ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 14 febbraio 2017

Togli un sassolino qua, rimuovi una spina là..

LA FEDE NON E' UNA VIA COMODA

    Ciò che i cattolici progressisti non capiscono è che la fede non è una via comoda. L’amore di Dio-persona per l’uomo-persona, è una cosa estremamente seria, o meglio, essenziale: se si toglie quello, si toglie il Vangelo 
di Francesco Lamendola  



Il cristianesimo è anche una filosofia globale della libertà, e la libertà non è mai una via comoda: questo è ciò che i cattolici progressisti e neomodernisti non hanno mai capito, non vogliono e, in un certo senso, non possono capire, dati i loro presupposti erronei. In che cosa consiste il loro progressismo? Nel tentativo di conciliare la fede in Cristo con la fede nel Progresso – due cose, evidentemente, un po’ diverse fra loro. E in che cosa consiste il loro neomodernismo? Nel tentativo di “rinnovare” la fede per mezzo delle cosiddette conquiste del pensiero moderno, a cominciare dal metodo scientifico. Ed eccoli lì, tutti presi e indaffarati nello sforzo ciclopico di togliere un sassolino qua, di rimuovere una spina là, per eliminare tutto ciò che, sul sentiero della fede cristiana, può dare ombra alle loro altre due fedi “parallele”, quella nel Progresso e quella nella Modernità. 
Peccato soltanto che, alla fine di questa strana operazione, del cristianesimo non resterà più nulla, assolutamente nulla: ma loro non lo sanno. Loro, al contrario, penseranno di aver compiuto una nobile e necessaria impresa: togliere ed eliminare dal cristianesimo ogni elemento “irrazionale”, ogni cosa che non sia scientificamente dimostrabile, ogni credenza che non si possa conciliare con la fede assoluta in un Progresso puramente umano, laico e immanente. Credono che, alla fine, si troveranno fra le mani un cristianesimo rinnovato e, ovviamente, assai migliore dell’antico, depurato da retaggi oscurantisti e da mitologie un poco buffe, certo insostenibili e indifendibili ai nostri giorni; invece si troveranno a stringere il nulla, zero virgola zero. Davanti al loro zelo iconoclasta, al loro furore modernista, al loro entusiasmo progressista, non si saprebbe se ridere o piangere: somigliano a dei bambini che han deciso di fare a pezzi il loro giocattolo per vedere cosa ci sia dentro; troppo tardi capiranno, se pure lo capiranno mai, di avere ucciso la fede e di aver distrutto la Chiesa.
Quel che vogliono fare, in fiondo, è di rendere facile la fede in Cristo. I miracoli di Cristo sono un problema per il metodo scientifico? E allora via i miracoli. La morale cristiana è un problema per gli appetiti dell’uomo? Niente paura: la morale cristiana si può “aggiornare”, adeguare, adattare alle esigenze del mondo attuale. E così via. Quel che non piace, quel che risulta ostico sul piano intellettuale o sul piano morale, lo s’interpreta in senso allegorico, figurato. Via, non si deve pigliare la Bibbia alla lettera: lo sappiamo almeno dai tempi di Galilei; e non vogliamo mica processare un altro Galilei, vero? Anzi, a scanso di situazioni spiacevoli, i cattolici modernisti e progressisti si arruolano sotto le bandiere della scienza, anche quando si tratta solo di teorie scientifiche non del tutto confermate dai fatti. L’evoluzionismo, per esempio: ci sono, bensì, dei biologi non evoluzionisti; e i famosi “anelli mancanti” fra le diverse specie, checché se ne dica, non sono saltati fuori, o non in misura soddisfacente: però, per far vedere che i cristiani moderni sono ragionevoli e non degli oscurantisti, nemici della Scienza e del Progresso, ecco che essi hanno adottato in blocco l’evoluzionismo, preferibilmente nella versione più “ortodossa”, quella darwiniana. E poco importa che sia anche la meno suffragata dai fatti, la più discussa, la più criticata nello stesso ambiente scientifico: questa volta i cattolici progressisti e modernisti hanno deciso che, per non farsi più sorprendere alla retroguardia, andranno sempre e comunque all’avanguardia: che saranno sempre un passo avanti, e mai un passo indietro, rispetto alla marcia trionfale della Scienza. Stesso discorso per la sfera morale, anche se con una pizzico più evidente d’ipocrisia. La Chiesa dichiara che il matrimonio è indissolubile e che la vita appartiene solo a Dio? E i cattolici progressisti votano “sì” tanto al referendum sul divorzio, che a quello sull’aborto: ci sarà pure la libertà di coscienza, in fin dei conti. Ma questa è già storia vecchia, acqua passata. Adesso è lo stesso magistero che si muove, sotto gli auspici e la spinta (ir)resistibile di papa Francesco: con la Amoris laetitia, la ferita è stata sanata e i cattolici divorziati e rispostati possono mettersi a posto con Dio e con gli uomini; quanto all’aborto, anche quello non è poi un problema insuperabile, per fortuna c’è la misericordia di Dio e una bella confessione, senza neppur bisogno di scomodare il vescovo, pulisce la coscienza meglio di uno smacchiatore di prim’ordine.
Tutto dipende, evidentemente, da quel che si pensa che il Vangelo sia. Per i cattolici modernisti e progressisti, è un appello alla misericordia di Dio, e un semaforo verde perché l’uomo faccia quel che vuole, quel che gli sembra giusto, in un clima di pieno soggettivismo e relativismo. Se una persona, in coscienza, sente di dover fare in un certo modo, allora fa bene a seguire la sua strada, ha detto, press’a poco, papa Francesco nella sua prima, tristemente celebre, conversazione-intervista col gran papa dello gnosticismo massonico italiano, Eugenio Scalfari: e mai si era vista la dottrina cristiana trascinata così in basso per bocca d’un vicario di Cristo, nei suoi duemila anni di storia. Se si pensa, invece, che il Vangelo sia un invito alla conversione e chieda agli uomini d’intraprendere la via della croce, del sacrificio di sé, dell’eroismo quotidiano per amore di Dio e del prossimo, allora le cose stanno in maniera completamente diversa: la via della fede diventa la più impervia che si possa immaginare, e appare tutta l’inanità e la follia di volerla rendere facile. Quanto al mondo moderno, appare chiaro che non si può essere amici di Dio e anche del mondo, che bisogna fare una scelta: Se hanno ascoltato me, ascolteranno anche voi; se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voiE il mondo vi odia, perché voi non siete del mondo; sappiate che prima di voi il mondo ha odiato me. Sono parole di Gesù Cristo, riportate fedelmente dal Vangelo. Ci vuole davvero tutta la disinvoltura e tutta l’impudenza dei cattolici progressisti e modernisti per far finta che queste parole non siano state pronunciate, e per tirare il Vangelo a dire l’opposto di quel che Gesù ha detto, ossia che il cristiano deve farsi amico del mondo e convivere fiduciosamente con esso.
A questo proposito osservava acutamente papa Benedetto XVI (da: Svolta per l’Europa?, pp. 87-89; cit. in Joseph Ratzinger, Collaboratori della verità. Un pensiero al giorno, a cura di suor Irene Grassl, titolo originale: Mitarbeiter der Wahrheit: Gedanken für jeden Tag, Würzburg, Verlag Johan Wilhelm Naumann, 1990; traduzione dal tedesco di Annarita Torti, Libreria Editrice Vaticana, 205, e Cinisello Balsamo, Milano, Edizioni San Paolo, 2006, pp. 316-317):

L’integrazione fra conoscenza, volontà e sentimento avviene nella persona. La fede cristiana ha per sua stessa natura una struttura personale. È la risposta di una persona alla chiamata di un’altra. È l’incontro di due libertà.
Se l’essenza della fede cristiana, così come viene descritta nella Bibbia, non è l’irrazionalismo, ma il più deciso riconoscimento della ragione come fondamento e destino di tutte le cose, possiamo aggiungere che la fede cristiana racchiude per sua natura una filosofia globale della libertà.
Ciò si ripercuote anche sulle forme concrete di religiosità. A una filosofia a-personale corrisponde una religiosità a-personale. Non si può negare che esistano tendenze di questo genere anche tra i cristiani. Il coraggio della fede nel Dio personale che ci ascolta finisce per esaurirsi. La pietà si riduce a un lasciarsi sommergere nella corrente dell’essere, a un liberarsi degli oneri della libertà, degli oneri della dignità personale, a un rituffarsi nell’abisso del nulla.
La preghiera cristiana, invece, è la risposta di una libertà a un’altra libertà, incontro d’amore. Ancora una volta: la tendenza a una religiosità a-personale cela in sé un frammento di verità. Essa aspira al superamento della differenza che ci separa dall’altro e dagli altri. Ma la ritirata dall’essere, il darsi per sconfitti che ciò significa, non salva. Quando l’incontro di due libertà diventa amore, proprio allora avviene il superamento della differenza. Non la negazione della persona, ma il suo geto più alto, l’amore, crea quell’unità cui noi, creature del Dio uno e trino, aneliamo fin dal profondo della nostra esistenza.
Possiamo dunque concludere: la fede non è una via comoda. Chi la presenta così fallirà. Essa pone l’uomo davanti al’aspirazione più elevata, perché sa quanto l’uomo vale. Ma proprio perché fa ciò, è bella e adeguata alla nostra natura. Se il nostro sguardo sa coglierla in tutta la sua grandezza e profondità, allora la fede porta in sé le risposte che la nostra epoca attende.

Nella prospettiva di Benedetto XVI, dunque, nel cristianesimo si realizza la sintesi di conoscenza, volontà e sentimento, e cadono le barriere che imprigionano gli uomini nella loro finitezza, proprio come cadono – ma su un piano solo terreno – nell’atto d’amore fra un uomo e una donna. Il cristianesimo, infatti, si basa su un Dio personale che si rivolge a un uomo-persona: niente a che vedere con le filosofie e con le teologie gnostiche, neoplatoniche, panteiste, razionaliste, antiche e moderne; niente a che vedere con gl’innumerevoli culti e sette New Age, o con i rigurgiti neopagani; e meno di tutto con i tentativi di addomesticare il cristianesimo, di normalizzarlo, di snaturarlo, agendo dall’interno di esso. Benedetto XVI mostra di avere piena consapevolezza del fatto che tali tentativi esistono, e vi sono delle forze a ciò interessate: le stesse forze che vorrebbero spostare il rapporto fra Dio e l’uomo su di un piano impersonale, così trasformando il cristianesimo in una filosofia. Una delle tante. Il modernismo e il progressismo vanno appunto in questa direzione, e ciò per un duplice ordine di ragioni. Il primo è che, ai loro occhi, il carattere personale della Rivelazione cristiana è motivo di scandalo: perché mai Dio dovrebbe incarnarsi, perché mai dovrebbe presentarsi a tu per tu davanti a ciascun singolo uomo, perché mai dovrebbe rinnovare il suo sacrificio d’amore, incessantemente, nel mistero dell’Eucarestia, seguitando a farsi tutto a tutti, sino all’estremo sacrificio, ogni volta che il sacerdote celebra la santa Messa? Tutto questo appare puerile e, nello stesso tempo, irragionevole, dal punto di vista dei dotti modernisti e dei progressisti, imbottiti di sano realismo. L’altro ordine di ragioni ha a che fare con il cosiddetto ecumenismo e con il cosiddetto dialogo interreligioso: se Dio è persona, e se la Persona che si è incarnata in mezzo a noi è Gesù Cristo, ciò offende i seguaci delle altre religioni e, fra i cristiani, offende coloro i quali negano il sacrifico della Messa, negano o mettono in forse l’Incarnazione, perché la vedono come un  atto troppo selettivo per essere realmente divino. Come potrebbe, Dio, far preferenze? Perché dovrebbe escludere gli altri? Ancora una volta, alla base di questi atteggiamento vi è il rifiuto del Vangelo: perché, in esso, Gesù dice con estrema chiarezza ai discepoli: Andate e annunciate il Vangelo: chi sarà battezzato e crederà, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato.

E qui viene al pettine il nodo fondamentale di tutta la questione. Le filosofie moderne, come il modernismo e il progressismo, esaltano l’uomo, ma, in fondo, hanno un’idea ben meschina di lui: non lo ritengono degno di una offerta d’amore personale da parte di Dio. E le due cose, in fondo, si legano e si compenetrano: dietro questa apparente umiltà, vi è un’immensa superbia: l’uomo non vuole che Dio si prenda cura di lui, individualmente e personalmente, perché ciò limiterebbe la sua “libertà”. Ma la vera libertà dell’uomo non è quella di fare ciò che vuole, bensì di fare ciò che è giusto. Giusto per chi?, chiederanno subito, alzando le sopracciglia e già pregustando il trionfo, i modernisti e i progressisti. Giusto davanti a Dio; ma giusto anche per l’uomo: tanto per il singolo individuo, quanto per i suoi simili. La giustizia o è universale, o non è giustizia, ma una sua caricatura. Un’azione giusta è tale perché è giusta davanti a Dio, perché è giusta per il singolo uomo che la compie, ed è giusta per le altre persone che si muovono entro la sfera di quell’azione, diretta o indiretta che sia (e si pensi che, talvolta, gli effetti indiretti di un’azione si manifestano dopo generazioni e secoli, per capire quale tremenda responsabilità sia insita nel concetto della libertà morale). La libertà, insomma, per i modernisti e i progressisti, se non è assoluta, non è libertà; però, nello stesso tempo, ne sono spaventati, perché ne intuiscono, più che vederle, le tremende implicazioni: ed ecco che preferiscono fare appello alla “misericordia” di Dio per togliersi quel fardello dalle spalle, ogni qualvolta non sanno farne il giusto uso.  Per il cattolicesimo, quello vero e non quello taroccato della “svolta antropologica” e del falso ecumenismo, l’amore di Dio-persona per l’uomo-persona, è una cosa estremamente seria, o meglio, essenziale: se si toglie quello, si toglie il Vangelo. Il lieto annunzio è tutto qui. Ma la relazione che s’instaura fra le due persone, quella Infinita e quella finita, non è affatto facile: come non lo è in nessuna relazione d’amore. Ed ecco la tentazione di alleviare o, magari, togliere le difficoltà. Ciò che progressisti e modernisti non capiscono è che, in tal modo, si toglie anche la profondità dell’amore reciproco fra Dio e l’uomo...

  
Ciò che i cattolici progressisti non capiscono è che la fede non è una via comoda

di Francesco Lamendola

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11073:fede-non-e-via-comoda&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96



Amoris Laetitia: mons. Galantino (Cei), “accompagnamento” dei conviventi  è “rivoluzione nelle nostre parrocchie”
Roma, 13 febbraio 2017: mons. Nunzio Galantino interviene a un incontro formativo per le religiose salesiane sull’esortazione apostolica Amoris Laetitia

“Essere famiglia per chi non crede più alla famiglia”. È questa, secondo monsignor Nunzio Galantino, una delle consegne che scaturiscono dall’Amoris Laetitia. Parlando oggi alle Figlie di Maria Ausiliatrice, il vescovo ha citato la sempre più diffusa “prassi della convivenza” che precede il matrimonio, a causa della “paura del per sempre”, ed ha esortato a chiedersi: “In quanti uomini e donne di questo tempo il sogno nuziale trova un’adeguata accoglienza e gli opportuni aiuti da parte della società civile e della stessa Chiesa?”. Nei casi del matrimonio solo civile o della semplice convivenza, per Galantino “occorre saper osare, offrendo le linee per configurare il salto da una certa chiusura e applicazione meccanica delle norme, quindi di esclusione, a un atteggiamento di apertura e di integrazione”. Per il segretario generale della Cei, “l’impressione è che, al momento, la comunità cristiana non è in grado di intercettare i suoi figli più giovani dopo la Cresima, che costituisce di fatto per molti il sacramento del ‘congedo’ dalla vita cristiana. Alcuni poi in parte tornano in parrocchia, ormai trentacinquenni, per chiedere, spesso dopo un lungo tempo di convivenza, il matrimonio. C’è un vuoto di accompagnamento pastorale da colmare”. “Se è vero che i conviventi hanno reso pubblico il loro amore, ma nello stesso tempo hanno reso manifesti i loro dubbi e le paure nel vivere in pienezza quella relazione, come mostrare loro il sacramento delle nozze come chiamata a libertà?”, si è chiesto Galantino, secondo il quale “la parola chiave è accompagnamento e chiede di spalancare le porte a una rivoluzione nelle nostre parrocchie”, da parte di una “Chiesa in uscita” capace di “andare i soliti recinti” e di “ridestare la nostalgia del sacramento in cui, attualmente, non ne avverte l’esigenza”.

“Sacramenti ai risposati, se vogliono cambiare ma non possono”
Un libro del cardinale Coccopalmerio riflette su Amoris laetitia spiegando le aperture decise dal Papa: «Possiamo ritenere con sicura coscienza che la dottrina è rispettata»
Il cardinale CoccopalmerioANSA

«La Chiesa potrebbe ammettere alla penitenza e alla eucaristia i fedeli che si trovano in unione non legittima», i quali «desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio». Questa la conclusione a cui arriva il cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, autore di un agile volumetto appena pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (Il Capitolo ottavo della esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia), una cinquantina di pagine interamente dedicate alla questione della possibile ammissione ai sacramenti per coloro che vivono in situazioni «irregolari». «Credo che possiamo ritenere, con sicura e tranquilla coscienza, che la dottrina, nel caso, è rispettata», scrive il cardinale. 

Una lettura attenta e critica 
Da notare innanzitutto il metodo utilizzato dal porporato canonista: una lettura critica e attentissima del testo papale, con l’intento di coglierne, attraverso tutti i possibili rimandi interni, l’autentico significato. Coccopalmerio ricorda che questa parte del documento «non è molto ampia, perché è composta solo da ventidue numeri, dal n. 291 al n. 312, ma è molto densa e pertanto presenta maggiori difficoltà di analisi e di comprensione. A ciò deve aggiungersi - ammette con sincerità - una certa non organicità, cioè un susseguirsi non sempre ordinato dei temi trattati». 

Ribadita l’indissolubilità 
Il cardinale ricorda, citandoli, i testi dell’esortazione che contengono «con assoluta chiarezza tutti gli elementi della dottrina sul matrimonio in piena coerenza e fedeltà all’insegnamento tradizionale della Chiesa». L’esortazione afferma ripetutamente la «volontà ferma di restare fedeli alla dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia». E ricorda che «in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza… La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi». 

Le condizioni soggettive degli «irregolari» 
Le pagine più dense e articolare del libro sono quelle relative alle «condizioni soggettive o condizioni di coscienza delle diverse persone nelle diverse situazioni non regolari e il connesso problema della ammissione ai sacramenti della penitenza e della eucaristia». Coccopalmerio sottolinea come limiti e ostacoli non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma vigente, perché, come già affermava Papa Wojtyla, «un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere valori insiti nella norma morale o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa». Sono tre le motivazioni che esimerebbero la persona «irregolare» dall’essere in condizione di peccato mortale: una eventuale «ignoranza della norma» e pertanto la non colpevolezza nel caso di infrazione della norma stessa; una «grande difficoltà nel comprendere i valori insiti nella norma morale»; «condizioni concrete che non… permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa», «fattori che limitano la capacità di decisione». 

La consapevolezza dell’irregolarità 
La terza delle tre motivazioni «è la più problematica». Amoris laetitia, citando anche Giovanni Paolo II, parla di coppie che pur nella «consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione» hanno «grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe», e «situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione». Coccopalmerio osserva che il testo, pur non affermandolo esplicitamente, presuppone in modo implicito che queste persone siano intenzionate a «cambiare la loro condizione illegittima». Cioè si pongano «il problema di cambiare» e quindi abbiano «l’intenzione o, almeno, il desiderio» di farlo. 

Un caso concreto 
Il cardinale fa un esempio concreto per spiegare quanto appena affermato, proponendo quello «di una donna che è andata a convivere con un uomo sposato canonicamente e abbandonato dalla moglie con tre bambini ancora piccoli. Orbene, questa donna ha salvato l’uomo da uno stato di profonda prostrazione, probabilmente dalla tentazione di suicidio; ha allevato i tre bambini non senza notevoli sacrifici; la loro unione dura ormai da dieci anni; è nato un nuovo figlio. La donna della quale parliamo ha piena coscienza di essere in una situazione irregolare. Vorrebbe sinceramente cambiare vita. Ma, evidentemente, non lo può. Se, infatti, lasciasse la unione, l’uomo tornerebbe nella condizione di prima, i figli resterebbero senza mamma. Lasciare l’unione significherebbe, dunque, non adempiere gravi doveri verso persone di per sé innocenti. È perciò evidente che non potrebbe avvenire “senza una nuova colpa”». 

«Come fratello e sorella» e fedeltà in pericolo 
Il cardinale ricorda quanto stabilito da Giovanni Paolo II in Familiaris consortio e cioè la possibilità di confessarsi e fare la comunione purché ci si impegni a vivere come «fratello e sorella», cioè astenendosi dai rapporti sessuali. E sottolinea anche che l’eccezione in proposito sollevata da Amoris laetitia si fonda su un testo della costituzione conciliare Gaudium et spes: «In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere ‘come fratello e sorella’ che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, “non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli”». Dunque, suggerisce l’autore del libro, «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché verificano il caso del soggetto del quale parla il n. 301 con questa chiara espressione: “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”». 

Le due condizioni essenziali 
«La Chiesa, dunque, potrebbe ammettere alla penitenza e alla eucaristia - conclude Coccopalmerio - i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio. È evidente che le condizioni essenziali di cui sopra dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento da parte dell’autorità ecclesiale». Nessun soggettivismo, ma spazio al rapporto con il sacerdote. Il cardinale afferma che potrebbe essere «necessario» o almeno «assai utile un servizio presso la Curia», in cui il vescovo «offra una apposita consulenza o anche una specifica autorizzazione a questi casi di ammissione ai sacramenti». 

L’ostacolo dello «scandalo» 
Resta da superare, osserva ancora il cardinale, l’ostacolo dello «scandalo» e cioè il giudizio erroneo secondo il quale l’ammissione di alcuni di questi fedeli significherebbe affermare la regolarità della loro unione e dunque che «il matrimonio o non è necessario o non è indissolubile». Per evitare lo scandalo bisogna «istruire i fedeli offrendo loro» i parametri di giudizio fin quei esposti. 

La dottrina rispettata 
«Credo che possiamo ritenere, con sicura e tranquilla coscienza - spiega Coccopalmerio - che la dottrina, nel caso, è rispettata. La dottrina dell’indissolubilità del matrimonio è nel caso rispettata, perché i fedeli nella situazione ipotizzata si trovano in unioni non legittime, anzi, più precisamente, possiamo senz’altro affermare che tale condizione è oggettivamente di peccato grave. La dottrina del sincero pentimento che contiene il proposito di cambiare la propria condizione di vita come necessario requisito per essere ammessi al sacramento della penitenza è nel caso rispettata, perché i fedeli nelle situazioni ipotizzate, da una parte, hanno coscienza, hanno convinzione, della situazione di peccato oggettivo nella quale attualmente si trovano e, dall’altra, hanno il proposito di cambiare la loro condizione di vita, anche se, in questo momento, non sono in grado di attuare il loro proposito». 

Chi non può essere ammesso 
A chi invece la Chiesa «non può assolutamente – sarebbe una patente contraddizione – concedere» i sacramenti? Al fedele che, «sapendo di essere in peccato grave e potendo cambiare, non avesse però nessuna sincera intenzione di attuare tale proposito». È quanto afferma Amoris laetitia: «Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità. Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione…». 

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Domenica scorsa, in tutte le chiese, è stato letto un "manifesto" che demolisce Bergoglio e la sua cricca


Sarà stato anche questo un “complotto” dei “conservatori”? O forse uno dei tanti colpacci dei famosi hacker russi? O forse sarà colpa di Trump?
Non si sa. Magari papa Bergoglio farà indagare la solerte Gendarmeria vaticana: chissà che alla fine non si possa dare la colpa all’odiato card. Burke.
Fatto sta che in tutte le chiese cattoliche, domenica scorsa, è stato letto un micidiale manifesto che demolisce il bergoglismo (ossia le “novità” di questo pontificato tanto acclamate dai media laicisti). E tutte le parole pronunciate in quel “manifesto” – assicura la Chiesa – sono “Parola di Dio” e “Parola del Signore”. Perché di tratta delle Letture liturgiche dalla Sacra Scrittura.
Vediamo (in neretto i brani da considerare, in corsivo i miei commenti).
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Dalla prima lettura:
“Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare”. (Siracide 15, 16-21)
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Questa è la demolizione di tutta l’Amoris laetitia:

Dal Vangelo (Mt 5,17-37)
“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli”.
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Questo brano demolisce tutte le intemerate di papa Bergoglio contro la Legge e contro i Comandamenti (che – ha detto recentemente – “non ti danno gioia, perché non ti fanno libero”).
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“Chi poi dice al fratello: ‘Stupido’, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: ‘Pazzo’, sarà destinato al fuoco della Geènna”.

QUI o QUI si può leggere un repertorio (peraltro incompleto) di epiteti papali rivolti ai fratelli nella fede. Ciascuno può farsi un’idea.
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Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te (…). Fu pure detto: ‘Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio’. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio”.
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Alla luce dell’Amoris laetitia (e di tutto il magistero di papa Bergoglio) Gesù – che ha pronunciato queste parole – dovrebbe essere annoverato tra i “rigidi” (anzi super-rigidi), tra i “rigoristi”, tra i “fondamentalisti”, cioè fra coloro – come i quattro cardinali – che Bergoglio depreca continuamente.
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“Sia invece il vostro parlare: ‘Sì, sì’, ‘No, no’; il di più viene dal Maligno”.
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E con queste parole Nostro Signore spazza via tutte le ambigue oscurità dell’Amoris laetitia e soprattutto GIUDICA il rifiuto di papa Bergoglio di rispondere chiaramente ai “Dubia” dei quattro cardinali. Sappiamo che alle interrogazioni canoniche dei “Dubia” la Santa Sede deve rispondere (in ciascun caso) con un “sì” o con un “no”: Perciò il rifiuto di rispondere da parte di papa Bergoglio è proprio un rifiuto della logica del “sì sì, no no”, cioè della logica del Vangelo di Gesù Cristo.
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Personalmente mi unisco a coloro che continuano a pregare per papa Bergoglio, perché il Signore lo illumini facendogli invertire la rotta e riparare i colossali danni e l’immensa confusione che sta producendo nella Chiesa.
a cura di Antonio Socci

GPII: IL MATRIMONIO È UNA SALITA CHE RICHIEDE TEMPO E FATICA, MA NON POSSIAMO ABBASSARE LA VETTA

GPII: il matrimonio è una salita che richiede tempo e fatica, ma non possiamo abbassare la vetta
«Se il matrimonio cristiano può essere paragonato ad una montagna molto alta che pone gli sposi nell’immediata vicinanza di Dio, bisogna riconoscere che la sua salita richiede molto tempo e molta fatica. Ma sarà questa una ragione per sopprimere o abbassare tale vetta?»
San Giovanni Paolo II, 29 novembre 1980