ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 22 aprile 2017

I nuovi mosé e le loro leggi


"Noi possumus", il cuore delle aperture di Amoris laetitia era già scritto. Rimangono i Dubia
Era tutto già scritto. Alcune interpretazioni del capitolo VIII di Amoris laetitia riprendono vecchie teorie. Lo dimostra un libro scritto della San Paolo nel 2005 dai cardinali Kasper e Martini. In punta di penna si sono battute linee precise su liturgia, ecumenismo, morale. Tra le pieghe del libro un imperativo che rischia di affermarsi ora: «La Chiesa non ha nessuna competenza dottrinale per un giudizio definitivo sulle situazioni concrete».  


«Era tutto già scritto», dice il teologo che da anni insegna in importanti atenei, «in fondo Amoris laetitia riprende vecchie teorie che fin dagli anni settanta hanno i loro sponsor tra teologi e pastori». Nel frattempo porge un libro da sfogliare. Il titolo è importante: Fedeltà e rinnovamento. Il Concilio Vaticano II 40 anni dopo, a cura di monsignor Bruno Forte e un parterre de rois imponente di co-autori. Lo edita San Paolo nel 2005, poco dopo l’elezione di Joseph Ratzinger a pontefice.
Ci sono i defunti cardinali Loris Capovilla, già segretario di san Giovanni XXIII, e Carlo Maria Martini, “Ante-papa” per sua definizione; l’ex cerimoniere liturgico di Giovanni Paolo II, monsignor Piero Marini; infine, il cardinale Walter Kasper, allora presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani. Un gruppo significativo di pastori e teologi che, senza troppa fantasia, si potrebbe definire come una dependance di quel “Gruppo di San Gallo”, composto da eminentissimi cardinali del centro nord europa, che si ritrovava nella cittadina svizzera a meditare e fare squadra rispetto alla riforma della Chiesa. E’ un segreto di Pulcinella rivelare che i cardinali Walter Kasper, Karl Lehmann, Achille Silvestrini, Basil Hume, Cormac Murphy-O'Connor, Godfried Danneels e Carlo Maria Martini si ritrovassero a San Gallo, e non è un segreto neppure dire che non avessero particolare sintonia con il papa polacco e il suo prefetto dell’ex Sant’Ufficio.
La svolta nella dottrina morale della Chiesa, intesa anche nella sua applicazione pastorale, da realizzarsi sulle ali di un certo “spirito del Concilio” si manifestò con particolare evidenza dopo l’enciclica del beato Paolo VI, Humanae vitae (1968), che ribadiva l’insegnamento tradizionale sulla contraccezione e sull’amore umano. Il pontificato di Giovanni Paolo II, e poi quello di Bendetto XVI, agli occhi di molti rappresentavano un freno alle istanze di una “nuova” Chiesa. C’è stato chi non si è dato per vinto e ha occupato con imponenza la parte “culturale” della chiesa. Libri, cattedre, riviste, seminari, salotti, venivano ben presidiati da chi voleva andare anche oltre la lettera del concilio. In punta di penna, in modo raffinato, si sono battute linee precise sulla liturgia, l’ecumenismo, la morale, indipendentemente dal fatto che da Paolo VI in poi i papi si premurassero di avvertire che non si doveva fare a pezzi tutto ciò che era prima.
Sfogliando il libro pubblicato nel 2005 ci si rende facilmente conto di quale passione animasse chi voleva andare comunque oltre. Il cardinale Kasper in quel libro riflette sulla costituzione pastorale Gaudium et spes che il Concilio dedicò, non senza travaglio, ad un rinnovato rapporto tra Chiesa e mondo moderno. E’ tutto nuovo, scrive il cardinale tedesco, ciò che promana da quel testo, non solo nuovi temi (scienza, cultura, famiglia, matrimonio, pace, guerra), ma soprattutto «nuovo è il modo in cui il documento li affronta: un atteggiamento dialogico».
La Chiesa, spiega Kasper, «non offre più con toni apocalittici che tutto nel mondo è male, quasi opera del maligno; piuttosto sa riconoscere anche ciò che esiste di positivo». Questa attenzione si rivolge alle situazioni della «vita vissuta concreta» e comporta proprio l’essenza della pastoralità intesa come il calare della dottrina nelle situazioni. «La Chiesa», scandisce il cardinale, «non ha nessuna competenza dottrinale che le permette di formulare un giudizio definitivo sulle situazioni concrete». La sua attenzione quindi si rivolge al tema della coscienza, ravvisando, a suo giudizio, che il Concilio aveva lasciato aperte le porte per una ulteriore riflessione sulle situazioni di «oscuramento e accecamento» oltre la condizione di “invincibile ignoranza”.
Nonostante l’enciclica Veritatis splendor (1993), che ribadiva molto chiaramente l’esistenza dei cosiddetti “assoluti morali”, secondo Kasper, «rimangono tuttavia dei punti da chiarire e approfondire» sul tema della coscienza e della legge morale naturale. A questo punto l’esempio che viene proposto dal cardinale nel libro del 2005 è rivelatore, e spiega perché si può dire: «era tutto già scritto».
Qual è l’ambito su cui occorre portare avanti le linee che Kasper intravede in Gaudium et spes? Nel «rapporto tra ordine oggettivo e ordine soggettivo, tra norma oggettiva e situazione concreta e soprattutto cosa significhi concretamente questa legge naturale in una situazione di enormi mutamenti culturali e sociali». A questo punto basta rileggere la relazione Kasper al concistoro 2014, quello che ha dato avvio alla riflessione del doppio sinodo sulla famiglia, oppure le interpretazioni del capitolo VIII di Amoris laetitia fornite, ad esempio, dal cardinale Francesco Coccopalmerio o dal professor Rocco Buttiglione, per rendersi conto del fatto che “era tutto già scritto”.
L’articolazione tra ordine oggettivo e responsabilità soggettiva è al cuore delle aperture per l’accesso ai Sacramenti dei divorziati risposati anche conviventi more uxorio. Ossia un caso che appare rientrare a tutti gli effetti nell’adulterio, e quindi tra quegli intrinsece mala da non commettere mai come indica appunto l’enciclica Veritatis splendor.
Nel 2005, anno di pubblicazione del libro collettaneo curato dal teologo Forte, erano passati dodici anni dalla pubblicazione di quell’enciclica su “alcune questioni fondamentali dell’insegnamento morale della Chiesa”, e viene spontaneo domandarsi quale docile accoglienza avesse veramente ricevuto da parte dei pastori. Non solo. Nell’anno 1993, cioè lo stesso anno di Veritatis splendor, tre vescovi tedeschi, lo stesso Kasper, Karl Lehmann e Oskar Saier, pubblicarono una lettera pastorale che apriva all’accesso ai Sacramenti per i divorziati risposati. Lettera che trovò risposta ferma nel 1994 con un documento della Congregazione della Dottrina della fede, a firma Joseph Ratzinger, che ribadiva espressamente l’insegnamento e la prassi già prevista dalla Chiesa con l’esortazione Familiaris consortio n°84.
Eppure dodici anni dopo Veritatis splendor, e undici dopo la lettera della Congregazione per la Dottrina della fede, il cardinale Kasper scriveva che il Concilio era solo «l’inizio di un cammino, ma non ne rappresenta già la fine». E così arriviamo ai giorni nostri, dove alcuni interpretano Amoris laetitia dicendo che, in certi casi, anche due divorziati risposati conviventi more uxorio possono accedere all’Eucaristia. Ma se esistono assoluti morali la cui trasgressione non può mai permettere di raggiungere il bene, come è possibile che gli atti coniugali di un uomo e una donna che sposi non sono, possa in qualche modo rappresentare un eccezione all’adulterio?
I quattro cardinali che hanno posto i “Dubia” al Papa sull’interpretazione di Amoris laetitia, al quinto dubbio si pongono, in effetti, questa domanda: «Dopo "Amoris laetitia" n. 303 si deve ritenere ancora valido l’insegnamento dell’enciclica di San Giovanni Paolo II "Veritatis splendor" n. 56, fondato sulla Sacra Scrittura e sulla Tradizione della Chiesa, che esclude un’interpretazione creativa del ruolo della coscienza e afferma che la coscienza non è mai autorizzata a legittimare eccezioni alle norme morali assolute che proibiscono azioni intrinsecamente cattive per il loro oggetto?»
La domanda è di assoluto interesse. Anche perché se in Amoris laetitia c’è un nuovo paradigma morale per l’articolazione tra ordine oggettivo e ordine soggettivo che comporta eccezioni all’adulterio, un domani su cosa si eserciterà la prossima eccezione?
di Lorenzo Bertocchi22-04-2017 
http://www.lanuovabq.it/it/articoli-noi-possumus-il-cuore-delle-aperture-di-amoris-laetitia-era-gia-scritto-rimangono-i-dubia--19611.htm

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Nella vigna. Per il Signore

Se ci pensiamo, c’è qualcosa di paradossale e, nello stesso tempo, di altamente significativo nell’incontro internazionale che sta per aprirsi a Roma sulle perplessità e i disagi nati in numerosi fedeli cattolici a causa di alcuni contenuti di «Amoris laetitia».
L’aspetto paradossale sta nel fatto che i partecipanti, tutti laici, si riuniscono perché vedono nel documento dei vescovi elementi di confusione sotto il profilo sia dottrinale sia pastorale e chiedono che si faccia chiarezza. Abbiamo dunque laici che chiamano in causa i pastori e li mettono in guardia su questioni non secondarie, ma centralissime, per la vita di fede, quali il significato dell’eucaristia, la cogenza della norma generale rispetto al caso particolare, il rapporto tra verità e giustizia, la capacità di distinguere tra bene e male in senso non soggettivo ma oggettivo.
Per dirla con un’immagine forzata ma forse efficace, è come se i passeggeri di un aereo si riunissero per mettere in guardia i piloti circa alcuni problemi fondamentali riguardanti la guida dell’aereo stesso. Il parallelo, lo so, è alquanto grossolano, perché la Chiesa, a differenza di un aereo, non è un posto nel quale si decide di entrare e uscire a piacimento, a seconda delle necessità, e dove il passeggero è semplicemente trasportato. La Chiesa è una comunità di fede, nella quale tutti, «piloti» e «passeggeri», condividono, sia pure a diverso titolo, la responsabilità del «volo». Tuttavia occorre ammettere che ben di rado si vedono laici cattolici riuniti da soli, senza la guida di un cardinale, un vescovo, un monsignore o almeno un semplice prete, per discutere di questioni che riguardano in prima istanza i contenuti fondamentali della fede. E ancora più raro è vedere laici che decidono di uscire allo scoperto per rivolgersi ai pastori con un ammonimento che suona così: «Scusate tanto, ma guardate che secondo noi in ciò che avete prodotto c’è qualcosa che non funziona e che può diventare pericoloso non solo e non tanto in senso astratto, ma proprio per la salvezza delle anime».
Che la situazione abbia un che di paradossale lo si deduce anche dalla lettura della «Christifideles laici», l’esortazione apostolica post-sinodale che nel 1988 il papa Giovanni Paolo II dedicò alla vocazione e alla missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. In quel testo, prendendo spunto dal Concilio Vaticano II, il papa sottolinea con grande decisione che gli operai nella vigna del Signore sono tanti e di diverso tipo, che ognuno ha un ruolo proprio e che quello del laico non è soltanto di supplenza nei confronti del consacrato ma ha un profilo preciso, che ne fa un testimone e un apostolo attivo nel mondo. Tuttavia, leggendo il testo con il pensiero rivolto a quanto sta per accadere a Roma con l’incontro dei laici riuniti sui dubbi sollevati da «Amoris laetitia», ci si accorge che l’ipotesi di laici autoconvocati per tirare la tonaca ai vescovi e per dire loro che si sono messi su una strada pericolosa, non è presa in considerazione. Si parla sì di collaborazione pur in presenza di ruoli diversi e si sottolinea la dignità del ruolo del laico, ma l’idea sottesa al documento è che il laico vada per il mondo portando con fiducia il messaggio elaborato dai pastori. Tanto è vero che in tutto il testo l’eventualità che siano i laici a istruire o quanto meno a richiamare i pastori su questioni di fede è accennata in una sola riga, con queste poche parole: «A loro volta, gli stessi fedeli laici possono e devono aiutare i sacerdoti e i religiosi nel loro cammino spirituale e pastorale».
Ecco perché in quanto sta per avvenire a Roma c’è qualcosa di paradossale. Ma proprio i fattori che rendono l’appuntamento un po’ paradossale sono anche quelli che lo rendono importante. In un momento in cui spesso, anche all’interno della Chiesa, si fa un uso quanto meno superficiale della parola «popolo», ecco che una bella fetta del popolo di Dio prende l’iniziativa e, con tutto il rispetto dovuto ai pastori e con tanto amore per la Chiesa, segnala che su alcune questioni nodali occorre fare chiarezza e che se non lo si farà si andrà incontro a conseguenze pesanti.
A questo proposito, nella «Christifideles laici» Giovanni Paolo II fa riferimento ad alcune espressioni molto pertinenti dell’esortazione «Evangelii nuntiandi» di Paolo VI: «La Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama (cf. Rom 1, 16; 1 Cor 1, 18; 2, 4), cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l’attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l’ambiente concreto loro propri. Strati dell’umanità che si trasformano: per la Chiesa non si tratta soltanto di predicare il Vangelo in fasce geografiche sempre più vaste o a popolazioni sempre più estese, ma anche di raggiungere e quasi sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti d’interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, che sono in contrasto con la Parola di Dio e col disegno della salvezza. Si potrebbe esprimere tutto ciò dicendo così: occorre evangelizzare – non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici – la cultura e le culture dell’uomo (…). La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture».
Sappiamo che queste parole di Paolo VI troppo spesso sono state usate per favorire un compromesso al ribasso tra Vangelo e cultura. Eppure sono chiare: si parla della necessità di convertire la coscienza personale, di sconvolgere i criterio di giudizio con la forza del Vangelo.
Occorre dire che non siamo abituati a questo linguaggio. Oggi parliamo più volentieri di accoglienza, accompagnamento, discernimento. E va bene. Ma non rischiamo forse di dimenticare che la Verità evangelica irrompe nel mondo per trasformarlo radicalmente e che l’apostolo, consacrato o laico che sia, è al servizio non del mondo e dei suoi dogmi ma di questa forza trasformatrice?
Torno sull’idea di popolo e lo faccio di nuovo con Giovanni Paolo II:  «Operai della vigna sono tutti i membri del Popolo di Dio: i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i fedeli laici, tutti ad un tempo oggetto e soggetto della comunione della Chiesa e della partecipazione alla sua missione di salvezza. Tutti e ciascuno lavoriamo nell’unica e comune vigna del Signore con carismi e con ministeri diversi e complementari» («Christifideles laici», n. 55).
Per la Chiesa il popolo è questo: comunità di operai impegnati nella vigna del Signore. Quindi al servizio del Signore, non del mondo.
«A un anno dall’”Amoris laetitia”. Fare chiarezza». L’incontro di Roma si intitola così. Non c’è scritto «contro il papa». Quelli che si riuniscono sono fedeli che, con piena consapevolezza del proprio ruolo e avendo assimilato la lezione del Concilio, si assumono le loro responsabilità di laici, cioè di gente «del popolo», come dice l’etimologia di «laikos». Se e quando, durante i lavori, il pensiero andrà al papa, ci andrà sempre, ne sono più che convinto, per esprimergli amore filiale e tutta la specialissima devozione che ogni figlio della Chiesa nutre per il successore di Pietro.
Aldo Maria Valli
http://www.aldomariavalli.it/2017/04/21/nella-vigna-per-il-signore/