ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 31 gennaio 2017

Papi di se stessi

3 mesi fa, il 31 ottobre 2016, il papa commemorava Lutero a Lund


Dal Concilio Vaticano II (1962-1965) in poi si registra una netta e crescente volontà, da parte delle autorità cattoliche di passare, in rapporto a tutte le religioni, le ideologie, le mode del momento e le tendenze culturali, “dall’anatema al dialogo” (come recita il titolo di un libro un tempo celebre del filosofo francese Roger Garaudy).
Il Concilio stesso parla lungamente di ecumenismo tra cristiani nel decreto Unitatis redintegratio, arrivando perfino a dire, nero su bianco, che tra i beni condivisi dalle varie chiese cristiane, non esclusi dunque luterani e calvinisti, ci sarebbero niente di meno che la Scrittura e la fede (così ai nn. 3 e 23).

Esattamente il contrario di quanto afferma, lo stesso Concilio, nella Costituzione dogmatica Dei Verbum (al n. 10), in cui è detto che senza il Magistero della Chiesa e la Tradizione, non si possiede la Bibbia, se non in senso materiale. Ma comprare una Bibbia in libreria, non vuol dire avere lo spirito del testo e la sua retta interpretazione (cose decisive).

Papa Francesco evidentemente non ignora tutto ciò, ma spinto dal contesto umanistico-relativistico del mondo di oggi, è andato ad onorare e commemorare l’eretico per eccellenza, frà Martin Lutero (1483-1546) e proprio nell’anniversario dei 500 anni dallo strappo con Roma, attraverso il rifiuto pubblico delle indulgenze e del dovere di obbedienza al Pontefice. Sarebbe come se gli Apostoli, avessero deciso, mentre evangelizzavano tra mille fatiche e persecuzioni l’impero romano o il vicino oriente, di commemorare Giuda Iscariota per le sue opere. O più prosaicamente se un partito, un club o un’associazione decidesse di festeggiare colui che lo ha scassato, ne ha rinnegato la ragione sociale, lo ha distrutto per quanto possibile, calunniandolo e diffamandolo in mille modi. Lutero infatti, come insegna la storia, al di là delle eresie che ha diffuso ovunque, ha portato con sé mezza Germania e mezzo nord Europa, strappandole al papismo e al cattolicesimo comune. Ha paragonato poi le cose più sacre della religione agli escrementi, per esempio la messa definita da lui e dai suoi come una “prostituzione”. Ha favorito guerre, violenze, giustizia sommaria, ribellandosi perfino ai voti religiosi che aveva liberamente preso e facendo di tutto per abolire ogni ordine religioso (come i benedettini o i francescani, amatissimi dai vari popoli europei).
Molti libri di storia, anche scritti da non credenti, raccontano questi ed altri fatti. L’ultima efficace sintesi in proposito è forse quella di Angela Pellicciari (Martin LuteroIl lato oscuro di un rivoluzionario, Cantagalli, 2016).
Davanti quindi a gesti così inauditi di “riconciliazione”, le letture offerte dai cattolici e dai vaticanisti, ma in fondo anche dall’uomo della strada, sono state riconducibili a due: quella continuista e quella discontinuista. Per una volta sono stati i secondi, più radicali e indipendenti, a prevalere. I continuisti sarebbero coloro che vedono del gesto di Francesco nulla più che un dovere papale di cortesia ecumenica verso chiese più o meno auto-annichilitesi e ormai ridotte al lumicino. Proprio come la Chiesa riformata svedese, che conta una pratica religiosa pari forse al 3% dei cittadini della Svezia. I discontinuisti invece hanno dalla loro una serie di documenti e di testi che permettono facilmente di concludere in senso opposto. Francesco, in una data significativa per i fedeli della Riforma, è andato a Lund proprio per commemorare ed esaltare la Riforma stessa e uno dei suoi più noti artefici. Ormai posto come modello ai cattolici del mondo intero.
Infatti nel lungo testo preparatorio dell’evento, redatto dalla Commissione luterano-cattolica con il titolo Dal conflitto alla comunione (e reperibile sul sito del Vaticano), si parla a più riprese di “commemorazione della Riforma”, mostrando Lutero come un grande innovatore, non capito dalla Chiesa buia dei suoi tempi. Luterani e cattolici, dice il documento al primo paragrafo, “sono giunti a riconoscere che ciò che li unisce è più di ciò che li divide”… Matematica o fanta-teologia?
A Lund, in presenza di Francesco e di vescovi e vescovesse del luteranesimo, è stato distribuito agli astanti un libretto liturgico, in cui si ringrazia Dio dei doni avuti dal cristianesimo “attraverso la Riforma” e l’opera di Lutero.
La cosa comica o forse tragicomica è che i luterani di oggi, e non solo in Svezia, condividono ben poco del pessimismo di frà Martino, tutto a base di timore del diavolo, dell’inferno e della severa giustizia di Dio. Anzi, proprio le chiese riformate sono passate, da almeno un secolo, a posizioni a dir poco liberal in tutta la sfera morale e disciplinare (giustificando l’aborto, il divorzio, l’eutanasia, la teoria del gender, la libertà di drogarsi, etc.). Tutte cose arcinote ai capi della Chiesa cattolica (e luterana). Ma allora?
Allora, non si ha il coraggio di menzionare la semplice verità dei fatti, che è questa. Chi abbandona la Bibbia per seguire il mondo e le sue tendenze, non può pretendere di trovare l’unità in cerimonie commemorative o al ristorante di Santa Marta in Vaticano. Già nel ‘600 il grande polemista cattolico Bossuet, faceva notare che, se ognuno interpreta la Bibbia a piacimento, come insegnò Lutero, ognuno diventa papa di se stesso. E così, ovviamente, non esiste più né gerarchia, né dogmi religiosi condivisi, né alcuna unità possibile.
I luterani vivono il dramma della parcellizzazione da 5 secoli (ormai sono centinaia le chiese che si richiamano alla Riforma). I cattolici, se non colgono l’inganno, cominceranno a viverlo ora.

Enrico Maria Romano
 31 gennaio 2017

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2017/01/3-mesi-fa-il-31-ottobre-2016-il-papa-commemorava-lutero-a-lund/#more-139572

MANICARDI, NUOVO PRIORE DI BOSE: SÌ ALLA POSSIBILITÀ DI DIVORZIARE E RISPOSARSI, COME GLI ORTODOSSI

Nell’articolo del 2015 Tra un Sinodo e l'altro, la battaglia continua, il vaticanista Sandro Magister riportava la posizione del monastero di Bose riguardo alla questione della Comunione ai divorziati risposati, per bocca dell'allora vice priore della comunità Luciano Manicardi, da pochi giorni nuovo priore al posto di Enzo Bianchi:
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Il vicepriore di Bose, Luciano Manicardi, in una dotta intervista all'Osservatorio delle libertà ed istituzioni religiose, invoca che anche la Chiesa cattolica, come già fanno le Chiese ortodosse, ammetta lo scioglimento di un matrimonio e quindi la possibilità delle seconde nozze non solo per la morte di uno dei coniugi ma anche semplicemente per la "morte dell'amore”.
Ecco cosa dice sul punto il vice di Enzo Bianchi:

«Nella Relatio synodi si fa riferimento alla “diversità della disciplina matrimoniale delle Chiese ortodosse” che prevede la possibilità di nuove nozze non solo in caso di vedovanza ma anche di divorzio, accompagnate da un percorso penitenziale e, in ogni caso, non oltre la terza volta (cf. anche la Relatio ante-disceptationem 3f). Se al momento pare difficile l'importazione nella Chiesa cattolica del modello ortodosso che prevede anche il riconoscimento di giuste cause di divorzio (nel mondo ortodosso, infatti, fin dal canone 9 di Basilio di Cesarea ripreso dal Concilio in Trullo del 691-692, si prende come eccezione vera l'eccezione matteana all'indissolubilità matrimoniale che troviamo in Mt 5, 32 e 19, 9), tuttavia, dal momento che la Chiesa cattolica già prevede la possibilità di nuove nozze sacramentali in caso di morte di un coniuge, riconoscendo così un fallimento irreversibile del primo matrimonio che non infrange il principio della indissolubilità, si può pensare che essa possa giungere ad accogliere la possibilità di nuove nozze di fronte all'evidenza di fallimenti irreversibili dovuti alla morte dell'amore, alla morte della relazione, alla trasformazione della vita insieme in un inferno quotidiano. Certo, unitamente a una disposizione penitenziale e alla volontà di un re-inizio serio in una nuova unione. E questo come misura pastorale ed “oikonomica” che narra la misericordia di Dio, il suo amore più forte della morte, e va incontro con compassione all'umana fragilità. Di certo questa soluzione, prospettata da un teologo come Basilio Petrà, che stupisce di non aver visto annoverato tra gli esperti del sinodo del 2014, avrebbe conseguenze sul piano ecumenico in quanto rappresenterebbe un indubbio avvicinamento di posizioni con la prassi di altre Chiese».