ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 30 marzo 2017

Non toccategli l'obama che s'imbufala^!

CATTOLICESIMO POLITICO ?
(Parafrasando Jonathan Swift)


La lettura attenta dei commenti sulla visita del Papa a Milano sabato scorso, permette di riflettere sul significato di alcuni messaggi dove il Pontefice chiede di «cancellare le distanze, abbracciare i confini e le frontiere, includere, far cessare la cattiva uniformità, amalgamare l’umanità e  le esperienze più diverse, ponendo fine a quella religiosità chiusa, in difensiva, sterile, piena di pregiudizi, che ha portato e porta a divisioni».
Cioè considerazioni  più socio-politiche che spirituali.

Noi cattolici, un po’ troppo semplici, siamo abituati a pensare alla Chiesa, ed al Papa,  solo quale guida spirituale, dimenticando il suo ruolo anche politico nella storia.
Forse dovremmo comprendere ed ammettere che la Chiesa possa riflettere i problemi politici di un momento storico, cercando di non dimenticare che il mondo laico, invece, vede il Papa solo come interlocutore politico. 

Oggi i problemi  da risolvere nel mondo globale sono tanti, fra questi la ricomposizione del progetto europeo dove coesistono, storicamente, culture laiciste, luterane, cattoliche, ed ora anche una significativa presenza islamica.
Il governo di questi equilibri, evidenziato solo in Europa, ma estendibile al mondo intero, potrebbe, in mancanza di leader credibili, esser stato “affidato” proprio al capo della Chiesa Cattolica.

Certo questa ipotesi, puramente ideale potrebbe richiedere cambiamenti ed adattamenti “sconvolgenti” e apparentemente incomprensibili, che potrebbero lasciar immaginare una forma (transitoria e temporanea) di “abolizione” del cattolicesimo (nel senso tradizionale).
Noi fatichiamo a capirlo , perché ci lasciamo confondere dall’apparente populismo e popolarità, ma in proposito Jonathan Swift (1667-1745) ci dà una ironica lezione su questa ipotesi, su cui riflettere.

Jonathan Swift è il cinico ma geniale autore dei Viaggi di Gulliver, che scrisse anche nel 1708 un libretto  satirico  “Argument against abolishing Christianity (Ragionamento contro l’abolizione del  Cristianesimo)”, riferito naturalmente alla chiesa anglicana (di cui era pastore).
Anche allora una minoranza, come oggi influente, cercava di eliminare il cristianesimo perché antiquato, screditato e scomodo per le mode culturali dominanti e le relazioni internazionali.
In questo libretto Swift  descrive con ironia i vantaggi e svantaggi della abolizione del cristianesimo per far fronte ai rischi incombenti.
Credo sia interessante e utile rifletterci su.

Fra i vantaggi (descritti ironicamente) Swift vede l’esaltazione della libertà di coscienza che avrebbe liberato dalla tirannia della Chiesa. Un altro vantaggio sarebbe consistito nel risparmio economico conseguente alla abolizione del clero e delle spese  di mantenimento della Chiesa, risorse che avrebbero permesso migliori opere culturali e maggior aiuto ai poveri. Un altro ancora sarebbe stato il guadagnare un giorno in più alla settimana (la Domenica) consacrato ai riti religiosi, per divertirsi e fare shopping.  Un successivo vantaggio sarebbe stato nella abolizione dei piccoli e proliferanti movimenti ecclesiali (con troppe vocazioni, troppa raccolta di soldi e scarsi   controlli…).
Swift procede proponendo come vantaggio dell’abolizione del cristianesimo la cancellazione di quei pregiudizi educativi che vengono chiamati virtù e che rovinano la pace di chi non li persegue ... Da imitare avrebbero dovuto essere invece coloro che sanno umilmente e realisticamente peccare. Infine l’ultimo vantaggio starebbe nell’utilità della unione dei cristiani, ampliando così i confini dell’ecumenismo, accogliendo così i dissidenti, esclusi per motivi rituali di “scarsa importanza” (i Sacramenti…). Accettare tutti  infatti deve essere il vero programma ecumenico, deve esserci posto per tutti, senza ostacoli …

Vi dicono qualcosa questi vantaggi? Non vi pare 300 anni dopo di rivisitarli?

Quali sarebbero invece i danni dell’abolizione del cristianesimo per Swift?
Il primo danno sarebbe causato alla satira e dagli intellettuali laicisti, che non avrebbero  più preti e suore da dileggiare per le loro “nefandezze e vizi”… Il maggior effetto dannoso per Swift (abolendo il cristianesimo) consisterebbe però nella affermazione del “Papismo”, cioè del potere temporale del Papa e della autorità assoluta della Chiesa cattolica (nella nostra ottica potremmo riferirlo al potere luterano tedesco).
Swift lo spiega con particolare ironia, scrivendo che è noto che i gesuitihanno sempre avuto  l’abitudine di utilizzare  emissari con il compito di fingersi membri delle sette più illuminate, così si sono presentati nei tempi diversi in vesti di presbiteriani, anabattisti, quaccheri … a secondo di chi fosse più in auge e necessario. Così, da quando è diventato di moda screditare la religione, i missionari papisti non hanno smesso di mescolarsi ai liberi pensatori.

Swift, sempre ironicamente, riflette che se il cristianesimo venisse estinto la sola forma di culto religioso diverrebbe la superstizione (magari ambientalista?) pertanto, al fine di “tagliare il male alla radice”, propone di abrogare Dio e ogni religione in generale. Ma, raccomanda Swift, si faccia attenzione a cancellare il cristianesimo e magari allearsi con il Turco, perché “la sua gente sarebbe più scandalizzata dalla nostra empietà”.
I Turchi, scrive sempre Swift, non solo sono osservanti del culto religioso, ma peggio ancora, credono in Dio, che è più di quanto ci si aspetta da noi, anche se noi manteniamo il nome di cristiani.

La lezione di Swift ci è chiara ?


di Ettore Gotti Tedeschi
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV1928_Gotti-Tedeschi_Cattolicesimo_politico.html

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Trump lancia la guerra mondiale contro i Signori del clima
di Riccardo Cascioli30-03-2017
Trump festeggia la fine del Clean Power Plan
Quando si sente l’ex vice-presidente americano Al Gore affermare con sicurezza che la Brexit (l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea) è conseguenza dei cambiamenti climatici, anche un profano sarebbe portato a simpatizzare con il presidente Usa Donald Trump che ha deciso di annullare tutti gli impegni presi dal suo predecessore Barack Obama in fatto di politiche del clima.

Il teorema di Gore - che lo ha esposto pochi giorni fa presentando il sequel del video catastrofista “Una verità sconveniente” – è degno della Fiera dell’Est di Angelo Branduardi: la decisione del popolo britannico sarebbe la conseguenza delle tensioni in Europa causate dai conflitti mediorientali, a sua volta provocati dalla guerra in Siria, la cui origine starebbe in una forte migrazione interna causata dalla siccità che avrebbe colpito la Siria negli anni scorsi, ovviamente provocata dai cambiamenti climatici.
È incredibile come la panzana della guerra in Siria che sarebbe stata causata dai cambiamenti climatici continui a essere ripetuta da importanti autorità internazionali malgrado ci siano prove evidenti della sua falsità (clicca qui per l’approfondimento), anche se basterebbe il buon senso. Ma addirittura attribuire a questo l’esito del referendum britannico sull’adesione all’Unione Europea è surreale. In altri tempi si sarebbe prescritto il ricovero immediato, oggi invece si è riveriti come autorità nel campo climatico.
Se queste sono le basi delle politiche per contrastare i cambiamenti climatici, allora si capisce come sia da prendere molto più sul serio la posizione dell’attuale presidente Trump che giudica la storia dei cambiamenti climatici una bufala e ha appena cancellato con un ordine esecutivo – chiamato “Energy Independence”, indipendenza energetica - il Clean Power Plan (Piano per l’energia pulita) voluto da Obama. In questo modo viene eliminato il tetto alle emissioni di anidride carbonica (CO2) stabilito in ossequio agli accordi di Parigi sul clima e vengono tagliate le sovvenzioni statali alle energie rinnovabili. «Poniamo così termine alla guerra al carbone», ha sintetizzato Trump. Il carbone infatti, che tuttora è una fonte che conta per oltre il 30% del fabbisogno nazionale americano, sarebbe stata la prima vittima del piano Obama che prevedeva una riduzione di emissioni di gas serra entro il 2030 del 32% rispetto ai livelli del 2005.

Il costo del piano Obama – secondo le stime dell’agenzia americana per l’ambiente (Epa) - varia dai 7.3 agli 8.8 miliardi di dollari annui. In realtà il Clean Power Plan è stato già bloccato dal ricorso di 28 stati che contestano l’intrusione del governo federale nelle decisioni dei singoli stati quanto al mix energetico più adeguato da perseguire. Allo stesso tempo, c’è da aspettarsi che altri stati portino in tribunale le decisioni del governo Trump, visto che ora il Clean Power Plan dovrà essere riscritto secondo le indicazioni dell’ordine esecutivo di Trump, e che i governatori democratici faranno di tutto per rendere la vita difficile al presidente.
Contrariamente a quello che si vuol fare credere lo scontro non è tra chi ha a cuore l’ambiente e chi il solo profitto. E la questione non è solo un problema interno americano.
In questo l’amministrazione Trump riprende la linea che era già dell’amministrazione Bush, partendo dal presupposto che non è assolutamente vero che gli scienziati siano concordi nel ritenere la concentrazione di gas serra e in particolare la CO2 la causa principale del riscaldamento globale. Peraltro proprio il riscaldamento globale si sta dimostrando un fenomeno di molto inferiore a quello che i modelli al computer prevedevano negli anni passati. Al contrario, sono migliaia gli studiosi impegnati nelle scienze che hanno a che fare con il clima che sostengono la marginalità della CO2 nei processi di formazione del clima. In effetti, anche solo guardando ai gas serra, il 95% è costituito dal vapore acqueo.
In ogni caso la scienza non ha affatto certezze né riguardo alla evoluzione futura del clima né riguardo all’impatto che i cambiamenti climatici (che sono un fenomeno assolutamente naturale) possono avere sui fenomeni atmosferici. 
Su questa base appare assurdo lanciarsi in investimenti stratosferici dai risultati più che incerti in fatto di clima. Per avere un’idea basti pensare che un recente studio commissionato dall’American Council for Capital Formation e dall’Istituto della Camera di Commercio USA, ha stimato che gli impegni presi da Obama come parte degli accordi di Parigi potrebbero costare all’economia americana 3 trilioni di dollari e 6.5 milioni di posti di lavoro nel settore industriale da qui fino al 2040. Nel giro di dieci anni, dice ancora lo studio, la perdita del lavoro si concentrerebbe in quattro stati chiavi per la manifattura: 74mila posti in Michigan, 53mila in Missouri, 110mila nell’Ohio, 140mila in Pennsylvania.
Quanto all’ambiente i vantaggi sarebbero irrilevanti, soprattutto perché tali investimenti puntano soltanto alla riduzione delle emissioni di CO2, che non è un inquinante (anzi è un elemento essenziale per la vita) ma viene ritenuto un climalterante (non da tutti, come abbiamo visto). 
La amministrazione Trump invece, dalle prime mosse, sembra riprendere il discorso già sviluppato dall’amministrazione Bush, ovvero puntare sulla riduzione dell’inquinamento ma senza mettere a rischio i posti di lavoro e soprattutto puntando all’indipendenza energetica, una questione chiave per la sicurezza nazionale.
La guerra sul clima, però, non è solo un fatto interno degli Stati Uniti. La questione è globale, e non soltanto per le implicazioni che potrebbe avere sugli accordi di Parigi se gli Usa si ritirassero (in ogni caso non potrebbe accadere prima di due anni). Anche alcuni paesi europei, spinti dalla crisi economica, hanno cominciato a ripensare certi impegni legati agli accordi di Parigi. Basti pensare che solo nel 2015, le spese globali per fermare il riscaldamento globale ammontavano a 1.5 trilioni di dollari, all’incirca 4 miliardi di dollari al giorno. Il problema è soprattutto nell’investimento sulle energie rinnovabili. Per quanto negli ultimi anni sia molto migliorata l’efficienza di queste energie, sole e vento costano ancora da 5 a 10 volte più dei combustibili fossili e in ogni caso sono lontanissimi dal potere soddisfare l’attuale domanda di energia.
Per cui è abbastanza probabile che, aldilà delle prese di posizione ufficiale che dovendo rispettare il “politicamente corretto” dovranno essere di condanna per le decisioni di Trump, l’esempio americano sarà seguito più o meno discretamente da altri paesi industrializzati.
Il cardinale Turkson chiama i vescovi americani all'azione: "Fate lobby contro Trump"

Il prefetto del dicastero per lo Sviluppo umano integrale condanna le politiche dell'Amministrazione repubblicana sull'immigrazione
Donald Trump (foto LaPresse)
Roma. Il cardinale Peter Turkson, prefetto del dicastero per lo Sviluppo umano integrale, affida a una colazione di lavoro al ristorante Il Papalino di Roma le sue considerazioni sulla politica americana. E non sono parole dolci nei confronti di Donald Trump: “Per fortuna anche negli Stati Uniti ci sono voci di dissenso, voci contrarie, in disaccordo esplicito contro le posizioni di Trump: il suo bando contro le immigrazioni è stato bloccato alle Hawaii. E’ un segno che ci può essere un’altra voce”.
A finire nel mirino del porporato africano sono le misure sull’immigrazione, dai bandi al muro lungo il confine meridionale. Fin qui nulla di nuovo. Quel che Turkson ha aggiunto – e che difficilmente sarà stato apprezzato in Segreteria di stato, attenta ad abbassare i toni, cercando di imbastire un dialogo improntato al più sano realismo con tutti gli attori internazionali – è l’auspicio affinché a darsi da fare sia “la chiesa degli Stati Uniti”, chiamata a fare una “azione di lobby”. Una chiamata alle armi contro la nuova Amministrazione americana, insomma. Il problema è che l’episcopato americano non ha alcuna intenzione di andare allo scontro frontale con la Casa Bianca. Se la critica sulle politiche migratorie è netta (in tal senso si sono espressi sia vescovi d’orientamento progressista, come il cardinale di Chicago Blase Cupich, sia presuli considerati conservatori, qual è ad esempio l’arcivescovo di Los Angeles, l’ispanico José Horacio Gomez), la maggioranza della conferenza episcopale considera vitale sviluppare un confronto sereno per assicurare la “tenuta” sulla difesa dei cosiddetti valori non negoziabili dopo gli otto anni di sofferenza patiti durante la presidenza democratica di Barack Obama.di Matteo Matzuzzi
http://www.ilfoglio.it/chiesa/2017/03/30/news/vaticano-chiesa-immigrazione-cardinale-turkson-lobby-contro-trump-127919/

Dal Vaticano appello alla chiesa Usa: "Azione di lobby per cambiare la politica sull'immigrazione"

Il cardinale Peter Turkson è preoccupato per le politiche di Trump. Invito all'episcopato Usa a fare pressioni affinché il tycoon faccia un passo indietro


Dal Vaticano arrivano nuove critiche all’amministrazione Trump. Ad esprimere scetticismo e “preoccupazione” sulle politiche messe in campo dal nuovo presidente americano, in particolare quelle che riguardano l’immigrazione e l’ambiente, è il cardinale Peter Turkson, presidente del nuovo Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale.
Rispondendo alle domande dei giornalisti sulle politiche del presidente americano e sull'atteggiamento di Trump nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, il porporato si è, infatti, augurato che, in questo senso, Trump “cominci a ripensare alcune delle sue decisioni”. “Ci sono elementi della società americana che non sono d’accordo con le posizioni del presidente Trump”, ha proseguito Turkson, citato dall’agenzia Sir, “segno che c’è una parte della società statunitense che man mano alza la voce, usando un altro linguaggio”.


Il cardinale si riferisce probabilmente agli ultimi provvedimenti varati dal presidente americano, come il Muslim Ban, che vieta l’ingresso nel Paese ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana, bloccato da un giudice federale delle Hawaii. Sulla costruzione della barriera al confine con il Messico, inoltre, Turkson si era già espresso negativamente, definendo la decisione di Trump un segnale preoccupante. Trump “sta realizzando le promesse fatte durante la campagna elettorale: spero che si accorga della dissonanza tra la realtà delle cose e le espressioni da campagna elettorale”, ha aggiunto Turkson.
Il porporato si è dichiarato però speranzoso che in futuro le cose possano cambiare. E in questo senso, secondo Turkson, anche la Chiesa statunitense potrebbe avere un ruolo. “Diversi membri dell’episcopato americano si sono già espressi sulle posizioni del presidente e potrebbero avere un qualche influsso su di esse”, ha detto, infatti, il cardinale, facendo appello, di fatto, ad un azione di pressione da parte della Chiesa locale, che però, al momento, sembra, piuttosto, apprezzare l’azione politica del presidente Usa.
Su un’altra questione cara a Papa Francesco, quella dei cambiamenti climatici, il presule ha lanciato un’ultima stoccata al presidente degli Stati Uniti, che, recentemente, ha firmato un ordine esecutivo che cancella il Clean Power Plan di Obama, attraverso il quale nel 2015 erano stati introdotti nuovi standard per la produzione di energia elettrica, volti a ridurre l’inquinamento e le emissioni di anidride carbonica negli Usa. “C’è un’altra potenza mondiale, come la Cina, che sta ripensando le sue posizioni, ad esempio negli sforzi per controllare le temperature, ambito nel quale ha promesso di stanziare sette milioni di dollari, si spera non semplicemente perché è un Paese con sempre più smog e inquinamento”, ha detto Turkson, mettendo a confronto gli sforzi cinesi sui cambiamenti climatici, con la marcia indietro della nuova amministrazione americana sulla riduzione delle emissioni di CO2.

Dichiarazione dei vescovi statunitensi. La cura dell’ambiente è cura dei poveri 
L'Osservatore Romano 
Il passo indietro dell’amministrazione statunitense nelle politiche volte a frenare il riscaldamento globale del pianeta rischia di danneggiare ulteriormente l’ambiente naturale e di penalizzare ancora una volta soprattutto i poveri e le persone più vulnerabili. È quanto mette in evidenza l’episcopato cattolico all’indomani dell’ordine esecutivo firmato martedì 28 dal presidente Donald J. Trump che, come è noto, ha di fatto cancellato il Clean Power Plan varato nel 2015 dalla precedente amministrazione, che prevedeva restrizioni alle centrali termoelettriche e agli impianti alimentati a carbone, da cui derivano poco meno di un terzo delle emissioni di gas serra degli Stati Uniti. 
«La Conferenza episcopale statunitense, in comunione con Papa Francesco — ricorda in una dichiarazione il vescovo di Venice, Frank J. Dewane, presidente del Comitato per la giustizia interna e lo sviluppo umano — sostiene fortemente la tutela dell’ambiente e ha costantemente chiesto la riduzione delle emissioni» nocive. Secondo il presule, il nuovo ordine esecutivo della Casa Bianca pone dunque «in pericolo una serie di protezioni ambientali» e mette gli Stati Uniti al di fuori degli standard internazionali per la riduzione dell’inquinamento globale. Senza peraltro individuare un piano alternativo valido «per una cura adeguata delle persone e della creazione».
Il Clean Power Plan cancellato con il recente ordine esecutivo prevedeva il taglio entro il 2030 del 32 per cento delle emissioni rispetto ai livelli del 2015. A riguardo monsignor Dewane sottolinea come pur non essendo certamente il Clean Power Plan l’unico strumento possibile per favorire la riduzione degli inquinanti — «la Chiesa non privilegia una serie di approcci tecnici, economici, politici su altri» — la mancata individuazione di una valida strada alternativa costituisce un «problema serio». Tanto più, viene rilevato, che molti stati hanno già fatto notevoli progressi verso l’obiettivo di ridurre l’emissione di carbonio e «questo slancio dovrebbe essere incoraggiato e non ostacolato». In questa prospettiva, l’episcopato ricorda come nell’enciclica Laudato si’ Papa Francesco metta bene in risalto il «grido della terra» e il «grido dei poveri». E con questo recente ordine esecutivo l’amministrazione statunitense rischia proprio «di danneggiare la nostra aria, le nostre acque e, soprattutto, la nostra gente, in particolare i poveri e i vulnerabili». Il tutto, senza senza nemmeno «proporre un approccio adeguato» alternativo in grado di adempiere agli «obblighi di gestione responsabile» dell’ambiente.
La presa di posizione di monsignor Dewane segue quella contenuta in una lettera indirizzata nel febbraio scorso al segretario di stato Rex Tillerson dall’episcopato statunitense insieme al Catholic Relief Services. In quella occasione si faceva appello perché fossero rispettati gli impegni che la passata amministrazione statunitense aveva sottoscritto nell’autunno 2015 in occasione della conferenza internazionale sul clima di Parigi. La missiva ricordava, inoltre, come già in passato l’episcopato avesse sostenuto l’urgenza del sostegno ai programmi di attenuazione degli effetti del cambiamento climatico.
L'Osservatore Romano, 30-31 marzo 2017


La strategia di Trump contro l’Isis




“Sconfiggere lo Stato islamico – osserva Schake – era una delle priorità del candidato Trump. Mentre la sua pretesa di avere un piano segreto era ridicola, i suoi obiettivi politici sono coerenti. Gli sforzi americani devono concentrarsi sullo Stato islamico. Il cambio di regime in Siria e il rovesciamento di Bashar al-Assad non solo rappresentano un obiettivo minore, ma controproducente per la stabilità della Siria, argine del terrorismo; sarebbe inoltre troppo dispendioso, dato l’appoggio di Russia e Iran”.

Annientare Daesh: una nuova priorità

Nonostante le divisioni emerse durante la riunione della coalizione internazionale anti-Daesh svoltasi a Washington il 22 e il 23 marzo, a cui hanno partecipato le delegazioni dei 68 Paesi coinvolti, gli Stati Uniti hanno confermato la linea dura dell’amministrazione Trump contro lo Stato islamico. Il Segretario di Stato statunitense, Rex Tillerson, ha ribadito la volontà degli Usa di annientare l’Isis, e non “più di ridurne le capacità” ,come aveva invece dichiarato Obama, per il quale, al contrario, la cacciata del presidente alauita Assad rappresentava una priorità non negoziabile. Per la strategia Usa nel Medio Oriente si registra dunque un cambio di narrativa molto significativo.

La strategia del Segretario alla Difesa James Mattis

Recentemente, il Segretario alla Difesa James Mattis, ha incontrato gli alleati mediorientali e preso una serie di decisioni che vanno nella direzione di rafforzare l’impegno americano nella guerra contro i jihadisti. “Mad Dog”ha aumentato il numero di militari in Iraq e Siria, ha inviato i paracadutisti americani a Mosul e ha ottenuto la delega del presidente Trump con l’obiettivo di avere maggiore autonomia e autorità sulle operazioni, al fine di far fruttare tutta la sua preparazione ed esperienza maturata sul campo.

Sconfiggere lo Stato islamico il prima possibile

Il cambio di narrativa passa soprattutto dalla decisione di accorciare i tempi e annientare il Califfato il prima possibile. “La strategia di Obama – scrive Schaki – prevedeva una campagna pluriennale per sconfiggere lo Stato Islamico. Mentre questo approccio aveva il vantaggio di responsabilizzare gli attori e gli alleati già presenti in quella regione, incentivandoli a sviluppare la capacità di stabilizzare il territorio, poi rapidamente si è pagato il caro prezzo del disastro umanitario per iracheni e siriani nei territori ancora sotto il controllo dello Stato islamico, la decimazione dell’opposizione moderata siriana, un ulteriore radicalizzazione degli islamisti all’interno delle società occidentali e la disaffezione per lo sforzo americano nella regione”.
La nuova strategia di Trump e l’escalation delle operazioni militari contro Daesh hanno naturalmente dei lati negativi: non ultimo il raid di pochi giorni fa che ha causato 200 morti fra i civili a Ovest di Mosul: una tragedia di cui la stessa coalizione internazionale ha ammesso la responsabilità.

Impegno a lungo termine

Al contrario di ciò che sosteneva Barack Obama, e come ha al contrario ha sottolineato lo stesso Mattis, dopo che lo Stato Islamico sarà sconfitto, gli Stati Uniti non si ritireranno immediatamente dall’Iraq e lasceranno lì i loro soldati per un lungo periodo di tempo. “Far comprendere agli altri il nostro impegno – osserva Schaki – piuttosto che imporre scadenza arbitrarie, rappresenta un cambiamento significativo, uno strumento necessario per far comprendere ai nostri alleati i nostri sforzi e stimolarli nel raggiungere gli obiettivi comuni”. Il timore è che possa venire a crearsi una nuova coalizione anti-Iran una volta che la guerra contro gli islamisti sarà terminata. E’ quello l’obiettivo a lungo termine di Trump e Mattis?


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