ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 3 febbraio 2017

Controriforma della riforma?


“Mutuo arricchimento”

Ieri mi sono imbattuto in questo articolo, che ho trovato estremamente interessante. È stato scritto dal Padre Peter M. J. Stravinskas, fondatore e superiore della Società sacerdotale del Beato John Henry Newman, fondatore e presidente della “St. Gregory Foundation for Latin Liturgy”, fondatore e direttore della rivista The Catholic Response. Mi sembra un articolo pieno di buon senso e immune da ogni sorta di prevenzioni ideologiche. Ritengo che le considerazioni in esso contenute dimostrino, se ce ne fosse bisogno, che:


a) se è vero che il Novus Ordo (la “forma ordinaria” del rito romano) può avere dei limiti, certamente anche il Vetus Ordo (la “forma straordinaria”) non ne è esente;
b) che il Vaticano II vide giusto quando individuò tali limiti e ne indicò la soluzione;
c) che i Padri conciliari non avevano intenzione di creare un nuovo rito della Messa, né da sostituire all’antico né da giustapporre ad esso, ma solo di restaurare l’antico rito (e forse bisogna ammettere che la successiva riforma andò, in qualche misura, oltre le indicazioni dei Padri);
d) che la Sacrosanctum Concilium dovrebbe essere il punto di riferimento per la ricostituzione di un unico rito romano (obiettivo a cui dovrebbe tendere la cosiddetta “riforma della riforma”).

Alcuni dei punti qui trattati (specialmente le questioni del lezionario e del calendario), li avevo già presi in considerazione in un post del 6 marzo 2009. Ovviamente qui ci troviamo di fronte a uno studio molto piú ampio e completo, fatto da uno che conosce bene, per esperienza diretta, la forma straordinaria. Su altri punti ritengo che si possa tranquillamente discutere (p. es., alcuni aspetti della forma ordinaria, come la preghiera dei fedeli, prima di essere fatti propri dalla forma straordinaria, andrebbero radicalmente ripensati nella stessa forma ordinaria). In ogni caso, si tratta di un testo utile dal mio punto di vista per avviare una approfondita riflessione in materia.

Per tutti questi motivi, ho pensato che l’articolo meritasse una grande diffusione e perciò ne metto a disposizione dei lettori la traduzione italiana.


COME LA FORMA ORDINARIA DELLA MESSA PUÒ “ARRICCHIRE” LA FORMA STRAORDINARIA

Padre Peter M. J. Stravinskas, The Catholic World Report, 31 gennaio 2017


Nel 2007, Papa Benedetto XVI emanò il motu proprio Summorum Pontificum (SP), col quale egli ampliò il precedente indulto di Papa Giovanni Paolo II riguardante la celebrazione della Santa Messa secondo il Missale Romanum del 1962. Nella lettera accompagnatoria del Papa ai vescovi della Chiesa cattolica, egli espresse la convinzione che la disponibilità dell’antico rito (da chiamare ora la “forma straordinaria”) avrebbe permesso che la forma straordinaria e la forma “ordinaria” della Messa si “arricchissero a vicenda”. Sembrerebbe che il Pontefice avesse in mente un processo organico, dal quale sarebbe scaturita una “nuova e migliorata” forma della Messa romana. Molti sacerdoti e liturgisti hanno individuato vari elementi della forma straordinaria (FS) che sarebbero utili per sostenere la “sacralità” della forma ordinaria (FO). Quando però si passa a parlare di come la FO potrebbe influire positivamente sulla FS, non è raro constatare che si sollevino seri dubbi sul fatto che ciò possa avvenire. Questa reazione mi fa ricordare la famosa domanda retorica (e probabilmente sarcastica) di Tertulliano, quando fu sollecitato a considerare l’utilità della filosofia per la teologia: «Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme?».

Dalla promulgazione di SP, quando celebro secondo la FS, mi vengono alcune idee a proposito di eventuali adattamenti. Immagino che molte di queste mie idee fossero presenti anche nella mente dei Padri del Vaticano II, il cui primo documento fu la Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium (SC). Quel documento forní il quadro teologico per il rinnovamento liturgico, scaturito dal movimento liturgico che per quasi un secolo portò al Vaticano II. Oltre alla base teologica, i vescovi individuarono anche gli ambiti dove c’era bisogno di modifiche e sviluppi. Bisogna notare che SC ottenne un’approvazione pressoché unanime (inclusa quella dell’Arcivescovo Marcel Lefebvre). Certo, molto di ciò che venne fuori nel 1970 (e oltre) non era stato affatto previsto dai Padri conciliari.

Ciò detto, come potrebbe la FS trarre giovamento da alcuni degli aspetti piú felici della FO?

Adozione del nuovo lezionario

Molte persone non si rendono conto che prima del Vaticano II, non solo c’era un unico ciclo annuale di letture domenicali, ma non esistevaa proprio un lezionario per i giorni feriali! Di conseguenza, [nei giorni feriali] o si ripetevano le letture domenicali o si usavano quelle tratte dai “comuni” dei santi. Per cui SC chiese chiaramente un ampliamento del lezionario, nella prospettiva di fornire al Popolo di Dio una maggiore abbondanza della Parola di Dio.

La proclamazione della maggior parte del Nuovo Testamento e di vaste sezioni dell’Antico Testamento nell’attuale lezionario è uno dei risultati piú positivi della riforma liturgica postconciliare, tant’è vero che buona parte delle principali denominazioni protestanti hanno adottato il nostro lezionario.

Inserimento di nuovi formulari della Messa

Il Messale del 1970 (e successive edizioni) contiene un’abbondante raccolta di testi eucologici, scelti dal vasto repertorio liturgico della Chiesa. Molte orazioni possono vantare un’origine risalente al quarto secolo. Papa Benedetto in SP suggeriva in effetti la possibilità di integrare tali preghiere nel Messale del 1962, evidenziando in particolare il vasto assortimento di prefazi contenuto nel Messale FO (in contrasto con il numero assai limitato nel Messale FS).

Ampliare le possibilità per una celebrazione solenne

La FS ha alcune categorie chiaramente definite per la celebrazione della Messa: Messa bassa, Messa cantata, Messa solenne. La forma tipica è la Messa solenne, nella quale si dispiega l’intera gamma dei ministeri, insieme con l’incenso e il canto. La Messa bassa (che purtroppo negli Stati Uniti era l’esperienza liturgica piú familiare e comune) non aveva nessuno di questi componenti. La Messa cantata è un tentativo di avere almeno un po’ di solennità, anche senza tutti i ministri previsti.

La FO non ha categorie cosí rigide, permettendo in tal modo di adottare [di volta in volta] la maggior solennità possibile. E cosí, anche in una Messa quotidiana con il solo sacerdote celebrante, si può cantare una o tutte le preghiere e usare l’incenso. Purtroppo, tale possibilità non viene sfruttata molto frequentemente, neppure la domenica. Tuttavia, sarebbe un buon elemento da aggiungere al menú liturgico della FS.

Eliminazione dei testi recitati simultaneamente al canto

Nelle Messe cantate della FS, il celebrante è tenuto a recitare sotto voce i testi che sono cantati dal coro e/o dall’assemblea (p. es., Gloria, Credo, Sanctus). Nella celebrazione della Santa Messa, il sacerdote assume funzioni diverse: talvolta prega come uno dei fedeli; altre volte, prega in persona Christi Capitis (“nella persona di Cristo Capo”). Quando opera nel primo modo, non c’è alcuna ragione teologica perché non debba pregare il testo insieme con l’intera assemblea. Coloro che partecipano alla FS conoscono bene la stravaganza dell’attuale prassi liturgica, specialmente quando un testo richiede un gesto da parte del sacerdote (p. es. il segno della croce per terminare il Gloria o la genuflessione durante il Credo) non in sincronia con ciò che si sta cantando, dal momento che la schola/assemblea non ci è ancora arrivata.

Ripristino della processione offertoriale e della preghiera dei fedeli

Entrambi questi riti furono specificamente individuati da SC come elementi da essere ripristinati. L’enfasi qui è su “ripristinati”; a differenza di alcuni altri riti introdotti nella liturgia postconciliare, questi due possono vantare una venerabile tradizione. La “preghiera universale” del Venerdí santo è una testimonianza dell’antichità della preghiera dei fedeli. Il martire Giustino è un testimone ancora piú antico della processione offertoriale.

Rivedere il rito di congedo

Il rito di congedo della FS segue un ordine innaturale, in quanto il sacerdote congeda prima l’assemblea e poi dà la benedizione, seguita dall’ultimo vangelo. La FO ha una conclusione piú logica, in essa l’Ite, missa est è veramente l’ultima parola. Forse l’ultimo vangelo potrebbe essere conservato come un testo opzionale, dato il suo valore storico.

Spostamento della fractio

Nella FO, la “frazione del pane” avviene durante l’Agnus Dei, che è, per eccellenza, l’inno all’“Agnello immolato”. L’azione e il testo per questo rito nella FS invece non corrispondono l’uno all’altro.

Chiarire che l’omelia fa veramente parte della sacra liturgia

Togliere il manipolo e mettersi la berretta durante l’omelia (insieme con il segno di croce iniziale e finale) significa che l’omelia non fa parte della Messa; anzi, che ne è una “interruzione”. Al contrario, l’omelia è una parte essenziale della sacra liturgia. Inoltre, se cosí non fosse, allora ogni cristiano battezzato dovrebbe aver la possibilità di pronunciarla.

Mantenere l’integrità del Sanctus

Quando si cantano le Messe polifoniche, non è raro che il Benedictus sia separato dal resto del Sanctus, e sia cantato dopo la consacrazione. Si tratta, ovviamente, di una soluzione al problema creato da una esecuzione musicale che finisce per mettere in ombra la liturgia, al punto che non può essere eseguita senza creare un indebito ritardo nella celebrazione. Se una composizione musicale ha questo effetto, certamente essa ricade sotto la condanna del [motu proprio] Tra le sollecitudini di Papa Pio X. Oltre a ciò, se essa viene usata come un riempitivo del silenzio dopo la consacrazione, va contro tutta la logica di un canone recitato in silenzio, teso a evocare un piú profondo senso del mistero.

Adottare le rubriche della FO per il rito di comunione

Se il Pater noster è la preghiera della famiglia ecclesiale al suo Padre celeste, perché l’intera assemblea non dovrebbe pregarlo insieme? Naturalmente le norme di Papa Benedetto in SP già lo permettono; tuttavia, mi è capitato raramente di veder sfruttare questa possibilità. Avrebbe senso che anche le altre preghiere del rito della comunione venissero recitate ad alta voce o cantate (come nella FO), con le preghiere private di preparazione del sacerdote recitate sottovoce (di nuovo, come nella FO).

Volgersi ai fedeli quando ci si rivolge ai fedeli; 
volgersi a Dio quando ci si rivolge a Dio

Abbiamo usato questa formula per giustificare la celebrazione della Messa ad orientem nella FO, cioè volgersi all’oriente liturgico dalla liturgia eucaristica in poi. È vero anche il contrario: quando si proclamano le letture bibliche, [bisognerebbe] volgersi a coloro ai quali quei testi sono rivolti. Qualunque sia l’origine storica del volgersi a oriente per l’epistola e a nord per il vangelo nella Messa solenne, si tratta di gesti non proprio comunicativi del significato del rito che si sta celebrando.

Unire i calendari della FO e della FS

Per la FS, il non poter commemorare i santi canonizzati dal 1962 costituisce un impoverimento (si tratta di uno dei punti sollevati anche da Papa Benedetto in SP). Alcuni cambiamenti nel calendario sono pienamente condivisibili (p. es., la solennità di Cristo Re all’ultima domenica dell’anno liturgico), mentre altri hanno rappresentato la distruzione di antiche tradizioni (p. es., l’Epifania o l’Ascensione). A prescindere da ciò che si pensa dell’uno o l’altro calendario (e nessun calendario sarà mai perfetto), operare con un sistema a doppio regime denota divisione, una vera e propria antitesi a ciò che la buona liturgia dovrebbe essere.

Modificare le rubriche

SC chiede la modifica di segni e simboli che sono doppioni o arcani. Si pensi ai molteplici segni di croce durante il canone. Se è vero che la FO difetta per un certo lassismo, la FS può pendere verso un’inopportuna rigidità o rubricismo. In medio stat virtus! (“La virtú sta nel mezzo”).

Rinominare le due principali parti della Messa

Continuare a chiamare la prima parte della Messa “Messa dei catecumeni” è una forma di quell’archeologismo liturgico stigmatizzato da Papa Pio XII nell’enciclica Mediator Dei. Non congediamo catecumeni (o penitenti) da secoli (eccetto in ridicole parrocchie dove i cristiani battezzati che si preparano a essere ricevuti nella piena comunione sono “congedati”). La nomenclatura postconcilare è piú accurata: “liturgia della parola”/“liturgia eucaristica”.

Queste sono le mie raccomandazioni per il “mutuo arricchimento” come doni della forma ordinaria alla forma straordinaria. Spero che questo aiuti a rispondere alla versione liturgica contemporanea della domanda di Tertulliano.



Fonte: The Catholic World Report, 31 gennaio 2017