ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 20 marzo 2017

E quello di Francy?

NOTE D'ATTUALITA' Papa Francesco in copertina su «Rolling Stone»

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Gli spettacolari progressi dell’eresia sotto il pontificato di Papa Bergoglio non ci devono mai far perdere di vista la realtà: Papa Francesco non è il primo Papa a porre dei problemi quanto alla sua personale adesione alla fede cattolica, né il primo Papa a dare scandalo pubblico a tutti i fedeli. I problemi posti alla coscienza cattolica da Francesco sono gli stessi posti da Benedetto XVI, Giovanni Paolo II o Paolo VI. Qualcuno giustamente vorrà far notare la particolare varietà e violenza degli errori e delle eresie che imputridiscono l’attuale pontificato: ma la quantità maggiore non cambia il problema, perché l’eresia è tale anche quando una sola verità della fede è attaccata; qualitativamente siamo di fronte al medesimo problema. Si potrebbero perfino, in modo paradossale, trovare dei vantaggi all’attuale stato di cose. Il primo è che la virulenza dell’errore è diventata talmente palese che il gioco dei conservatori di nascondersi dietro alle ermeneutiche è diventato sostanzialmente impossibile. Il secondo è che ogni apparenza di uso dell’autorità è scomparsa: il Papa non usa nemmeno i contenitori che servivano in passato agli insegnamenti magisteriali, ma lancia messaggi che si presentano sostanzialmente come provocazioni di carattere mediatico. 

Questo però non deve essere considerato un’attenuante alla gravità: l’assenza, più evidente di prima, di carattere magisteriale dalle esternazioni di Bergoglio non diminuisce lo scandalo immenso che provocano dentro e fuori la Chiesa. Anzi proprio il loro carattere mediatico e la loro particolare efficacia comunicativa ne fanno un mezzo di far strage nelle anime, di condurre all’errore e perfino al peccato. Il Papa della misericordia in effetti sembra essersi specializzato nel rassicurare i peccatori e nel mortificare i buoni. Fin dall’inizio del suo pontificato si è dato di gran cuore a questo sport, mascherato da pretese evangeliche che lo fanno apparire come il censore dei farisei e l’amico dei pubblicani. In realtà la falsità di queste pretese è visibile proprio dal fatto che attacca ciò che i buoni fanno di giusto, e loda ciò che i cattivi fanno di male, invece di incoraggiarli alla conversione. Tutti ricordiamo l’elogio della coscienza come norma assoluta del bene e del male nel famoso dialogo con Scalfari, testo che dopo vari tira e molla è ormai ufficialmente pubblicato in un libro edito dalla Libreria Vaticana, e quindi fatto proprio da Bergoglio in tutti i suoi contenuti. Tutti ricordiamo il suo rifiuto di giudicare gli omosessuali, espresso in una formula rimasta famosa e potenzialmente capace di giustificare qualsiasi comportamento; e il 24 gennaio ha «misericordiosamente» ricevuto un transessuale spagnolo con la fidanzata in udienza privata, per consolarlo del cattivo trattamento che avrebbe ricevuto in parrochia. Recentemente lo abbiamo sentito prendersela con chi si sacrifica per avere figli, paragonato ai “conigli”, il che si configura come un’incitazione alla contraccezione. Il Sinodo ha fatto passare fin d’ora il messaggio che il divorzio è (come minimo) comprensibile e accettabile, e almeno nella relatio dopo la prima parte i vescovi ci hanno detto che occorre considerare positivamente «l’appoggio prezioso per la vita dei p art ners» presente nelle unioni omosessuali. Sugli elogi alle false religioni, che di certo non condurrebbero all’ inferno, sulla “ grazia ” dell’interreligiosità, pronunciati durante il viaggio a Ceylon e nelle Filippine , come sulla tomba di san Paolo , non c’è molto da dire per chi conosce il documento conciliare Nostra aetate e il trentennale pontificato di Giovanni Paolo II: tutto si iscrive in un’ammirabile continuità, che non necessita di alcuna ermeneutica. Del resto egli promuove gente come Baldisseri, che ci spiega che non si fa un Sinodo per ripetere quello che si è sempre sostenuto, e che non è perché un paradigma ha duemila anni che non si può mettere in discussione; mentre punisce volentieri chi ha qualche apparenza (vera o presunta) di “tradizione”. Sembra quasi un’attitudine diabolica, quella del Papa che fa le corna in pubblico come una rockstar e che continuamente reprime la pietà, la dedizione, il sacrificio, per poco che escano da una visione ultramondana della religione, e elogia qualsiasi atteggiamento non “ortodosso”. Se non avessimo di fronte un quasi-ottuagenario (che però dà del nonnino a Ratzinger), si potrebbe pensare alla ribellione di un adolescente che è attirato da tutto quello che mamma gli ha proibito. Del resto però Papa Francesco è disposto a difendere la mamma anche a costo di menare le mani: una battuta che certamente era diretta a spiegare la prevedibilità di una reazione violenta davanti alle offese eclatanti dei vignettisti, ma che ha lasciato molti di stucco, se non altro per il becerismo dell’espressione. Il rispetto, ci dice Francesco, è dovuto a tutte le religioni (citando tra l’altro la critica di Papa Benedetto al disprezzo post-moderno per ogni espressione religiosa, considerata dai laici sottocultura: Ratzinger accetta di considerare le religioni come semplice espressione umana, purché nobile, e per questo degna di essere rispettata da atei e umanisti “laici” - discorsi da manuale del modernismo d’inizio Novecento, quello di Pascendi). Occorre qui fare una precisazione: recentemente sembra rafforzarsi una certa opposizione all’attuale pontificato, in particolare sul tema della “famiglia” e connessi. In particolare, è stata di recente pubblicata un’intervista del Cardinal Burke rilasciata all’emittente France2. In essa il Cardinale dichiara di essere pronto a resistere a Francesco sulla questione dei divorziati risposati, ed esprime il principio che il Papa non può cambiare l’insegnamento della fede. Molto bene, diranno in tanti. In realtà, al di là delle intenzioni e della figura del presule americano, dobbiamo temere che non si tenti un “punto di raccolta” intorno alla versione ratzingeriana (o “conservatrice”) del Concilio, per farne la base di un’opposizione dialettica a Bergoglio. Dobbiamo temere che non si realizzi quanto avevamo profetizzato dopo l’elezione di Bergoglio : cioè che Ratzinger abbia riunito i “meno peggiori” intorno a un’interpretazione “ortodossa” del Concilio, impedendo così che l’opposizione al nuovo balzo in avanti, alla nuova antitesi bergogliana, si raduni intorno alla vera dottrina cattolica, e quindi anche al rigetto delle dottrine conciliari e della nuova messa. Quindi: bene che il Cardinal Burke si opponga alla comunione ai divorziati conviventi, ma sarà una guida e un eroe quando si opporrà a tutte le deviazioni contro la dottrina cattolica, comprese quelle di Ratzinger, dalla collegialità alla libertà religiosa. Bene ammettere che il Papa non può cambiare la dottrina, ma indispensabile ricordare che quello che fa Francesco oggi su un punto è già stato fatto dai predecessori su altre questioni. Altrimenti avremo un inganno ulteriore e molto pericoloso per le anime di buona volontà, che crederanno di opporsi a Bergoglio in nome del Vaticano II e di Giovanni Paolo II. Et erit novissimus error peior priore. Qualcuno ha voluto notare che alla fine dei Vespri ecumenici a San Paolo al Papa è scivolato via il piviale, quasi un segno di dimissione dell’autorità papale. In realtà il manto (che non era un semplice piviale), segno del potere pontificio, fu abbandonato volontariamente molti anni fa da Paolo VI. Inutile cercare significati a eventi fortuiti (non siamo aruspici etruschi), e dimenticare il disegno di destrutturazione dell’espressione del papato, voluto e perseguito con rigore da Paolo VI e culminato con l’abdicazione di Benedetto XVI, di cui oggi viviamo i frutti evidenti. Quanto al rivestirsi di simboli religiosi altrui, molto prima dello scialle buddista di Bergoglio a Ceylon, è stato la specialità di Papa Wojtyla: chi non ne rammenta le performances con l’occhio di Shiva, con il copricapo da pellerossa adoratore di Manitù, con insegne delle più svariate superstizioni? Don Villa ha pubblicato queste foto per anni sostanzialmente in ogni numero della sua rivista : impossibile per un tradizionalista non averle presenti e fare tanto d’occhi davanti a Bergoglio coperto di arancione. Per il buddismo, che proprio a Ceylon ha scritto pagine cruente e ancora aperte di guerre e persecuzione anche contro i cristiani, Francesco ha avuto parole di aperta lode e ammirazione, recandosi commosso a “rendere la visita” al tempio buddista di Maha Bodhi per venerare a piedi scalzi le mummie di due “santi” buddisti, aperte dai “monaci” eccezionalmente per Francesco. Ai mali della guerra che il buddismo armato (altro che religione pacifica!) prosegue da trent’anni, il Papa ha contrapposto l’appello alla “libertà religiosa”, diritto umano di tutti. Un po’ come viaggiare nella Germania degli anni Quaranta e visitare religiosamente la Tana del Lupo, per poi pronunciare un appello alla pace. Naturalmente il Papa ha spiegato il tutto con la celebre distinzione tra il “popolo” buono “che mai sbaglia” e che è interreligioso, e cattivi gruppi di “fondamentalisti”, come quelli che dominavano la Chiesa cattolica del passato, che faceva guerre e stragi . Per fortuna, dice lui, oggi la Chiesa è molto cambiata, evoluta, ha chiesto perdono e ha fatto un cammino di purificazione. Delle stragi compiute dal fondamentalismo islamico oggi in Nigeria, Iraq o Siria il Papa invece è molto meno inquieto, rispetto a quelle compiute dai cattolici quattrocento anni fa. Sul martirio dei cristiani i pronunciamenti del Papa sono chiari come quelli di un oracolo di Delfi affetto da raucedine, e sempre e solo in nome dei diritti umani e della libertà religiosa. Non risulta praticamente nessuna parola di lode ai cristiani morti come veri e propri martiri della fede. Detto questo, se ovviamente noi non neghiamo il merito e la santità di quei cristiani cattolici che affrontano persecuzione da questi gruppi musulmani, non possiamo non ricordare che tali gruppi sono sostenuti dagli Stati Uniti e dai loro alleati del mondo arabo, e sono esattamente gli stessi che venivano esaltati, non più di qualche mese fa, come “combattenti per la libertà” contro il governo siriano. Non sta a noi ora dire se tali gruppi siano direttamente controllati, o semplicemente usati, dal potere globale (o se questo almeno provi a dirigerli per suoi scopi), ma è certo che la propaganda ipocrita che si fa alle loro crudeltà vere e/o presunte serve a giustificare manovre geopolitiche di poteri ben più temibili, quelli che hanno abbattuto o tentano di abbattere i governi del Vicino Oriente o del Nord Africa, che costituivano un freno all’islamismo combattente. Del resto la stampa occidentale non fa mistero del fatto che conta solo la propaganda, non i fatti: dodici morti a Parigi valgono la mobilitazione di tutti i leaders mondiali per grandi manifestazioni, mentre migliaia di cristiani neri massacrati in Africa non valgono che qualche trafiletto. Siamo di fronte a un gioco di “solve et coagula” su grande scala, di cui è ancora difficile dire chi sarà la vera vittima. I cristiani sono naturalmente le pedine volentieri sacrificate. Certamente la presenza di più potenze sul campo, se rende lo scontro più duro, rende più incerto il risultato che i dissolutori (nel senso anticristico del termine) vogliono ottenere: la presenza di più attori rende il governo mondiale di uno solo meno probabile, meno imminente. Con questa speranza umana, ma soprattutto con l’intercessione della Madonna, noi possiamo guardare all’avvenire senza disperare e fiduciosi di restare fedeli, qualunque tipo di croce la Provvidenza abbia destinato alla Chiesa nel prossimo futuro.