ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 31 gennaio 2017

Il timbro e l'inchiostro

Intervista di Mons. Fellay all'emittente francese TV Libertes
 del 28 gennaio 2017  pubblicata il 29 gennaio 2017


GiornalistaGrazie Eccellenza, per essere venuto. Lei, dal 1994, è il Superiore Generale della FSSPX, fondata nel 1970 da Mons. Lefebvre a Friburgo, in Svizzera, paese di cui Lei è originario. La Fraternità conta oggi 613 sacerdoti, 117 frati, 80 oblati, 215 seminaristi. Nella Chiesa, lo sappiamo, ogni società religiosa ha la propria vocazione, legata ai suoi carismi di fondazione. Ricordiamo la povertà per i figli di San Francesco, lo zelo missionario per i Domenicani. Qual è, secondo Lei, la spiritualità propria della Fraternità San Pio X?

Mons. Fellay: Ebbene, la spiritualità propria della Fraternità è quella di non averne. Bisogna precisare che essa una ce l’ha, ma non è la propria, piuttosto essa si è appropriata della spiritualità della Chiesa. Dunque è molto più universale. Di che si tratta, dunque? Ecco, è la salvezza che ci viene dalla Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Dunque è il sacerdozio, poiché Nostro Signore ci salva col Suo sacerdozio, e con l’atto sacerdotale che è la Croce, dunque la Messa. E’ questa la spiritualità della Fraternità. Quindi, essa si occupa dei sacerdoti, di formare dei sacerdoti, di santificarli, e poi, dopo, si spera che essi faranno il loro lavoro.


GiornalistaUna spiritualità centrata sul sacerdozio e la Santa Messa.

Mons. Fellay: Perfettamente.

GiornalistaIl 21 novembre scorso, nella lettera apostolica Misericordia et Misera, il Papa Francesco ha rinnovato, per i sacerdoti della Fraternità, il potere di dare validamente e lecitamente le assoluzioni sacramentali. Nello stesso tempo, la dichiarazione postsinodale Amoris Laetitia, accordando a certe condizioni ai “divorziati risposati” la possibilità di accedere alla Santa Comunione, non è certo un testo che vi soddisfi. Come interpreta questi due testi, a priori, contraddittori?

Mons. Fellay: io rischio di sbagliarmi; penso che vengano da uno stesso movimento. E questo movimento è la cura del Santo Padre per i rifiutati, di tutti i confini.

GiornalistaPer le periferie.

Mons. Fellay: Ecco, per le periferie. E beninteso, noi non siamo delle periferie materiali, noi non siamo dei rifiutati, non siamo in prigione, ma siamo dei rifiutati quanto meno dalla corrente maggioritaria della Chiesa. E in questo senso, noi siamo degli emarginati. E io credo, posso sbagliarmi, ancora una volta, che questo viene da lì: da questa cura di occuparsi di queste persone che, io credo, il Papa rimproveri alla Chiesa, nel suo insieme, di aver dimenticato o messo da parte.

Giornalista: A proposito di questo testo, Amoris Laetitia, di cui abbiamo appena parlato, un certo numero di cardinali, i cardinali Burke, Brandmüller, Caffarra e Meiser, hanno rivolto al Papa ciò che si chiamano, in termini tecnici, dei «dubia», e cioè hanno posto della domande, diverse domande, per avere dei chiarimenti su questo testo. E’ da molto tempo che questo non accadeva nella Chiesa, cioè che dei vescovi interpellassero pubblicamente il Papa su un atto del magistero. Nel 1969, la riforma liturgica segnò ugualmente una rottura con la tradizione precedente. All’epoca, due cardinali si fecero avanti, i cardinali Ottaviani e Bacci, e poi, dopo aver reso noto al Sommo Pontefice le loro perplessità, rientrarono nei ranghi. Non sembra che sia esistita, da cinquant’anni, una resistenza organizzata, dei cardinali, dei vescovi, per esempio, contro le derive dottrinali, come quelle sui nuovi catechismi. Seconde Lei, i tempi sarebbero cambiati?

Mons. Fellay: C’è qualcosa che sta per cambiare, è vero. E io credo che si tratti del fatto che le cose si sono aggravate. Non tanto al livello dei principii, ma questi principii danno adesso i loro frutti, le loro conseguenze. Io non credo che noi siamo già arrivati alle conseguenze ultime, ma ciò che avviene è grave e perfino molto grave, talmente grave che un certo numero di vescovi, di cardinali, ritengono, in coscienza, di dover dire: «adesso basta!»,. Non sono numerosi quelli che si manifestano in pubblico, sono molto più numerosi, per così dire, in privato; E questo movimento aumenterà? E’ ancora troppo presto per dirlo. Io penso che bisogna sperare, io oso sperarlo, senza crederlo, che il tutto continui in questo senso, perché, veramente, le cose vanno male. E finalmente si comincia a dirlo, e sarà un’apertura per riflettere seriamente, questa volta, sulle cause e dunque sui veri rimedii.

GiornalistaNella sua conferenza in occasione delle Journées de la Tradition, l’8 ottobre scorso, a Port-Marly, Lei ha ricordato un crescendo di contatti tra la Fraternità San Pio X e un certo numero di sacerdoti e di vescovi. Malgrado ciò, non si può dire, in ogni caso, per ciò che riguarda la Francia, che i vescovi si dimostrino molto aperti nei confronti delle richieste di celebrazioni secondo la forma straordinaria del rito romano, in applicazione del motu proprio Summorum pontificum. Secondo Lei, che ha esperienza, per i suoi viaggi, dell’insieme del mondo cattolico, dell’insieme del pianeta, si tratta di una particolarità francese?

Mons. Fellay: Francamente, non lo so. C’è qualcosa, certo, i Francesi restano i Francesi…

GiornalistaAllora, questo cosa significa secondo Lei?

Mons. Fellay: Si può discutere molto e quindi porre delle domande, disputare anche, ma se si vuole parlare a livello della crisi della Chiesa, di ciò che succede, io credo che essa è veramente generale. E anche al livello delle reazioni, esse sono francamente presenti in tutta la Chiesa. Certo ci sono dei vescovi che hanno preso contatto con noi e ai quali abbiamo detto «noi siamo con voi», ma questo avviene benevolmente…

GiornalistaIn questa riflessione delle vostre relazioni con Roma, il Papa Francesco vi ha fatto la proposta di una prelatura personale per la Fraternità San Pio X. Questa situazione canonica conserverebbe una vostra totale indipendenza riguardo ai vescovi. Mons. Schneider, che era qui qualche mese fa, ha visitato i vostri seminari, vi ha esortato ad accettare questa proposta anche se è cosciente che la situazione della Chiesa non è ancora soddisfacente al cento per cento. Non c’è il rischio, col tempo, della creazione di una Chiesa più o meno autonoma, autocefala, se dovesse perdurare questa situazione, diciamo, di distanza costante da Roma, dal Papa, dalla Curia, dai vescovi? Per firmare una proposta di Roma, aspettate l’apparizione sul Soglio di Pietro di un Pio XIII, al quale noi aspiriamo, ma che non è un’ipotesi di lavoro?

Mons. Fellay: Io penso che non sia necessario attendere che tutto sia in regola nella Chiesa, che tutti i problemi siano appianati. Vi sono, tuttavia, un certo numero di condizioni che sono necessarie e per noi la condizione essenziale è la condizione della sopravvivenza. Io ho fatto sapere a Roma, senza alcuna ambiguità, che, come aveva detto Mons. Lefebvre a suo tempo, vi è una condizione sine qua non, e cioè che se la condizione non è soddisfatta, noi non ci muoviamo. E questa condizione è che noi vogliamo rimanere ciò che siamo, il che significa conservare tutti i principii che noi abbiamo mantenuti come cattolici. Noi siamo effettivamente…  noi abbiamo dei rimproveri gravi nei confronti di ciò che è accaduto a partire dal Concilio nella Chiesa, un certo numero:  la famosa questione della maniera in cui è condotto l’ecumenismo, per esempio…; quella che si chiama libertà religiosa, è un’espressione assai complicata, ma che regola, da una parte la questione delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato e poi la libertà o no da dare o a che titolo dare a ciascuno la libertà di esercitare la sua religione. Un tempo, la Chiesa spiegava che, in certe circostanze, bisognava tollerare e, oggi si può dire che, vista la situazione, i miscugli, questa tolleranza dev’essere molto ampia, ma si tollera, quando si tollera, si tollera un male, non si può dire che è un bene. E una certa religione, io credo che oggi non ci sia bisogno di dire quale, si vede che quand’essa incomincia crescere, diventa un argomento di terrore, vi è qualcosa che non funziona, dunque bisogna… guardare bene a tutto questo. E io penso che si avanzi, penso che da questo lato si avanzi nella giusta direzione, e cioè che Roma sta per avviarsi. Si tratta di qualcosa di molto recente, da due anni si può dire, che ci si dice che ci sono delle domande che sono state poste, non solo delle domande, ma anche delle proposte che sono state poste dal Concilio, che non sono dei criterii di cattolicità. Questo significa che si ha il diritto di non essere d’accordo e, tuttavia, di essere considerati come cattolici, e si tratta, precisamente, dell’insieme delle questioni sulle quali noi abbiamo disputato. Questa è una prima parte. La seconda parte: vi è un rischio alla fine di uno scisma, di stabilire una Chiesa parallela? Noi lottiamo contro di questo e io penso che, ed ho parlato di questo problema col Papa stesso, entrambi siamo d’accordo. Vi è già adesso un certo numero di disposizioni pratiche che rendono, si può dire, praticamente impossibile lo scisma; e cioè, nella pratica, negli atti di tutti i giorni, noi esprimiamo a Roma… noi dimostriamo la nostra sottomissione, che noi riconosciamo le sue autorità, e non solo nella Messa, pronunciando il nome del Papa e quello del vescovo del luogo nel Canone della Messa, ma anche … Bene, ecco, si ha l’esempio del Papa che ci dà il potere di confessare; si hanno anche degli atti giuridici, è un po’ complicato, ma può accadere che un sacerdote commetta degli atti delittuosi, noi abbiamo dei riferimenti con Roma, che ci autorizza, che ci chiede di giudicare questi casi, questa è veramente una relazione normale. Non vi è solo la confessione, vi è tutto un insieme… Quest’estate è stato confermato che il Superiore Generale può, del tutto liberamente, ordinare i sacerdoti della Fraternità senza dover chiedere il permesso al vescovo del luogo. Si tratta di un testo di Roma, che non è stato pubblicato apertamente, ma che dice che la Fraternità ordina lecitamente, perché può ordinare liberamente. Ecco gli atti già posti, che sono atti giuridici, atti canonici, che sono già in atto e che, a mio avviso, escludono già la possibilità dello scisma. Evidentemente, bisogna sempre vegliare, certo…

GiornalistaE allora, oggi, concretamente, cos’è che manca?

Mons. Fellay: Manca il timbro. E poi anche, giustamente, l’affermazione, questa volta chiara, che si rispetteranno queste garanzie.

GiornalistaE’ il Papa che può mettere questo timbro e dare queste garanzie?

Mons. Fellay: Spetta al Papa. Sì.

GiornalistaAllora, per concludere questa intervista e, forse, dare un segno di speranza, noi celebreremo quest’anno il centenario delle apparizioni di Fatima. Qual è, secondo Lei, l’attualità di questi avvenimenti, sia per la Chiesa sia per la Fraternità San Pio X?

Mons. Fellay: Più che per la Fraternità, per la Fraternità direi come conseguenza… Di Fatima noi sappiamo che vi è un segreto. Vi era un messaggio, e questo messaggio di Fatima annuncia delle cose difficili, forse terribili; una parte è conosciuta, una parte non è molto conosciuta. Ad ogni modo, alla fine, dice la Santa Vergine, «il mio Cuore Immacolato trionferà». Dunque vi è l’annuncio di una vittoria del Cielo, del Cuore Immacolato di Maria, che sarà unita ad una consacrazione della Russia, che vedrà la Russia convertirsi, dunque che ritornerà cattolica, che sarà riunificata, reintegrata nella Chiesa cattolica, si avrà un tempo di pace che verrà dato alla Chiesa. Ne deriva dunque
che il tempo di crisi nel quale ci troviamo oggi finirà. Adesso, i particolari non li si conosce, ma, evidentemente, se noi diciamo, e non siamo i soli, che vi è una crisi nella Chiesa, noi speriamo proprio in questo momento di trionfo, in cui questo momento della Chiesa passerà. Fin dove andremo con questo trambusto? Io non lo so, ma noi abbiamo questa assicurazione che, alla fine, vi sarà un trionfo. E allora, noi lo sollecitiamo con le nostre preghiere, noi sappiamo bene che questo dipende dal Buon Dio, le nostre preghiere, questo resta (il giornalista l’interrompe)

GiornalistaIn questa occasione, Lei ha indetto in particolare una crociata del Rosario

Mons. Fellay: Certo, sì, chiedendo ai fedeli, a tutti quelli che vogliono il bene, di recitare la preghiera che la Santa Vergine ci ha raccomandato, chiedendoLe precisamente che ciò che Lei ha detto si compia, cioè che arrivi questo trionfo, che questa consacrazione venga fatta, come l’ha chiesta Lei, perché si è già avuto qualcosa, vi sono stati certi effetti… E soprattutto, se si vuole, se si considerano, e non posso dilungarmi troppo, i grandi avvenimenti della Seconda Guerra Mondiale, sono dei dati della Santa Vergine. E la Santa Vergine che diceva che la pace delle nazioni doveva essere rimessa dal Buon Dio nelle sue mani. Vi è un intervento, diciamo un governo del Buon Dio sugli uomini, che è reale. E dunque, chiedere al Buon Dio che, nella Sua benevolenza, voglia esercitarlo in maniera tale che gli uomini finiscano di demolire tutto e si sottomettano al Suo giogo, perché questo può essere solo una buona cosa.
IN VISTA?
Un timbro separa i lefebvriani dalla prelatura
Manca solo il timbro per l'accordo tra Vaticano e Fraternità S. Pio X. L'ha annunciato il superiore della Fraternità fondata da Lefebvre, Fellay. L'accordo si limiterebbe al Credo e al riconoscimento della validità del novus ordo missae, lasciando il tema della libertà religiosa al futuro. I pro e i contro di un cammino che Fellay sembra disposto a voler correre. 

Manca solo le tampon, il timbro finale, e poi l'accordo tra Vaticano e Fraternità sacerdotale S. Pio X sarà cosa fatta. L'ha annunciato monsignor Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità fondata da monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991), durante un'intervista televisiva alla trasmissione “Terres de Mission” mandata in onda il 29 gennaio dalla TV Libértes.

In effetti sembra davvero la volta buona, anche se la storia dell'accordo tra Santa Sede e Fraternità insegna che occorre sempre una certa dose di prudenza. Fonti vaticane confidano alla Nuova BQ che le carte sono (quasi) pronte e davvero manca solo il timbro finale, che è nelle mani di Papa Francesco.
L'accelerazione impressa da Bergoglio ai contatti e alle discussioni che presero avvio nel 2000 per volontà di Giovanni Paolo II, è basata su di una proposta light rispetto a quella offerta sotto il pontificato di Benedetto XVI. Allora le questioni dottrinali furono pietra d'inciampo invalicabile, ora sembrano passate in secondo piano per volontà di Francesco, che tende a privilegiare l'azione e gli aspetti pastorali.
Le condizioni per l'accordo si ridurrebbero all'accettazione da parte della Fraternità della professio fidei, il Credo, e della validità dei sacramenti celebrati con la cosiddetta “nuova messa”, il Novus ordo frutto della riforma conciliare che ha seguito il Vaticano II. Sulle questioni più scottanti, quelle su cui lo stesso Lefebvre pose gran parte della sua battaglia, rimarrebbe una sostanziale e vaga apertura alla discussione. Si tratta della libertà religiosa e del rapporto tra Chiesa e Stato, più in generale tra Chiesa e “mondo”, ambiti su cui la Fraternità ha sempre fatto molte critiche a Roma. 
Secondo monsignor Fellay l'apertura di Francesco alla Fraternità S. Pio X sarebbe da inquadrare nell'attenzione che il Papa ha verso le cosiddette “periferie”. «E noi», ha aggiunto durante l'intervista televisiva, «per le grandi correnti della Chiesa siamo una periferia».
Dopo la rimozione da parte di Bendetto XVI della scomunica ai 4 vescovi ordinati da monsignor Lefebvre nel 1988 (oltre a Fellay, i vescovi Bernard Tissier de Mallerais, Alfonso de Galarreta e il controverso Richard Williamson), durante il Giubileo della Msiericordia Francesco ha concesso ai sacerdoti della Fraternità di confessare lecitamente e non solo validamente. Una concessione che è stata confermata senza alcun limite temporale con la lettera di chiusura del giubileo, Misericordia et misera.
L'inquadramento canonico offerto nell'accordo, come si dice da tempo, sarebbe quello di una Prelatura personale, un istituto giuridico ad oggi riservato solo all'Opus dei fondata da san Josemaría Escrivá de Balaguer. Si tratta di un istituto che garantirebbe ampia libertà ai seguaci di monsignor Lefevbre, in quanto non sarebbero legati a un territorio particolare, inoltre al suo capo sono riservate prerogative proprie di chi è a capo di una giurisdizione ecclesiatica.
Per monsignor Fellay «questo accordo è possibile senza attendere che la situazione sia divenuta totalmente soddisfacente nella Chiesa». Si tratta di una puntualizzazione che segna il travaglio e le lacerazioni che già abitano la Fraternità di fronte a questo accordo. Infatti, molti all'interno della comunità sacerdotale, anche laici che la frequentano, ritengono pieno di rischi e insidie l'accordo con la “chiesa di Francesco” ritenuta “ultra-conciliare”. L'esortazione Amoris laetitia e il recente incontro a Lund (Svezia), per la commemorazione congiunta dei 500 anni della riforma di Lutero, sono stati apertamente criticati (anche dallo stesso Fellay). 

Chi propende per accettare l'accordo pensa che proprio in questo tempo l'opera della Fraternità sarebbe provvidenziale per la Chiesa. Tuttavia è ragionevole attendersi che l'apposizione del famoso timbro aprirà una stagione difficile per monsignor Fellay, perché gli sarà impossibile fermare una emorragia interna di sacerdoti e fedeli verso altri lidi più o meno sedevacantisti. Ma è un rischio che Fellay sembra disposto a voler correre.