ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 13 marzo 2017

Chiagne e fotte..^

Antiebraismo cattolico e papale. L'allarme del rabbino Laras     
               
ABI

"Israele, popolo di un Dio geloso. Coerenze e ambiguità di una religione elitaria". Già da questo titolo di convegno tira un'aria niente affatto amichevole per gli ebrei e l'ebraismo.
Ma se si va a leggere il testo originale della presentazione si trova anche di peggio: "Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione". Da cui "intolleranze", "fondamentalismi", "assolutismi" non solo verso gli altri popoli ma anche autodistruttivi, poiché "ci sarà da chiedersi in che misura la gelosia divina incenerisca o meno la libertà di scelta dell’eletto".
Eppure questi sono stati il titolo e la presentazione iniziali di un convegno che l'Associazione Biblica Italiana ha messo in agenda dall'11 al 16 settembre a Venezia.
Gli statuti dell'ABI sono approvati dalla conferenza episcopale italiana e di essa fanno parte circa 800 professori e studiosi delle Sacre Scritture, cattolici e non. Tra i relatori del convegno di settembre figura il numero uno dei biblisti della Pontificia Università Gregoriana, il gesuita belga Jean-Louis Ska, specialista del Pentateuco, cioè in ebraico la Torah, i primi cinque libri della Bibbia. Non vi è stato chiamato a parlare, invece, nessuno studioso ebreo.
I rabbini però non potevano stare zitti. E si sono fatti vivi con una lettera all'ABI firmata da uno dei loro esponenti più autorevoli, Giuseppe Laras, di cui ha dato notizia per primo Giulio Meotti su "Il Foglio" del 10 marzo.
Un ampio estratto della lettera è riprodotto più sotto. Ma prima sono utili un paio di avvertenze.
Quando il rabbino Laras scrive di un "marcionismo" che oggi affiora sempre più insistente, fa riferimento alla corrente che dal teologo greco del II secolo Marcione fino ai giorni nostri contrappone il Dio geloso, legalista, guerriero dell'Antico Testamento al Dio buono, misericordioso, pacifico del Nuovo Testamento, e quindi, di conseguenza, gli ebrei seguaci del primo ai cristiani seguaci del secondo.
Non solo. Laras – di cui è vivo il ricordo dei dialoghi con il cardinale Carlo Maria Martini – fa cenno a papa Francesco come a uno che perpetua questa contrapposizione.
E in effetti, non è la prima volta che autorevoli esponenti dell'ebraismo italiano – come il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni – rimproverano a Francesco l'uso distorto della qualifica di "fariseo" oppure del paragone con Mosè per gettare discredito sui suoi avversari.
È ciò che Francesco fece, ad esempio, nel discorso conclusivo del sinodo dei vescovi, quando si scagliò contro "i cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili". Incurante di contraddirsi, perché una novità che questo papa vuole introdurre nella prassi della Chiesa è il ripristino del divorzio, consentito proprio da Mosè e proibito invece da Gesù.
Ma lasciamo la parola al rabbino Laras.
*
Cari amici,
[…] Ho letto, assieme a stimati colleghi Rabbini e al Prof. David Meghnagi, assessore alla cultura dell'UCEI [Unione delle Comunità Ebraiche Italiane], il programma ragionato del convegno ABI [Associazione Biblica Italiana] previsto per settembre 2017.
Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato! […]
Certamente – indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni – emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell'aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione:
1. un sentore carsico – con questo testo ora un po' più manifesto – di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell'ebraismo;
2. una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo;
3. un "marcionismo" più o meno latente ora presentato in forma pseudo-scientifica, insistente oggi sull'etica e sulla politica;
4. un abbraccio con l'islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l'ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica;
5. la ripresa della vecchia polarizzazione tra la morale e la teologia della Bibbia ebraica e del fariseismo, e Gesù di Nazaret e i Vangeli.
So benissimo che i documenti ufficiali della Chiesa cattolica avrebbero raggiunto dei punti di non-ritorno. Peccato che vengano contraddetti quotidianamente dalle omelie del pontefice, che impiega esattamente la vecchia, inveterata struttura e sue espressioni, dissolvendo i contenuti dei documenti suddetti.
Si pensi solo alla "legge del taglione" recentemente evocata dal papa con faciloneria e travisata, in cui invece, tramite essa, interpretandola da millenni, anche all'epoca di Gesù, l'ebraismo alla ritorsione sostituisce invece il risarcimento, facendo pagare al colpevole quello che si definirebbe modernamente il lucro cessante, il danno permanente e anche quello psicologico. E tutto questo molti secoli prima che la civilissima Europa (cristiana?) affrontasse questi temi. Forse che l'argomento della cosiddetta "legge del taglione" non sia stato nei secoli un cavallo di battaglia dell'antiebraismo da parte cristiana, con una sua ben precisa storia?
Osservo con dispiacere e preoccupazione sommi che questo programma ABI è in sostanza la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta.
Personalmente registro con dolore che uomini come [Carlo Maria] Martini e il loro magistero in relazione a Israele in seno alla Chiesa cattolica siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica.
Infine addolora (e molto!) che chi solleva obiezioni, perplessità, preoccupazioni e indignazione circa programmi e titoli siffatti (o solo anche proposti) debbano essere sempre degli ebrei, ridotti all'ingrato e sgradevolissimo compito di dover fare da "poliziotti del dialogo", e non invece in primo luogo da voci cristiane autorevoli che da subito e ben prima si siano imposte con un fiero e franco "no".
Un cordiale shalom,
Rav Prof. Giuseppe Laras
*
Alla lettera del rabbino Laras all'ABI sono annesse delle "considerazioni" che sottopongono a critica serrata vari passaggi del programma del convegno.
E queste che seguono sono le conclusioni.
*
Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi, promossa dalla Chiesa cattolica o da sue parti rilevanti:
1. la causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);
2. la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).
Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.
Questa strategia, […] mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazaret:
– non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia natura, ecc.), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;
– evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;
– parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: "marcionismo etico" (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo).
*
Il 10 marzo l'ABI ha tolto dal proprio sito ufficiale il testo originale di presentazione del convegno, il cui programma resta comunque confermato.
E successivamente ha attenuato il titolo, che è diventato: "Popolo di un 'Dio geloso' (cf. Es 34,14): coerenze e ambivalenze della religione dell’antico Israele".
^

Assassino israeliano condannato ad una pena più indulgente dei palestinesi che lanciano pietre

DI RICHARD HARDIGAN
counterpunch.org
Martedì 21 febbraio il soldato dell’IDF (Israel Defense Forces) Elor Azaria ha ricevuto una sentenza che lo condanna a 18 mesi di carcere per l’uccisione di un palestinese. L’intera scena è stata ripresa in un video che è stato ampiamente diffuso, ma nemmeno questo è stato sufficiente perché egli venisse condannato a qualcosa che si possa definire una giusta punizione. Dall’altra parte, i palestinesi ricevono condanne molto più dure per crimini meno gravi, come il lancio di pietre.
Azaria ha ucciso il palestinese di 21 anni Abdel al-Fattah al-Sharif nel marzo 2016. C’è poco da discutere sulla dinamica dell’incidente. A quanto pare due palestinesi, tra cui al-Sharif, avevano cercato di pugnalare un soldato israeliano nel quartiere di Tel Rumeida ad Hebron. Il video mostra ciò che è accaduto dopo. Al-Sharif giace a terra, immobile, dopo essere già stato colpito da un’arma da fuoco, quando Azaria gli si avvicina e gli spara un proiettile in testa da una distanza ravvicinata. Inizia a scorrere un rivolo di sangue. In seguito l’autopsia confermerà che la vittima era viva fino a quel momento. È stato il proiettile di Azaria ad ucciderlo.
Sarebbe difficile immaginare un caso di assassinio così evidente. Tutte le prove sono sotto i nostri occhi. Il crimine è stato ripreso nel video e chiunque può vederlo. Azaria non ha mostrato alcun rammarico per l’omicidio e addirittura è stato sentito mentre, non sapendo di essere ascoltato, diceva che al-Sharif meritava di morire.

L’IDF evita intenzionalmente e con regolarità di investigare sui crimini commessi dai propri soldati
Ufficialmente, il regolamento dell’IDF richiede di aprire un’indagine ogni volta che si verifica un incidente che porta alla morte di un palestinese in Cisgiordania, sebbene la ONG israeliana B’Tselem rivela che questa norma viene il più delle volte ignorata. Nel 2015, ad esempio, 116 palestinesi sono stati uccisi tra la Cisgiordania e Gerusalemme Est e tuttavia sono state aperte solo 21 indagini.
Un caso tipico è quello del diciottenne palestinese Tayeb Shohada. Era un venerdì pomeriggio del luglio 2014 nel villaggio di Huwarra, vicino a Nablus. Un colono israeliano si lanciò con l’auto nel mezzo di una festa di locali e iniziò a sparare, uccidendo una persona e ferendone altre tre. Durante gli scontri che ne seguirono tra giovani palestinesi e forze armate israeliane, i soldati usarono gas lacrimogeni e i giovani lanciarono delle pietre. Fu una manifestazione di protesta come tante altre. Ad un tratto un cecchino israeliano decise di fare fuoco sulla vittima. Il motivo non è chiaro, dato che i dimostranti si trovavano, secondo le testimonianze, ad almeno 100 metri di distanza dai soldati e non costituivano alcuna minaccia. Secondo i testimoni, il cecchino ha sparato direttamente nell’occhio della vittima. Poco dopo, il suo comandante fu visto congratularsi con lei e darle una pacca sulla spalla.
Qual è dunque la differenza tra questo episodio e quello che ha visto coinvolto Azaria? In ognuno dei due casi dei soldati israeliani hanno giustiziato dei palestinesi che non rappresentavano alcuna minaccia per loro. A Huwarra non c’è stata nessuna ripresa video e la soldatessa non è mai stata giudicata in tribunale, né identificata pubblicamente. A Hebron, l’assassino non è stato altrettanto fortunato.
La prima incarcerazione per omicidio colposo di un soldato dell’IDF dal 2005
 Nel caso di Azaria, l’IDF ha aperto un’indagine sull’uccisione, trattandola inizialmente come un caso di omicidio volontario, ma alla fine l’accusa è stata di omicidio preterintenzionale. È stato incarcerato il 4 gennaio. Sebbene chiaramente inadeguata, la sentenza di omicidio preterintenzionale costituisce un importante passo avanti, dato che per la prima volta dal 2005 un soldato israeliano è stato riconosciuto colpevole del reato di cui era imputato. In quel caso, tuttavia, c’erano rilevanti circostanze discriminanti a favore della vittima. Si trattava del giovane attivista britannico Thomas Hurndall, mentre il colpevole era un soldato beduino che aveva sparato a Hurndall a Gaza mentre quest’ultimo stava portando in salvo un gruppo di bambini durante uno scontro tra palestinesi e soldati dell’IDF. A seguito delle pressioni sia della famiglia di Hurndall sia del governo britannico, il soldato Taysir Hayb è stato condannato a otto anni di carcere, di cui ne ha scontati sei e mezzo.
La maggior parte degli ebrei israeliani è dalla parte di Azaria
La situazione di al-Sharif è totalmente differente. Era palestinese e non aveva il vantaggio di un potente governo occidentale che agisse in suo sostegno. E, forse ancora più importante, il soldato beduino non godeva del supporto incondizionato della popolazione di Israele, come invece è nel caso di Azaria.
Alcuni sono dell’opinione che le azioni di Azaria abbiano macchiato la condotta, solitamente impeccabile, dell’esercito. Moshe Ya’alon, ministro della Difesa al tempo dell’omicidio, ha dichiarato che “il fatto è molto grave e totalmente contrario ai valori dell’IDF e alla sua etica in combattimento. Non possiamo permetterci, anche se il sangue ci ribolle nelle vene, una tale perdita di controllo sulle nostre facoltà mentali. Questo incidente verrà trattato nella maniera più rigorosa possibile”.
La stragrande maggioranza degli ebrei d’Israele, tuttavia, vede Azaria come una vittima, se non addirittura una specie di eroe. Sono state organizzate manifestazioni in suo supporto, e i politici di destra si sono schierati in blocco dalla sua parte. Ancora prima che venisse emessa la sentenza, il ministro dell’Educazione Naftali Bennet ha affermato che, anche se fosse stato giudicato colpevole, Azaria non avrebbe dovuto scontare neanche un giorno in carcere.
“Non c’è soldato che non sappia che è contro le regole sparare ad un terrorista che è già stato neutralizzato. D’altra parte, è necessario supportare i nostri soldati sul campo, che stanno rischiando la vita per far fronte ad un terrorismo assassino,” ha detto. Poco dopo la sentenza si è unito ad altri politici per chiedere che Azaria venisse graziato. “La sicurezza dei cittadini di Israele rende necessario un immediato perdono per Elor Azaria,” ha detto.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha detto dopo l’annuncio del verdetto che “i soldati dell’IDF sono i nostri figli e le nostre figlie e devono rimanere al di sopra di qualsiasi disputa”. Bennet e Netanyahu sono tutt’altro che i soli a pensarla in questo modo. Secondo un sondaggio condotto poco dopo il giudizio su Azaria, il 67% degli israeliani sono in favore della grazia, mentre il 19% è contrario.
Alcune voci, come quella della ONG israeliana Adalah, si sono espresse per una pena più severa, criticando il fatto che la sentenza indulgente è emblematica “dell’impunità di cui gode il personale della sicurezza israeliano accusato di crimini contro i palestinesi”. Tuttavia, queste voci sono decisamente isolate.
Ciò che è davvero preoccupante in tutta questa vicenda è che il dibattito sulla giustizia per la vittima palestinese è stato quasi inesistente. Al contrario, la discussione si è concentrata sugli effetti che la condotta di Azaria poteva avere sulla reputazione dell’esercito. La vittima non gioca nessun ruolo nel dibattito. Non ha alcuna importanza. Era un palestinese, un terrorista.
I palestinesi ricevono sentenze di condanna più severe per crimini meno gravi
Nel marzo 2013, un colono donna venne coinvolto in un incidente d’auto vicino al villaggio di Hares, in Cisgiordania, nel quale una delle sue figlie riportò gravi traumi, a causa dei quali è morta due anni dopo. In un primo momento la donna disse che l’incidente era stato causato da un camion che si era fermato sul ciglio della strada per riparare una gomma a terra, ma poi ritrattò. Non era stato il camion a causare l’incidente, ma diversi giovani palestinesi che lanciarono delle pietre, facendole perdere il controllo del veicolo. Non c’erano testimoni oculari e la testimonianza della donna e del conducente del camion presentavano molte incongruenze, ma ciò non impedì alle autorità israeliane di proseguire nell’indagine.
Qualche giorno dopo l’incidente, iniziarono a girare voci che si era trattato di un attacco terroristico e la tempesta mediatica che ne seguì fece uscire allo scoperto 61 testimoni, che dichiararono che anche le loro auto erano state danneggiate da pietre lanciate sulla stessa strada quel giorno. Venne coinvolto lo stesso Primo Ministro Netanyahu, che annunciò con orgoglio “che aveva preso i terroristi che avevano commesso quel reato”.
L’esercito entrò in azione, arrestando diciannove adolescenti di Hares e di un altro villaggio vicino. I giovani vennero torturati fino a quando cinque di loro furono costretti a confessare il crimine del lancio di pietre. La tragica storia di questi ragazzi, che vennero soprannominati i Ragazzi di Hares, guadagnò l’attenzione internazionale, ma non fu sufficiente a salvarli dal loro destino. Il 26 novembre 2015 vennero condannati a 15 anni di carcere.
È probabile che in futuro i palestinesi si troveranno a scontare pene sempre più severe per quelli che sono di solito considerati crimini minori. Nel 2015, il governo israeliano ha approvato una legge che stabilisce una pena minima di quattro anni per il reato di lancio di pietre, più del doppio della sentenza di Azaria. Nel marzo del 2016, cinque giovani palestinesi sono stati messi in prigione sulla base di questa legge, per aver lanciato pietre a Gerusalemme Est.
Azaria e i Ragazzi di Hares
Come è possibile paragonare la situazione di Elor Azaria e dei Ragazzi di Hares? Da una parte c’è la prova inequivocabile di un omicidio in stile esecuzione. Dall’altra, ci sono perfino scarse prove che sia stato commesso un qualsiasi omicidio, e tantomeno che i Ragazzi di Hares vi siano stati coinvolti. E, nonostante ciò, Azaria riceve una sentenza di condanna di 18 mesi, mentre gli adolescenti palestinesi spenderanno 15 anni della loro vita in carcere.

Richard Hardigan è un professore universitario che vive in California. Sta scrivendo un libro intitolato “The Other Side of the Wall” (“Dall’altra Parte del Muro”) basato sulla sua esperienza nei Territori Occupati. Il suo sito web è http://richardhardigan123.wixsite.com/mysite. Potete seguirlo anche su Twitter: @RichardHardigan.
Fonte: www.counterpunch.org
Link:  http://www.counterpunch.org/2017/03/03/israeli-killer-receives-more-lenient-punishment-than-palestinian-stone-throwers/

Shaaban: “La Siria ha sempre difeso Gerusalemme ed i diritti del popolo palestinese, per questo ci hanno attaccato”


“Bisogna unirsi per combattere il terrorismo ed il sionismo e liberare i territori occupati”, lo ha affermato l’ assessore del Presidenza della Siria, Buothaina Shaaban, nel corso di un incontro con i componenti della Istituzione Internazionale per la difesa di Gerusalemme.
In una conferenza stampa dopo il termine della riunione, Shaaban ha ribadito che difendere la città santa di Gerusalemme significa difendere tutte le città arabe in quanto il nemico sionista insiste nel promuovere la disunione dei popoli arabi.
“Necessitiamo osare di più ed avere maggiore sincerità per affrontare questi eventi e correggere le posizioni erronee e riconsiderare tutto quello che hanno fatto i nemici della nostra nazione durante i 50 anni passati”, ha segnalato la dr.ssa Shaaban.
La Shaaban ha precisato che l’obiettivo principale del regime sionista e degli Stati Uniti, tra gli altri, è la distruzione dello Stato Nazionale e trasformare il popolo arabo in tribù ed etnie che non abbiano alcuna rilevanza a livello regionale e internazionale (come avvenuto in Libia).
Da Parte sua, il gran muftì della Repubblica di Siria , Ahmed Badreddin Hassun, ha manifestatto che la Siria ha pagato un alto prezzo dal 1948 per il suo costante appoggio al popolo palestinese, al contrario di quello che fanno alcuni paesi arabi attualmente (venduti al nemico sionista). Questo mentre molti dei paesi arabi che non condividono le proprie frontiere con la Palestina hanno acquistato armi dai nostri nemici per un valore che supera i 23 mila milioni di dollari.
Nota: La Shaaban si è riferita non per caso al piano di smembramento degli Stati arabi  pianificato dagli strateghi di Washington e di Tel Aviv per la Siria, l’Iraq ed in generale per la regione del Medio Oriente, un piano oggi apertamente rivendicato da esponenti dell’establishment USA come una “soluzione” per evitare i conflitti confessionali nella regione (conflitti che gli stessi USA hanno alimentato finanziando le fazioni radicali sunnite e salafite).
Le guerre contro gli stati  laici e nazionalisti del mondo arabo e la strategia del caos attuata dagli USA e dall’Arabia Saudita in Medio Oriente, con i loro disastrosi risultati, sono oggi sotto gli occhi di tutti e Israele sta cercando di cancellare per sempre la sacralità di Gerusalemme per le altre religioni non ebraiche, quella mussumana e quella cristiana, impadronendosi della Città Santa in spregio a tutte le convenzioni internazionali.
La Siria rivendica di aver sempre difeso Gerusalemme ed i diritti negati della popolazione palestinese e questo  è sato uno dei motivi per cui i suoi nemici, gli USA, la Gran Bretagna e l’Arabia Saudita, hanno cercato di annientare il paese. Non ci sono riusciti ma il popolo siriano ha pagato un alto prezzo: 450.000 vittime, secondo calcoli attendibili, sei anni di guerra, distruzioni immani e milioni di profughi.
Fonte: Al Mayadeen
Traduzione e nota: L.Lago