ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 8 marzo 2017

In cielo no, ma in Vaticano sì!

L'APOLOGETA DEL PECCATO

    Che ci fa nella Chiesa cattolica Vincenzo Paglia apologeta del peccato e profanatore di chiese? Ha una carriera quanto mai rappresentativa del “nuovo corso bergogliano” di cui è stato sicuramente un precursore 
di Francesco Lamendola  



  
Sedici metri per nove: sono queste le misure dell’affresco (assai brutto) che decora, si fa per dire, la controfacciata del duomo di Santa Maria Assunta, chiesa cattedrale di Terni, di cui è stato vescovo titolare monsignor Vincenzo Paglia, dal 2000 al 2012, dopo essere stato parroco della basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma. Paglia è uomo di punta della Chiesa e delle sue attuali tendenze più caratteristiche, e uomo dai numerosi e molteplici incarichi: in particolare, è, o è stato, presidente della Federazione biblica cattolica internazionale; presidente della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana; assistente ecclesiastico generale della Comunità di sant’Egidio; membro assai attivo dell’Associazione Uomini e Religioni della stessa Comunità di Sant’Egidio, organizzatrice di incontro ecumenici e interreligiosi; dal 2012 è anche stato nominato presidente del Pontificio consiglio per la famiglia e, dal 2016, presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere del Pontificio istituito Giovanni Paolo II. Nel frattempo è stato fatto arcivescovo. Ha ricoperto anche numerosi incarichi all’interno della Conferenza episcopale umbra, come presidente della Consulta per i problemi sociali, del lavoro, della giustizia e della pace;  presidente della Commissione per i beni culturali,  e presidente della Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali.

Un cursus honorum sempre ascendente, irresistibile, per una carriera quanto mai rappresentativa del “nuovo corso bergogliano”, di cui è stato sicuramente un precursore. Oltre allo marcato interesse per l’ecumenismo e il cosiddetto dialogo interreligioso, spiccano, in questa carriera (a suo modo) esemplare, due interessi: quello per la famiglia e quello per l’arte. Quale sia il vero pensiero di monsignor Paglia sulla famiglia, lo si è capito fin dal 2013, quando ha dichiarato che lo Stato potrebbe riconoscere alcuni diritti alle coppie di fatto, comprese quelle omosessuali. Ora, che cosa c’entri, monsignor Paglia, con il Parlamento italiano e le sue leggi (a parte l’eventualità, per lui del tutto inesistente, di tornare a parlare della legge sulla interruzione volontaria della gravidanza), non si capisce; a meno che sia stata una invasione di campo studiata con cura per preparate il terreno al suo vero obiettivo: il riconoscimento ecclesiastico delle coppie di fatto, anche omosessuali. Certo che il suo scandaloso elogio funebre di Marco Pannella - del quale abbiamo già parlato - che è stato il più eminente nemico della famiglia cristiana nel nostro Paese, ha mostrato chiaramente quali siano le sue reali intenzioni: altro che lo Stato, quello che lui ha in mente è che la Chiesa tiri un colpo di spugna tanto sul sacramento del Matrimonio, declassato a semplice optional, quanto sulla condanna della omosessualità (Pannella era anche omosessuale dichiarato e impenitente: tale era l’uomo che monsignor Paglia ha esortato i cristiani a prendere a modello ed esempio di vita). Questo, dunque, è l’uomo che papa Francesco ha voluto porre alla presidenza della Pontificia accademia per la vita, e al quale non ha trovato nulla da dire quando si è prodigato nel magnificare l’alta spiritualità e l’esemplarità di vita di Marco Pannella.
Quanto all’altro grande interesse di monsignor Paglia, quello per l’arte, bisogna dire che egli ha trovato il modo di unirlo a quello per la “famiglia”, vale a dire per i diritti degli omosessuali, dei bisessuali e dei transessuali, e ciò proprio nel gigantesco affresco della cattedrale di Terni. Durante il periodo del suo vescovado (che proprio perfetto non deve essere stato, se sono vere le voci circolanti sul notevole buco finanziario che ha prodotto nelle casse della curia), infatti, ha chiamato a realizzare l’opera, nel 2007, un artista argentino (lupus in fabula), tale Ricardo Cinalli. Costui, nella grandiosa scena della Resurrezione, ha dipinto un Cristo che porta con sé in Cielo, ammucchiati – è proprio la parola giusta - nelle reti da pesca, una quantità di personaggi a dir poco insoliti per l’iconografia cattolica: prostitute, spacciatori, omosessuali e transessuali, per giunta raffigurati nudi e in atti lascivi, mentre si stringono, si baciano, si accarezzano con aria languida e compiaciuta: in breve, tutt’altro che casti, tutt’altro che pentiti dei loro peccati e tutt’altro che convertiti. Eppure, chi sa come, redenti nella gloria di Cristo e portati direttamente in Paradiso, senza neanche passare per il Purgatorio.
Sì, conosciamo molto bene la classica argomentazione dei cattolici progressisti e modernisti, come monsignor Paglia: che anche Gesù Cristo frequentava prostitute e pubblicani (di spacciatori, omosessuali e transessuali nulla sappiamo, perché nulla dice il Vangelo; sappiamo, però, e molto bene, cosa pensasse Gesù del peccato della concupiscenza, visto che ha raccomandato di cavarsi l’occhio che è motivo di tentazione, e cosa pensasse di colui che dà scandalo ai piccoli, visto che gli ha augurato di legarsi una macina da mulino al collo, e gettarsi nel mare). E sappiamo assai bene che codesti cattolici, o sedicenti cattolici, sono soliti rivoltare l’obiezione contro chi la formula, assimilando quanti non siano convinti della loro interpretazione del Vangelo, ai farisei e agli scribi, tanto spesso citati dal divino Maestro come campioni d’ipocrisia. C’è solo un piccolo, quasi insignificante dettaglio, che codesti neocattolici non sembrano minimamente considerare: ossia che Gesù, se frequentava prostitute e peccatori, lo faceva per convertirli e per rimetterli sulla retta via, non certo per confermarli nei loro peccati e per benedire la loro vita moralmente disordinata. Come si vede, fra l’altro, nell’episodio della donna adultera, alla quale Gesù, dopo averla salvata dalla lapidazione da parte del popolo, non ha detto: Va’ e continua a tradire tuo marito; ma ha detto: Va’, e non peccare più. Se si toglie quel “non peccare più”, si toglie il Vangelo, e si trasforma Gesù in un (cattivo) maestro di permissivismo e di relativismo; si compie, cioè, un atto di blasfemia, una orribile bestemmia che stravolge i connotati del divino Redentore. E lo si fa ad uso e consumo dei peccatori che vogliono rimanere nel peccato, che vogliono sguazzare sino all’ultimo nei loro vizi, senza ravvedimento, senza conversione; ma vogliono anche, non si sa con quale ardire, la benedizione di Gesù Cristo e della sua Chiesa.
Ne abbiamo visti, di questi pessimi preti, come il defunto don Andrea Gallo; ora dobbiamo vedere anche i pessimi vescovi e arcivescovi, come monsignor Paglia. Con l’affresco della cattedrale di Terni, egli ha voluto dire ai suoi fedeli: Ecco, vedete? C’è posto per tutti, in Paradiso, e innanzitutto per le prostitute, gli spacciatori, gli omosessuali e i transessuali: è questo che Gesù intendeva, quando diceva che i primi saranno gli ultimi e che gli ultimi saranno i primi. Ha voluto preparare l’animo dei credenti, predisporlo attraverso quelle immagini, cariche di sensualità e omoerotismo, dalle quali emerge una cosa sola: che quei peccatori se ne vanno in Cielo, presi per mano da Cristo in persona, senza essersi pentiti e senza aver chiesto perdono dei loro peccati, anzi, seguitando a commetterli fino all’ultimo istante, e perfino oltre la soglia della morte: salgono al Cielo continuando a peccare. Tutto questo è diabolico. Monsignor Paglia ha disposto della superficie della sua chiesa cattedrale come si faceva, nel medioevo, con la Bibbia dei poveri, cioè rivolgendosi ai fedeli direttamente con le immagini, dipinte o scolpite, per colpire più direttamente l’immaginazione dei fedeli. Solo che, in questo caso, la Bibbia che monsignor Paglia trasmette ai suoi fedeli, la Bibbia con cui li vuole catechizzare, non è la Bibbia della Chiesa cattolica; non ha niente a che fare con il cristianesimo, né con il Magistero: è una “bibbia” tutta sua, laica e blasfema, buona per esaltare il peccato e per fare l’apologia della turpitudine. Esattamente come monsignor Paglia ha fatto, servendosi delle parole, per tessere il commosso, superlativo, iperbolico elogio del suo caro amico Marco Pannella, al quale ci dovremmo tutti quanti ispirare nella nostra vita, se vogliamo essere delle brave persone.
Ecco come hanno descritto l’opera Benedetta Perilli e Giulia Villoresi, sulle colonne del solito La Repubblica, che ne cantava le lodi sul numero del 26 marzo 2016:

Al centro dei 16 metri per 9 di pittura muraria si staglia Gesù che ascende al cielo trascinando due reti da pesca piene di figure umane. In basso, dai buchi che si aprono sulla terra, escono altri aspiranti al paradiso; in alto un cordone di umani difende la Gerusalemme celeste; ne centro si intravede una Terni industriale e inquinata. Su tutto si posa la mano di Dio. Nel groviglio di corpi nudi appaiono personaggi nuovi alla tradizione iconografia cristiana. Tra questi, riconoscibili ai lati della porta d’ingresso della chiesa, ci sono due transessuali e una coppia di uomini in atteggiamento erotici. Ma anche prostitute, spacciatori, donne velate, uomini di colore con scarpe da ginnastica e omosessuali con il cravattino a pois. (…)
A confermarlo è l’autore dell’opera Ricardo Cinalli, apprezzato pittore argentino che da anni vive a Londra. “Tutti possono aspirare a questa Gerusalemme celeste”, spiega a “Repubblica”. Omosessuali, transessuali, ladri, spacciatori, prostitute, prostituiti, malavitosi tatuati. Ci sono due uomini che si cingono l’un l’altro: tra loro non c’è una tensione sessuale, ma erotica sì. Sono tutte persone che non necessariamente, da un punto di vista tradizionale, avrebbero guadagnato il cielo. Tra i vari personaggi dipinti all’interno della rete mistica compaiono anche don Fabio Leonardis . “desnudo” e con un cuore tatuato sul bicipite [costui era il parroco del duomo, nonché direttore dell’Ufficio beni culturali della diocesi] – e monsignor Vincenzo Paglia sostenuto da un medicante. Sono loro gli altrui due protagonisti di questa storia.

Della serie, dunque: il vangelo secondo me. Resta da capire cosa mai abbia di “celeste” codesta Gerusalemme, dove i peccatori, dopo la morte, vanno in Paradiso senza passare attraverso il pentimento e la conversione; e con quale improntitudine monsignor Paglia abbia anche voluto mettere la sua faccia tra le figure del grande affresco, firmando, per così dire, la paternità ideologica di essa ed assumendosene in pieno la responsabilità sul piano dottrinale e pastorale. Ma di quale dottrina e di quale pastorale si tratta? Non certo di quelle cattoliche. Ma, del resto, di che stupirsi? Da quando il papa Francesco in persona ha dichiarato apertamente che Dio non è cattolico, molti cattolici, moltissimi, pare si siano sentiti in dovere di non essere più tali, o di non esserlo in maniera tale da poter venire identificati in base alla loro fede. Le aberrazioni di monsignor Paglia sono solo la ciliegina sulla torta di questo lento, tenace, diabolico piano strategico mirante a trascinare tutta la Chiesa cattolica verso l’apostasia dalla fede.
E non è finita; l’orrore non termina qui. C’è dell’altro, e di peggio. Come si può leggere, in rete, sul blog Materialismo sacro, alcuni siti americani si sono resi conto di ulteriori blasfemie e  profanazioni contenute nell’affresco. LifeSiteNews, ad esempio, ha osservato, evidentemente con occhio più acuto, o meno indulgente, di quello delle due giornaliste sopra citate:

In una delle reti appare lo stesso Paglia, allora vescovo diocesano. Il Salvatore è ritratto col volto di un parrucchiere locale e si intravedono le parti intime attraverso la veste trasparente. (…) Sotto la supervisione di Paglia, l’artista ha dipinto il vescovo stesso in una delle reti “erotiche”, seminudo e abbracciato a un uomo barbuto che indossa solo un perizoma smagliato.

Per quello che vale la nostra opinione, ci sembra che ricoprire con una bella mano di pittura l’intero affresco del duomo di Terni sarebbe ancora poco. L’opera venne inaugurata in occasione della Pasqua del 2007: difficile non vedere una volontà deliberata di profanazione della massima solennità dell’anno liturgico, nonché del massimo Mistero della religione cristiana, il Sacrificio pasquale. Pertanto, sarebbe necessaria una ri-consacrazione della cattedrale: dove il diavolo ha messo lo zampino, non si possono celebrare i riti cristiani come se niente fosse.  Il parroco di allora, don Fabio Leonardis, ha reso l’anima nel 2008, pochi mesi dopo il completamento dell’opera blasfema: durante la quale, per quattro mesi, il pittore ha detto di aver filato d’amore e d’accordo sia con lui che con il vescovo, i quali mai, nemmeno una sola volta, gli parlarono di un argomento irrilevante come Nostro Signore, o gli chiesero che opinioni avesse in merito. Don Leonardis avrà fatto i conti con Dio. Resta monsignor Paglia, il quale, essendo vivo e vegeto, dovrebbe fare i conti anche con gli uomini, se esistesse ancora un Magistero autorevole e se il papa, oltre che invitare gli imam nelle chiese e rimproverare aspramente i cattolici che osano avanzar dubbi sull’immigrazione selvaggia, o sull’islam come “religione di pace”, o sul fatto che il terrorismo islamico “non esista”, come lui afferma, avesse anche a cuore la custodia del suo gregge contro i lupi travestiti da pastori...

 
Che ci fa nella Chiesa cattolica Vincenzo Paglia, apologeta del peccato e profanatore di chiese?

di

Francesco Lamendola

1 commento:

  1. Che ci fa Paglia? Si becca i soldi e fa la ruota come il pavone alla faccia nostra ( di cattolici da pasticceria e toh ci metto anche coprofagi ). jane

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