ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 2 marzo 2017

L'avvoltoio imPagliato

PER LA VITA O PER LA MORTE ?
di Patrizia Stella




L'immagine è nostra 


Siamo ormai così abituati al lavaggio del cervello dei media nel presentare il solito caso pietoso del malato grave usato per bypassare il suicidio volontario come segno di libertà, (come presentavano il caso pietoso della madre costretta ad abortire clandestinamente per bypassare la legge sull’aborto), che dovremo presto rassegnarci a vedere legalizzato anche questo delitto, che si voglia chiamare eutanasia, o testamento biologico o suicidio assistito o quant’altro.
Con tutto il rispetto e la considerazione per la sofferenza particolare di certe persone, ci rifiutiamo categoricamente di pensare alla morte provocata come unica soluzione.

Infatti come sono stati ammazzati con una superficialità spaventosa milioni di bambini partendo dalla legge 194 che voleva limitare l’aborto ai soli casi rari e pietosi, altrettanto potrebbe accadere con questa legge infame presentata come diritto di decidere della propria vita, ma in realtà pilotata dai soliti poteri forti che perseguono l’obiettivo luciferino di eliminare anziani e malati di qualunque età considerati un peso per la società. Non per nulla gli anziani cominciano a temere il ricovero in ospedale perché ormai tira aria di “dolce morte”.

E di questo passo, eliminati bambini ed anziani, quale lavoro pretendono di trovare i giovani se vediamo attorno a noi banchi di scuola vuoti e ospedali in totale abbandono? Pretendiamo che l’economia vada a gonfie vele quando mezza umanità viene fatta fuori dall’altra metà?
In Olanda grazie alla legge sull’eutanasia anche per ragazzi e bambini malati (sic!) sono triplicati le morti per i malati psichici e i disabili. Eppure al di là di casi deplorevoli, non è affatto vero che le Nazioni più progredite, come vogliono farci intendere, sono a favore del suicidio assistito, anzi alcuni Stati lo puniscono molto severamente, come ad esempio in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Gran Bretagna, Grecia, Polonia, Romania, Croazia, Serbia ecc. (vedi art. di Maurizio Belpietro su La Verità del 1 marzo 2017).

La vita su questa terra non è un bengodi eterno, ma è breve, intessuta di gioie e di dolori, di salute e di malattie, di entusiasmi ma anche di fatiche ecc.
Ci sono sofferenze morali (abbandoni, lutti, umiliazioni, depressioni, tradimenti, ingiustizie ecc.) che sono peggiori di quelle fisiche! Che fare?
Vogliamo legalizzare anche i continui episodi di omicidi-suicidi per tradimento o gelosia o disperazione o quant’altro?
Purtroppo quello che manca nel superare tante difficoltà è proprio la fede in Dio e l’abbandono nelle sue mani paterne perché con Dio tutto si supera, da soli si cade nella disperazione anche per questioni banali.

Dopo la morte ci aspetta il giudizio di Dio non solo sulle azioni buone o cattive che abbiamo compiuto, ma anche su come abbiamo saputo vivere la fede, la fortezza e il perdono nelle prove della vita. Tutti dovremo presentarci davanti al giudizio di Dio e a colui che ha ricevuto di più, sarà chiesto di più.
Ma chi crede ormai alla Vita Eterna? Forse i nostri illustri Prelati del Vaticano intenti a studiare il metodo per la raccolta differenziata, o per la distribuzione dell’acqua, o per la pace sociale ottenuta a forza di cedere sui nostri valori fino a rinnegare Gesù Cristo?
Finché Mons. Paglia decanta le lodi dell’abortista e ateo Pannella, e Mons. Marcelo Sanchez Sorondo invita in Vaticano relatori rappresentanti della “cultura della morte” e dichiaratamente nemici della Chiesa cattolica come il dott. Paul Ehrlich, in pratica finché la chiesa “ufficiale”, che non è quella voluta da Gesù, si comporta in maniera contraria ai principi della ragione, del diritto, del senso comune e della dottrina cristiana, cosa ci si può aspettare dalla società civile?
Se manca l’unico, vero baluardo contro il dilagare del male che è sempre stato costituito dalla Vera Chiesa Cattolica con i veri Papi, aspettiamoci di tutto e di peggio. Terribile sarà comunque il giudizio di Dio nei confronti di quei Pastori che hanno tradito il gregge loro affidato.

Ma noi cerchiamo di andare oltre a questi tradimenti e di imparare dai Santi a vivere e offrire a Dio la malattia e il dolore, come Santa Bernardetta e Santa Faustina dicendo spesso: “Gesù confido in te” e acquisteremo meriti per noi stessi e per gli altri. La nostra bella fede cattolica, sull’esempio di Gesù, ci insegna a vivere bene su questa terra, nella gioia e nel dolore, e a morire meglio, poi, serenamente, nell’abbraccio del Padre.





Ritengo pertinente in questo contesto riportare alcune frasi del libro “Uno psicologo nei lager” del dottor Viktor Frankl, ebreo non praticante, che è vissuto per anni accanto ai prigionieri destinati alla morte incoraggiandoli ad affrontare la sofferenza con motivazioni soprattutto umane, facendo leva sulla dignità immensa dell’uomo che esige una risposta all’altezza del suo destino di eternità:

“... Poiché non ha senso solo la vita attiva, nella quale l’uomo ha la possibilità di realizzare dei valori in modo creativo, e non ha un senso solo la vita ricettiva, cioè una vita che permette all’uomo di realizzare sperimentando la bellezza nel contatto con arte e natura. 


LA VITA CONSERVA TUTTO IL SUO SENSO, ANCHE QUANDO SI SVOLGE IN UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO, QUANDO NON OFFRE QUASI PIU' NESSUNA PROSPETTIVA DI REALIZZARE DEI VALORI, CREANDOLI O GODENDOLI, MA LASCIA SOLAMENTE UN’ULTIMA POSSIBILITÀ DI COMPORTAMENTO MORALMENTE VALIDO. 


La vita creativa e quella ricettiva ci sono da tempo negate. Ma non solo la vita creativa e quella ricettiva hanno un senso: se la vita ha un significato in sé, allora deve avere un significato anche la sofferenza perché la sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita - proprio come il destino e la morte. Solo con miseria e morte, l’esistenza umana è completa.   Dal modo in cui un uomo accetta il suo ineluttabile destino e con questo destino tutta la sofferenza che gli viene inflitta, dal modo in cui un uomo prende su di sé la sofferenza come la “sua croce” sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. A seconda se uno resta coraggioso e forte, dignitoso e altruista, o se dimentica di essere un uomo nella spietata lotta per sopravvivere, e diventa in tutto e per tutto l’animale di un gregge, a seconda di ciò che accade dentro di lui, l’uomo realizza o perde i possibili valori morali che la sua dolorosa situazione e il suo duro destino gli consentono e, a seconda dei casi, l’uomo è, come afferma Dostojewski: “degno o no del suo tormento”.   
                                              
(Viktor Frankl, Uno psicologo nei lager, ed. Ares)

http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1889_Stella_Vita_o_morte.html

Mons. Paglia della Pontificia Accademia per la Vita,
fa l’elogio di un militante della cultura della morte


di Francesca de Villasmundo




Pubblicato sul sito francese Medias Catholique info

Le immagini sono nostre






Pannella e Paglia

Lo scorso 15 agosto, papa Francesco ha promosso a Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Mons. Vincenzo Paglia, già Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Questa nomina non è casuale, questo monsignore era già noto, in occasione del Sinodo per la Famiglia, per le sue aperture a favore di un «cambiamento di prospettive» riguardo alle coppie irregolari e al loro accesso ai sacramenti.
Progressista dichiarato, egli è all’unisono con la linea rivoluzionaria in materia di «pastorale» matrimoniale e sessuale, inaugurata dal Papa attuale.


Il suo accordo con El papa argentino, però, non si ferma là. I due uomini di Chiesa condividono anche la stessa scioccante stima per la figura storica della sinistra radicale italiana, oggi deceduto, Marco Pannella. Quest’ultimo fu uno dei militanti più accaniti della cultura della morte, che non ha smesso di imporre all’Italia e agli Italiani per mezzo delle sue battaglie politiche: divorzio, aborto, eutanasia, “matrimonio” Lgbt, liberalizzazione della droga e via così per ogni “battaglia sociale” mortifera; e se fosse vissuto più a lungo, avrebbe certamente sostenuto il reddito universale, questa trovata del piccolo bretone dalla voce gaudente: Benoît Hamon!

Pannella fu un attivista ideologico della disintegrazione e della dissoluzione morale dell’Italia, dell’affossamento della sua cultura e della sua civiltà; della decadenza degli spiriti e dei corpi; della corruzione della mentalità. Egli ha lavorato personalmente al riconoscimento politico e legale dei costumi contro-natura, anti-familiari, nichilisti; nonché all’inversione dei valori, alla disintegrazione pura e semplice della nazione col suo immigrazionismo fanatico, il suo anti-cristianesimo, il suo sinistrismo illuminato.

Libero pensatore e libertino, debosciato e incredulo, omosessuale, bi-sessuale, eterosessuale: è morto il 19 maggio scorso. Ogni intelligenza “bobo” [termine francese equivalente a Bourgeois-Bohème, cioè a borgese-extrasociale, tipicamente imbevuto di sinistrismo], radical-chic, immorale e impudica, che alligna nella penisola, l’ha pianto abbondantemente e l’ha lodato calorosamente; e continua a farlo.
Il problema è che anche in Vaticano lo si è pianto e lo si è lodato e la cosa è paradossale… e scandalosa!



Papa Francesco non ha mai nascosto la sua amicizia per lui, né i suoi gesti d’affetto, i suoi colpi di telefono imprevisti, la sua ammirazione per la sua battaglia per i «poveri» e particolarmente per gli immigrati; cosa che per il padre argentino scusa tutto il resto e basta come seme di santità e di onorabilità! La promozione del nichilismo sinistroide e dell’immoralità sarebbero appena dei piccoli dettagli che si nascondono sotto i tappeti vaticaneschi…

Ultimamente è stato il turno di Mons. Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, di fare l’elogio di questo partigiano della cultura della morte.
L’italiana Radio Radicale ha presentato, lo scorso 17 febbraio, un dibattito su Marco Pannella e una presentazione del suo libro Una libertà felice – La mia vita. Mons. Paglia ha partecipato alla trasmissione. Gli ascoltatori potevano aspettarsi un po’ di contraddittorio in tale dibattito. E invece no! E’ stato un dibattito senza contraddittori: Mons. Paglia si è rivelato essere sulla stessa lunghezza d’onda degli amici di Pannella nel tracciare un ritratto adulatore di questo sinistro patentato.
Ecco alcune perle di questo fumoso ecclesiastico [https://www.youtube.com/watch?v=4IKrd1L-zpc]:


«Pannella, un uomo di grande spiritualità» (minuto 3,20)

«[la sua morte] una gran perdita per questo paese» ( minuto 6,30)

«egli ha speso la sia vita per gli ultimi» (minuto 9, 00)

«in difesa della dignità di tutti, Pannella, particolarmente dei più emarginati… Pannella è veramente un uomo spirituale» (minuto 10,53)

«un uomo che ha saputo aiutarci a sperare malgrado le novità, il quotidiano che ci mette a dura prova» (minuto 18,25)

«Il Marco pieno di spirito continua a soffiare» (minuto 18,40)

«Pannella diceva: è lo spirito che nonostante tutto muove la storia e ci chiede di assecondarlo e di continuare a soffiare in questa direzione» (minuto 18,56)

«Marco, ispiratore di una vita più bella, non solo per l’Italia, ma per tutto il nostro mondo che ha bisogno più che mai di uomini che sappiano parlare come lui… Io mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in questa stessa direzione» (minuto 19,20)

Io non so quale spirito animi Mons. paglia e gli soffi delle asinerie simili, ma senza alcun dubbio non è lo Spirito Santo!

Lettera a Caterina Socci, il potere sui media propaganda la morte, non la vita per cui tu stai lottando, ma noi non ci arrenderemo mai


Cara Caterina,
ieri hai voluto che sulla tua pagina facebook – sotto la tua foto sorridente – fosse scritto: “La vita è sempre bellissima”. E poi le parole del salmo 138: “Ti lodo perché mi hai fatto come un prodigio…”.
So che sei addolorata per Fabiano, questo nostro fratello per cui preghiamo e di cui oggi tutti parlano. Pregare per lui è il modo per volergli ancora bene, ma nessuno invita a pregare perché pensano che sia tutto finito e che si tratti solo di invocare leggi che permettano in Italia ciò che fanno altrove.

“Repubblica” titola: “L’addio di Dj Fabo, ora la legge”. Ma c’è qualcuno che invece chiede leggi e interventi pubblici a favore di chi vuole vivere e guarire?
“La Stampa” titola: “Il suicidio di Fabo scuote l’Italia”. Purtroppo la vita di tanti che lottano, come te, Caterina, per vivere e per guarire non scuote l’Italia.
Eppure la tua grinta, la tua fede e il tuo coraggio sono una luce che illumina tutti quelli che ti conoscono. E quanti altri giovani come te abbiamo conosciuto durante questa nostra avventura.
Chi chiede leggi per sostenere la loro lotta? E chi difende i più piccoli e indifesi che non hanno voce?
Chi aiuta, per esempio, una grande donna come Paola Bonzi del “Centro di aiuto alla vita” della Mangiagalli, che ha salvato più di 17 mila bambini (e 17 mila mamme) dall’aborto? Eppure nessuno è più debole e indifeso di un bambino nel grembo e della sua madre.

Nessuno racconta coloro che aiutano e salvano le vite.
Nessuno parla dei tanti – medici o riabilitatori o volontari – che stanno lottando per strappare alla sofferenza, alla malattia o alla morte anche questi territori drammatici dell’esistenza.
Noi ne conosciamo tanti e sappiamo che è proprio questo “non arrendersi” che per secoli ha fatto andare avanti la medicina. Altrimenti oggi si morirebbe ancora di morbillo.

I media non parlano che di leggi sulla morte. Ma noi vorremo che tutti insieme gridassero: forza, dobbiamo mettercela tutta, cari medici e ricercatori. Con forza e intelligenza andiamo all’assalto della malattia. Strappiamo alla prigionia tanti giovani (o meno giovani) bloccati nel proprio corpo. Ce la possiamo fare.

Ci sono già nel mondo nuovi percorsi di recupero molto interessanti e poco conosciuti.
Noi impariamo da te, Caterina, dalla tua forza vittoriosa. Stamani la tua mamma ti ha letto un articolo dove si spiegava come sono nati gli ospedali: letteralmente inventati dai cristiani.

È bene ricordarlo in queste ore in cui, sui giornali, i cristiani vengono rappresentati quasi come sadici che vogliono far soffrire le persone.

Fu un papa che si chiamava come Fabiano, già negli anni della persecuzione (attorno al 240), a istituire i primi servizi di accoglienza. E il primo Concilio che seguì l’Editto di Costantino (il Concilio di Nicea del 325) rese obbligatori per le chiese gli xenodochi, i primi ospedali dove si curavano tutti i malati.

Da allora fu un fiorire di ospedali che per tutto il medioevo vennero costruiti come cattedrali. I malati non furono più abbandonati, come nell’antichità, ma ritenuti la carne stessa di Cristo.

L’Annuarium statisticum Ecclesiae del 2014 riporta 116.060 strutture sanitarie cattoliche presenti oggi nel mondo.
L’esempio di padre Pio dice tutto. Colui che ha vissuto per 50 anni crocifisso ha voluto costruire uno dei più grandi ospedali del meridione: la Casa sollievo della sofferenza.

Proprio chi ha abbracciato la croce e ha esaltato il valore infinito della sofferenza umana è colui che più ha cercato di alleviare la sofferenza dei fratelli.

Perché è dalla pietà e dalla compassione di Gesù, che guariva tutti, che i cristiani hanno imparato ad abbracciare e prendersi cura dei fratelli che soffrono.

È dagli ospedali inventati dai cristiani (come le università) che è nata quella medicina che ha vinto tante malattie. È stato il cristianesimo il vero illuminismo.

Ma oggi chi si unisce a noi cristiani nell’incitare ricercatori e medici a non arrendersi? Chi chiede leggi e fondi per combattere le malattie più invalidanti?
Una “legge per la morte” è una scorciatoia che fa risparmiare soldi…. Ma che tristezza.

E poi questi media che parlano sempre di stupidaggini e – un quarto d’ora all’anno – si occupano della morte, ma solo in questi termini gelidi, per rivendicare dallo stato una legge per la morte.
Nessuno mai che s’interroghi sul senso della vita e sul mistero del nostro destino eterno. Eppure è ciò che caratterizza la condizione umana. Lo testimonia tutta la letteratura e l’arte.

Tutti desideriamo essere felici, ma senza dimenticare nulla, nemmeno la malattia e la morte. Abbiamo fame e sete di un significato, il desiderio di una felicità che sia per sempre.

Ma c’è una terribile censura sulla grande promessa che ci è stata fatta nel Vangelo: “il centuplo quaggiù e la vita eterna”. Come se il Re dei Cieli non fosse mai venuto qui sulla terra. Come se non fosse morto e risorto per noi, vincendo così la morte.

Come vedi, Caterina, nemmeno i preti e i vescovi ne parlano più. Il vescovo di Roma – che si tiene alla larga dalla difesa della vita – non parla nemmeno della vita eterna. Non ne parla mai. Parla delle questioni sociali come l’emigrazione, della acque reflue, dell’inquinamento, della spazzatura, di zanzare e vermi.

Ma l’umanità è stata abbandonata da chi avrebbe dovuto annunciare la grande speranza, da chi avrebbe dovuto donare a tutti notizia di Gesù, la nostra gioia.
Io e tua madre siamo sempre commossi quando – a chi ti chiede se sei felice – tu rispondi decisa (col tuo linguaggio): “sì!”.
E sappiamo perché rispondi così. Perché sei amatissima. Perché Gesù è qui. Con noi. E non ci abbandona mai.

È la nostra forza e il nostro conforto. È Lui che ci sostiene in questa lotta. Ed è con Lui che saremo poi nell’eternità, insieme a tanti altri amici. Per la grande Festa.

La vita quaggiù è una preparazione alla vera Vita. Ma nessuno più lo sa. E la si butta via o la si spende male.
Si trascorrono le giornate come fossimo sassi trascinati dalla corrente del fiume. E nessuno conosce persone diverse che vivono una vita appassionata, piena di significato e di gioia.
Magari proprio cercando di alleviare le sofferenze dei fratelli. Anche qui ci sono testimonianze bellissime.
Chi parla delle centinaia di suore e missionari che sono andati perfino a vivere nei lebbrosari (noi abbiamo amici così) e a prendersi cura dei più dimenticati nei lazzeretti del mondo? Non sono solo delle suore di Madre Teresa. Ce ne sono tanti altri.

O chi parla – per venire dalle nostre parti – della storia che abbiamo scoperto a Bologna qualche anno fa (nella Bologna del XX secolo) dove decine e decine di giovani suore, dopo la Prima Guerra mondiale, andarono volontariamente a prendersi cura dei malati di Tbc in un ospedale fuori città, contraendo loro stesse il virus e morendo in gran numero?
Erano giovane ragazze. È una storia di cui nessuno sapeva niente e – anche oggi che ne abbiamo scritto – sembra non interessi a nessuno. I miti che oggi vengono celebrati stanno piuttosto a cantare sul palcoscenico o a correre sul campo di calcio.

E nessuno racconta i volti di quelle giovani ragazze, la loro passione per la vita, cioè per Cristo, la loro compassione per i sofferenti. È la storia di un grande amore che illuminerebbe il nostro mondo. Farebbe capire la maestà della vita e il suo senso.
Ogni istante della nostra esistenza è prezioso. Ed è affacciato sull’eternità. Ci giochiamo quaggiù il nostro destino eterno: o una gioia senza fine o una sofferenza senza limite. O il Paradiso o l’Inferno.
Gli ecclesiastici pavidi non hanno più il coraggio di dirlo, perché si vergognano di Cristo, ma – come dice il Vangelo – lo gridano le pietre delle nostre cattedrali che non a caso hanno spesso accanto a sé gli ospedali medievali (a Siena è così).
Cosicché il dolore umano e la bellezza, abbracciate dalla carità e dalla liturgia, guardavano tutte al volto del Salvatore gridando: “vieni a salvarci”.
.
Antonio Socci
Da “Libero”, 1 marzo 2017
.https://gloria.tv/article/3tb7JXrJR1k94U7UpKhnjfWcu
CORRIERE VENETO.IT

LA STORIA

Staccò la spina alla figlia
Papa Francesco l’abbraccia
«Eccomi, ti sono vicino»

La piccola era nata con una grave malattia rara che non dava speranze

PADOVA C’è una lettera che Papa Francesco tiene sul suo tavolo dal Natale 2015. Tutti i giorni prega per Loredana, la donna che gliel’ha mandata, e per la sua nipotina Sofia, volata in cielo quando aveva appena 40 giorni. Era nata senza speranza, condannata a morte da una malattia rara che impediva ai polmoni di espandersi. Il suo papà Alessandro non se l’è sentita di vederla tirare avanti per mesi intubata, trafitta da aghi e flebo, tra mille sofferenze, e ha staccato la spina. Quando ha capito che non c’era nulla da fare lui, ateo, ha cercato un prete cattolico, ha fatto battezzare la piccola e poi l’ha presa in braccio. L’ha cullata un’ultima volta e, tra le lacrime, ha spento i macchinari che la tenevano in vita. Sofia ha respirato per un minuto e poi ha chiuso gli occhietti per sempre. La sua storia è diventata quella lettera, la lettera che la nonna ha inviato al Santo Padre, affidandola a una suora. Loredana è un medico padovano, un medico cattolico, che questa tragedia «l’ha vis suta due volte, come mamma e come nonna» e che solo oggi riesce a parlarne.
Il figlio Alessandro è un ingegnere biomedico, vive e insegna all’Università a Washington, dove la moglie Christel è analista politica per il governo americano. Dopo Angela, la primogenita che oggi ha 4 anni, nel settembre 2015 era arrivata Sofia. «Appena nata sembrava stesse bene — racconta Loredana — pesava tre chili, era bellissima. Ma qualche ora dopo il parto ha cominciato a fare fatica e respirare, non si capiva cosa avesse. Dopo una serie di visite, non avevamo ancora una diagnosi e lei peggiorava. Ho mosso il mondo intero: ho chiesto una consulenza alla Pediatria di Padova, l’ho fatta vedere da uno specialista di Lugano e poi da una dottoressa padovana che lavora a New York. E il verdetto è arrivato, impietoso: Sofia aveva una malattia rara che impedisce all’organismo di produrre la proteina in grado di far espandere i polmoni. Non si può curare, l’unico trattamento poteva essere il trapianto di polmosi, che avrebbe dovuto affront a re a un me s e di v i t a a Philadelphia. Ma non ci è mai arrivata. Mio figlio, d’accordo con me, si è assunto la responsabilità dell’unico gesto possibile, altrimenti la piccola sarebbe stata attaccata al respiratore due mesi, per poi morire d’infezione. Che senso aveva prolungarne le sofferenze?».
E così una notte di novembre a casa di Loredana arriva una telefonata. E’ Alessandro: «Mamma, è tutto finito». «Hai fatto quello che era giusto», risponde lei. Ma è disperata. E sfoga tutto il suo dolore nella lettera al Papa. Gli narra la storia di Sofia, gli dice che «è venuta al mondo con la missione precisa di convertire il padre e far battezzare la sorella Angela », gli confida il dolore straziante di tutti i genitori che vivono lo stesso dramma. Gli chiede di ricevere il figlio e la nuora. Siamo ormai sotto Natale 2015. Quindici giorni dopo a Loredana arriva la telefonata della Santa Sede. «Era la suora tedesca che assisteva Ratzinger e che è rimasta nella segreteria dell’attuale Pontefice — racconta la dottoressa padovana — mi ha detto che Papa Francesco aveva letto la mia lettera e che era pronto a riceverci. Ha capito la nostra tragedia e non ci ha giudicati». Il 24 maggio 2016 Loredana, Alessandro, Christel e Angela sono in Vaticano. Alloggiati dalle suore. Hanno in mano le foto di Sofia, le frasi di addio degli amici e l’omelia lette al suo funerale, celebrato a Washington con rito battista, la religione della mamma.
Papa Francesco quando li vede sorride, si avvicina, legge l’omelia, guarda le foto della piccola che non c’è più ma resterà sempre nel cuore di tutti, mentre Loredana rimane in disparte. Poi Alessandro sussurra qualcosa all’orecchio del Santo Padre e lui lo abbraccia: «Vi sono vicino». «Mio figlio non ha voluto riferirmi tutto ciò che si sono detti, ma per lui è stato il primo momento di serenità dopo tanto dolore », racconta Loredana. Qualche mese dopo Christel resta incinta e lo scorso novembre, a un anno esatto dalla morte di Sofia, nasce un maschietto. L’hanno chiamato Matteo Francesco.
Michela Nicolussi Moro