che spirituale, per cui l'autore si rivolge a Dio con struggente nostalgia.

Per questo, fin dall'antichità, gli studiosi della Bibbia hanno pensato che i monti di cui si parla qui siano quelli del massiccio dell'Hermon, ove ha le sue sorgenti il Giordano, su, a Nord, oltre il quale vi sono le terre della Siria e della Mesopotamia superiore, dalle quali, tante volte nel corso della storia, sono scesi gli eserciti invasori degli Assiri e dei Babilonesi, apportatori di morte, rovina e schiavitù per il popolo d'Israele. Si tratta di una regione alpestre e che ha caratteri molto diversi da qualsiasi altra zona della Palestina: d'inverno le sommità scintillano al sole per il bianco strato di neve che le ricopre, e, più in basso, le acque del fiume scorrono fra le rive rocciose, ammantate da una ricca vegetazione, in un paesaggio ubertoso e verdeggiante, che non assomiglia per niente a quello delle aride, scabre montagne della Giudea.
La situazione è simile a quella di molti altri salmi: incombe sull’anima del cantore il senso di un estremo pericolo da cui essa rischia di essere sopraffatta, e la pressante richiesta di aiuto che essa scioglie verso Dio, colma di fede, di speranza e di amore. Anche qui, la piccolezza dell'uomo e la coscienza della sua fragilità si incontrano con lo splendore e la potenza di Dio, Signore del cielo e della terra e amorevole custode delle sue creature; anche qui vi è l'abbandono dell'anima a Dio, totale, incondizionato, assolutamente fiducioso, perché ciò che è impossibile all'uomo, è possibile a Lui, a patto che chi lo invoca deponga ogni stupido orgoglio e riconosca che daLui solo possono venire il bene, il soccorso e la salvezza.

Levavi oculos meos in montes: unde veniet auxilium mihi  
Auxilium meum a Domino qui fecit caelum et terram    
Non det in commotionem pedem tuum neque dormitet qui custodit te.
Ecce non dormitabit neque dormiet qui custodit Israel  
Dominus custodit te Dominus protectio tua super manum dexteram tuam  
Per diem sol non uret te neque luna per noctem 
Dominus custodit te ab omni malo custodiat animam tuam Dominus
Dominus custodiat introitum tuum et exitum tuum ex hoc nunc et usque in saeculu.

Alzo gli occhi verso i monti: / da dove mi verrà l'aiuto? / Il mio aiuto viene dal Signore / che ha fatto cielo e terra. / Non lascerà vacillare il tuo piede, / non si addormenterà il tuo custode. / Non si addormenterà, non prenderà sonno, /il custode d'Israele. /  Il Signore è il tuo custode,   /il Signore è come ombra che ti copre, / e sta alla tua destra. / Di giorno non ti colpirà il sole, / né la luna di notte. / Signore ti proteggerà da ogni male, / egli proteggerà la tua vita. / Il Signore veglierà su di te, / quando esci e quando entri, / da ora e per sempre.

Voglio levare i miei occhi ai monti: ai monti che, da sempre, in tutte le culture umane, sono il simbolo dell’elevazione dell’anima, o sono visti come la sede del divino, o, anche, come i luoghi, difficilmente raggiungibili, dell’incontro dell’uomo con il divino; perciò, “voglio levare i miei occhi ai monti” è come dire: “voglio innalzare la mia anima fino a Dio, voglio contemplarlo, voglio saziarmi del suo splendore e della sua pienezza”. L’anima è fatta per guardare in alto, per levare lo sguardo al cielo, cioè per cercare Dio. Un’anima che vive senza cercare Dio, sta sprecando la sua vita; non ha affatto compreso se stessa, da dove venga e dove stia andando.
D’altra parte, per innalzare l’anima verso Dio, bisogna alleggerirsi di quel che ci fa battere l’ali in basso, come dice Dante: cioè tutta quella zavorra di brame, desideri, timori, preoccupazioni, ansie disordinate, che ci tengono legati alla terra, ci pongono sotto il ricatto del “mondo” e delle sue dinamiche perverse: la competizione, l’invidia, la gelosia, la rabbia, la frustrazione, e una tendenza a coltivare delle aspettative sempre più grandi, mano a mano che alcune vengono soddisfatte e che altre, invece, restano deluse. L’anima umana è fatta così: se ottiene qualcosa, subito vorrebbe di più; se non l’ha, si amareggia ed escogita mille strategie per ottenerla, magari rubandola ad altri. Non si riposa mai, non si appaga di ciò che possiede, non apprezza a lungo i beni di cui dispone. E questa incontentabilità, di per se stessa, non è buona né cattiva: è cattiva se la spinge nella spirale distruttiva di una smania che non ha mai fine, di un perenne protendersi verso le cose di quaggiù, che, bramate all’inizio, presto o tardi deludono, e lasciano un senso di profonda disillusione; è buona se rivela alla coscienza la vanità di questa corsa fine a se stessa, e le socchiude la porta di più alti orizzonti, di più limpidi cieli.
Il problema è che la civiltà moderna è stata scientificamente studiata e costruita in maniera tale da rendere sempre più difficile questa operazione così semplice, in fondo, ma così necessaria: sganciarsi da tutto ciò che è pesante e che trattiene in giù, che imprigiona l’ego, che risucchia nella spirale negativa delle passioni, che dissipa irragionevolmente e inutilmente le energie interiori, e fa volare l’anima in basso, sempre più in basso, come una falena che resta catturata nel cerchio stregato d’una lampada nella notte estiva, e le gira attorno in cerchi sempre più stretti, fino a che non si brucia le ali contro il vetro surriscaldato e cade a terra morta. Tanto per cominciare, è sempre più difficile stare soli, anche volendolo; è sempre più difficile stare in silenzio, anche cercandolo; è sempre più difficile ritagliarsi del tempo per se stessi, per le proprie necessità spirituali: si è quasi spinti, proiettati dentro la folla, verso i rumori e in mezzo alla confusione. Alla fretta, alla lotta contro il tempo, contro i mille impegni quotidiani da sbrigare, le mille preoccupazioni contingenti cui rivolgere la propria attenzione, si somma il senso di colpa per le cose non fatte, o non fatte bene, per il tempo sottratto ai figli, alla moglie, al marito. C’è perfino chi dimentica il proprio bambino in automobile, sotto il sole torrido o nel gelo dell’inverno… Come se non bastasse, bisogna sempre stare sulla difensiva, perché, in quella giungla anonima che è la città moderna, si aggirano lupi, sciacalli e iene in cerca di prede da divorare: basta la minima distrazione, ed ecco si finisce in bocca a questi moderni predatori. Specialmente gli anziani sono esposti a personaggi equivoci che si presentano alla porta, sorridenti, fanno firmare delle carte misteriose dalle quali, come si scopre poi, scaturisce un impegno con una nuova compagnia telefonica, con una ditta per l’installazione di pannelli solari, per l’acquisto di nuovi elettrodomestici, per la sottoscrizione di abbonamenti a riviste. L’agguato può venire da dove meno lo si aspetta, dal telefono, per esempio, o da una navigazione in rete apparentemente innocua. Nessun volto amico tutto intorno, solo volti mercenari e sorrisi prefabbricati, maschere professionali dietro le quali si cela l’insidia, la fregatura.
In questa foresta di animali da preda e uccelli rapaci, dove nulla viene offerto gratis, neppure un bicchier d’acqua se non ci si sente bene, si è continuamente bombardati – visivamente, ma anche con gli altri sensi – da messaggi pubblicitari d’ogni genere, da promozioni commerciali mascherate, che magnificano la palestra, il solarium, la parrucchiera, il ristorante, la pizzeria, il supermercato, eccetera, tutto secondo i nostri apparenti desideri ma nulla, in realtà, secondo i nostri veri bisogni.
C’è poi il bombardamento incessante dei media, dei telegiornali, dei quotidiani, interessati a vendere le notizie, enfatizzando le più raccapriccianti e stuzzicando le pulsioni più morbose del pubblico: le tensioni internazionali, le guerre, gli scandali finanziari e mondani, i delitti della cronaca nera, e dando così l’impressione che la bontà, la pulizia, la rettitudine, non esistano; c’è la stimolazione eccessiva, ossessionante, dell’erotismo, non solo attraverso i media, il cinema, la pubblicità, ma per le strade, attraverso il modo di abbigliarsi e di muoversi delle persone in carne e ossa, tutte protese a imitare gli attori, le attrici, i sex symbol, le soubrette, le miss e imister dei concorsi nazionali e internazionali: a qualunque età, in qualsiasi luogo, in ogni momento e indipendentemente dalla propria condizione personale: ad esempio, donne incinte che scoprono il pancione; persone obese che ostentano abiti super attillati, o persone anoressiche che mettono in mostra i loro corpi cadaverici. E c’è l’offerta invasiva, debordante, di servizi d’ogni tipo, di prodotti, di corsi di lingua, di danza, di cucina, abbonamenti al teatro, offerte e donazioni pronta cassa per questa o quell’altra buona (e dubbia) causa, corsi di benessere, di spiritualità (?), di Yoga, di meditazione, di consapevolezza, di Scientology, e corsi biblici di questa o quella congregazione protestante, per aderire alla campagna per la protezione della natura o per la sensibilizzazione alla ricerca sul cancro o alla donazione di sangue e di organi, o alla raccolta di firme per petizioni comunali o referendum nazionali. E a tutto questo si aggiunga il rumore di fondo del traffico automobilistico, dei martelli pneumatici, delle sirene delle ambulanze (chi abita vicino a un ospedale sa che significhi sentirle cinquanta o cento volte al giorno, per non parlare del pericolo fisico cui viene esposto chi si trovi in strada), di partenza o atterraggio degli aerei (e chi abita presso un aeroporto sa cosa voglia dire), delle falciatrici per rasare l’erba nei giardini pubblici e privati. E ancora: l’aria irrespirabile nelle ore di punta; il pericolo di essere borseggiati, molestati, aggrediti, mentre si va a scuola, o al lavoro, o quando si parcheggia l’auto per pochi minuti davanti a un negozio, a un ufficio, o al cimitero, per portare un fiore ai propri cari defunti; il senso di ansia per la casa lasciata incustodita, quando si ci si assenta anche solo per pochi giorni, sapendo che i ladri passano a tappeto ogni città, ogni quartiere, ogni strada; il sovraffaticamento nervoso che si prova trovandosi imbottigliati nel traffico, magari tutti i giorni, per recarsi al lavoro, all’andata e al ritorno; il disagio e la rabbia che si prova nell’attraversare il proprio paese e nel vederlo popolato da personaggi equivoci, che un tempo non c’erano, da stranieri sfaccendati, da prostitute e spacciatori di ogni razza e di ogni lingua, quasi sotto il naso delle pubbliche autorità; il senso di insicurezza che provano tutti, e specialmente le donne, nel salire su certi treni, su certi autobus, su certe corriere, su cui viaggiano, senza pagare il biglietto, infastidendo il prossimo, insultando gli autisti o i bigliettai, ragazzi dall’aspetto minaccioso, forse sovreccitati da droghe o bevande alcoliche, e potenzialmente pericolosi, capaci di tirar fuori il coltello alla prima occasione.
Ebbene: per quanto difficile possa apparire, è necessario, e possibile, staccare la spina da questa realtà esterna, e raccogliersi, magari per un quarto d’ora, nella fortezza inespugnabile della propria anima; è possibile meditare e pregare, sia a casa, al mattino o alla sera, sia per la strada o sul luogo di lavoro; è possibile rivolgere i pensieri a Dio, recitare un Rosario, colloquiare con la Vergine Maria, chiedere il loro aiuto; è possibile rivolgere tutta l’anima al Creatore, riconoscersi peccatori e bisognosi del suo perdono e del suo sostegno; è possibile chiedere di essere illuminati mentre si studia, di essere protetti mentre si viaggia, di essere assistiti mentre ci si sottopone ad un esame medico. Tutte queste cose sono possibili e anche assai più facili e naturali di quel che non si creda. Ad una condizione, però: che ci si sia sbarazzati dalle richieste compulsive dell’ego; che si sia valutato il diabolico consumismo per ciò che è realmente, e si siano chiusi i conti con esso; che si spenga in se stessi la smania di apparire, e ci si concentri sull’essere: in una parola, che si rientri in se stessi, si ritorni ad un sistema di vita sano, semplice e sobrio, che si rifiutino tutti i ricatti, tutte le seduzioni, tutte le lusinghe della modernità, compresa la superbia intellettuale che pretende di guardare ogni cosa, anche le cose divine, con l’alterigia e la supponenza di una ragione fine a se stessa, che crede d’aver compreso tutto e non ha, invece, capito un bel nulla.
Ce n’è, di lavoro da fare su se stessi, per chi voglia morire all’uomo vecchio che era, inautentico, alienato e infelice, e rinascere all’uomo nuovo, illuminato dalla fede, dalla speranza e dalla carità…

«Levavi oculos meos in montes: unde veniet auxiulum mihi?»


di

Francesco Lamendola