ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 30 marzo 2017

Nulla quaestio?

L’arco costituzionale dei pro-vitaartificiale 


Ovvero: dell’endorsement di Gotti Tedeschi per la Lorenzin.
di Elisabetta Frezza e Cristiano Lugli
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Poco più di due settimane fa la testata simil-cattolica IntelligoNews ha pubblicato un’intervista all’economista ed ex banchiere dello IOR Ettore Gotti Tedeschi, sul tema della denatalità ingravescente (per leggere l’intervista, clicca qui).
La premessa è che, quello delle culle vuote, sia un problema “culturale”: femminismo, eco-ambientalismo, neomalthusianesimo, gnosticismo, esistenzialismo – dice Gotti Tedeschi – a suon di propaganda avrebbero performato le menti a considerare la fertilità un problema e ad assumere a modello la famiglia monofiglio e pluriaccessoriata. Egli si spinge fino a temerariamente affermare che tutto ciò sia avvenuto col concorso della chiesa vaticansecondista, che si è appropriata del linguaggio della modernità necrofila e ha cominciato a parlare a sua volta di “procreazione responsabile” (come una Planned Parenthood qualsiasi, aggiungiamo noi), nonché ad abbracciare la tesi cattoprogressista e pauperista per cui, per metter su famiglia e fare figli, bisogna essere ricchi.
I semi avariati gettati dalla mentalità conciliare hanno prodotto molti frutti marci, culminati oggi con la frequentazione abituale degli ambienti vaticani da parte dei mostri dediti alla ricerca transumanista e allo sterminio degli innocenti (“il grande Ehrlich” è tra le ultime guest star dei sacri palazzi).

E sin qui nulla quaestio. Gotti Tedeschi dice cose risapute, persino banali.
Ma il bello deve venire. Il bello è che l’intervistato si sente poi in dovere di spendersi in un endorsement appassionato del presunto baluardo allo sfacelo descritto, la «ministra migliore che abbiamo», praticamente un’eroina pro life incompresa dal suo mondo. Il quale mondo, miope e ottuso, dovrebbe vergognarsi di non averla sostenuta insieme alla sua creatura, il Fertility day. Tale e tanto è l’impeto sponsorizzatore del Nostro, che il rimprovero diventa persino un mea culpa, e tutti insieme dovremmo produrci nell’autodafé.
Ecco le sue parole.
«Vi ricordate i tentativi fatti dalla ministra Lorenzin per sensibilizzare sul tema fertilità? Venne massacrata, e noi, che avremmo dovuto esser sensibili a questi temi, siamo stati a osservare senza intervenire per supportarla. Da vergognarsene! La migliore ministra che abbiamo e che dovremmo aiutare. Certo, sia la ministra della Sanità Lorenzin che il ministro della famiglia Costa saprebbero che fare, ma mica possono farlo da soli, e comunque troverebbero ostacoli ovunque».
Anzitutto la sgridata è immeritata perchè, di fatto, i sedicenti pro life hanno fatto a gara, a suo tempo, per incensare la sciagurata campagna e la sua sciagurata promotrice. E di ciò si era scritto abbondantemente su Riscossa Cristiana e su Radio Spada.
Ma, a parte questo, come si fa a sostenere l’insostenibile bontà di una iniziativa tanto palesemente in linea con la dilagante necrocultura, al di là dell’etichetta suggestiva che le era stata appiccicata a bella posta? Cosa c’è dietro questo impellente bisogno di celebrare la Lorenzin, pedina ministeriale dell’impero biotecnologico/farmaceutico da tempo ramificato nei gangli vitali del potere politico, economico, ecclesiastico (ricordiamo “Sua Sanità” il cardinale Fiorenzo Angelini?), per tirarle la volata nel giro asfittico di coloro che credono di essere, di parlare e di agire a favore della vita?
Non ci vuole molto per scoprire la vera natura e il vero senso del Fertility day nelle intenzioni di chi lo ha concepito. L’evento promosso dalla ministra della salute (sessuale e riproduttiva) dei suoi governati – la migliore ministra che abbiamo – ha suggellato, anche sulla scena mediatica, il cambio di paradigma nella idea stessa di procreazione, che da naturale deve diventare sintetica nell’immaginario collettivo. Tradisce perciò una ben precisa missione istituzionale: quella di modificare i connotati della riproduzione umana, spostandone l’asse verso la “fertilizzazione”, su modello zootecnico, in vista di una totale de-sessualizzazione della maternità e della paternità, per definizione “responsabili” (dove la “responsabilità” coincide appunto con la tecnologizzazione, e consiste nell’eliminare ogni imprevisto ed esaudire ogni desiderio attraverso la fabbricazione dell’uomo in laboratorio, sterilizzata e selettiva).
L’orizzonte della politica lorenziniana, del resto, è dichiarato senza troppi veli tra gli obiettivi del suo Fertility day: «Educare alla procreazione. Identificare i difetti nella riproduzione. Aiutare la procreazione, quando necessario, con percorsi di fecondazione omologa ed eterologa». E ancora, riferendosi alla fecondazione artificiale: «quella che era nata come risposta terapeutica a condizioni di patologia specifiche e molto selezionate, sta forse assumendo il significato di un’alternativa fisiologica».
Le tracce per ricostruire la mappa in cui l’operazione è inscritta sono palesi e seminate ovunque. L’iconografia, il linguaggio, la narrativa, i contenuti, tutto ci dice dell’imponente disegno globalista che sorregge, anche, la propaganda fertilizzante firmata Lorenzin.
Quanto al sesso, in via di abolizione ufficiale quale mezzo di trasmissione della vita, viene promosso in ogni sua forma e declinazione come attività ludico-ricreativa, e molto democratica perchè alla portata di tutti; da praticare a qualsiasi età e in ogni condizione personale e sociale, con l’unica accortezza di evitare se possibile le malattie connesse, tra cui soprattutto eventuali gravidanze.
Ora, il professor Gotti Tedeschi è certamente libero di aderirvi, a questo bel programma; un po’ meno libero di fare la paternale a chi non condivide il suo stesso entusiasmo.
Dettagli, si può essere tentati di obiettare. Legittime divergenze di sensibilità e di giudizio tra chi milita pur sempre nelle stesse fila “probiotiche”. E non è bene dividersi, bisogna anzi sostenersi l’un l’altro.
Ma scherziamo?
Dietro questi “dettagli” si cela tutto un mondo di compromissione col male, che corrisponde a un progetto ben definito di distruzione e disumanizzazione della vita, tanto caro ai DC, ai Ruini, alle Roccella e alle Morresi e alle Lorenzin e alle Porcu.
Partiamo dal fondo, da Eleonora Porcu. È lei l’auctoritas scientifica di tutto l’impianto, la signora della crioconservazione di vite e di pezzi di vita (gli ovociti) nella catena delle industrie manifatturiere di esseri umani, artefice somma di quel “Piano nazionale per la fertilità” da cui il progetto lorenziniano prende origine, la scienziata creata in laboratorio dalla coppia Carlo Casini – Carlo Flamigni (lo sperimentatore dell’utero artificiale) e vidimata dalla CEI per mezzo del carrozzone episcopale Scienza e Vita di cui è, nientemeno, che socia cofondatrice.
Ma poi, l’eterologa di Stato nei LEA è opera di chi, se non della Lorenzin, che infatti non manca occasione per rivendicarla con orgoglio? Non è sempre lei che ha incaricato la sua collaboratrice Assuntina Morresi – ciellina seduta in pianta stabile al Comitato Nazionale di bioetica insieme a D’Agostino e allo stesso Flamigni, ma che bella compagnia – di procurare ovuli umani, merce in Italia ancora carente per egoismo congenito delle potenziali donatrici? Non è ancora lei la corifea della campagna vaccinista, quella che, nel Nuovo Piano Nazionale apparecchiato nel viaggio a Washington avvenuto (guarda un po’) giusto 9 mesi 9 prima del suo parto gemellare eterozigote, prevede la vaccinazione anti-HPV anche per i maschietti, a undici anni come per le bambine? Come dire loro: sveglia, è presto ora di consumare, affrettatevi a prevenire gli effetti collaterali del sesso ricreativo! Sugli effetti collaterali del vaccino, intanto, meglio tacere…
Forse certi dettagli sono sfuggiti a Gotti Tedeschi. O forse no. Ci rendiamo conto del potere di persuasione che esercitano erga omnes le multinazionali del farmaco, si sa che la salute non ha prezzo.
In ogni caso, noi restiamo di un’altra opinione, e non ci pensiamo neppure per un attimo ad applaudire a comando chi vuole che i nostri bambini siano istruiti all’uso del preservativo quotidiano o vengano vaccinati in batteria sul presupposto implicito che siano sessualmente attivi.
Non ci stiamo a partecipare al gioco sporco dei signori della morte che, mascherati da tifosi della vita, muovono perifericamente le fila rette dai potentati sovranazionali riempiendosi la bocca di salute sessuale e riproduttiva, di pianificazione famigliare, di genitorialità responsabile. Non giochiamo con loro. Nemmeno se ce lo ordina Gotti Tedeschi.
Anzi, diciamo: «vergogna»!

– di Elisabetta Frezza e Cristiano Lugli

Redazione29/3/2017

Gli intrecci fra imprese, banche e finanza bianca

E si capisce meglio l’origine del panegirico della Lorenzin, fatto da Ettore Gotti Tedeschi
Redazione
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Riprendiamo dal sito Vatican Tabloid questo articolo:
L’outsider che piace all’Opus Dei. Gli intrecci fra imprese, banche e finanza bianca
di Francesco Peloso
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(Per Venezie post) In pochi mesi è entrata in consiglio di Unicredit prima e Ferrari poi. Link di entrambe le operazioni il potente Santander. Dietro lo sguardo attento della Prelatura che pare stia trovando nell’imprenditrice il volto emergente del capitalismo italiano intriso di etica.
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Una storia di banche, motori e industrie farmaceutiche passando per quell’etica d’impresa cara al mondo cattolico e all’Opus Dei in particolare. E’ all’interno di questa cornice che si può leggere l’ascesa di Elena Zambon, imprenditrice vicentina a capo dell’azienda farmaceutica di famiglia (108 anni di storia, circa 2700 dipendenti sparsi in Italia e nel mondo grazie alle 15 filiali attive). Negli ultimi mesi, tuttavia, la già brillante carriera dell’imprenditrice veneta a capo di Zambon Spa, ha subito un’ulteriore accelerazione: prima è entrata a far parte del Cda di Unicredit quindi è stata chiamata nel consiglio di amministrazione della Ferrari, uno dei marchi più prestigiosi del made in Italy a livello mondiale.
In entrambi i casi il rinnovo del Cda – e quindi l’arrivo di Elena Zambon – è coinciso con importanti iniziative in campo finanziario. Nel caso di Unicredit si trattava dell’accordo fra Unicredit e gruppo Santandér in forza del quale venivano integrate le due società di gestione del risparmio e quindi di investimento, Pioneer Investment (controllata appunto da Unicredit) e Santander Asset Management. La nuova società che ne è nata – Pioneer Investments – è tra le prime 35 a livello mondiale nell’asset management. Nel caso della Ferrari, invece, le nuove nomine nel Cda guidato da Marchionne arrivavano a ridosso della quotazione della casa di Maranello a Wall Street; fra gli istituiti finanziari che lanceranno l’offerta c’era anche Santander, il potente gruppo bancario spagnolo il cui marchio è ben visibile sulle auto rosse del cavallino ad ogni gran premio, del resto si tratta di uno dei principali sponsor della Ferrari.
A questo punto è necessario fare un passo indietro: Elena Zambon, infatti, si è costruita ‘fama e onori’ in virtù di capacità professionali riconosciute, tuttavia per comprenderne meglio il percorso e i recenti successi, vale la pensa soffermarsi sui rapporti che l’imprenditrice ha coltivato occupandosi trasversalmente di imprese, di etica, di banche e di famiglie. La Zambon vanta infatti numerosi incarichi di rilievo oltre quelli appena ricordati – è nel cda di Italcementi e del Fondo strategico italiano – è vice presidente dell’Aspen Institute Italia (presieduto da Giulio Tremonti) insieme, si badi, a John Elkann, ma la ritroviamo anche alla guida dell’Associazione italiana delle aziende familiari, oltre che naturalmente della Fondazione Zoé, espressione del gruppo Zambon; quest’ultima è una struttura impegnata a promuovere una sorta di “cultura della salute” lavorando sulla comunicazione e sull’informazione dei temi relativi al “vivere sani”, rappresenta quindi una sorta di profilo etico dell’impresa di famiglia. Ed è appunto in quest’ambito che incontriamo un volto noto dell’Opus Dei, Joaquin Navarro Valls, ex portavoce di Giovanni Paolo II, cui la Zambon nel 2013 assegnava un riconoscimento nel campo della comunicazione legata ai temi della salute. Va da sé poi che Navarro Valls – la cui carriera è stata segnata sia dalla medicina che dal giornalismo – soprattutto presiede l’advisory board dell’Università Campus Biomedico (dove per altro troviamo anche Gianni Letta), ovvero la struttura universitaria e sanitaria dell’Opus Dei a Roma.
D’altro canto la Fondazione Zoé svolge appunto la funzione di ponte e interfaccia utile a mantenere un dialogo aperto con personalità e mondi contigui o lontani rispetto all’azienda di famiglia. In tal senso l’Opus Dei – o meglio il sistema di relazioni di alto livello che essa rappresenta – costituisce un interlocutore possibile e in qualche caso inevitabile, per chi intende muoversi ai piani alti dell’economia. Non va dimenticato che ‘la Obra’ fondata da Escrivà de Balaguer, vanta aderenti e simpatizzanti nel mondo finanziario, della sanità, della formazione universitaria come di quella professionale, della comunicazione, dell’impresa e della politica. Non si tratta però di un mistero o almeno non più, siamo di fronte invece a una delle tante articolazioni del ‘sistema’; per altro il suo intrecciarsi continuo con la finanza cattolica o con le istituzioni della Chiesa, è un dato assodato. Allo stesso modo altri ambienti, si pensi alla Compagnia delle opere vicina a Comunione e liberazione, promuovono un’idea di impresa con un profilo etico e sociale. Le vicende opache e gli scandali raccontati dalle cronache e forse anche la crisi di classi dirigenti che ha investito nel corso del tempo alcune di queste strutture come buona parte del Paese, hanno posto pure un problema di rinnovamento delle leadership che, in qualche caso, ha significato aria nuova in alcuni Cda.
In ogni caso l’incontro con l’ex portavoce di Wojtyla non è rimasto un caso isolato nei rapporti di Elena Zambon con un certo mondo cattolico che conta. La ritroviamo per esempio alla Fondazione Rui, altra struttura dell’Opus Dei (in questo caso la ‘mission’ è la formazione di universitari e intellettuali), nel gennaio del 2014 quando partecipa, in qualità di presidente dell’Aidaf (Associazione italiana delle aziende familiari), a un incontro su “redditività e valori”, ovvero di nuovo su etica e business. Nell’occasione fra gli invitati ci sono anche Giuseppe Corigliano, per molti anni storico portavoce dell’Opus Dei, quindi Carlo Salvatori, invitato in qualità di presidente dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid).
Ma attenzione, Carlo Salvatori non è uno qualunque, il suo curriculum dice molte cose. Attualmente è Presidente della banca d’investimento Lazard Italia e della compagnia assicurativa Allianz SpA, ma in questa storia ci interessa sapere che è anche membro del Consiglio di amministrazione dell’Università Cattolica, dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e della Chiesi Farmaceutici. In passato poi ha ricoperto vari incarichi nel settore bancario, in questo campo anzi è stato presidente di Unicredit. E’ finita? No. Salvatori fa parte del Consiglio di sovrintendenza dello Ior, la banca vaticana, nella rinnovata gestione voluta da papa Francesco. E – siccome il mondo, anche quello finanziario, è piccolo – sempre nel consiglio dello Ior, troviamo Mauricio Larraín, direttore esterno del Gruppo Banco Santander Cile e direttore generale della Business School dell’Università Los Andes del Cile (altra struttura legata all’Opus Dei). Ancora Larrain dal 1992 al 2014 ha ricoperto la carica di presidente e direttore generale del Banco Santander cileno, inutile dire che è membro riconosciuto (‘soprannumerario’, cioè pubblico) dell’Opus Dei. D’altro canto la vicinanza fra Santander e ‘Obra’ è cosa nota, fin dai tempi di Emilio Botin, scomparso poco più di un anno fa, e di sua moglie, Pamela O’ Shea (Opus Dei anche lei). Dell’Opus De fa parte pure Ettore Gotti Tedeschi, ex Santander Italia ed ex presidente dello Ior.
Relazioni, amicizie, valori condivisi, esperienze, visioni e interessi comuni fra finanza e impresa: è lungo questa serie di interscambi e rapporti, in grado di produrre una serie di cerchi concentrici da osservare nel loro divenire e nel loro insieme, che questa storia acquista senso. Il Santander come trait d’union fra Unicredit, Ferrari e Opus Dei fino al Vaticano, la sanità e la farmaceutica come terreno privilegiato per coniugare affari e etica. E’ un mondo che si sta riorganizzando, sia nella sfera di matrice o ispirazione cattolica (almeno di quella parte che confida maggiormente nelle virtù del mercato) sia in quella decisamente manageriale. In questo senso il congiungersi fra storie imprenditoriali personali e “di famiglia”, e rafforzamento delle strutture finanziare per giocare la propria partita sui mercati globali, descrive un tentativo di modernizzazione del capitalismo italiano.
Redazione30/3/2017