ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 29 marzo 2017

Si dovrà render conto del disastro

http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11644:sorriso-dono-di-dio&catid=130:nuovo-umanesimo&Itemid=161Promemoria sull’intervista del generale dei gesuiti circa l’inattendibilità dei Vangeli

Il Generale dei gesuiti a febbraio ha rilasciato un’intervista, dove insinua che le parole di Gesù sull’indissolubilità del matrimonio non siano un punto di stabilità teologica, bensì un punto di partenza della dottrina, che dovrà poi essere convenientemente sviluppato. Ciò che – al limite – potrebbe anche avvenire sostenendo l’esatto contrario, ossia la compatibilità del divorzio con la vita cristiana. Tale iniziativa ha a mio avviso innescato una situazione esplosiva, a causa del prestigio della prepositura generale gesuitica; e anche per l’assordante silenzio generale, che si è levato in risposta dalla critica.
Naturalmente Arturo Sosa Abascal SJ è persona intelligente, molto accorto a non cadere in eresia conclamata. E questo, in un certo senso, è anche più grave. Occorre dunque riassumere il filo del suo ragionamento. La domanda che pone è se gli Evangelisti siano attendibili; e il nostro gesuita dice: bisogna discernere. Dunque, non è detto che lo siano.
Un’affermazione così grave, che riprende una tesi di Reimarus, andrebbe argomentata in lungo e in largo, perché si può anche ammettere l’errore in un dettaglio narrativo; ma revocare in dubbio la veridicità di insegnamenti dottrinali di Gesù è altra questione. Sia come sia, il nostro gesuita non entra nel merito, ma – molto abilmente – si appella al papa. E siccome Sua Santità, trattando di coppie separate e quant’altro, fino ad allora non aveva mai citato passi nei quali Gesù richiamava all’indissolubilità matrimoniale, l’insinuazione era maligna e il messaggio implicito del nostro gesuita lampante: se il papa non cita quei passi, significa che ha fatto discernimento (1), e li ritiene non gesuani. Dunque non sarebbero vincolanti. Ma tutti i papi hanno insegnato in modo opposto! Che importa? Si saranno sbagliati. Oppure avranno detto e insegnato cose giuste per il loro tempo, ma non per il nostro…
Sia chiaro: l’esimio gesuita questo non lo dice "apertis verbis", ma lo insinua, lo lascia intendere. E così dà una chiave interpretativa della pastorale familiare del papa, questa: che si discosta dall’insegnamento tradizionale. Infatti, oggi "sappiamo" che molto probabilmente, anzi: quasi certamente, Gesù non ha mai insegnato che il matrimonio è indissolubile. Sono i sinottici che hanno capito male…
La questione è di una gravità tale, che non si può passare sotto silenzio, senza farsene complici. Ecco cosa dichiara, nell'intervista a RossoPorpora del 18 febbraio:
"Intanto bisognerebbe incominciare una bella riflessione su che cosa ha detto veramente Gesù. A quel tempo nessuno aveva un registratore per inciderne le parole. Quello che si sa è che le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito".
E all’obiezione che, se tutte le parole di Gesù vanno esaminate e ricondotte al loro contesto storico, esse non hanno un valore assoluto, risponde:
"Nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù... Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane… Perciò è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù, ma bisogna sapere quale è stata!".
Cioè i Vangeli non sempre sarebbero attendibili; ma – soprattutto – la parola di Gesù che essi riportano è storica e solo storica. In quanto tale, vale per quel momento, ma non necessariamente per altri.
Un cristianesimo senza Cristo?
Il problema ermeneutico è complesso. Un principio inderogabile è che il senso del testo non può essere opposto al senso letterale, perché chi scrive si aspetta che i destinatari comprendano a partire dal senso letterale. E allora, per superare questo ostacolo, si dubita che un certo insegnamento sia veramente di Gesù. In questo modo il rischio è di sfociare in un cristianesimo che è una riduzione umana del messaggio gesuano, ossia in un cristianesimo senza Cristo.
Per cogliere il punto, torniamo all’intervista rilasciata dal Generale dei gesuiti. Nel Vangelo della messa del 24 febbraio si lesse Mc 10,1-12: ossia il brano sul ripudio. Ebbene, è accettabile pensare che non si sa se Gesù abbia effettivamente proferito quelle parole, e che esse non sarebbero vincolanti? È così?
Papa Francesco ha riprovato le posizioni del Generale gesuita con un intervento molto tempestivo (sei giorni dopo la pubblicazione dell'intervista) e molto fine. Nell’omelia del 24 febbraio scorso., infatti, commentò il Vangelo succitato. In tal modo riconobbe che Gesù quelle parole le disse; e in più il papa interpretò il testo evangelico, attribuendo a Gesù una giusta condanna del casuismo.
Questo fu abbastanza sorprendente perché, nei commentari di Mc, non è tanto facile – da san Girolamo a Pesch – ritrovare anche alla lontana un (antistorico?) attacco di Gesù al casuismo. La cosa, però, si schiarisce considerando che il gesuita G. Pirot, nel 1657 pubblicò "Apologie pour les casuistes contre les calomnies des jansénistes". Dunque il papa si mette dalla parte di Pascal e delle "Provinciali", durissime contro la deriva lassista del casuismo gesuita.
Se si considera che è nello stile gesuitico “battere la sella perché l’asino intenda”, il messaggio papale diretto al Generale gesuita non è difficile da capire: a) Gesù rispose ai farisei quanto al ripudio, e dunque l’Evangelista è attendibile; b) il lassismo va riprovato; c) se io che sono papa e gesuita, riconosco gli errori fatti dai gesuiti nel secolo XVII, a maggior ragione tu, che sei solo il preposito generale, devi riconoscere i tuoi, e la tua errata interpretazione dei miei silenzi.
Questioni di merito e storiografiche
Analizziamo le posizioni del Generale. La prima cosa da dire – altrimenti si passa per stupidi – è che il Vangelo è scritto in greco, mentre Gesù parlava in aramaico. Perciò in genere i Vangeli traducono, salvo i casi (pochi) nei quali riportano gli "ipsissima verba Christi" ("Talita kum", ecc.). Ma a noi non interessano tanto gli "ipsissima verba", quanto gli insegnamenti autentici. E, in questo, il "sensus fidei" ci dice che gli Evangelisti sono attendibili. E ce lo dice pure la ragione, ciò che però sarebbe qui troppo lungo da spiegare.
Invece, il nostro “Generale” rifiuta questa attendibilità, forse basandosi sulle analisi di Pesch (o altri), che tuttavia restano illazioni. Infatti, anche nel caso in cui la forma letteraria di Mc 10,2ss fosse una costruzione ecclesiastica premarciana, per quale motivo la Chiesa nascente optò per una visione del matrimonio così penalizzante da un punto di vista androcentrico?
Ridurre tutto a un’influenza qumranica non convince, perché nella Chiesa neotestamentaria non mancavano farisei di peso, e Paolo tra i primi. Ebbene, ecco 1 Cor 7, 10-11:
"Agli sposati poi ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito e, qualora si separi, rimanga senza sposarsi o si riconcili con il marito, e il marito non ripudi la moglie".
Dunque Paolo aveva ricevuto dalla Chiesa questa dottrina come gesuana, e come tale la trasmetteva alle sue comunità. La coerenza di tale passo con i testi sinottici sul ripudio e sull’adulterio è troppo chiara. E sarebbe assurdo immaginare che essi dipendano da Paolo e non da tradizioni prepasquali.
Sulla stessa linea di 1 Cor 7,10s è poi Ef 5,22-33. Anche qui si riprende il medesimo insegnamento di Gesù e lo si rafforza pure. Lo si riprende, perché al v. 31 si cita il medesimo passo del Genesi citato da Gesù; lo si rafforza, perché il Cristo ama la Chiesa in modo indissolubile, sino a dare la sua vita, e oltre la vita terrena. E di tale fedeltà Paolo fa il modello della fedeltà coniugale.
Perciò è del tutto chiaro che vi sia un’evidente continuità d’insegnamento tra la predicazione prepasquale e quella post-pasquale; ed è pure chiara la discontinuità col giudaismo, che invece conservava l’istituto del ripudio. Ma se san Paolo stesso fonda su Cristo tale discontinuità, ha senso mettere in dubbio i Vangeli? Da dove quel salto che ispirò la prassi della Chiesa antica, se non da Cristo?
Si noti che anche in ambiente greco-romano il divorzio era ammesso, e che in più esisteva l’istituto del concubinato, che senza difficoltà poteva sfociare in un successivo legame coniugale, come attesta per es. la vicenda di sant’Agostino. Ma, anche laddove si volesse far leva sul più stretto monogamismo qumranita, per quale motivo preferirlo alla più diffusa tradizione mosaica? Non è ad essa, ma a Mosè che si richiamano i discepoli in Mt 19,10. Dunque, se nel gruppo apostolico l’idea era quella, Qumran non poté essere una causa variativa proporzionata. E, in storiografia, vale il principio che un’inerzia culturale non si cambia senza causa (2). Perciò, essendo il cambiamento storicamente attestato, quale la causa se non Gesù? Se poi essa fu il Cristo, perché dubitare dell’attendibilità dei Vangeli?
Infine, se Gesù non disse quelle parole, da dove il commento drastico dei discepoli ("Non conviene sposarsi!") in Mt 19,10? Si noti che tale commento è del tutto attendibile per il principio d’imbarazzo. Tra quei discepoli vi era anche Matteo, e non fanno una bella figura: si dimostrano tardi a comprendere e attaccati alle tradizioni che Gesù contesta. Dunque, da un punto di vista storiografico, la pericope di Mt 19,3-12 è del tutto attendibile: e tanto per motivi di critica interna che esterna.
L’orizzonte dogmatico
Il primo punto da sottolineare è che il richiamo a Gen 1-2 fatto da Gesù, articolato con Ef 5,22-33 ha implicazioni enormi. Infatti l’"unum" dell’uomo e della donna e la loro fecondità sono conseguenza dell’essere creati a immagine di Dio. E siccome Cristo è perfetta immagine del Padre, per lo stesso motivo l’"unum" con la Chiesa non può che essere irreversibile. Infatti lo Spirito Santo non è solo Amore infinito, ma anche legame infinito, invincibile.
Il reciproco amore di Cristo e della Chiesa non è altro che Spirito Santo; il legame intratrinitario è Spirito Santo; e il legame tra marito e moglie è – secondo il piano divino – ancora Spirito Santo. Perciò non è possibile restare all’interno del piano divino concependo il matrimonio come legame temporaneo/reversibile. Infatti delle due una: o il matrimonio reversibile non lede l’immagine divina della relazione tra uomo e donna, o la lede. Se la lede, l’asserto è dimostrato. Ma supponendo che non la leda, allora ne deriverebbe che anche il rapporto tra Cristo e la Chiesa sarebbe solo accidentalmente irreversibile, e non tale per la natura stessa del rapporto.
In definitiva, poiché Paolo stabilisce un isomorfismo tra matrimonio cristiano e legame mistico tra Cristo e la Chiesa, se è lecito il divorzio, cade anche la verità dogmatica della fedeltà reciproca tra Chiesa e Cristo e del loro legame nello Spirito. Se poi si tiene questa, cade l’isomorfismo tra le due relazioni. E, in entrambi i casi, crollano le verità dogmatiche concatenate: "aut simul stabunt, aut simul cadent".
D’altra parte, affermare che non si sa se Gesù abbia effettivamente proferito quelle parole; e che, in buona sostanza, esse non sarebbero vincolanti è, de facto, un’eresia, perché si nega l’ispirazione della Scrittura. Potrei citare 2 Pt 1,21; tuttavia 2 Tm 3,16 è chiarissimo:
"Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona".
"Tutta" include evidentemente anche Mt 19,3ss ecc. Altrimenti si attesta che vi sia una parola "altra", prevalente sulla Scrittura stessa e sulla sua ispirazione. Parola di chi? San Francesco si rivolterebbe nella tomba al grido di: "Sine glossa!". In effetti, secondo Zolla la civiltà della Scrittura sacra è una cosa, e quella del commento al testo sacro un’altra (3). E il nostro Generale farebbe parte della prima o della seconda?
Né è tutto, perché – sempre seguendolo –, cadrebbe anche Mt 7,24ss. Infatti, affermata l’inattendibilità di alcune parole di Gesù, è come si apra una fessura nella diga della "fides quae", fessura che porterà l’intera diga a disgregarsi. Questo perché – affermato il principio – i corollari sono inevitabili. Esemplifico:
a) Se Gesù non ha detto quelle parole, gli evangelisti non sono attendibili. E, se non sono attendibili, non sono veraci; ma, se non sono veraci, neppure possono essere ispirati dallo Spirito Santo, che fugge la finzione:
"Il santo spirito che ammaestra rifugge dalla finzione, se ne sta lontano dai discorsi insensati, è cacciato al sopraggiungere dell’ingiustizia" (Sap 1,5).
b) Se Gesù non ha detto quelle parole, avrà davvero detto tutte le altre che prendiamo per buone? Chi è inattendibile su una questione innovativa, potrebbe esserlo pure su altre parimenti tali (per es., Reimarus negava la Risurrezione) (4). E se, per dare il sacerdozio alle donne, "La Civiltà Cattolica" non esita a porre in discussione un magistero solenne invocato come infallibile (5), non sarà il caos? Quale l’autorità biblica cui appellarsi, se gli esegeti stessi sono perennemente e sempre più divisi? Ecco in che senso la diga frana; Mt 7,24-27 (6) si svuota di senso, ecc.
E non è finita, perché seguendo i dubbi del Generale gesuita, non ci si mette sotto i piedi solo san Paolo, ma anche il Vaticano II. Infatti, ecco cosa si legge in "Sacrosanctum Concilium" 7:
"Cristo è sempre presente nella sua Chiesa […]. È presente nella sua parola, giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura".
Siccome i passi sull’indissolubilità matrimoniale sono letti nella liturgia eucaristica, e precisamente: Mc 10,2-12 nel venerdì della VII del tempo ordinario e nella domenica della XXVII settimana del tempo ordinario (B); Mt 19,3-12 nel venerdì della XIX settimana del tempo ordinario e Mt 5,27-32 nel venerdì della X settimana del tempo ordinario; ne segue che il Vaticano II attribuisce in modo certo all’autorità di Gesù quelle parole. E, allora, come la mettiamo con Mt 24,34-36? Ecco il testo:
"In verità vi dico: […]. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno".
Si tratta di una dichiarazione solenne, nella quale Gesù afferma che la sua è più di una parola meramente umana: essendo Parola divina essa è eterna, irrevocabile e valida per sempre. Si può accettare o no una tale rivendicazione, ma se Gesù è davvero Dio, come dice l’apostolo Tommaso, la sua Parola ha un peso infinito, che non è lecito ridurre. Sicché chi segue i dubbi del Generale gesuita non sconfessa solo il Vaticano II e per giunta in una Costituzione dogmatica; ma dubita della Tradizione al punto da rendere astratta e irraggiungibile la stessa autorità di Gesù-maestro. Perciò siamo di fronte a un vero e proprio bombardamento a tappeto, davanti al quale è assolutamente necessaria la più ferma delle reazioni.
Concludendo, la transizione da una religiosità della legge a una del discernimento è – come si potrebbe argomentare – sacrosanta (7), ma ricca di insidie. Essa esige una formazione cristiana d’eccellenza (8), oggi purtroppo rara. E, anche, che si abbia vero Amore e deferenza verso la Parola divina. Ciò che si trova in qualche grande esegeta, pure non cattolico, come K. Barth. Ma tale atteggiamento non è poi così diffuso come sarebbe auspicabile fosse.
In ogni caso, se si liscia il pelo al mondo, col solo fine di evitare conflitti e persecuzioni, non si è solo vili, si è totalmente fuori dal Vangelo (Gv 17,9; Gal 6,14). Esso esige infatti franchezza e fortezza in difesa della Verità. Gesù non ha temuto la croce, né gli apostoli. San Paolo, poi, è chiaro:
"Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo" (Gal 6,12).
Essere circoncisi voleva dire per un verso rientrare nella religiosità riconosciuta da Roma come legittima; e per un altro compiacere il pensiero corrente. San Paolo sa che la vera circoncisione è quella del cuore, e non cede.
Prendere posizioni divisive non è mai facile, ma Gesù non si sottrasse a questo coraggio (Lc 12,51-53). Vi sono peccati di debolezza che danno grande scandalo e sono giustamente perseguiti. Eppure, talvolta si tratta solo di comportamenti compulsivi di personalità non integre. I peccati lucidi sono molto più gravi di quelli di debolezza, soprattutto quando minano la Fede in modo massivo. Essi sono però ben visti dal laicismo imperante, e forse anche per questo trovano minor contrasto da parte di chi dovrebbe combattere i lupi. Tuttavia, se non si cambia linea, si dovrà render conto del disastro. E non è detto che la sorte di san Girolamo, che si risvegliò coi lividi delle bastonature inflittegli da Cristo, sarà stata più dura.
don Roberto A. Maria Bertacchini
Carpi, 19 marzo 2017
*
NOTE
(1) Sul punto del discernimento e della sua necessità di una sua crescita nel popolo, sia papa Francesco che il nostro gesuita hanno ragioni da vendere. Trascuro però questo aspetto, che esigerebbe larghe argomentazioni.
(2) Negata l’origine gesuana dell’insegnamento sull’indissolubilità, lo storico si aspetterebbe di trovare nella Chiesa apostolica e neotestamentaria due posizioni parimenti legittime: quella che accetta il ripudio mosaico (prevalente); e quella che non lo accetta (minoritaria). Insomma ci si aspetterebbe un dibattito analogo a quello sulla fede e le opere, ecc. Invece non è così: la dottrina è uniforme. Tale uniformità esige allora un insegnamento autorevole che ne sia all’origine. E quale, se Paolo – fariseo e non qumranita – si richiama a Cristo?
(3) Dalle pagine di E. Zolla (Id., "Che cos’è la Tradizione", Bompiani, Milano 1971), emerge la possibilità di applicare lo schema di Vico secondo una prospettiva descrittivamente diversa. Possiamo distinguere le civiltà in tre modi: a) le civiltà della critica; b) le civiltà del commento a un testo sacro; c) la civiltà dell’intimità col testo sacro, ossia con la Parola. Gesù è venuto per portare questa terza civiltà, che è anche quella definitiva (v. anche R. Bertacchini, "Il carisma dell’unum in don Zeno di Nomadelfia", Roma 2016, p. 326s).
(4) H.S. Reimarus, "I frammenti dell’Anonimo di Wolfenbüttel pubblicati da G. E. Lessing", Bibliopolis, Napoli 1977, Sesto frammento, pp. 304ss.
(5) Civ. Catt. 2017 I 209-2021 | 3999 (28 gen/11 feb 2017).
(6) La secolarizzazione trascina verso un cristianesimo senza Cristo e pure verso una «mistica» senza Dio. Sul secondo punto, (v. Civ. Catt. 2017 I 284-289 | 3999 (28 gen/11 feb 2017). Sono due eloquenti parametri, indicativi del disorientamento diffuso. In generale, va poi ricordato che il discernimento cristiano non è un’attività di ragione, ma una virtù, un’operazione teologica, che certo si avvale della ragione, ma solo e tanto in quanto illuminata dalla Fede. Si discerne alla scuola del Verbo, ascoltando, interiorizzando e vivendo le parole del Verbo, ossia di Gesù-Maestro-unico. Mt 7,24-27 è chiaro:
"Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande".
Non sempre, però, si riflette che queste sono le parole finali del lungo Discorso della montagna. Dunque è lì che vuole parare l’Evangelista, ossia al valore fondativo e ri-fondativo delle parole di Cristo. La saggezza è nella prassi, ossia quella giusta; e l’insipienza è pure nella prassi: ossia quella sbagliata. Un Vangelo capito, ma non praticato… che vale? È la prassi che giudica. Infatti se, dopo aver ascoltato il Vangelo, non lo si pratica, è perché si ascolta e pratica una parola «altra», che almeno in modo implicito si giudica più vera, più giusta o più fondativa di quella del Verbo. E dunque si è eletto un «altro» a primo maestro, esattamente come Eva. Ne deriva che il discernimento è «roccioso» solo se è fondato su Dio: ciò che suppone l’accessibilità certa alla sua Parola.
(7) Una religiosità della legge porta a degli automatismi che abituano a prendere decisioni senza passare attraverso la preghiera, escludendo di fatto il Signore dalle nostre scelte. Il discernimento sapiente comporta certamente maggiori lacerazioni interiori, ma vissute con Dio e in Dio, rivolti verso di Lui per ascoltare quello che desidera dirci, lasciandosi illuminare e guidare, consentendogli di intervenire più profondamente nella nostra vita. Questo è ciò che fece Gesù, e perciò è la via da seguire. Tuttavia essa ha degli aspetti sorprendenti, perché la santità non esclude che ci si possa fare peccato per Amore e per obbedienza al Padre (2 Cor 5,21 e Gal 3,13). Ebbene, se Gesù accettò di esser da Dio fatto maledizione e peccato, di fatto si fece peccato e maledizione, accettando tanto la pena storica che l’abbandono del Padre e la discesa agli inferi. Solo che – per il principio enunciato in Gv 14,9s (chi vede me vede il Padre) – è impossibile che Gesù si sia fatto peccato, se non perché prima il Padre fa altrettanto, perdonandoci. Infatti, perdonando l’adultera, Gesù si mette contro le ragioni del marito tradito. Si schiera. Si fa solidale con la peccatrice (un po’ come Osea); naturalmente la invita a rivedere la propria condotta; ma agli occhi del marito si macchia della colpa della donna. È impossibile un perdono profondo che non sia complicità. E dunque il perdono "sporca" chi perdona. Perciò, se il Padre non nega il perdono, qualunque e per grave che sia la trasgressione della legge, è chiaro il livello infinito del suo farsi peccato per Amore. Ed è questo che cambia le prospettive. Lot non è condannato, perché è in linea con la pazienza e il farsi peccato del Padre, così come Tamar, ecc.
(8) Il problema pastorale più strategico è anche quello più urgente e pressante. Occorre indicare un punto di arrivo, un punto di approdo. Ed è ciò che papa Francesco ha fatto e cerca di fare, come si potrebbe argomentare. Ma poi occorre anche indicare le vie concrete, pratiche, che rendano quell’ideale raggiungibile: progressivamente avvicinabile. L’antico catecumenato durava ordinariamente tre anni, e talvolta molto di più. In quei tre anni si veniva formati in modo profondo sulla Scrittura e introdotti all’incontro sponsale con Gesù. È per questo che la prima parte delle sinassi era aperta ai catecumeni, ma non la liturgia eucaristica in senso proprio. Infatti, prima doveva esserci l’incontro con lo Sposo, a cui apre la preghiera profonda. E questa linea formativa va ripresa. Gli "Esercizi" ignaziani sono una via, l’amore sponsale della Lubich a Gesù abbandonato, può essere un’altra. E non è escluso che ve ne siano altre ancora. Quel che è certo, è che la pastorale e la formazione parrocchiale ordinaria, così come sono diffuse dove la secolarizzazione fa strage della Fede, non funzionano. Sicché vanno ripensate. Ma, allora, va ripensata anche la figura del sacerdote, il suo "skill". E per ottenere un prete dal diverso e più alto profilo spirituale, occorre ripensarne la formazione.


Settimo Cielo di Sandro Magister 29 mar 

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