ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 6 febbraio 2017

I “papi grigi”

La rapida attuazione dello spoil system in Vaticano dopo l’elezione di papa Francesco 

di Cesaremaria Glori


In questi ultimi tempi appare decisamente preoccupante l’accelerazione con la quale la Curia Vaticana sta portando avanti la campagna di aggregazione e di omologazione, più o meno forzata, delle frange  disaggregate del tradizionalismo cattolico. Questa accelerazione attuale induce innanzitutto a riflettere sulla pronta attuazione del piano di spoil system iniziale seguito all’avvento di Papa Francesco. L’immediata giubilazione del card. Burke permetteva al suo successore Braz de Aviz di iniziare prontamente il perentorio addomesticamento dell’Ordine dei Francescani dell’Immacolata, chiaro segnale per tutti quei gruppi, inquadrati o meno in Ordini o Movimenti, a non porsi contro la nuova gestione che si apprestava a plasmare la nuova Chiesa secondo lo spirito modernista  che rivendicava la piena e totale applicazione delle  aperture conciliari al mondo moderno.
Perché cominciare proprio dall’Ordine dei Francescani dell’Immacolata con quel brutale intervento che mirava a cancellare la Regola che era stata concordata dal fondatore con l’assenso e i suggerimenti di San Pio da Pietrelcina? Ce lo siamo chiesti in tanti  sino a quando la spiegazione ce l’ha data lo stesso papa Francesco con quella sconcertante e insolita confessione fatta nel corso di un incontro che avvenne fra il Pontefice e una piccola rappresentanza di frati dell’Ordine. Ho presente la scena che ci è stata tramandata dal filmato di quell’incontro. Si vedeva Papa Francesco seduto che si intratteneva amabilmente con i frati , quando ad un certo punto emergeva la voce di uno di questi, sempre ripresi di spalle,  che chiedeva con voce accorata il perché della persecuzione nei loro confronti. Papa Francesco sembrò esitare per poi chinare il capo e, con  voce timida ma nitida che sembrava salire dal fondo della coscienza, enunciare quella inimmaginabile confessione che la loro colpa era quella di amare troppo la Madonna, quella Madonna che dava tanto fastidio a quel  nemico che loro sapevano bene chi fosse.
Strabiliante fu quella confessione e mai abbastanza riflettuta, se non , forse, da quei frati che erano lì presenti. Quella voce del Papa mi sembrò quasi innaturale e la cinepresa non inquadrava bene il suo volto mentre parlava a capo chino, di modo che se ne vedeva soltanto il profilo.  Fu ispirata o usciva quasi forzatamente dalle sue labbra? In ogni caso quella confessione era inspiegabile perché, se corrispondeva al vero pensiero del papa, risultava incomprensibile tutta la vicenda che riguardava quei frati  da quando Braz de Aviz aveva dato corso alla drastica epurazione dell’Ordine.  Quindi la Madonna costituiva la pietra di inciampo per la normalizzazione di quell’Ordine. La normalizzazione che si andava attuando doveva quindi servire ad annullare l’opera che quei frati e quelle monache stavano portando avanti per il trionfo di Maria con eccessivo fervore. Fervore che infastidiva e ostacolava il movimento ecumenico cattolico che guarda in modo palesemente strabico verso l’Occidente protestante e con una manifesta sufficienza il mondo Ortodosso del variegato Oriente. Sufficienza che apparve chiara durante l’udienza che papa Francesco concesse al leader russo Putin. A Putin dovette sembrare che Papa Francesco avesse dato poco valore al dono dell’icona raffigurante la Madonna. Per far intendere al Papa quanto  valore egli riponesse in quell’icona si inchinò a baciarla  sperando che Papa Francesco facesse lo stesso. A Putin, in quel momento, dovette sembrare se non irriverente quanto meno poco convinto l’atteggiamento del pontefice. Quel disinteresse stonava non poco se posto a confronto con la convinta riverenza verso la statua della Vergine posta a lato dell’altare della Confessione nella basilica di San Pietro, di fronte alla quale Papa Francesco ama sostare qualche attimo lasciando l’altare.
E’ ben vero che Papa Francesco mostra sempre una grande venerazione verso la  Madonna e che invita continuamente i fedeli a pregarla, raccomandandosi che la si preghi anche per lui stesso. Resta però il fatto che tutta la politica vaticana risulta manifestamente strabica verso l’Oriente, sia esso ortodosso o di altre confessioni.  Se si dovesse paragonare  l’interesse della Santa Sede e di Papa Francesco in particolare, fra il mondo islamico e le martoriate chiese dell’Oriente non si può che concludere che c’è un manifesto sbilanciamento. La plateale e scenografica manifestazione di Lampedusa con quei tre stentorei VERGOGNA, VERGOGNA, VERGOGNA rivolti non si sa a chi, resta scolpita nella memoria. Quella sceneggiata di Papa Bergoglio  suonò come un invito ad invadere l’Europa, una chiamata ufficiale fatta da colui che con quel proclama si poneva quale leader della sinistra mondiale e campione del terzomondismo.  Al confronto i richiami fatti dalla finestra dei palazzi vaticani a pro dei cristiani perseguitati dal fanatismo islamico appaiono delle flebili implorazioni  a non infierire. La tenerezza mostrata verso le singole persone mussulmane non l’abbiamo notata verso i pur numerosi cristiani orientali che si sono recati in visita in Vaticano speranzosi di un’accoglienza quanto meno simile a quella offerta agli esponenti di quella fede che li perseguita. Figliastri, insomma, come se Gesù Cristo fosse un dio minore rispetto ad Allah.
Lo sbilanciamento risulta inoltre dalla diversa attenzione che la Santa Sede presta al mondo occidentale rispetto a quello orientale. La Santa Sede ha sinora guardato con affabilità e quasi con ossequio agli Stati Uniti di Obama. La visita fatta al premio Nobel per la pace Obama è stata tutto uno scambio di concordanze e di complimenti. Mai un papa cattolico aveva ricevuto una così affabile accoglienza negli Stati Uniti. La rivista Times lo aveva sin dai primi tempi del suo pontificato definito l’Uomo dell’anno e ne faceva risaltare la netta differenza col suo predecessore fatto spesso bersaglio di velenose critiche. Papa Francesco, inoltre, ha manifestato vicinanza, si direbbe quasi una compiacenza, verso le chiese latino-americane, il che è anche comprensibile vista la sua origine e provenienza, lasciando però che si diffondessero  certe derive dottrinali che sono ormai divenute pressoché istituzionali.
Al contrario abbiamo assistito sinora ad una manifesta disattenzione verso il mondo ortodosso e russo in particolare.  Alla improvvisa e straordinaria visita del Patriarca di tutte le Russie avvenuta durante il viaggio papale a Cuba e che aveva suscitato tante speranze, non è stato dato alcun seguito. Da parte vaticana non si è dato alcun risalto particolare a quell’incontro. Non ci fu dato di notare un particolare calore da parte del seguito papale a quell’incontro che sembrava dover rompere i ghiacci di quasi un millennio. Questo gelo sembra ancora spesso e duro da rompere. Probabilmente la diplomazia vaticana continuerà pure a svolgere con prudenza le relazioni col mondo ortodosso ma il differente atteggiamento continuamente esibito verso il mondo protestante d’Occidente  manifesta, con evidenza, una predilezione che sembra voler alludere ad una più stretta condivisione di programmi e di idee per il futuro.
La guerra in Siria ove la Russia aveva cominciato ad assumere un ruolo di primaria importanza veniva visto dalla emittente televisiva vaticana e dalla stampa  cattolica romana come un’indebita intrusione in un’area ove gli USA continuavano ad agire dietro le quinte armando i contendenti avversari del presidente siriano Assad.  L’atteggiamento della Santa Sede  lasciava trasparire un palese fastidio per l’intervento russo, nonostante che esso appoggiasse manifestamente la minoranza cristiana siriana. Il progressivo sganciamento statunitense da quel teatro di guerra stava orientando lo stesso Erdogan a rivedere la sua politica ostile contro Mosca. Ankara aveva compreso che gli USA si erano andati a cacciare in una trappola dalla quale non  sapevano più come uscirne ed erano, tutto sommato, ben lieti che Mosca intervenisse a bilanciare l’eccessiva  ingerenza dei Paesi del Golfo. L’appoggio russo ad Assad era stato sottovalutato e la tenacia e l’asprezza della resistenza all’attacco dei ribelli aveva finito per portare lo sconcerto nell’establishment militare e politico statunitense  L’ incertezza politica e strategica militare statunitense aveva convinto anche i cristiani palestinesi che non si poteva fare alcun affidamento sulla Casa Bianca, come aveva compreso il patriarca latino di Gerusalemme, il giordano Twal, ora sostituito dall’amministratore apostolico Pizzaballa.
La gestione vaticana del Medio Oriente è apparsa incerta e ondivaga al pari di quella statunitense lasciando le minoranze cristiane di quegli sfortunati Stati in una condizione di penosa insicurezza sul proprio futuro.
Si percepiva chiaramente che la Santa Sede, dall’avvento di Bergoglio in poi, nutriva una scarsa simpatia per il leader russo, forse anche a causa dello scontro in atto fra Mosca e l’Ucraina parzialmente cattolica. Invece da porsi come pacificatore fra le due confessioni cristiane e intensificare i rapporti  con la Chiesa Ortodossa accogliendo il primo e volenteroso passo fatto dal patriarca Kirill, la Santa Sede sembrava voler sposare in pieno la linea dell’Europa di Bruxelles di manifesto sostegno alle aspirazioni più che  indipendentiste di Kiev, sostenute e finanziate con compromettente larghezza  dagli USA e da certe ben note fonti finanziarie sempre pronte a speculare e a creare torbidi.
In sintesi la politica estera della Santa Sede è risultata sempre sbilanciata verso Occidente, vuoi per una opzione per il mondo protestante, la cui lacerante separazione  non era mai stata accettata come ineluttabile e definitiva, vuoi per una diffidenza atavica verso l’Oriente Cristiano nonostante la quasi omogeneità dottrinale che accomuna l’Ortodossia e il Cattolicesimo. Un ecumenismo strabico che guardava prevalentemente verso l’atlantico voltando le spalle al dottrinalmente più vicino Oriente cristiano.
A questo punto ci si deve chiedere il perché di questo strabismo marcatamente filooccidentale che, dal 2013 in poi, sembra accentuarsi con la manifesta condiscendenza verso le rivoluzionarie scelte antropologiche frutto di un programma elitario che ha nella Massoneria e in un preciso ed elitario ambiente giudaico la sua fonte di ispirazione e di sostegno.
Riflettendoci   non appare azzardato sospettare che il progetto di quanto sta accadendo nella Chiesa di Roma  lo si debba dedurre dai fatti che hanno preceduto le dimissioni di Papa Benedetto XVI e l’avvento del nuovo corso. Il passaggio è avvenuto così rapidamente e in modo talmente liscio e oleato che non si può non pensare che tutto fosse stato già predisposto con cura e precisione.  Il blocco della finanza vaticana attuato dal Sistema Interbancario Swift nel febbraio 2013 costrinse Benedetto XVI a rassegnare le dimissioni . Quel blocco condannava la Santa Sede a non poter muovere più un quattrino, una specie di embargo monetario che condannava la Chiesa di Roma alla completa paralisi finanziaria. Embargo abrogato a poche ore di distanza dalla notizia delle dimissioni di Papa Benedetto. Per quale motivo si voleva l’allontanamento di Benedetto XVI? Quale mutamento ci si attendeva dal prossimo conclave?
La risposta sta nei fatti che si sono succeduti. Non è una teoria complottista quella che si delinea  in queste righe. Si tratta di fatti avvenuti cui occorre dare una spiegazione. Il blocco c’è stato e le dimissioni pure e i due eventi sono strettamente collegati fra loro come l’effetto è legato alla causa. Non è un mistero che Papa Benedetto fosse indigesto al piccolo ma potente mondo finanziario globale che governa questo mondo. Era osteggiato e schernito, spiato e tollerato all’interno delle stesse mura vaticane. I suoi anni di pontificato debbono essere stati penosi. Un giorno si verrà a sapere quel che ha patito questo papa, remissivo nella forma ma irremovibile nella sostanza. Un  papa tanto tenace da costringere i padroni del mondo a bloccare la finanza vaticana con un atto di imperio e di assoluta prevaricazione che dovrebbe far riflettere sulla  realtà in cui viviamo.
Ma torniamo a quel che avvenne dopo l’elezione di Papa Francesco.
Quell’agghiacciante” Buonasera” fu il saluto che inaugurava la notte che stava per giungere. In quattro e quattr’otto fu riorganizzata la Curia secondo il volere di Papa Francesco. I fedeli collaboratori di Papa Benedetto furono estromessi uno alla volta e sostituiti da persone allineate con Papa Francesco. Era tutto già pronto e preordinato. Si trattava di attuare un programma col suo organigramma. I vescovi prossimi al raggiungimento del settantacinquesimo anno furono, in certi casi, invitati ad anticipare l’abbandono della diocesi mentre in quelle più importanti furono attuati strategici spostamenti. I nuovi vescovi  erano già noti a chi aveva steso il programma e tutto procedeva come da copione. Oscuri e queruli monsignori furono affiancati a maturi prelati e le varie conferenze episcopali si ritrovarono tutte governate da elementi in perfetta sintonia con la sede petrina. Sintonia che non era di fresca data ma che doveva avere avuto la convalida da frequentazioni e contatti  precedenti.  Tutto così in fretta e così ben studiato che non si può non pensare che fosse stato concordato da tempo. L’unico ostacolo era quel Papa Benedetto che non aveva voluto mollare e si fu costretti ad usare le maniere forti per convincerlo ad uscire di scena.
Tutto sembrava aver preso il corso che si voleva attuare. Il mondo sembrava avviato verso la normalizzazione voluta da quelli che hanno escogitato la globalizzazione, quando, più o meno inaspettatamente, accadono degli eventi imprevisti: la Brexit, Putin che si pone a guardia del vecchio e apparentemente malandato impero russo e si lancia a difesa di quel che resta del vecchio movimento rinnovatore arabo, inducendo il più strategico dei vecchi alleati dell’Occidente, la Turchia, ad abbandonare gli Usa e a rifugiarsi sotto il più affidabile ombrello russo per non tornare ad essere quel gendarme a guardia del Mediterraneo orientale a servizio dell’Occidente. Come se non bastasse, a capo della nuova Cartagine sale un imprevisto ed imprevedibile guastafeste, un uomo apparentemente sprovveduto ma che ha quel fiuto e quell’astuzia tipica degli imprenditori e degli uomini d’affari.  Donald Trump non ha molte e grandi idee ma quelle poche che ha sono semplici e comprensibili dalle masse e, presto o tardi, finiranno per far breccia anche nelle menti di quella classe media che è più restia ad abbandonare le convinzioni maturate in tanti anni di indottrinamento rivoluzionario. Questo ravvedimento potrebbe essere favorito dalla  ripresa economica generale a seguito degli incentivi diretti e indiretti della politica del nuovo presidente. La crisi economica della parte più sviluppata dell’Occidente, secondo molti studiosi di economia, non è stata altro che l’inevitabile esito del globalismo economico e culturale. I grandi gruppi multinazionali spostavano le produzioni laddove più favorevole risultava il costo del lavoro, senza pagare dazi al ritorno delle merci. Era inevitabile che a soffrirne fossero i lavoratori delle aree più sviluppate del mondo occidentale.  Nei periodi di crisi si torna quasi sempre al passato, trovando in esso i sentieri per tornare a sperare nel futuro.
Trump potrebbe costituire per il mondo quella piccola palla di neve che smuoverà la valanga destinata a spazzare via l’eccesso di pesi e di regole che opprimono il mondo.
Appare ancora incredibile ai nostri occhi il constatare che quel numeroso complesso di maitres à penser che hanno sinora guidato l’Occidente non avessero previsto quanto sta accadendo in questi ultimi tempi. I loro giudizi continuavano a sostenere perentoriamente che non si poteva e  non si doveva tornare indietro e che il progresso tecnologico era tutt’uno con quello antropologico. Questi maitres à penser appaiono frastornati e, sinora, hanno reagito con dispetto e malcelato disprezzo. Non tarderanno a reagire ma è troppo tardi. Il mondo è decisamente mutato e ha già pronte le sue difese per non soccombere di nuovo alla prepotenza. La Russia di Putin, la Cina, l’India sono vive e pronte a difendere le posizioni raggiunte. Il mondo che sembrava aver accettato  la fine della storia di Fukuiama non è affatto mutato. Il mondo muta sempre secondo parametri  (incognite) che si avviluppano e si intersecano l’uno con l’altro e si modificano continuamente in una tale complessità che nessun matematico, per quanto coadiuvato da avanzatissime tecnologie, è in grado di calcolare risolvendo impossibili equazioni. La Divina Provvidenza governa il mondo e tiene saldo il timone dell’Umanità, a dispetto di ogni tentativo di sabotaggio dell’Uomo e del suo atavico Nemico.
L’avvento di Trump fa però comprendere che gli USA non sono i padroni del mondo come non lo sono i grandi gruppi finanziari e industriali del Globo. Trump è andato al potere perché una gran parte del popolo americano sta soffrendo un impoverimento che non è compatibile con il peso e il potere che lo Stato americano pensava di avere nel mondo. E’ sufficiente l’avvento inopinato di un guastafeste come Trump per dimostrare che nulla a questo mondo è destinato a durare. Nemmeno l’oppressione del Globalismo senza volto e senza nome e nemmeno i sogni da Unica Superpotenza mondiale  di uno Stato pur immenso come gli USA.

– di Cesaremaria Glori

Il Papa Grigio. Monti, Bergoglio e l’eterogenesi dei fini

Fantasticare sui futuribili è uno dei passatempi più vani per chi non è un Dio, ma questa cosa la devo scrivere da qualche parte (perché non sul mio blog, è un’idea geniale!). Vi va, eh? Tanto, è domenica.

A me sembra che, almeno dalla prospettiva italiana, il progetto che dovevano portare a termine i due “papi grigi” che ci hanno affibbiato, cioè Monti e Bergoglio, sia andato irrimediabilmente storto.
Vorrei partire da quest’ultimo, visto che ieri l’altro qualche giornale (“Il Giornale”, precisamente) ha parlato di una lettera dei cattolici americani rivolta a Trump in cui si allude a Papa Francesco come al prodotto di un regime change, una “primavera vaticana”, organizzata da Obama e la sua cricca (mi piace l’espressione, “Obama e la sua cricca”).
Devo ammettere che qualche dubbio è venuto anche a me, nonostante sia propenso, rebus sic stantibus, a guardare al grande Ratzinger  più come carnefice che vittima. In genere però mi considero radicalmente anti-complottista (o almeno mi atteggio come tale), dunque il massimo che posso ammettere è che anche i più interessati a un cambiamento radicale nella Chiesa cattolica avrebbero comunque desiderato una “transizione” la più indolore possibile.


Il problema principale di Ratzinger era infatti l’odio intransigente nutrito nei suoi confronti dai mass media; di conseguenza, se durante il suo pontificato fosse persino giunto ad approvare la comunione per i divorziati o l’uso del preservativo, certamente i giornali si sarebbero inventati qualcosa per parlarne male sempre e comunque.
Penso tuttavia che, col senno di poi, sia anche possibile ricostruire un Benedetto XVI “progressista” e riconoscere che certe aperture di Bergoglio furono preparate in nuce nel precedente pontificato. Non che voglia avallare una posizione sedevacantista: nei confronti del cattolicesimo, che è la mia fede, cerco sempre di far buon visto a cattivo gioco (un esercizio che certamente risulta più semplice quanto al soglio c’è uno come Ratzinger).

Serviva, insomma, solo una piccola spinta per condurre la barca di Pietro verso le magnifiche sorti e progressive. È possibile che chi abbia scelto Bergoglio lo abbia fatto in “buona fede”, cioè riconoscendo il diritto dei semplici a non essere troppo sballottati nella rincorsa al mondo.
In effetti El Jesuita sembrava il più portato a gestire la transizione in tutta tranquillità, senza scosse, in modo quasi anestetico: nel corso degli anni si era dimostrato un abile mediatore sia a livello teologico (tra “progressisti” e “conservatori”) sia, soprattutto, a livello politico (negli anni difficili della dittatura).
Ciò nonostante, un attimo dopo l’elezione Bergoglio rivela un’inaspettata e soverchiante megalomania: se all’inizio tale irruenza parve entusiasmare le masse come manifestazione di energia e voglia di rinnovamento, dopo la “luna di miele” essa rivela tutta la propria estemporaneità.
Papa Francesco colleziona in breve tempo una serie di fallimenti politici impressionanti: a causa della sua continua ingerenza, non solo le opinioni pubbliche di Europa e Stati Uniti si spostano clamorosamente a destra, ma Paesi tradizionalmente molto sensibili ai richiami del Vaticano sembrano votare apertamente contro la linea di Bergoglio. Gli esempio sono numerosi: l’Ungheria e la Polonia, le Filippine (che eleggono uno che definisce il Papa “figlio di p…”) e la Colombia, che al referendum sull’accordo di pace con le Farc, fortemente caldeggiato da Francesco, risponde con un sonoro “No”.
Non stiamo nemmeno a discutere dell’affaire Trump e di come i timidi anatemi contro i “muri” abbiano spinto i cattolici americani a votare in massa per il candidato repubblicano.
Insomma, il mite e compassato gesuita si è rivelato un clamoroso boomerang per chi lo ha “lanciato”: l’assoluta incapacità di gestire il consenso (e il dissenso), di mediare almeno i conflitti più minacciosi, ha condotto a un trionfo della “destra” da ogni punto di vista (perché se l’andazzo continua, ci sarà un probabile “ritorno” anche a livello liturgico ed ecclesiale).

In questo, Jorge Mario Bergoglio mi ricorda molto Mario Monti, l’anonimo “senatore a vita” anche lui chiamato a gestire asetticamente una “transizione” dalla democrazia alla tecnocrazia.
Egli avrebbe dovuto rappresentare il capolavoro politico di Napolitano: due-tre anni di governo e poi direttamente al Quirinale come dodicesimo Presidente della Repubblica. Pure qui, niente sussulti, niente stracci che volano: solo una calma e pacata spoliazione su modello dell’illustre predecessore Ciampi.
Invece “Nonno Monti” si fa prendere immediatamente la mano: non guarda in faccia a nessuno, va giù di accetta col welfare e in pochissimo tempo dissipa tutto il credito acquistato con l’abbattimento del malefico Berlusconi. Nonostante ciò, egli si convince di essere il politico più popolare di tutti i tempi, il novello Patrono d’Italia, l’ultimo Salvatore della Patria: dopo meno di due anni di un governo vocato esclusivamente alla macelleria sociale e per questo insostenibile (tanto che cade al primo pretesto, le dimissioni di un ministro), fomentato dai panegirici quotidiani della stampa, fonda un partitino e si candida a premier con una delle coalizioni più sgangherate di tutti i tempi. (Per comprendere con che personalità abbiamo a che fare, basta ricordare che ancora oggi Monti si vanta dell’incredibile risultato ottenuto nel 2013).

Un altro caso in cui le manie di grandezza hanno impedito al “soggetto incaricato” di portare a termine il compito che gli era stato affidato. Non è assurdo ipotizzare che la rielezione di Napolitano sia stata causata proprio da questo piccolo “imprevisto”: a meno di non voler credere che in Italia non ci fosse nessuno disposto a succedere a Re Giorgio (Mattarella non era ancora pronto?), dobbiamo pensare che l’“ordine” fosse già stato assegnato e che tutti i partiti si siano trovati completamente spiazzati dagli incredibili rivolgimenti di quel tale Monti, che sembrava l’eminenza più grigia di tutte, uno che per tutta la vita aveva ripetuto di voler restare “al riparo dal processo elettorale”, ma che poi...

Senza Monti e Bergoglio sono convinto che a quest’ora ci troveremmo in uno scenario simile a quello di Roma senza Papa di Guido Morselli: intendo una tecnocrazia che fa scempio di ogni diritto sotto un manto di pseudo-progressismo. Pensiamo solo se il Governo Monti avesse cercato di mediare, di cercare un equilibrio fra le varie istanze: avrebbe potuto ampliare il credito già ottenuto a “sinistra” con riforme tipo il reddito di cittadinanza o, perché no, la legalizzazione delle droghe leggere, e parallelamente stravolgere la costituzione senza nemmeno ricorrere al referendum e al maquillage giovanilistico di quell’altro fenomeno che non nomino nemmeno (tanto non è servito a nulla, anzi è stato controproducente). E Bergoglio, ispirato dai formidabili esempi di sobrietà e austerità forniti dalla classe politica, avrebbe potuto far proprio il nuovo riformismo “tecno-cristiano” ed elevare il TINA (There is no alternative) a dogma. Invece, è andata diversamente…

Grazie al cielo, esiste la provvidenza, ed esiste il libero arbitrio; se però le espressioni possono apparire offensive e superstiziose, per me va bene anche parlare di eterogenesi dei finieterotelia, oppure al limite sputtanamento, con riferimento alla capacità prettamente umana di mandare in vacca il sistema più perfetto. Non c’è qualcosa di divino, almeno in questo?

Guardando in prospettiva la situazione attuale, a me pare evidente che questo non sia il migliore dei mondi possibili, così come ci era stato accomodato: indagarne le cause sarà compito degli storici futuri, anche se non sono ancora riusciti a capire come sia crollata l’Unione Sovietica (per fare solo l’esempio più recente).
Non dico che le vicende italiane abbiano avuto un’influenza decisiva a livello continentale o addirittura mondiale, però è un fatto che il dogma dell’irreversibilità dell’Unione (e dell’euro) ha iniziato a scricchiolare con l’avvento del montiano comité de salut public (è stato uno dei pezzi forti della propaganda di politici pro-Brexit come Boris Johnson e Nigel Farage).
Così come l’incrollabile convinzione che “non si può tornare indietro”, ormai elevata, come detto, a livello teologico, sembra aver perso tutto il suo appeal verso le masse proprio a causa del Papa più “pop” di tutti i tempi.

Il dogma che la globalizzazione (e tutto quel che le ruota attorno) fosse un dato naturale (non politico, non storico), un percorso al quale era inutile opporsi, avrebbe potuto far durare il sistema ancora qualche decennio o secolo.
Viceversa, tutto è finito così, not with a bang but a whimper, e i “papi grigi” sono passati definitivamente di moda: un giorno capiremo se sia stata positivo o meno…

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http://materialismosacro.blogspot.it/2017/02/il-papa-grigio.html