ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 18 febbraio 2017

Il tempo della pazienza è finito!?

LA PAZIENZA E' FINITA

    I cattolici obbedienti hanno ingoiato le loro lacrime, la loro sofferenza: si son tenuto tutto dentro hanno taciuto pensando: Forse ci stiamo sbagliando noi! Oggi continuare a tacere sarebbe più di un errore: sarebbe un peccato 
di Francesco Lamendola  





D’istinto, si vorrebbe conservare il silenzio: come si è fatto per anni, per decenni. Ed è stato un grave errore.
Per anni, per decenni, i cattolici sono rimasti zitti e hanno lasciato che i “nuovi” teologi e il clero modernista e progressista stravolgessero la Chiesa da cima a fondo, devastassero la liturgia, modificasse persino la dottrina. Per anni, per decenni, i cattolici che, avendo una certa età, ricordano cosa fosse la vera Chiesa, prima del Concilio Vaticano II, hanno avuto il torto di essere troppo miti, troppo disciplinati, troppo rispettosi dell’autorità. Hanno pensato: Forse ci sbagliamo noi; dopotutto, come possiamo giudicare fior di teologi, cardinali, arcivescovi e vescovi? E poi, i sacerdoti: se oggi parlano in questo modo, se agiscono in questo modo, se vestono in questo modo, sarà perché i tempi cambiano, ed è giusto che la Chiesa tenga conto del mutare del costume. E così sono rimasti zitti, obbedienti, pazienti, anche se intimamente sconcertanti, e, alla fine, addirittura traumatizzati. I fedeli che ricevono scandalo dalle parole del prete, nell’omelia domenicale! I fedeli che ricevono scandalo da quei vescovi che, alla televisione, si dicono possibilisti sull’aborto, sull’eutanasia, sui matrimoni omosessuali! I fedeli che ricevono scandalo da un papa che quasi ogni giorno spara una nuova bordata contro tutto ciò che hanno sempre creduto, contro tutto ciò che è stato loro insegnato, contro tutto ciò che la Chiesa ha sempre detto, fatto e pensato; che quasi ogni giorno loda sperticatamente tutti gli “altri”, i giudei, gli islamici, i luterani (ma non sono eretici?), i massoni, gli atei! 
Questi cattolici miti, obbedienti, rispettosi dell’autorità, hanno ingoiato le loro lacrime, la loro amarezza, la loro sofferenza: si son tenuto tutto dentro, hanno taciuto e lasciato fare, pensando: Forse ci stiamo sbagliando noi! Forse le cose non sono così come sembrano. Forse il papa, e questi cardinali, e questi teologi, ne sanno molto più di noi; forse il nostro parroco, che ha parlato in quel modo, che ha fatto quel gesto, ne capisce di più, è più a contatto con la vita, con i giovani, con gli stranieri, con le nuove famiglie non legate dal sacramento del matrimonio.
Ma ogni cosa, alla fine, ha un limite. Davanti all’assalto quotidiano, implacabile, sempre più esplicito, contro tutto ciò che la Chiesa è e rappresenta; contro la parola di Dio; contro il Vangelo, continuare a tacere sarebbe più di un errore: sarebbe un peccato. Sta scritto nel Vangelo che bisogna correggere il fratello che sbaglia; sta scritto nel Vangelo che bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini. Papa Francesco è un uomo, dopotutto; e sta sbagliando. Bisogna dirlo. Sbaglia il vescovo di Anversa, che auspica un riconoscimento ai matrimoni omosessuali. Sbaglia il cardinale Kasper, che si rallegra della celebrazione comune della Messa, cattolica e luterana. Sbagliano, senza possibilità di errore, in maniera evidente, chiarissima: sbagliano, perché sono fuori del Magistero di sempre; sono fuori della Tradizione, della quale, peraltro, se ne infischiano; sbagliano perché stanno leggendo in una maniera tutta loro le Scritture, non secondo le linee seguite sempre dalla Chiesa stessa, ma così, procedendo in ordine sparso, come fanno i protestanti, ciascuno dei quali legge e interpreta la Bibbia e il Vangelo come gli sembra meglio. Sbagliano perché sui principi non esiste possibilità di compromesso: la verità è una, lo ha detto Gesù; mentre la menzogna, che è astuta, ha mille volti e mille voci, e ciascuna voce viene presentata come una “conquista”, come un “approfondimento”, come una “maturazione” fede adulta. Ma quale fede? Papa Francesco ha detto lui stesso che Dio non è cattolico; poi, però, ha detto che se la Madonna manda i suoi messaggi in continuazione, come la direttrice d’un ufficio postale, ciò configura una cosa che non è cattolica. Allora, come stanno le cose: Dio non è cattolico, però la Madonna deve sforzarsi di esserlo? O il papa sta sbagliando, o peggio: nel primo caso il suo errore è in buona fede, nel secondo, no. Lo scenario è fosco, i tempi sono più che mai oscuri. Non si dimentichi in quali circostanze è stato eletto il papa: dopo le dimissioni più misteriose nella storia della Chiesa, quelle di Benedetto XVI. Perfino della rinuncia di Celestino V sappiamo qualcosa di più.
Non se ne può più; il tempo della pazienza è finito. Abbiamo taciuto, ingoiato, sopportato; ci siamo auto-mortificati, sperando che le cose cambiassero, o che si rivelassero diverse: ma ormai è chiaro che, se non si fa nulla, se chi dovrebbe parlare continua a tacere, la Chiesa seguiterà a precipitare giù per un pendio senza fine. Qualcuno la sta esponendo all’autodistruzione: se lo faccia apposta o per superbia e malintesa volontà di aggiornamento, lo dirà la storia; ora, quel che si vede con chiarezza è che chi dovrebbe custodire la fede, la sta demolendo; chi dovrebbe rafforzare i credenti, li sta disorientando; chi dovrebbe vegliare e adoperarsi perché il Vangelo non venga adulterato, non lo sta facendo affatto. Perciò, ora basta. È arrivato il momento in cui ciascuno deve prendersi le sue responsabilità; in cui tutti i cattolici, laici e consacrati, sono interpellati dallo Spirito Santo per la difesa della fede. È arrivato il momento in cui inchinarsi davanti all’autorità non è più devozione e rispetto filiale, ma pavidità o connivenza. Sì, c’è uno scisma in atto, nella Chiesa cattolica, anzi, nei fatti è già avvenuto: ma non ne portano la colpa quanti son rimasto fedeli al Magistero di sempre, al Vangelo e alla Tradizione. La colpa è di quanti hanno tentato, e continuano a tentare, in ogni modo, di modificare ciò che non è modificabile: la Parola di Dio. Questo non hanno il diritto di farlo, e tuttavia lo stanno facendo. La Chiesa non è degli uomini, neanche del papa: la Chiesa è di Dio. La vera Chiesa è quella invisibile, animata dalla grazia divina, vivificata dai Sacramenti, dono dello Spirito Santo; l’altra, quella degli uomini, può anche errare. E di certo, oggi, una parte della Chiesa visibile, nella persona del papa e di un certo numero di membri del clero, conquistati dalle idee progressiste e moderniste – incuranti che il Magistero, per mezzo di san Pio X, abbia colpito di scomunica il modernismo - sta errando, e non su singoli punti, ma nel suo insieme.
La Chiesa, sotto la spinta di codesto clero modernista e permeato di protestantesimo, è piombata nel caos. I nuovi santini del clero progressista sono quelli di Karl Barth, di Rudolf Bultmann, di Dietrich Bonhoeffer, di Paul Tillich; poi, Rosmini; poi, Teilhard de Chardin; indi, i teologi del Vaticano II, Kasper, Schillebeeckx, Congar, Rahner, De Lubac; infine i teologi della liberazione (condannati da san Giovanni Paolo II): Leonardo Boff e tutti gli altri.  Le cose sono giunte a un punto tale, che ogni singolo sacerdote si comporta come se fosse un teologo o un pastore luterano o calvinista: parla a ruota libera, fa strame del Magistero, ridicolizza la Tradizione, stravolge la Scrittura. C’è chi fa la messa coi burattini e chi fa l’aperimessa, con lo spritz e il ballo latino-americano; c’è chi ordina alle donne di non portare più i fiori in chiesa per la Madonna, e chi si dichiara omosessuale e convivente con un altro uomo, con la benedizione del suo vescovo (quello spagnolo di Santiago, Juan Barrio: lo citiamo a futura infamia). C’è chi agita una bandiera rossa, e c’è chi dà la comunione ai transessuali; c’è chi dice che toglierebbe tutti i simboli cristiani per andar d’accordo con gli islamici, e chi, oltre a dirlo, lo fa davvero. Da qualche tempo si assiste anche all’elogio funebre dei radicali, divorzisti e abortisti, fautori della libera droga; e c’è chi dichiara normalissima e cattolica la cremazione; chi porta ad esempio dei fedeli delle scelte cristianamente inaccettabili, per quanto comprensibili (ma non condivisibili) sul piano umano.
L’ultimo caso viene da Montebelluna, in provincia di Treviso. Un uomo di settant’anni, Dino Bettamin, affetto da cinque dalla Sla, ha chiesto e ottenuto di essere “addormentato” con la sedazione profonda, e, ovviamente, non si è più risvegliato. Ipocrisia delle autorità sanitarie che negano essersi trattato di eutanasia; lo hanno negato anche nel caso di Eluana Englaro, del resto, a dispetto di ogni evidenza e del più elementare buon senso: ma tale è la dittatura del relativismo, la realtà non è quella che è, ma quella che viene dichiarata tale. Non si vorrebbe parlare di questi casi: sono troppo intimi; si vorrebbe rispettare, in pensoso silenzio, il dolore delle famiglie. Ma loro, i preti progressisti e modernisti, loro, no che non tacciono; loro, invece di stendere un pietoso velo di silenzio, pretendono di portare a esempio simili scelte, e ne fanno l’elogio nella omelia funebre. In questo caso, si tratta di monsignor Antonio Genovese; un prete che si era già segnalato per aver espresso tutta la sua indignazione contro i partecipanti a una manifestazione di cittadini che si opponevano alla creazione di un nuovo centro d’accoglienza per i cosiddetti migranti, a Volpago del Montello. Se l’era presa con uno striscione, effettivamente brutale e sbagliato; ma non ci risulta che abbia mai speso una parola, né lui né i numerosi preti che si commuovono da un occhio solo, per le vittime dei quotidiani atti di delinquenza che i falsi profughi fanno subire alla popolazione.
Ebbene, celebrando le esequie per il povero Bettamin, monsignor Genovese ha preso lo spunto dalla morte e resurrezione di Gesù Cristo, come è narrata nel Vangelo di Luca, per istituire un assurdo parallelismo con quella del defunto, e per ricordare come questi sia sempre stato un uomo animato da “una forte fede”. Fra le altre cose, ricordando l’inizio della malattia, ha detto: Era il venerdì santo di cinque anni fa quando il medico gli aveva diagnosticato la Sla. La moglie Maria era rimasta sconcertata, Dino invece ha avuto una uscita disarmante, ha chiesto alla moglie se sapeva che giorno era quello, lei gli aveva risposto che era venerdì e lui aveva ribattuto che era venerdì santo. E ha sempre affrontato con forza e coraggio le sue sofferenze. Lo ricordo alle messe in duomo, lo ricordo al funerale di suo cugino, ricordo la gioia di quando aveva ripreso a parlare e a mangiare quello che era possibile. Mai una volta ha detto: ‘Perché a me?’, mai una parola di sconforto è uscita dalle sue labbra. Dobbiamo dire grazie al Signore per averci donato Dino e dobbiamo dire grazie a Dino per il suo sì alla vita, per il suo coraggio di affrontare la malattia.
Lo ripetiamo: sarebbe meglio tacere, non parlare; ma bisognerebbe che tutti facessero lo stesso. Invece quel prete ha scelto di parlare, e ha parlato male. Mistificando la realtà, ha parlato dell’”addormentarsi” del malato: non era un sonno, era la scelta di morire. E se lui, come prete, non vi si è opposto, quando il malato gli ha comunicato la sua volontà di farsi “sedare”, ha sbagliato, non è stato fedele alla sua missione di prete. Bisogna dirlo. E quando ha detto che quell’uomo ha detto sì alla vita, ha detto una cosa non vera. Con tutto il rispetto per quel dolore, per quella malattia. Ma non si possono dire cose non vere; non dal pulpito, non durante la santa Messa. Per un prete così puntiglioso quanto a sensibilità e verità, da aver sgridato tutti i cattolici che avevamo partecipato alla manifestazione sul Montello, e da aver puntato il dito anche contro le autorità pubbliche, colpevoli d’aver finto di non vedere il famoso striscione, bisogna dire che don Genovese adopera due pesi e due misure: proprio come il papa Francesco. Un peso e una misura allorché si tratta di frustare a sangue l’inospitalità e magari il razzismo degli italiani cattivi, che non capiscono il dramma dei “profughi”; un altro peso e un’altra misura quando si tratta di avallare e legittimare scelte che non rispettano la morale cattolica, ma che la neochiesa progressista e modernista vorrebbe far passare per legittime. E pazienza legittime: ma addirittura ammirevoli, eh, questo no, monsignor Genovese; proprio no. Se lei si fosse imitato a ricordare con simpatia e affetto la figura del defunto; se avesse mostrato umana pietà per il suo dramma, per la sua sofferenza, si sarebbe anche potuto chiudere un occhio sul fatto che la scelta di por fine alla propria vita non è assolutamente compatibile col Vangelo, tanto meno per bocca di un sacerdote. Ma che lei abbia voluto addirittura esaltare quel gesto e dipingere il defunto come un esempio di amore per la vita, questo è intollerabile. E non diciamo queste cose per accanimento contro quel poveretto, del quale nulla sappiamo e che, comunque, rispettiamo, come pure rispettiamo i suoi cari, ma per segnalare che lei, monsignore, lei ha abusato del suo ufficio e si è inventato una nuova morale, che non è quella cattolica, ma un’altra, la quale non ha niente di cattolico.
Di preti come lei, che vogliono propinare ai fedeli una nuova dottrina, completamente diversa da quella cattolica, e una nuova morale, che non c’entra nulla con quella insegnata dal Vangelo, ce ne sono ormai troppi. Avete colmato la misura: lo scandalo che date alle anime è intollerabile. Voi vi atteggiate a misericordiosi, a paladini dell’umanità sofferente, ma non avete capito nulla del valore cristiano della sofferenza. E non parlate mai del significato soprannaturale della sofferenza, del suo valore ineffabile come offerta d’amore a Dio, in riparazione per i peccati del mondo. Voi parlate della malattia e della morte da laici, secondo una prospettiva puramente umana. Non parlate come preti cattolici, ma come ministri di una religione umanistica. Chi ascolta le vostre prediche non sente il profumo dell’infinito, sente solo l’odore terreno della morte. Il vostro capo è Francesco, che parla anche lui della sofferenza, ad esempio della sofferenza dei bambini, come se fosse una beffa, un’incomprensibile ironia. Non parla da papa, non da prete cattolico: non dice che la sofferenza ha un valore infinito, e che quella di un solo bambino vale più delle preghiere di mille e mille credenti. Voi credete di poter rimproverare tutti, di poter puntare il dito ogni giorno contro qualcuno, specie contro quelli che non condividono le vostre azioni, i vostri disegni; ma non sopportate che altri vi domandi ragione del vostro modo d’agire. Risponderete a Dio dello scandalo che date alle anime…

Il tempo della pazienza è finito

di Francesco Lamendola