ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 8 marzo 2017

Non si va in cielo in pininfarina?


E Paglia andò in cielo con trans e gay
Un'altra ondata di indignazione nei confronti di monsignor Paglia sta provocando in questi giorni la "scoperta" di una enorme Resurrezione che occupa tutta la controfacciata della cattedrale di Terni e commissionata nel 2007 dall'allora vescovo della diocesi a un artista argentino. Si tratta di un'opera omoerotica e sincretista, in cui Dio salva anche chi non vuole.
Duomo di Terni, Resurrezione
Una Resurrezione blasfema? Forse. Una rappresentazione omoerotica? Lo dice l’autore. Sicuramente è un obbrobrio, artistico e teologico: solo uno degli scempi compiuti a Terni da monsignor Vincenzo Paglia negli anni del suo episcopato (2000-2013). Parliamo dell’enorme affresco che copre tutta la controfacciata della Cattedrale di Terni, dipinto dall’artista gay argentino Ricardo Cinalli dieci anni fa, ma che dai media e dai social è stato “riscoperto” in questi giorni.
Il motivo della riscoperta è la conseguenza dello scandalo suscitato dall’elogio pubblico di Marco Pannella pronunciato da monsignor Paglia alla presentazione del libro che racconta gli ultimi mesi di vita del leader radicale (clicca qui). Già in passato monsignor Paglia si era distinto per uscite a dir poco inopportune prima da presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia e in tempi recenti da Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e cancelliere dell’Istituto Giovanni Paolo II per la famiglia. Che come rappresentante di due istituzioni create da san Giovanni Paolo II per combattere l’aborto e contrastare gli attacchi alla famiglia, sia andato a rendere onore proprio a chi ha fatto dell’attacco alla vita e alla famiglia una ragione di vita, è intollerabile.

Diverse sono state le iniziative nel mondo per chiedere le sue dimissioni immediate (clicca qui), ma c’è anche chi si è messo a indagare sulle attività passate di monsignor Paglia, ed è subito uscito il caso dell’affresco commissionato per il Duomo di Terni. In una cattedrale antica, rifatta nel XVII secolo su progetto del Bernini ma costruita su una chiesa precedente la cui origine risale addirittura al VI secolo, è stata piazzata una Resurrezione post-moderna, dominata dalla figura di Cristo che sale al cielo tirandosi dietro due reti cariche di figure umane nude o seminude, con diverse figure di omosessuali e trans.

Tra di loro c’è raffigurato anche monsignor Paglia (su richiesta del committente), nudo anche lui, abbracciato a un povero che lo solleva (ma c’è chi ha dato altre interpretazioni).

Duomo di Terni, Resurrezione mons. Paglia
A suscitare ancor più indignazione è stato il video che Repubblica.it aveva dedicato all’opera già un anno fa con l’intervista all’autore Cinalli, che sottolinea il carattere omoerotico dell’opera, «tutto perfettamente accolto e accettato da Paglia», che ha seguito passo passo la realizzazione dell’opera insieme al sacerdote responsabile della cultura, don Fabio Leonardis, poi morto nel 2008. Anche don Fabio appare nudo all’interno di una rete insieme ad altri personaggi «dall’aspetto erotico», ma Cinalli ci tiene a precisare che «l’intenzione è erotica, non sessuale». Meno male.

Qualche polemica in più l’ha creata l’evidenza dei genitali di Gesù che traspaiono evidenti dal telo che lo ricopre. Anche questo particolare, spiega Cinalli, ha trovato il consenso del vescovo perché – avrebbe detto - «Gesù è una persona, un umano», e quindi si «vede attraverso il tessuto che era un uomo reale». Un vero genio questo Paglia: chissà perché per duemila anni la Chiesa non ha mai dubitato della natura umana di Gesù senza dover ricorrere a certe visioni. O forse monsignor Paglia pensa che stia lì l’essenza dell’umanità.
Ma per quanto la polemica di questi giorni si concentri sulla esaltazione della presenza di gay e trans nel piano di salvezza di Dio, la gravità del dipinto va ben oltre questo aspetto. Si tratta infatti di una visione della Resurrezione che si fonde con il Giudizio Universale, ma che non ha niente a che vedere con ciò che i vangeli e la tradizione della Chiesa ci tramandano. In un’opera sacra la libertà creativa dell’artista deve coniugarsi con la correttezza teologica, cosa che qui è lontanissima dalla realtà.
Lo stesso Gesù che trascina due reti piene di esseri umani per certi versi ricorda l’Uomo Ragno, ma la spiegazione che ne dà Cinalli – citato in un libro che raccoglie diversi saggi dedicati all’opera – è anche più sconcertante: l’artista vede infatti «Gesù come andasse a far compere da Tesco. In qualche modo ciò è divertente perché camminando per le vie di Terni, vidi donne uscire dai negozi e portare borse piene di merce, una in ciascuna mano, e pensai: ciò è esattamente quel che ho fatto. Gesù va a fare acquisti per gli uomini al supermercato…. Cristo con due borse piene di persone».
La cosa peggiore è però il significato teologico dell’opera. Non c’è gioia, non c’è letizia per la vittoria sulla morte: al male che domina il mondo Gesù (il cui volto è quello di un noto parrucchiere di Terni con cui Cinalli aveva stretto amicizia) strappa le persone portandole con sé ma senza che queste mostrino un cambiamento rispetto alla situazione precedente né gratitudine: continuano a fare ciò che facevano prima, compresi gli atti sessuali, fortunatamente non espliciti (almeno questo). 
Dice don Fabio Leonardis, nello stesso saggio citato prima, che l’intento di monsignor Paglia «è stato denunciare tutto il male e i mali del mondo di oggi, per dire a coloro che entrano nella sua cattedrale che Dio ama e salva tutti». Che ami e voglia la salvezza di tutti è un discorso, ma che tutti siano salvati è un altro. E infatti nel dipinto viene fatta fuori la libertà dell’uomo, il Signore ti salva anche se tu non vuoi. Non c’è inferno: tutti gli uomini, di tutti i colori e di tutte le religioni (ci sono anche musulmani, buddhisti, ecc.) sono destinati a salire verso la Gerusalemme celeste dove Cinalli (con Paglia) vede peraltro più minareti che chiese. 

È anche sorprendente notare come l’opera voluta da monsignor Paglia anticipi di alcuni anni ciò che oggi è diventato il pensiero dominante nella Chiesa, come allora aveva perfettamente sintetizzato il critico d’arte inglese John Russell Taylor: «Se questo è un Giudizio Universale, deve essere un giudizio senza condanna! Indipendentemente da come è stato inteso da Cinalli, è chiaro che la rappresentazione è al passo con la teologia corrente: una teologia che guarda con poco favore al Dio vendicativo del Vecchio Testamento, e preferisce qualcosa o qualcuno molto meno giudicante». Ma non era Gesù che spiegava la divisione tra eletti e dannati che ci sarà nel giorno del Giudizio?