ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 7 febbraio 2017

L’indifendibile non può essere difeso:

Benedetti poster anti Papa È il ritorno delle pasquinate

I manifesti affissi a Roma da mano anonima e ironizzanti sulla «misericordia» a due binari di papa Francesco hanno suscitato reazioni dolenti e cupamente seriose da parte di tutti gli intervistati.


E ci si potrebbe chiedere perché tutti i tg hanno intervistato solo quelli che si sono stretti a coorte attorno alla Sacra Persona. Dimostrando che con la satira non si scherza, che c'è satira e satira, e va bene solo quella clericalmente corretta. Invece l'intellettualume e il prelatume dovrebbero salutare con gioia il ritorno di un'antica e onorata tradizione romanesca: la pasquinata. Che sempre appuntò i suoi strali sui papi e la curia.
«Pasquino» era una statua antica, un tronco mutilo che si pensò raffigurasse Menelao in atto di soccorrere Patroclo (una delle tante ipotesi). Fu trovata negli scavi per il rifacimento di Palazzo Orsini a Roma, nel centralissimo rione Parione. Gli studenti del vicino ginnasio ogni anno si esibivano in una pubblica «accademia», come usava allora, e presero l'abitudine di appendere versi aulici al basamento della statua. La quale, data la sua posizione, ben si prestava a essere vista da tutta la città. Non si sa perché da un certo momento in poi alla statua sia stato attribuito il nome di «Pasquino», forse dal nome di un sarto che, in quei paraggi, teneva bottega e concionava sul governo coi suoi garzoni (anche questa, una delle tante ipotesi). Le vere e proprie «pasquinate», intese come ferocissima satira contro i papi e i cardinali, apparvero nel 1501, sotto il pontificato di Alessandro VI Borgia, sul quale era facile appuntare gli strali. Un autore molto prolifico di pasquinate fu Pietro Aretino, che cercava di tirare la volata in conclave al suo padrone Giovanni de' Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico. Ma venne eletto Giulio II e l'Aretino dovette fuggire da Roma.
Tornò quando fu finalmente eletto il suo datore di lavoro col nome di Leone X, salvo scappare di nuovo alla morte di quest'ultimo. Le pasquinate erano sempre contro chi comandava; avevano coraggio, loro. Sono rimaste famose quelle contro Napoleone, come il dialogo tra le statue di Pasquino e quella di Marforio, che ogni tanto venivano trovate a duettare: «Marforio: è vero che i francesi sono tutti ladri? Pasquino: tutti no, ma BonaParte!». Marforio era un'altra statua ed era stata eletta controparte di Pasquino. Si trovava in Campidoglio e raffigurava un vecchio seminudo sdraiato mollemente. Venne chiamato Marforio forse per la vicinanza col Foro di Marte (Mars Forum, e pure qui le ipotesi sono tante). Napoleone portò via da Roma tutti i tesori d'arte e perfino l'intero archivio vaticano? Pasquino: «Per fortuna che ci chiamano fratelli, / ce cavavan, si no, pur li budelli!». Non mancò Pasquino di commentare da par suo la disastrosa spedizione di Russia: «A Mosca andò per divenir sovrano; / tornò da Mosca con le mosche in mano». Perciò, qualcuno intervisti direttamente papa Bergoglio: scommettiamo che si sarà messo a ridere.

Pasquino ritorna a Roma

(Roberto de Mattei su Il Tempo, 5 febbraio 2017) Nella notte tra venerdì e sabato una mano ignota ha tappezzato le strade attorno al Vaticano di un manifesto in cui sotto l’immagine di un papa Bergoglio cupo e ingrugnato si legge:  “A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali… ma n’do sta la tua misericordia?”.
La pungente protesta in romanesco si inserisce in quella che a Roma è nota come la tradizione delle “pasquinate”. Pasquino era il nome di una statua alla quale venivano nottetempo appesi cartelli e manifesti in cui si denunciava la prevaricazione del potere o si mettevano alla berlina difetti di Papi e di cardinali. Quando morì Clemente VII (1534), ad esempio, apparve un ritratto del suo medico, che invece di guarire il paziente lo aveva mandato all’altro mondo, con una scritta che esprimeva riconoscenza: ecce qui tollit peccata mundi (ecco colui che toglie i peccati del mondo). Ieri come oggi, le pasquinate hanno sempre riassunto sentimenti diffusi tra il popolo e tra lo stesso clero romano. 
Nel nostro caso, proprio in questi giorni la vicenda dell’Ordine di Malta si è conclusa con il licenziamento del Gran Maestro, la riabilitazione di un uomo del Vaticano, accusato di deriva morale, Albrecht von Boeslager, e con la attribuzione di poteri commissariali a mons. Angelo Becciu. Il tutto in pieno dispregio per la sovranità dell’Ordine, che è subordinato alla Santa Sede solo in ciò che riguarda la vita religiosa dei suoi cavalieri professi, ma è, o dovrebbe essere, totalmente indipendente nella vita interna e internazionale.
La stessa mancanza di considerazione della legge, sembra estendersi al diritto civile italiano. Un decreto emesso dalla Congregazione dei Religiosi con l’assenso del Papa, impone a padre Stefano Maria Manelli, superiore dei Francescani dell’Immacolata, di “di rimettere entro il limite di 15 giorni dalla consegna del presente decreto il patrimonio economico gestito dalle associazioni civili e ogni altra somma a sua disposizione nella piena disponibilità dei singoli istituti“, cioè di devolvere  alla Congregazione dei Religiosi beni patrimoniali di cui, come è stato confermato dal Tribunale del Riesame di Avellino, padre Manelli non dispone, perché essi appartengono ad associazioni legalmente riconosciute dallo Stato italiano
Come se non bastasse, mons. Eamon C. Arguelles, arcivescovo di Lipa nelle Filippine,  è venuto a sapere delle sue dimissioni da un comunicato della Sala Stampa vaticana. Si ignorano le ragioni della destituzione, ma mons. Arguelles ha canonicamente riconosciuto un’associazione che raccoglie un gruppo di ex-seminaristi dei Francescani dell’Immacolata, che hanno abbandonato il loro ordine, per poter studiare e prepararsi al sacerdozio in piena libertà e indipendenza.
Libertà libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome” lamentava Madame Roland, un’illustre vittima della Rivoluzione francese. “Misericordia, misericordia, quanta violenza viene esercitata in tuo nome“, potrebbero ripetere le vittime del pontificato della misericordia.
(Roberto de Mattei su Il Tempo, 5 febbraio 2017)

Elogio di Pasquino. E dell’autocritica


Con la colla e qualche foglio
tutta Roma ha sconquassato:
già si mormora: «è tornato!»,
ma se torna è per Bergoglio.

Con due righe in romanesco
ha portato la discordia:
«Ma dov’è Misericordia
nel papato di Francesco?».

I giornali progressisti
han gridato al gran misfatto;
«Chi l’ha fatto è un mentecatto,
colpa degli oscurantisti!».

Ma la colpa è a Santa Marta,
dove regna la furbizia
e nel nome di laetitia,
è la fede che si scarta.

Contro il povero attacchino
hanno sporto pur reclamo;
noi da soli l’acclamiamo:
viva, viva il buon Pasquino!

Permettetemi il divertissement poetico. Perché in fondo, parlando di Pasquino, scrivere in versi viene naturale. E già: Pasquino, la «statua parlante» che nel corso dei secoli si è fatta beffe di papi e cardinali, qualche giorno fa è tornata a far parlare di sé. Certo, si è evoluta: al posto del cartello appeso al collo della scultura della piazza omonima, qualche buontempone (?) ha affisso una serie di manifesti in giro per l’Urbe. Ad essere preso di mira per la sua «falsa» misericordia è nientemeno che papa Francesco.

Apriti cielo. Il volto del papa non può finire sui manifesti. Men che mai, il papa non può essere preso in giro. E non è solo la stampa cattolica che si è strappata le vesti di fronte ai manifesti del Pasquino 2.0: si è assistito ad una manfrina incredibile, tanto che la vicenda è finita sotto la lente della digos. La digos, sì. Che dovrebbe indagare sull’antagonismo, sull’eversione politica, sul terrorismo. E tutto per quattro manifesti che al massimo possono andare incontro ad una tirata d’orecchie per affissione abusiva.
Proviamo a fare un po’ di fantacronaca: immaginiamo che ad essere bersaglio di un manifesto del genere fosse stato Benedetto XVI. Riuscite ad immaginare la levata di scudi unanime e la condanna del folle gesto? Riuscite ad immaginare un padre Spadaro qualsiasi che arrivi a definire – come ha fatto – che i manifesti sono «minacce ed intimidazioni»?

Sì, perché dietro questi manifesti pericolosissimi «c'è gente corrotta e ci sono poteri forti che montano strategie per staccare il Papa dal cuore della gente». Vabbè. Siamo di fronte alla solita questione dell’assenza di autocritica propria di una certa parte del mondo culturale contemporaneo. Anche di fronte ad una situazione evidentemente problematica, con un pontificato per niente conciliante che, per giunta, lascia insolute importanti discussioni teologiche (quasi fossero questioni di lana caprina), certa parte del mondo cattolico si rifiuta di utilizzare quel sano strumento che Nostro Signore ci ha messo a disposizione in modo del tutto gratuito: l’autocritica.
E si dirà che il papa è infallibile, e si dirà che un cattolico se contesta il papa finisce per fare come Lutero, e si dirà che il papa è il successore di Pietro e si diranno tante belle cose, che però sono spesso tirate fuori dal cassetto nel momento sbagliato e nel modo sbagliato. Tanto che alla fine ci si dimentica, ad esempio, che l’infallibilità del Romano Pontefice è solo ex cathedra. Oppure ci si dimentica dei tanti santi che hanno saputo criticare l’operato del papa – vedasi Caterina da Siena – per il bene della Chiesa.

L’indifendibile non può essere difeso: e questo pontificato, ovunque lo si guardi, presenta criticità tali da rendere doverosa una critica costruttiva. I manifesti del novello Pasquino rientrano in questo ambito? Forse sono troppo diretti, un po’ brutali e “popolari”; ma proprio per questo possono contribuire a dissipare quel fumo intellettuale che stagna attorno ai Sacri Palazzi: un fumo fatto di quelle parole-chiave del pontificato di Bergoglio (misericordia, abbattere i muri, amore, Chiesa in uscita, riforme…) che sono utilizzate da certuni come “jolly” per scusare ogni pecca del papa e come armi per attaccare chiunque provi a contestare uno stato delle cose che preoccupa. E beninteso: preoccupa perché il «fumo» di cui parlo avvolge una moltitudine di pastori, dai cardinali ai semplici sacerdoti. Che avrebbero bisogno di un po’ di sana autocritica. E magari anche di farsi una bella risata.    
di Giorgio Enrico Cavallo
http://www.campariedemaistre.com/2017/02/elogio-di-pasquino-e-dellautocritica.html

Tutti i subbugli cattolici sui manifesti anti Papa Francesco



C’è chi fa spallucce e chi si indigna. Un via vai di reciproci attacchi nella quotidiana schermaglia che va in scena sui social e nei blog del web tra chi, a seconda della posizione, viene definito guardiano della rivoluzione o violento reazionario. Così la questione dei manifesti abusivi attaccati sui muri di Roma tra venerdì e sabato, più che sul contenuto, ripropone lo scontro nella Chiesa tra due opposte, appassionate, correnti.
MANIFESTI MIRATI
“A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali… ma n’do sta la tua misericordia?”. È la frase incriminata, posta sotto la foto di un Papa colto in una espressione corrucciata e poco benevolente. Un testo preciso, con riferimenti a temi che probabilmente a molti, camminando per strada, non saranno stati immediatamente famigliari. Ma di stretta attualità ecclesiale: nei giorni scorsi le cronache sono tornate sulla vicenda del commissariamento dei Frati dell’Immacolatae proprio sabato il Vaticano ha reso pubblica la nomina del delegato del Papa incaricato di riformare l’Ordine di Malta.
MODERNE PASQUINATE
Tra i critici di Bergoglio il giudizio unanime è che si tratti di una pasquinata. Lo scrive, ad esempio, lo storico Roberto de Mattei (Fondazione Lepanto) sul Tempo, giudicando l’episodio come una “pungente protesta in romanesco”. Due giorni prima sull’agenzia Corrispondenza Romana aveva pubblicato un articolo dal titolo “Un Papa violento?” richiamando le ultime decisioni pontifice su Ordine di Malta e Francescani dell’Immacolata. La questione “pasquinata” porta al troncone di statua vicino piazza Navona, braccia e gambe mutilate, ma di ghigno parlante, dove i romani da secoli appendono critiche più o meno salaci, vergate in versi più o meno riusciti per sbeffeggiare il potere. Nella Roma papalina il potere coincideva col pontefice, e a lui si rivolgevano. Con toni che in confronto il manifesto apparso sabato scorso è redatto da un’educanda. In morte di Alessandro VI Borgia uscì un “venerò il lusso, la discordia, l’inganno, la violenza, il delitto”. Di Paolo III Farnese si disse che era: “un avvoltoio cupido e rapace”. Boccaccesca e anticipatrice del gossip contemporaneo sul malcostume sessuale nel clero, quella riservata a Paolo III “per aver amato il suo servitore e una scimmia”. Era Rinascimento. Adriano VI, che arrivava dall’Olanda e di Roma ci capiva niente, cercò di liberarsi della statua di Pasquino, ordinando di gettarla nel Tevere. Fu dissuaso dai suoi cardinali: avrebbe provocato una rivolta popolare. Così lì dove era stata messa rimase. Nel tempo le pasquinate hanno preso di mira Napoleone e Hitler, e ancora oggi qualcuno, su quel Facebook d’altri tempi, ci posta la sua indignazione.
“MINACCE DI GENTE CORROTTA”
Ma il paragone con Pasquino non regge, argomentano i commentatori più vicini a Francesco. “Sono manifesti anonimi finto-popolari e ben pagati”, scrive padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica: “Segno che il Papa sta agendo bene e sta dando molto fastidio. Quei manifesti sono minacce e intimidazioni”. Non c’è nulla di popolare, ma una regia di élite: “Dietro c’è gente corrotta e ci sono poteri forti che montano strategie per staccare il Papa dal cuore della gente. E il risultato è l’effetto l’opposto”. Per lo storico Alberto Melloni “c’è una Italia ferox, che con la denigrazione usa e alimenta faglie profonde di risentimenti e cafoneria”. Gli attacchini romani, scrive su Repubblica, “spiegano alla Chiesa che quel mondo dei blog reazionari, il ‘web katto-kattivo’, non esprime più amore alla tradizione, ma un feticismo cristiano dell’antiquato, indocile al vangelo e bisognoso di visibilità”. Un gesto che non si può minimizzare, per il vaticanista Marco Politi, che descrive le affissioni come un “attacco preciso, violento e bene pianificato”. Questo perché, scrive nel suo blog sul sito del Fatto Quotidiano, “toccano gli aspetti vitali dell’immaginario di questo pontificato”: il rapporto diretto con la massa dei fedeli – “rapporto ridicolizzato e deformato dalla foto, che sui manifesti mostra un pontefice ingrugnato” – e l’attacco “al cuore della sua buona novella, la misericordia”. Come dire: “Sei un dittatore subdolo che parli di misericordia ma perseguiti chi non è d’accordo con te”. “I manifesti abusivi non fermano le riforme”, twitta Giacomo Galeazzi, che parla di calunniatori del Papa che poi se la ridono sul web. L’opera di risanamento di Francesco allo Ior e all’Ordine di Malta, commenta in un video sul sito della Stampa“sta suscitando reazioni in ambienti ultra tradizionalisti, gli stessi che rimproverano al Papa le azioni di riforma che sta compiendo”.
I CRITICI SI SENTONO ACCUSATI
Dal fronte dei critici al pontificato di Francesco si replica non tanto sull’affissione dei manifesti, ma per i commenti di chi utilizza l’episodio per denigrare le opposizioni. Il giornalista ticinese Giuseppe Rusconi scrive di “agitazione turiferaria per dei manifesti che richiamano – con veracità romanesca – a Papa Bergoglio alcuni fatti poco misericordiosi”Antonio Socci ironizza via social su quello che definisce il “coro degli indignati speciali”. Argomenta Riccardo Cascioli, direttore della Nuova Bussola Quotidiana: “Se c’è qualcosa di inquietante è usare la storia dei manifesti, trasformarla in un atto di terrorismo, con tanto di ‘indagini negli ambienti conservatori’, per poter tappare la bocca a vescovi, teologi, docenti, giornalisti che osano anche solo manifestare perplessità davanti a certe affermazioni o omissioni del Papa”.
I PRECEDENTI NON MANCANO
Come ricorda John Allen, per sedici anni corrispondente da Roma e oggi al timone del portale americano Crux, l’affaire manifesti non è un inedito. Cita in particolare i volantini diffusi a Roma che accusavano di eresia Wojtyla per avere indetto la prima Giornata interreligiosa di Assisi, nel 1986; e i manifesti con “Vota Turkson” (Peter Turkson, cardinale ghanesese, votante ed eliggibile a Papa) comparsi intorno al Vaticano nel pre-conclave 2013. Questi, in verità, probabilmente più goliardici che forieri di messaggi politici. Marco Roncalli, sulla Stampa, ricorda quando, nell’agosto 1978, ambienti di destra, dopo la morte di Paolo VI, fecero affiggere un manifesto di condanna del pontificato precedente con un eloquente “Vogliamo un Papa cattolico”.
BENEDETTO XVI COME UNA DRAG QUEEN
Di ridicolizzazioni dell’immagine papale ne fu più volte oggetto Benedetto XVI. Nel 2011 una pubblicità (poi ritirata) srotolata a pochi passi da San Pietro lo ritraeva in un bacio omosessuale con un imam. Nell’autunno 2013 un gruppo di studenti della Statale di Milano stampò volantini per pubblicizzare un cineforum su omosessualità e religione con un Ratzinger (ormai Papa emerito) truccato come una drag queen. Poi si scusarono. Tutt’altro che una pasquinata il divieto imposto di fatto a Ratzinger da altri studenti, quelli della Sapienza di Roma, a intervenire all’inaugurazione dell’Anno accademico.
FRANCESCO NON SE NE CURA
Stando a quanto riporta Luigi Accattoli sul Corriere della SeraPapa Francesco, informato dei manifesti, avrebbe reagito con “serenità e distacco”. È l’atteggiamento più credibile. Anche se molti si sono soffermati sulle parole pronunciate all’Angelus domenicale, cercando di leggervi una indiretta risposta ai manifesti, nel passaggio da lui dato sui “germi inquinanti dell’invidia e della maldicenza”. Ma Bergoglio da sempre punta il dito contro chiacchiere e mondanità che rovinano il tessuto della Chiesa. E domenica stava commentando le letture della liturgia del giorno, richiamando alcuni aspetti della testimonianza cristiana. Altri hanno interpretato un sonoro “Viva il Papa” – che si è effettivamente levato dalla piazza – come popolare gesto di solidarietà. Le intenzioni sono insindacabili, ma di “evviva” in San Pietro se ne sentono spesso. E la piazza in verità domenica non era tra le più affollate degli ultimi tempi.
CHI È CHE STAMPA?
Chi c’è dietro i manifesti anonimi e abusivi? Anche nel Rinascimento le pasquinate erano sovente preparate su commissione. Spesso per un interesse dei poteri di Curia che si affidavano a scrittori più abili nel vergare versi. Ma con lo stesso obiettivo: attaccare il pontefice regnante. E per il motteggio satirico si poteva anche finire sulla forca. È il caso di Niccolò Franco, impiccato su ponte Sant’Angelo nel 1570. Oggi indaga la Digos. E lo fa in ambienti tradizionalisti e di destra.
DUE LEADER FORTI
Al di là del risultato dell’inchiesta, interessante il giudizio del vaticanista Usa, John Allen, che avanza un paragone tra la contestazione a Bergoglio e quella a Trump: “Sono ambedue leader forti, ambedue hanno un sostegno quasi fanatico in alcuni settori dell’opinione pubblica e un’opposizione altrettanto accesa in altri. Ambedue sono polarizzanti, così che non ci sono verso di loro molte opinioni fredde: o sono amati, o sono odiati”.


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