ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 2 gennaio 2017

Il segreto dell’anima umana

GRAZIA E IMPULSI DELLA NATURA

    Gli opposti impulsi della natura e della grazia si contendono il segreto dell’anima umana. Per credere nella grazia bisogna andare oltre la natura e perfino contro la natura: è un dono divino che viene concesso a chi se ne rende degno 
di F.Lamendola  




Il vero discrimine fra una vera fede in Dio e una fede vaga, condizionata, rivolta più all’uomo che al suo Creatore, è dato dal modi di porsi nei confronti dei due stati dell’esistenza: quello della natura e quello della grazia; vale a dire, quello naturale e quello soprannaturale; quello dell’uomo carnale e quello dell’uomo spirituale.
Il razionalista, il materialista, il progressista, il modernista, il cristiano che viaggia in sintonia coi tempi, che vuole “aggiornare” la sua fede, che legge il Vangelo adeguando e adattandolo alla mentalità moderna; che non vuole accettare la realtà del miracolo se non quando è proprio indispensabile, che ha in sospetto la mistica, la spiritualità, il raccoglimento, perché riserva tutte le sue simpatie all’azione sociale, all’emancipazione dei popoli e delle classi, all’abbattimento dei muri, alla lotta contro le discriminazione e i pregiudizi: ebbene, tutti costoro credono nella natura, si fidano della natura, lodano la natura, e non vogliono che essa quale criterio di verità, quale meta da raggiungere, quale principio di saggezza, di concretezza, di realismo.

Per credere nella grazia bisogna, in un certo senso, andare oltre la natura e perfino contro la natura; e non è, semplicemente, questione di opinioni, come potrebbe esserlo il fatto di scegliere di aderire al partito X piuttosto che al partito Y, ma un dono divino, che viene concesso a chi se ne rende degno; e se ne rende degno solo chi sa farsi piccolo, umile, semplice e mite, ossia solo chi abbandona la via della natura, perché è proprio della natura tendere al successo, al potere, al piacere e all’orgogliosa affermazione di se stessi. Pertanto, vivere secondo la grazia e non secondo la natura, vuol dire morire all’uomo vecchio e rinascere all’uomo nuovo, avendo il Cristo quale modello di perfezione, e il Vangelo quale costante fonte d’ispirazione.
Il cristiano non pensa che la natura sia male, ma pensa, e constata, che la natura, così com’è - ossia ferita dal Peccato originale, e non com’era originariamente - conduca verso la morte e il peccato; e che, pertanto, egli non debba vivere facendo di essa il suo principio ispiratore, né assecondandola in ogni sua manifestazione; sa che non tutti gi istinti, non tutte le pulsioni che vengono dalla natura sono buoni; e sa che esiste una opposizione di fondo tra essa e la grazia, per cui, se non sa o non vuole decidersi a fare una scelta, inevitabilmente finisce per essere un cristiano a metà, che crede e non crede, che vuol servire al tempo stesso Dio e mammona, e che vorrebbe giustificare i suoi vizi e scusare i suoi peccati con l’argomento specioso che la natura non può essere ignorata, non può essere disprezzata, non può essere sacrificata.
Quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni, in effetti, è una specie di naturalizzazione del cristianesimo, e, da ultimo, una naturalizzazione della Chiesa cattolica, o di una parte non piccola di essa. Tutti quei cattolici, quei teologi e quei membri del clero i quali non parlano mai del peccato e della grazia, non parlano mai della morte e del giudizio, non parlano mai dell’inferno e del paradiso; che magnificano le virtù naturali dell’uomo, a cominciare dalla ragione, minimizzando, al contempo, il ruolo della grazia; che parlano di Gesù come di un uomo eccezionale, e assai meno, o quasi niente, di Gesù come Figlio di Dio e come Dio egli stesso, cioè la seconda Persona della santissima Trinità; che affermano la necessità, per la Chiesa, di aggiornarsi, tenendo conto dell’evolvere del costume e della mentalità, per cui non deve esservi, in lei, una verità eterna e incrollabile, ma una verità relativa; e che, del resto, né il cristianesimo, né le altre religioni, hanno l’esclusiva della verità, per cui ciascuna di esse è solo una delle molte strade che si possono percorrere per giungere a Dio, che è la Verità: tutti costoro sono seguaci della natura e, come si vede e si comprende benissimo, seguaci del modernismo, perché ciò è esattamene quanto volevano affermare i modernisti, scomunicati da san Pio X nel 1907, e tuttavia mai rassegnati, mai sottomessi, anzi, sempre rimasti in attesa della rivincita, che ora stanno celebrando clamorosamente, perché le più alte gerarchie, gli organi di stampa, la stessa opinione pubblica sembra dar loro ragione e aver abbracciato i loro principi ed i loro punti di vista.
Vivere secondo natura è assai più comodo dal punto di vista del mondo, perché riduce al minimo i conflitti con la carne, con l’ambizione, con l’egoismo, con la mentalità del mondo: significa incontrare la comprensione e l’approvazione dei più, spianarsi la strada verso la carriera e il successo, entrare nelle grazie delle perone che contano, poter sperare nei favori di quelli che hanno il potere. Ad esempio, per un teologo progressista e modernista, significa avere la quasi certezza di pubblicare i suoi libri con una casa editrice d’un certo peso, essere invitato ai programmi televisivi nazionali, trovare spazio sulla stampa, essere intervistato, e, soprattutto, piacere alla cultura oggi dominante: in altre parole, incontrare gratificazioni, approvazione, visibilità, complimenti; attirare l’attenzione, in senso positivo; farsi un nome, una reputazione, una fama di cattolico intelligente, aperto, dialogante, misericordioso, e, nello stesso tempo, al passo con i tempi. Anche se un certo Gesù Cristo aveva preannunciato non sorrisi e complimenti, ma persecuzione e morte per i suoi seguaci: Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa  mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. […] Il fratello darà a morte il fratello e il padre il figlio, e i figli insorgeranno contro i genitori e li faranno morire. E sarete odiati da tutti a causa del mio nome… (Matteo, 10, 16-22).
Non si arriva alla vita di grazia se non attraverso una profonda conversione: un percorso faticoso e accidentato, solitario e impopolare, che diventa, però, leggero e gioioso, quando l’anima si rende conto che non dovrà fare tutto da sola, anzi, che non dovrà fare nulla da sola, perché Dio stesso si china su di essa per sostenerla, incoraggiarla, guidarla, consigliarla, confortarla. Per chi ha operato la propria conversione, la vita secondo natura perde il fascino che aveva prima: né la ragione, per se stessa, né la carne quanto ai piaceri che offre, né il successo, il potere, la gloria, nessuna di queste cose conserva il fascino e l’attrattiva da cui pareva circondata quand’era ancor vivo l’uomo vecchio; tutte si rivelano per quel che sono, illusioni e pietre d’inciampo sulla via del bene e della pace. Se vuol trovare il bene e la pace, l’anima deve smettere di inseguire tali cose e divenire bramosa solo delle cose di Dio; e, per trovarle, essa cercherà istintivamente il silenzio, il nascondimento, l’umiltà, la mitezza, la semplicità, la modestia, la luce e la bellezza interiori.                    
Vi è, a questo proposito, una profonda e sempre attuale riflessione nel capitolo LIV della Imitazione di Cristo (Milano, Edizioni Paoline, 2005, pp. 210-214):

1. Figlio, considera attentamente gli impulsi della natura e quelli della grazia: come si muovono in modo netta,ente contrario, ma così sottilmente che soltanto, e a fatica, li distingue uno che sia illuminati da interiore spiritualità. Tutti, invero, desiderano il bene e, con le loro parole e le loro azioni, tendono a qualcosa di buono; ma, appunto per una falsa apparenza del bene, molti sono ingannati.
La natura è scaltra, trascina molta gente, seduce, inganna e mira sempre a se stessa. La grazia, invece, cammina schietta, evita io male, sotto qualunque aspetto esso appaia non prepara intrighi; tutto fa soltanto per amore di Dio, nel quale, alla fine, trova la sua quiete.
La natura non vuole morire, non vuole essere soffocata e vinta, non vuole essere schiacciata, sopraffatta o sottomessa, mettersi da sé sotto il giogo. La grazia, invece, tende alla mortificazione di sé e resiste alla sensualità, desidera e cerca di esser sottomessa e vinta; non vuole avere una sua libertà, preferisce essere tenuta sotto disciplina; non vuole prevalere su alcuno, ma vuole sempre vivere rimanendo sottoposta a Dio; è pronta a cedere umilmente a ogni creatura umana per amore di Dio.
La natura s’affanna per il suo vantaggio e bada all’utile che le possa venire da altri. La grazia, invece, tiene conto di ciò che giova agli altri, non del profitto e dell’interesse propri.
La natura gradisce onori e omaggi. La grazia, invece, ogni onore e ogni lode li attribuisce a Dio. La natura rifugge dalla vergogna e dal disprezzo. La grazia, invece, si rallegra “di partire oltraggi nel nome di Gesù” (At 5,41).
La natura inclina all’ozio e alla tranquillità materiale. La grazia, invece, non può stare oziosa e accetta con piacere la fatica.
La natura mira a possedere cose rare e belle, mentre detesta quelle spregevoli e grossolane. La grazia, invece, si compiace di ciò che è semplice e modesto non disprezza le cose rozze, né rifugge dal vestire logori panni.
2. La natura guarda alle cose di questo tempo; gioisce dei guadagni e si rattrista delle perdite di quaggiù; si adira per una piccola parola offensiva. La grazia, invece, non sta attaccata all’oggi,  ma guarda all’eternità; non si agita per la perdita di cose materiali; non si inasprisce per una parola un po’ brusca, perché il suo tesoro e la sua gioia li pone nel cielo dove nulla perisce.
La natura è avida, preferisce prendere che donare, ha caro ciò che è proprio e personale. La grazia, invece, è caritatevole e aperta agli altri; rifugge dalle cose personali, si contenta del poco, ritiene “più bello dare che ricevere” (At 20,35). La natura tende alle creature e al proprio corpo, alle vanità e alle chiacchiere. La grazia, invece, si volge a Dio e alle virtù; rinuncia alle creature, fugge il mondo, ha in orrore i desideri della carne, frena il desiderio di andare di qua e di là, si vergogna di comparire in pubblico.
La natura gode volentieri di qualche svago esteriore, nel quale trovino piacere i sensi. La grazia, invece, cerca consolazione soltanto in Dio, e, al di sopra di ogni cosa, di questo mondo, mira a godere del sommo bene.
La natura tutto fa per il proprio guadagno e il proprio vantaggio; non può fare nulla senza ricevere nulla; per ogni favore spera di conseguirne uno uguale o più grande, oppure di riceverne lodi e approvazioni; desidera ardentemente che i suoi gesti e i suoi doni siano molto apprezzati. La grazia, invece, non cerca nulla che sia passeggero e non chiede, come ricompensa, altro premio che Dio soltanto; delle cose necessarie in questa vita non vuole avere più di quanto le possa essere utile a conseguire le cose eterne.
3. La natura si compiace di annoverare molte amicizie e parentele; si vanta della provenienza da un luogo celebre o della discendenza da nobile stirpe;  sorride ai potenti, corteggia i ricchi ed applaude chi è come lei. La grazia, invece, ama anche i nemici; non si esalta per la quantità degli anici; non dà importanza al luogo di origine o alla famiglia da cui discende, a meno che in essa vi sia una virtù superiore; è ben disposta verso il povero più che verso il ricco; simpatizza maggiormente con la povera gente che con i potenti;  sta volentieri con le persone sincere, non già con gli ipocriti; esorta sempre le anime buone ad ambire a “doni spirituali sempre più grandi” (1 Cor 12,31), così da assomigliare, per le loro virtù, al Figlio di Dio.
La natura, di qualcosa che manchi o che dia noia, subito si lamenta. La grazia sopporta con fermezza ogni privazione.
La natura riferisce tutti a sé; lotta per sé, discute per sé: La grazia, invece, riconduce tutte le cose a Dio da cui provengono come dalla loro origine; nulla di buono attribuisce a se stessa, non presume di sé con superbia; non contende, non pone l’opinione propria avanti alle altre; anzi si sottomette, in ogni suo sentimento e in ogni suo pensiero, all’eterna sapienza e al giudizio di Dio.
La natura è avida di conoscere cose segrete e vuol sapere ogni novità; ama uscir fuori per fare molte esperienze, desidera distinguersi e darsi da fare in modo che ad essa possa venirne lode e ammirazione. La grazia, invece, non si preoccupa di apprendere novità e curiosità, perché tutto il nuovo nasce da una trasformazione del vecchio, non essendoci mai, su questa terra, nulla che sia nuovo e duraturo.
La grazia insegna, dunque, a tenere a freno i sensi, a evitare la vana compiacenza e l’ostentazione, a tener umilmente nascosto ciò che sarebbe degno di lode e di ammirazione;infine a tendere, in tutte le nostre azioni e i nostri studi, al vero profitto, alla lode e alla gloria di Dio. Non vuol far parlare di sé e delle cose sue, desiderando, invece, che in tutti i suoi doni sia lodato Iddio, che tutto elargisce per puro amore.
4. È, codesta grazia, una luce soprannaturale, propriamente un dono particolare di Dio un segno distintivo degli eletti, una garanzia della salvezza eterna. La grazia innalza l’uomo dalle cose terrestri all’amore del cielo e lo trasforma da carnale in spirituale.
Dunque, quanto più si ritiene in freno e si vince la natura, tanta maggior grazia viene infusa in noi; così, per mezzo di continue e nuove manifestazioni divine, l’uomo interiore si trasforma secondo l’immagine di Dio.

In fondo, si tratta dello stesso concetto già espresso mirabilmente da san Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, là dove l’Apostolo contrappone la sapienza del mondo, che viene dalla carne, alla sapienza che viene da Dio, e che genera la vita nella grazia, di cui il frutto mirabile è l’uomo spirituale, emancipato dalle logiche del mondo(2, 11-15):
Nessuno può conoscere i pensieri segreti di un uomo; solo lo spirito, che è dentro di lui, può conoscerlo. Allo stesso modo solo lo Spirito di Dio conosce i pensieri segreti di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio; perciò conosciamo quel che Dio ha fatto per noi. E ne parliamo con parole non insegnate dalla sapienza umana, ma suggerite dallo Spirito di Dio. Così spieghiamo le verità spirituali  a quelli che hanno ricevuto lo Spirito.
Ma l’uomo che non ha ricevuto lo Spirito di Dio non è in grado di accogliere la Verità che lo Spirito di Dio fa conoscere. Gli sembrano assurdità e non le può comprendere perché devono essere capite in modo spirituale. Chi invece ha ricevuto lo Spirito è capace di giudicare ogni cosa, ma nessuno è in grado di giudicarlo.
La vita secondo la grazia, pertanto è la vita illuminata dallo Spirito di Dio; e il modo in cui essa si esplica non può essere capito, se non da chi ha ricevuto quello stesso Spirito, mentre, per tutti gli altri, essa è semplicemente follia. Com’è possibile, ad esempio, preferire una vita d’incomprensioni, di persecuzioni, di patimenti, di oscurità, ad una vita di gratificazioni, di piaceri, di successo e di pubblici riconoscimenti? Questo, per il mondo, è follia, perché il mondo ragiona e giudica secondo la carne; ma, secondo la sapienza che viene da Dio, non vi sono incomprensioni, o persecuzioni, o patimenti, od oscurità, che non valga la pena di affrontare, di subire, di bere sino alla feccia, per ricevere, in cambio, il fiume di luce che viene dalla grazia divina, e che trasfigura ogni cosa in senso spirituale, perfetto, incorruttibile, indistruttibile, beato.

Gli opposti impulsi della natura e della grazia 
si contendono il segreto dell’anima umana

di Francesco Lamendola

SCEGLIERE TRA BENE E MALE

    In fondo è abbastanza semplice senza tanti psicologismi: c’è chi sceglie il bene e chi il male. Gli esseri umani hanno il dono del libero arbitrio; di conseguenza ci sono persone che scelgono il bene e altre il male 
di Francesco Lamendola  




In un articolo di qualche tempo fa, Maurizio Blondet, con la consueta acutezza, riferendosi a uno degli ennesimi, atroci fatti di cronaca nera - l’assassinio gratuito e crudele di un giovane romano scelto a caso da due altri giovani in cerca di emozioni “forti” – dichiarava, già nel titolo: Hanno scelto il male: è questa l’analisi censurata. Mentre eserciti di psicologi, di sociologi, di criminologi e di tuttologi si affannano a escogitare le “spiegazioni” più improbabili e cervellotiche, il comune buon senso dovrebbe portarci a capire che la cosa, in fondo, è abbastanza semplice: la vita è un perenne campo di battaglia tra il Bene e il Male; gli esseri umani hanno il dono del libero arbitrio; di conseguenza, ci sono persone che scelgono il bene e persone che scelgono il male.
Certo, sappiamo benissimo che la cosa è “semplice” per modo di dire. Siamo anzi profondamente convinti che esiste un mistero insondabile al fondo di ogni singola anima umana, che Dio solo arriva a conoscere, mentre tutti gli altri, compresi coloro che vivono nella più stretta intimità, magari per anni e per decenni, talvolta non giungono neppure a sfiorare, né ad immaginare. Del resto, l’intera estensione del reale è un grande, immenso mistero: ogni cosa è, a ben guardare, misteriosa; il mistero non esiste solo per le menti piccole, per gli Odifreddi, per le Hack, per gli Angela. Nondimeno, dopo aver fatto questa doverosa premessa, torniamo a ripetere, e senza timore di contraddizione, che, in fondo, tutte le questioni di morale pratica sono abbastanza semplici, nella loro essenza: c’è chi sceglie il bene, e c’è chi sceglie il male. Pur vedendolo, pur comprendendolo. Socrate si sbagliava in pieno, allorché sosteneva che il bene, basta conoscerlo per desiderare di farlo; senza contare che tra le buone intenzioni e l’atto pratico c’è di mezzo il mare. Ma se anche non vi fossero ostacoli tra ciò che vorremmo fare e ciò che realmente facciano (di “credevo” e “speravo” è lastricato l’inferno, dice il proverbio), resta il fatto che  moltissime volte, diciamo pure nella stragrande maggioranza dei casi, quando gli esseri umani fanno il male, non è perché non lo avessero riconosciuto come tale, ma perché non hanno voluto resistere alla tentazione: e dunque è giusto affermare che lo hanno scelto, e che non vi sono caduti per caso.
Quella del delinquente inconsapevole è la favola bella delle anime belle, rincitrullite dalle scemenze di Rousseau sulla naturale bontà degli esseri umani. Del resto, per sincerarsene, basta fare un esperimento semplicissimo: osservare dei bambini piccoli, mentre stanno giocando, o facendo qualsiasi altra cosa, per una mezz’oretta, o anche meno. Che gli esseri umani non siano angeli, neppure nell’età “angelica”, è evidente e chiarissimo per chiunque abbia occhi per vedere e un cervello per tirare le logiche conclusioni. Infatti, Rousseau, che pure era padre, i suoi figli li metteva all’orfanotrofio: che ci pensasse la società cattiva ad allevarli (tale lui la reputava, e lo insegnava senza stancarsi mai), mentre lui era libero di scrivere le sue profonde riflessioni pedagogiche sull’educazione dei fanciulli. (Galilei, spirito più raffinato, i figli li metteva in convento, con o senza vocazione alla vita monastica: ma lui, almeno, non scriveva trattati di pedagogia; si limitava ad inseguire, con immensa ambizione e vanità, la gloria scientifica). Tuttavia, incredibile a dirsi, le strampalate elucubrazioni di questo pseudo filosofo hanno fatto colpo, non solo al suo tempo, ma anche in seguito: si può dire che Rousseau è stato il “pensatore” (ci si passi questa parola, benché totalmente inappropriata) che ha esercitato l’influsso più profondo e più durevole su tutta la cultura successiva, dalla politica alla letteratura, dalla scuola al cinema, senza, ovviamente, dimenticare gli aspetti della vita privata, come lo svago, l’amore e la pura e semplice fantasticheria.
Negli esseri umani, così come sono attualmente – vale a dire, per il cristiano, dopo il Peccato originale – esiste un lato oscuro: in tutti gli esseri umani, anche se, indubbiamente, in alcuni è più accentuato. Il mostro, in altre parole, non è necessariamente l’altro, lo sconosciuto; il mostro, più spesso, vive tra le pareti di casa nostra; il nostro potrebbe essere ciascuno di noi, se si presentassero le condizioni adatte. Prendiamo una folla pervasa da una forte emozione collettiva, di amore, ma anche di odio: ebbene, in quei momenti si rivela la natura oscura degli esseri umani: nella loro capacità di far emergere gl’impulsi primordiali più abietti e selvaggi. A ciò si aggiunga la repressione sociale, tipica della civiltà moderna: l’uomo moderno, avendo deciso di essere un angelo (vedi Rousseau), non può ammettere neanche lontanamente di esser capace di qualunque bassezza e di qualunque atrocità; pertanto, ricaccia sul fondo i suoi istinti sadici, le sue brame sessuali, la sua sete di vendetta; e, quel che è peggio, li dissimula dietro la maschera delle buone maniere. In questo, l’analisi di Émile Cioran è stata esatta: implacabile, ma esatta. Gli istinti cattivi non evaporano per il fatto di essere respinti sul fondo; fermentano, marciscono, e sono pronti ad erompere con violenza triplicata. L’uomo medievale, ad esempio, sapeva di avere in sé tali istinti, e ne chiedeva perdono a Dio; chiedeva a Dio la forza di controllarli, e si riconosceva bisognoso di redenzione; se peccava, chiamava le cosa con il loro nome: furto, il furto; adulterio, l’adulterio; omicidio, l’omicidio. Non cercava scusanti sociologiche, non invocava la seminfermità mentale, né addossava la colpa alla società cattiva, come fa l’uomo moderno.
Il risultato di questa repressione e di questa ipocrisia è una carica di aggressività maligna che può esplodere in forme devastanti, impensabili e veramente raccapriccianti. Un giovane di vent’anni – bello, sano e intelligente - può provare l’impulso di rapire, strangolare e tagliare a pezzi una bambina, poi di sventrarla e riempirla di stracci, come si fa con una bambola rotta; poi di stringerle del filo di ferro intorno agli occhi, affinché le palpebre rimangano aperte: infine di consegnarla al padre, in quelle condizioni, intascando il denaro del riscatto. E tutto questo solo per vendicarsi di quell’uomo, che, tempo prima, lo aveva fatto licenziare (a ragione). Oppure il desiderio di vendetta era stato solo un pretesto per poter dare sfogo ad una fantasia sadica e necrofila che da tempo gli ronzava nel cervello, lo affascinava, lo ossessionava? Nessuno lo saprà mai; eppure questa è una storia vera. Volesse Iddio che fosse una storia immaginaria, uscita dalla fantasia macabra di qualche scrittore di romanzi polizieschi. È la storia di Marion Parker, la vittima, una ragazzina di dodici anni, figlia di un importante banchiere di Los Angeles; e di William Edward Hickman, il carnefice, autore del delitto più orribile di tutti gli anni Venti negli Stati Uniti d’America, che si era firmato: the Fox, la volpe, alludendo alla propria astuzia e alla presuntuosa certezza che la polizia non sarebbe mai riuscita a trovarlo.
Ecco come lo scrittore Kurt Singer ha descritto, partendo dal racconto dello sventurato padre della fanciulla, quel che l’assassino aveva fatto, dopo aver rapito la piccola e averne chiesto il riscatto, in cambio del versamento di 1.500 dollari, (in: Kurt Singer, Crime omnibus. Delitti e delinquenti; titolo originale: Crime Omnibus, 1961; tradizione dall’americano di Doletta Oxilia Caprin, Milano, Aldo Martello Editore, 1962, pp. 88-89):

Mentre Parker rileggeva questi tragici biglietti [con le invocazioni di aiuto della figlia, fattegli pervenire per posta dal rapitore], squillò il telefono. Era la Volpe.
Parker non dimenticherà mai quello che gli disse:
“Mi disse di farmi trovare a Manhattan Palace. Ci andai in macchina e spensi i fari. Mi passò accanto una piccola macchina aperta, guidata da un uomo che aveva il viso nascosto da un fazzoletto. La macchina si fermò e l’uomo, con la rivoltella spianata, mi disse: - Niente tranelli. Dammi i soldi.
“Io mi informai: - Posso vedere la bambina?”.
Egli la sollevò dal sedile accanto e mi lasciò vedere la testa. Mi disse che dormiva. Io pensai che l’avesse cloroformizzata.
“Gli porsi il danaro chiedendogli: - Posso prenderla? – Lui disse: - Vado un po’ più avanti e la lascio giù perché tu possa prenderla.
“Avanzò di un centinaio di metri, depose la bambina sul marciapiede e se ne andò.
Questi sono i fatti, come li ricorda Parker, della nottata più orrenda della sua vita.
Piangendo dalla commozione, egli andò di corsa verso il fagotto lasciato a terra. Con tenerezza sollevò sua figlia tra le braccia e la scoperse.
NON ERA CHE UN BUSTO MUTILATO.
Le braccia e le gambe erano state amputate. Il busto era quasi completamente tagliato in due. Un filo di ferro sottile era avvolto intorno al collo, tanto stretto che penetrava nella carne.
Ma, ancora più spaventoso, i due capi del filo di ferro erano stati tirati su lungo il viso e sistemati in modo da tenere aperti gli occhi vitrei della morticina. La città di Los Angeles rimase profondamente turbata da questo crimine raccapricciante e fu iniziata una caccia all’uomo su vasta scala per acchiappare l’assassino, un giovane mostro con una faccia simpatica e una voce gradevole.

L’assassino fu preso in pochi giorni, in effetti: lui, che si reputava tanto intelligente, aveva commesso un errore banalissimo, che portò direttamente la polizia a casa sua. Quando lo arrestarono, non mostrò il minimo segno di emozione o di pentimento: chiese invece se in California (lui proveniva da un altro Stato, il Kansas) vigesse la pena di morte per impiccagione o mediante la sedia elettrica; e quando gli dissero che c’era la forca, tirò un respiro di sollievo. Venne impiccato, infatti, dopo un rapido processo che si concluse con la condanna alla pena più severa, nonostante un patetico tentativo dell’imputato di confondere le acque inventandosi una storia assurda. È morto così, a vent’anni, portandosi nella tomba il tremendo segreto di ciò che lo aveva spinto a compiere un delitto tanto atroce. Il procuratore distrettuale, rivolgendosi alla giuria, disse testualmente: Non è pazzo. È un mostro senza anima.
Questo mostro senz’anima si era diplomato a pieni voti alla scuola superiore di Kansas City; molto simpatico e di bell’aspetto, decisamente intelligente, avrebbe potuto avere molto dalla vita, fare una carriera brillante, formarsi una famiglia. Oppure no? Oppure un diavolo era entrato nella sua anima e lo aveva spinto a fare quel che realmente fece? I seguaci di Rousseau, i buonisti a oltranza, gli innocentisti all’ingrosso, e tutti coloro i quali, pur di assolvere gli uomini, anche i più malvagi, dai crimini più spaventosi, non esitano a rovesciare le peggiori accuse contro la “società” (come se esistesse una condizione umana valutabile al di fuori della società) non esiteranno, come hanno sempre fatto in simili casi, a invocare l’incapacità d’intendere, a tirar fuori un passato difficile, ad andare in cerca delle più inverosimili circostanze attenuanti. Ma le cose non stanno come dicono loro: la verità è che gli esseri umani sono capacissimi di fare quel che William Edward Hickman fece contro la piccola Mario Parker. Nel romanzo di Dostoevskij I fratelli Karamazov, Ivan, parlando col fratello minore Alioscia, che è stato in seminario per diventare prete, afferma di non volerne sapere di un Paradiso futuro, se il prezzo del biglietto per entrarvi consiste nell’accettare un mondo dove i bambini innocenti soffrono per la crudeltà inumana degli adulti: sostiene di voler restituire a Dio il biglietto d’ingresso, e di preferire di restarne fuori. Ma Ivan è solo un orgoglioso che non vuole ammettere che l’uomo è peccatore e che solo l’amore di Dio lo può salvare, perché, da se stesso, non si salverà mai; e che non esistono creature umane “innocenti”, neppure da bambini. Chi non conosce la storia, vera anch’essa, di un bambino che ha ucciso e sventrato la sorellina con le forbici, per vedere cosa c’era dentro? Sì: l’essere umano è capace di qualsiasi nefandezza, delle peggiori aberrazioni, se non trova l’umiltà di gettarsi ai piedi del Crocifisso e implorare il suo soccorso. E, una volta che l’abbia fatto, ecco che avviene il miracolo: da quest’uomo, in se stesso capace dell’egoismo e della malvagità più repellenti, incominciano a fluire ondate di amore, che lo mettono in grado di fare il bene, e lo sostengono nelle difficoltà, mentre si rende simile a un docile operaio nelle mani del Signore.
La mostruosità della civiltà moderna consiste nella pretesa che l’uomo possa fare, senza Dio e contro Dio, quel bene che da Lui solo può ricevere, per donarlo a sua volta, in un circuito d’amore... 

In fondo è abbastanza semplice, senza tanti psicologismi: c’è chi sceglie il bene, e chi il male

di Francesco Lamendola