ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 10 gennaio 2017

Buona notte!

PAPA FRANCESCO E LA SOFFERENZA

    Ma è proprio vero che il cristiano, per parlare di speranza, deve condividere l’altrui disperazione? Riflessioni sulle idee che il pontefice ha espresso in occasione dell’udienza generale del 4 gennaio 
di Francesco Lamendola  




Nell’udienza generale del 4 gennaio 2017 papa Francesco è tornato su un tema che aveva già trattato, rivolgendosi alla comunità dell’ospedale pediatrico del Bambin Gesù: la sofferenza che colpisce gli innocenti, il dolore di una madre che perde il figlio, come la Rachele dell’Antico Testamento, assurta a simbolo di tutte le madri e di tutte le persone incolpevoli che soffrono per una perdita lacerante, per un dolore straziante.
Le idee che il pontefice ha espresso in quella occasione non sono nuove, nella sua catechesi; pure, questa volta, riteniamo che abbia passato il segno. Pur senza esporsi apertamente all’accusa di eresia – accusa che, comunque, ben difficilmente gli verrà mossa, visto che si è circondato di un esercito di fedelissimi e che la sua politica consiste nell’ignorare, disprezzare o denigrare quanti criticano talune sue iniziative o affermazioni - ha trasmesso dei concetti e condiviso delle riflessioni che non sono affatto in linea con il Magistero della Chiesa cattolica, quale lo abbiamo sempre conosciuto e quale ci è stato insegnato, prima e dopo il Concilio Vaticano II: perché il Magistero non è una opinione, mutevole come tutte le opinioni, ma è l’espressione del dogma, calato nelle più varie circostanze della vita. A meno di pensarla come quel sacerdote modernista belga, che, nella veste d’ispettore scolastico, ha preso nel mirino un insegnante di religione cattolica, Arnaud Dumouch, per il suo modo troppo “tradizionale” di svolgere la sua professione, ad esempio parlando dei miracoli di Gesù e anche di quelli avvenuti a Lourdes, ed è sbottando in queste parole: Come si può ancora seguire il Magistero, oggi, dopo l’affare Galileo? Tanto per la cronaca, diremo che questo bravissimo sacerdote ha anche affermato: Lei ha insegnato che Cristo è davvero resuscitato! Ma non è che un simbolo! Lei fa dell’esoterismo! (vedi l’articolo del giornalista Marco Tosatti, disponibile in rete); e, sempre per la cronaca, aggiungeremo che il calvario dello sfortunato insegnante belga, già rettore dell’Istituto Dottore Angelico, si è concluso con il licenziamento, alla fine del 2015. La sua colpa? Aver affermato che i miracoli esistono, a cominciare a quelli di cui parla il Vangelo.
Ma torniamo a papa Francesco. Il 15 dicembre, parlando al Bambin Gesù, aveva improvvisato questo sconclusionatissimo discorso, perfino imbarazzante per la sua approssimazione teologica e per la faciloneria con la quale egli ha gettato semi di dubbio, di sfiducia, di angoscia, proprio nei figli più deboli della Chiesa, quei bambini sofferenti con le loro famiglie, che si aspettavano, semmai, parole di autentico conforto cristiano: che non è il conforto generico del mondo, ma quello basato sulla speranza e sulla fede cristiane. Si tenga presente che anche allora, come poi il 4 gennaio, Bergoglio, evidentemente sentendosi ferratissimo nella materia che trattava, si è permesso di aggiungere al testo scritto delle considerazioni estemporanee, parlando a braccio, e, novello Amleto, quasi riflettendo a voce alta con se stesso: come se decine di occhi e di cuori non fossero stati rivolti verso di lui, il papa, il capo della Chiesa cattolica e il vicario di Gesù Cristo sulla terra, per ricevere la Parola divina che li avrebbe sollevati nelle loro tribolazioni.

Perché i bambini soffrono? Non c’è risposta. Soltanto guardare il Crocifisso, lasciare che sia Lui a darci la risposta. […] Tu potrai dirmi [pessima abitudine, per un predicatore, e tanto più per un papa, adoperare il “tu” colloquiale, come un qualsiasi imbonitore da fiera; ma a ben altro ci stiamo abituando, e non solo sul piano della forma]: “Ma lei, Padre, non ha studiato teologia?”. “Sì!”. “E ha letto libri su questo?”. “Sì! E la risposta non c’è! Guarda il Crocifisso: soffre e piange, e questa è la nostra vita [ma dove ha letto che il Cristo, sulla croce, piangeva?; non sui Vangeli canonici, questo è certo]. Io non voglio vendere ricette che non servono [carino, questo paragonarsi a un venditore di ricette, e sia pure per rivendicare la sua integrità di venditore onesto], questa è la realtà: il pianto, il dolore come Gesù in croce. Piangere con lui, con lei [chi? La Madonna?], soltanto questo. Perché soffrono i bambini? Una delle domande aperte della nostra esistenza: noi non sappiamo. Dio è ingiusto? Eh sì! è stato ingiusto con suo Figlio, lo ha mandato in croce! [e queste sarebbero le parole, non diciamo di un papa, ma di un prete che ha studiato teologia? Ci domandiamo in quale seminario Bergoglio abbia imparato una dottrina del genere]. Eh, se seguiamo questa logica, dobbiamo dire questo? [e qui scaglia il sasso e poi nasconde la mano; è lui che insinua un dubbio atroce nella mente e nel cuore dei fedeli, l’ingiustizia di Dio, e poi rifiuta di assumersene la responsabilità.] Ma è la nostra esistenza umana, è la nostra carne che soffre, in quel bambino. E quando si soffre non si parla: si piange e si prega, in silenzio.

Ed ecco quanto ha detto papa Francesco il 4 gennaio 2017; è necessario riportare tutto il discorso, perché sia possibile farsene un’idea adeguata; chi, quel discorso, lo ha sentito dal vivo, o alla televisione, dato che è stato trasmesso in diretta, ne ha ricevuto, crediamo un’impressione ancora peggiore, perché accompagnato da un modo di parlare che voleva essere informale, magari nel senso di “più vicino al cuore della gente”, mentre è stato semplicemente sciatto, improvvisato, sgradevole per la disinvoltura con cui sono state buttate là delle frasi sconcertanti: un tono del tutto inadeguato sia rispetto alla circostanza, e al numeroso pubblico che ascoltava, sia rispetto alla posizione di chi lo pronunciava.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nella catechesi di oggi vorrei contemplare con voi una figura di donna che ci parla della speranza vissuta nel pianto. La speranza vissuta nel pianto. Si tratta di Rachele, la sposa di Giacobbe e la madre di Giuseppe e Beniamino, colei che, come ci racconta il Libro della Genesi, muore nel dare alla luce il suo secondogenito, cioè Beniamino. Il profeta Geremia fa riferimento a Rachele rivolgendosi agli Israeliti in esilio per consolarli, con parole piene di emozione e di poesia; cioè prende il pianto di Rachele ma dà speranza: Così dice il Signore: /«Una voce si ode a Rama, / un lamento e un pianto amaro: / Rachele piange i suoi figli, / e non vuole essere consolata per i suoi figli,/ perché non sono più» (Ger 31,15).
In questi versetti, Geremia presenta questa donna del suo popolo, la grande matriarca della sua tribù, in una realtà di dolore e pianto, ma insieme con una prospettiva di vita impensata. Rachele, che nel racconto di Genesi era morta partorendo e aveva assunto quella morte perché il figlio potesse vivere, ora invece, rappresentata dal profeta come viva a Rama, lì dove si radunavano i deportati, piange per i figli che in un certo senso sono morti andando in esilio; figli che, come lei stessa dice, “non sono più”, sono scomparsi per sempre.
E per questo Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore.
Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili. Questo rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così, con il pianto, con il dolore, meglio il silenzio; la carezza, il gesto e niente parole. E Dio, con la sua delicatezza e il suo amore, risponde al pianto di Rachele con parole vere, non finte; così prosegue infatti il testo di Geremia:
Dice il Signore – risponde a quel pianto: / «Trattieni il tuo pianto, / i tuoi occhi dalle lacrime, / perché c’è un compenso alle tue fatiche / – oracolo del Signore –: essi torneranno dal paese nemico. / C’è una speranza per la tua discendenza / – oracolo del Signore –: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra» (Ger 31,16-17).
Proprio per il pianto della madre, c’è ancora speranza per i figli, che torneranno a vivere. Questa donna, che aveva accettato di morire, al momento del parto, perché il figlio potesse vivere, con il suo pianto è ora principio di vita nuova per i figli esiliati, prigionieri, lontani dalla patria. Al dolore e al pianto amaro di Rachele, il Signore risponde con una promessa che adesso può essere per lei motivo di vera consolazione: il popolo potrà tornare dall’esilio e vivere nella fede, libero, il proprio rapporto con Dio. Le lacrime hanno generato speranza. E questo non è facile da capire, ma è vero. Tante volte, nella nostra vita, le lacrime seminano speranza, sono semi di speranza.
Come sappiamo, questo testo di Geremia è poi ripreso dall’evangelista Matteo e applicato alla strage degli innocenti (cfr 2,16-18). Un testo che ci mette di fronte alla tragedia dell’uccisione di esseri umani indifesi, all’orrore del potere che disprezza e sopprime la vita. I bambini di Betlemme morirono a causa di Gesù. E Lui, Agnello innocente, sarebbe poi morto, a sua volta, per tutti noi. Il Figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini. Non bisogna dimenticare questo. Quando qualcuno si rivolge a me e mi fa domande difficili, per esempio: “Mi dica, Padre: perché soffrono i bambini?”, davvero, io non so cosa rispondere. Soltanto dico: “Guarda il Crocifisso: Dio ci ha dato il suo Figlio, Lui ha sofferto, e forse lì troverai una risposta”. Ma risposte di qua [indica la testa] non ci sono. Soltanto guardando l’amore di Dio che dà suo Figlio che offre la sua vita per noi, può indicare qualche strada di consolazione. E per questo diciamo che il Figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini; ha condiviso ed ha accolto la morte; la sua Parola è definitivamente parola di consolazione, perché nasce dal pianto.
E sulla croce sarà Lui, il Figlio morente, a donare una nuova fecondità a sua madre, affidandole il discepolo Giovanni e rendendola madre del popolo dei credenti. La morte è vinta, e giunge così a compimento la profezia di Geremia. Anche le lacrime di Maria, come quelle di Rachele, hanno generato speranza e nuova vita. Grazie.

La prima cosa che dispiace è quel “buongiorno!”, un saluto completamente laico, inappropriato da parte del pontefice. Non ci meraviglia, perché fin da quando si affacciò al balcone di Piazza San Pietro, subito dopo la sua elezione, papa Francesco esordì con un “buonasera!” assai poco appropriato al suo ruolo e alla solenne circostanza, anche tendo conto dei milioni di cattolici che stavano seguendo quell’evento in diretta televisiva, quel 13 marzo 2013. A quanto pare, a lui dispiace salutare le persone con un “sia lodato Gesù Cristo”: evidentemente, lo troverebbe troppo “clericale”, e il “clericalismo, ormai lo sappiamo, perché lo ha ribadito più e più volte, è la sua bestia nera. Dove lo veda, il papa, oggi, nella Chiesa cattolica, tutto questo “clericalismo”, noi non sapremmo dire; molti se lo domandano: secondo ogni evidenza, la Chiesa sta vivendo il fenomeno opposto, quello della secolarizzazione. Ma tant’è: nessuno gli farà mai cambiar parere, né su questo, né su altro: la sua idea di accoglienza, tolleranza, ascolto e benevolenza si ferma davanti alle Mura Leonine: in Vaticano comanda lui, vuole che si sappia e non tollera la benché minima critica. Ha vissuto l’episodio della lettera coi “dubia” sulla Amoris laetitia dei quattro cardinali (che poi sono molti più di quattro, in realtà; sono decine) come un affronto personale, tanto che non si è degnato di rispondere, in compenso ha cerato di vendicarsi, ad esempio retrocedendo nella gerarchia il cardinale Burke: ha tentato di epurare l’Ordine di Malta così come aveva fatto con i Francescani dell’Immacolata (mostrando, oltretutto, di non sapere nemmeno che l’Ordine di Malta è sovrano, per tradizione secolare, per cui nessuno, e nemmeno il Papa, può mettere il becco nel suo statuto interno).
Sulla prima parte del discorso, relativa alla sofferenza di Rachele, niente da dire. Ma poi, quasi di colpo, ecco che salta fuori una stravagante affermazione: Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Papa Francesco ce l’ha fissa con il pianto, come nel caso di Gesù sulla croce; a quel che ne sappiamo, Gesù ha pianto una volta sola, per la morte del suo amico Lazzaro (Giovanni, 11, 35); non risulta che fosse facile alle lacrime, anche se aveva continuamente a che fare con la sofferenza altrui A coloro che si rivolgevano a lui per avere consolazione, per avere speranza, lui non rispondeva mettendosi a piangere. Peggio ancora, non scendeva nella disperazione, per condividerla coi disperati: ma che razza di pedagogia sarebbe mai questa? E che razza di logica c’è in questo discorso? Come si potrebbe parlare di speranza, se ci si immerge nella disperazione altrui? Niente affatto: chi deve dare speranza – e il cristiano è un uomo di speranza, altrimenti non è un cristiano – non deve condividere la disperazione (tanto più che la disperazione non può essere condivisa, essendo uno stato d’animo assolutamente personale e incomunicabile); deve essere vicino al dolore altrui, ma senza immergersi nella sua disperazione: altrimenti, da qualche bacchetta magica tirerebbe poi fuori la speranza? Il cristiano deve essere come il chirurgo: proprio per poter salvare la vita dei suoi pazienti, non può commuoversi troppo davanti al dolore dei parenti; non può perdere la sua saldezza interiore. Non può e non deve mostrarsi turbato, anche quando la situazione è molto seria: deve stare al suo posto di combattimento e infondere fiducia e coraggio negli altri, con la sua calma e con la sua compostezza. Oppure, se si preferisce quest’altro paragone, deve essere come il comandante di una nave: se la nave è in pericolo, se minaccia di affondare e i passeggeri piangono e si disperano, il capitano non deve affatto comportarsi allo stesso modo: deve tenere ben salda la testa sulle spalle, altro che disperarsi, e indicare con l’esempio della sua padronanza di se stesso, la via da tenere per contribuire alla salvezza di tutti.
Subito dopo, un’altra affermazione a dir poco discutibile: Tante volte, nella nostra vita, le lacrime seminano speranza, sono semi di speranza. Nossignore: questo non è un discorso cristiano. Per il cristiano, la speranza non viene dalle lacrime, viene solo e unicamente da Cristo; precisamente, dalla resurrezione di Cristo. Dire che la speranza viene dalle lacrime, o è una frase poetica a effetto, oltretutto bassamente demagogica, per far vedere che si è dalla parte di chi soffre (come se il capitano della nave, per il fatto di non piangere, non si adoperasse efficacemente per la salvezza della nave, con tutte le persone che ci sono a bordo, passeggeri ed equipaggio), oppure è un discorso laico, puramente umano, basato su un concetto di “speranza” che è, anch’esso, esclusivamente umano, e che non ha niente a che fare con la virtù teologale della speranza cristiana. Ma il cristiano, quando parla della speranza, è di questa che parla: della Speranza come virtù teologale; della speranza in Cristo. Come dice san Paolo (1 Cor. 15, 14 ): Se Cristo non è resuscitato dai morti, allora è vana la nostra predicazione, e vana anche la vostra fede.
Poco dopo, un’altra affermazione stupefacente e scandalosa: I bambini di Betlemme morirono a causa di Gesù. Qui Bergoglio gioca abilmente fra “causa” e “colpa”; non dice che fu “colpa” di Gesù, ma “causa”: e tuttavia, è una frase solo formalmente corretta. Quel che le manca, è la logica interna. Sarebbe come dire che il paziente è morto a causa del medico che lo stava operando: senza precisare, però, che quell’operazione era la sola speranza di salvezza per il paziente, e che il medico era bravo e coscienzioso, e ha fatto veramente del suo meglio, senza risparmiarsi in alcun modo: il paziente è morto, ma è ingeneroso e quasi beffardo dire che è morto per “causa” sua. È una mezza verità; una verità taroccata. Di nuovo, la tecnica di lanciare il sasso e nascondere la mano. Quel che è certo è che un papa non ha il diritto di esprimersi in questi termini, con questa disinvoltura, su temi così centrali per la fede cattolica. È di scandalo a chi lo ascolta; le sue parole provocano sofferenza. Possibile che non se ne renda conto? E, se lo sa, perché continua, senza mai modificare il suo stile? Bisognerebbe che qualcuno dei suoi collaboratori gli parlasse con sincerità, che gli aprisse gli occhi, anche a rischio di perdere i suoi favori: cosa improbabile, visto che Francesco ha epurato la Curia e si è circondato di servili yes-men.
Ma l’affermazione più inaccettabile è l’ultima; là dove dice che Gesù, sulla croce, ha vinto la morte; sì, ma come?, affidando a sua Madre il discepolo Giovanni, cosa che le ha donato una nuova fecondità. Straordinario: Gesù non ha vinto la morte con la sua Resurrezione, ma con l’affidamento di Giovanni a Maria (e di Maria a Giovanni, per dire il vero: ma questo, lui non lo ha ricordato). Una cosa del tutto umana, insomma. Ma il papa ci crede o no, alla Resurrezione del Nostro Signore Gesù Cristo?
Un tempo, se un prete aveva di questi dubbi, se parlava così, il suo vescovo lo mandava in ritiro spirituale, a pregare e fare penitenza in qualche convento, fin che ritrovava la fede e poteva riprendere le sue funzioni; altrimenti, avrebbe seminato confusione e amarezza fra i suoi parrocchiani, e inquinato la purezza della fede altrui, cosa assolutamente scandalosa e da evitarsi in ogni modo. Oggi, a quanto pare, uno così lo si può eleggere tranquillamente al soglio di san Pietro, lasciandolo libero di seminare ad ogni pie’ sospinto i suoi dubbi, e di esternare i suoi personali adattamenti del Vangelo alla mentalità del mondo.
Qualche cosa vorrà pur dire, a proposito di neochiesa modernista e progressista, se non addirittura di contro-chiesa gnostico-massonica… 

Ma è proprio vero che il cristiano, per parlare di speranza, deve condividere l’altrui disperazione?

di Francesco Lamendola

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