ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 27 aprile 2017

Il Papa d'Egitto..

Il papa in Egitto e quei nodi che l’Islam deve sciogliere

    Venerdì mattina, a Dio piacendo, mi imbarcherò sul volo papale per seguire la visita di Francesco al Cairo. E sabato sera, sempre a Dio piacendo, saremo di ritorno.  Un viaggio breve, dunque, ma che vale per tre. Come infatti ha ricordato lo stesso Francesco nel videomessaggio inviato al popolo egiziano, il papa va in Egitto per portare solidarietà ai cristiani copti colpiti dai recenti attentati, per incontrare la piccola comunità cattolica del paese e per far visita al Grande Imam di al-Azhar, Muhammad Ahmad al-Tayyib, il più importante esponente religioso dell’Egitto sunnita, responsabile sia della moschea sia dell’Università di al-Azhar.


I significati della visita sono dunque molteplici e intrecciati, ma qui mi concentro sull’incontro con il grande imam, che di fatto ristabilisce i pieni rapporti tra al-Azhar e la Santa Sede dopo il gelo sceso in seguito al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona nel 2006, una separazione resa ancora più netta dal caso sollevato dall’imam nel 2011, quando il rettore stigmatizzò come ingerenza negli affari interni dell’Egitto le parole di condanna pronunciate da Benedetto XVI nel gennaio 2011 dopo gli attentati contro i cristiani ad Alessandria.

Alla fine di quella visita – conclusa da un comunicato congiunto nel quale si sottolineava il «grande significato di questo nuovo incontro» nel quadro del comune impegno per la pace nel mondo, il rifiuto della violenza e la tutela dei cristiani in Medio Oriente – il papa regalò all’imam una copia dell’enciclica «Laudato si’», per far capire che ci sono numerosi campi nei quali cattolici e musulmani possono lavorare insieme.
«L’idea di invitare in Vaticano il grande imam di al-Azhar – commentò in quell’occasione il padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, docente di islamologia a Beirut e al Pontifico istituto orientale di Roma – è stata una scelta molto buona, fatta nel momento giusto. Durante il pontificato di Benedetto XVI i rapporti erano delicati, visto il conflitto nato quando erano state prese a pretesto alcune parole del papa, che in realtà non erano rivolte contro nessuno, ma difendevano la libertà religiosa. L’invito è un modo per riprendere il dialogo con l’islam sunnita, perché al-Azhar, com’è noto, è l’ateneo che forma il più gran numero di imam sunniti, migliaia all’anno, ed è l’università musulmana più famosa, esistendo da più di mille anni».
Le parole di Benedetto XVI strumentalizzate nel 2006 per alimentare il fuoco della violenza furono quelle pronunciate durante la «lectio magistralis» di Ratisbona, quando papa Ratzinger sottolineò l’importanza dell’unità fra ragione e fede e rimarcò gli esiti nefasti ai quali la religione va incontro quando, sganciata dalla ragione e quindi dal bene dell’uomo, può arrivare a giustificare tutto, anche la sopraffazione e il terrorismo. Come sappiamo, una citazione colta inserita nel testo fu utilizzata per sostenere che il papa aveva offeso l’Islam, e da quel momento al-Azhar troncò i rapporti con la Santa Sede.
Ora il dialogo riprende, ma intanto il papa emerito torna a far sentire la sua voce. Lo ha fatto con un messaggio inviato in Polonia, al simposio organizzato per i suoi novant’anni a Varsavia su «Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del cardinale Joseph Ratzinger-Benedetto XVI», un testo nel quale il papa emerito, ancora una volta, va al cuore del problema con cui ci stiamo confrontando nell’epoca del terrorismo endemico e della tensione continua tra Occidente e radicalismo islamico.
Ratzinger mette infatti a fuoco il nodo costituito dal duello tra due concezioni opposte dello Stato: da una parte lo Stato ateo e laicista, che non concede alla fede religiosa alcuno spazio pubblico ma pretende di estrometterla e di relegarla alla sola sfera privata, dall’altra lo Stato «radicalmente religioso» sostenuto dai movimenti islamisti, che non conosce distinzione tra religione e politica. Un confronto che non può portare a nulla di buono, perché da entrambe le parti c’è una forzatura contraria alla natura umana.
Quale, dunque, la strada percorribile secondo Ratzinger? La risposta l’ha data il suo ex portavoce, padre Federico Lombardi, che al simposio polacco ha detto: «Benedetto XVI è profondamente convinto che il vero fondamento, la garanzia più solida di un ordinamento capace di tutelare la dignità e il valore della persona umana stia nel riconoscimento da parte della ragione umana della verità di un ordine morale oggettivo, basato ultimamente sulla ragione creatrice di Dio».
Evidenti, in queste parole, sono gli echi di Ratisbona, e ancora vivo il desiderio di non restare alla superficie delle questioni che rendono tanto problematico il rapporto tra mondo occidentale di matrice cristiana e mondo musulmano sempre più sottoposto alle forzature di matrice islamista.
Ma in questi ultimi giorni c’è stato un altro intervento coraggioso circa l’Islam. L’ha pubblicato «Asianews» ed è ancora più importante perché viene da un musulmano. Si tratta di un articolo di Kamel Abderrahmani, studioso neppure trentenne che da tempo propone riflessioni sui nodi interni al mondo islamico.
Dopo ogni attentato terroristico, scrive l’autore, tornano le domande sul rapporto tra Islam e violenza, ma le analisi non spiegano le differenze e gli intrecci tra Islam e islamismo. «Le domande si moltiplicano e tormentano le nostre menti, facendo emergere fenomeni che hanno bisogno di essere analizzati e risolti. Io e con me tanti altri musulmani pensiamo che sia inammissibile rimandare la problematica del terrorismo islamista in questa tappa critica che punta sul futuro dell’Islam, dei musulmani e del resto dell’umanità».
Dopo un excursus storico sulla penetrazione dell’islamismo nella sfera politica di moli paesi musulmani, compreso l’Egitto, Abderrahmani scrive: «L’islamismo, la malattia dell’Islam, o il suo figlio maledetto, è il senso puro del nichilismo e dell’alienazione culturale e cultuale, la peggior tragedia generata dall’ignoranza consacrata e dall’assenza di uno spirito razionale e critico. Esso cerca di applicare alla lettera e di essere fedele alla “sharia islamica”. Detto in altro modo, tutti gli argomenti della galassia islamista – come per esempio Daesh, Boko Haram e gli altri gruppi – ai quattro angoli del mondo sono iscritti nel corpus e nella cultura islamica come è insegnata ad al-Azhar, nelle facoltà islamiche, e in centinaia di migliaia di moschee sparpagliate in oriente e in occidente. È quasi impossibile negare il legame esistente fra l’islamismo da un lato e il corpus islamico, le antiche interpretazioni del Corano e delle hadith [racconti sulla vita di Maometto, ndr] dall’altro: fra i due vi è una storia passionale. Del resto, tali insegnamenti sono oggi la fonte principale del fanatismo religioso delle nuove generazioni».
Ecco la questione delle questioni, l’autentico dramma nel quale si dibatte l’Islam. «Daesh e i diversi gruppi terroristi e politici islamisti non hanno inventato nulla, essi non hanno aggiunto alcuna parola, alcuna idea nuova o argomento a ciò che essi hanno trovato nei libri di riferimento della teologia musulmana. [Questi sono] una vera raccolta di idee morte, avvelenanti e velenose, venute fuori dalle antiche interpretazioni del Corano e delle hadith. Ciò che viviamo oggi ne è la prova».
«Questa situazione – spiega il giovane studioso musulmano – nuoce anzitutto all’Islam, bloccato e trasformato, divenuto fonte di una dottrina nefasta; poi a tutti i musulmani, che rischiano di essere esclusi dalle altre nazioni, di rimanere isolati e soprattutto di incancrenire la coabitazione con le altre componenti delle differenti religioni in pieno rispetto, nella pace e nella fraternità. Per questo, oggi, noi domandiamo la modernizzazione, la riforma dell’Islam dall’interno, e soprattutto di accettare le interpretazioni contemporanee del Corano fatte dai nostri esegeti di oggi, cartesiani e razionali, che, in più, hanno il senso della critica».
Secondo Abderrahmani «i musulmani devono rendersi conto senza dubbio del pericolo insito in questa situazione, perché fra l’Islam così come è concepito, visto e interpretato non vi è confine con l’islamismo: esso è l’incarnazione dell’islamismo stesso. Oggi è necessario che essi la finiscano di cantare il solito ritornello dopo ogni attentato islamista: “Questo non è l’Islam”. È urgente che essi prendano questa situazione nelle loro mani e comincino a riflettere ed agire in pienezza. Tutto è da rifare, dalle antiche interpretazioni del Corano, alle metodologie d’analisi, passando per la giurisprudenza e le referenze della legislazione religiosa».
Abderrahmani non nasconde che il lavoro da fare è enorme, ma non rinviabile. Occorre distinguere il vero dal falso e separarli.  Il male va seppellito, il vero sostenuto. Solo così la pace, prima di tutto fra gli stessi musulmani, sunniti e sciiti, avrà una base solida. «Altrimenti, la nostra esistenza continuerà a vivere nella paura e nelle incertezze della sicurezza, e l’Islam come religione non potrà continuare che rimanendo strumentalizzato, sclerotico e stagnante. Lo abbiamo detto tante volte, l’ignoranza consacrata e il fallimento della riforma intra-islamica non fanno che favorire l’Islam delle mitragliatrici, delle spade e degli attentati suicidi».
E gli occidentali che cosa devono fare? Anche a questo proposito Abderrahmani non si dimostra certamente prigioniero del politicamente corretto: «Per quanto riguarda gli occidentali, essi hanno ragione ad aver paura, ad essere islamofobi e ad accusare l’Islam, perché noi siamo il frutto di questo albero che si chiama Islam e si è loro presentato un Islam stanco e appesantito dalla storia. Essi hanno ragione perché i musulmani non hanno osato riconoscere il male, estraendolo ed eliminandolo».
Guardare in faccia la realtà, a partire da quella musulmana. Ecco il primo dovere. E dire apertamente che se i musulmani non faranno questa operazione di divisione tra bene e male, tra vero e falso, tra ragionevole e irrazionale, «l’abisso fra i musulmani contemporanei e le altre nazioni si allargherà e si approfondirà la miseria di questa religione», così come «la coabitazione fra gli stessi musulmani e il resto dell’umanità».
Come si vede, se la diplomazia interreligiosa procede con le sue formule, necessariamente generiche, c’è chi non rinuncia ad andare in profondità, indicando i veri nodi da scogliere e le ferite da guarire.
Aldo Maria Valli

PAPA IN EGITTO: INTERVISTA AL GESUITA SAMIR KHALIL SAMIR
Ad ampio colloquio con il noto gesuita islamologo egiziano sull’imminente viaggio apostolico di papa Francesco in Egitto. Chi e quanti sono i copti? Copti ortodossi e cattolici. La progressiva islamizzazione dell’Egitto, anche grazie ai soldi dell’Arabia Saudita. Nasser e il capo dei Fratelli Musulmani. Al-Azhar, il Corano della Mecca e quello di Medina. Le Crociate, atto di reazione. Fondamentalisti? Musulmani veraci. Le attese per quanto dirà il Papa. 
In un palazzo all’angolo di piazza Santa Maria Maggiore - là dove inizia via Carlo Alberto che porta verso piazza Vittorio – trova ospitalità un'istituzione particolare, fondata cent’anni fa da Benedetto XV: è il Pontificio Istituto Orientale, “sede propria di studi superiori nell’Urbe riguardanti le questioni orientali”. Affidato da Pio XI nel 1922 ai Gesuiti, resta in tali mani anche nel nostro 2017. E’ dunque lì che troviamo un gesuita assai conosciuto, un islamologo di (buona) fama internazionale cui vogliamo chiedere lumi sull’importante viaggio apostolico che papa Francesco farà in Egitto domani e dopodomani: è padre Samir Khalil Samir. Nato il 19 gennaio del 1938 al Cairo, gesuita dal 1955,  è da 43 anni docente al Pontificio Istituto Orientale e da 31 anche presso l’Université Saint- Joseph di Beirut, dove ha fondato e dirige il Centre de Documentation et de Recherches Arabes Chrétiennes (CEDRAC). Settantanove anni ben portati, barbetta bianca, occhi vispi e indagatori, padre Samir – che tra l’altro è stato collaboratore di primo piano del segretario speciale nel Sinodo dei vescovi per il Medio Oriente (10-24 ottobre 2010), molto apprezzato da Benedetto XVI - ci riceve in una stanzetta al primo piano. E la chiacchierata sarà lunga. Ne riferiamo qui sotto, ricordando che papa Francesco incontrerà nella prima giornata il presidente egiziano al-Sisi (con discorso di ambedue), il grande imam dell’Università di Al-Azhar (con discorso di ambedue), il papa copto Tawadros II (con discorso di ambedue) e sarà salutato la sera da 300 giovani; nella seconda giornata sono invece previste la messa nello stadio dell’aeronautica militare (25mila posti), il pranzo con i vescovi egiziani e l’incontro con clero e seminaristi di tutto l’Egitto (discorso del Papa). Poi il ritorno a Roma.

I COPTI: CHI E QUANTI SONO?
Padre Samir, incominciamo dalle definizioni. Chi sono i cristiani copti?
 Il termine ‘copti’ viene dall’arabo (pronuncia dell’Alto Egitto) ‘gipti’, che rimanda evidentemente a ‘Aegyptoi’, gli egiziani. Quando nel 639 l’Egitto è stato invaso dai musulmani della Penisola arabica, essi hanno chiesto agli abitanti: “Chi siete?” E loro: “Egipti”.  E’ poi caduta la ‘e’ e il termine per gli occidentali è diventato ‘copti’.
Quanto ha appena detto porta a concludere che gli egiziani erano cristiani… 
Sì, erano tutti cristiani. La parola ‘copti’ è rimasta, anche se in Occidente oggi la gente non pensa più al rapporto tra ‘copti’ e ‘egizi’. La storia dimostra dunque che i copti sono infinitamente più egiziani di chiunque altro e, da questo punto di vista, i musulmani sono degli ‘intrusi’ in Egitto, venuti dopo. Anche i musulmani lo sanno e lo riconoscono. Addirittura c’è un piccolo movimento intellettuale di musulmani – ne ho conosciuti un paio – che si definiscono musulmani gipti per indicare che i copti fanno parte della loro storia. La lingua copta è del resto un’evoluzione dell’egizio faraonico.  
Quanti sono oggi i copti in Egitto?  
Si stima – non abbiamo dati precisi - che i copti corrispondano a circa il 10% della popolazione; oggi sarebbero dunque poco più di 9 milioni.  

COPTI ORTODOSSI E COPTI CATTOLICI
I copti sono cristiani: quanti gli ortodossi, quanti i cattolici? 
Quando si dice ‘copti’, si pensa ai copti ortodossi, che sono in grande maggioranza. Nel XVIII secolo incominciarono ad esserci anche copti cattolici, oggi circa 200mila, diventati tali prima sotto l’influsso dei francescani, missionari nell’Alto Egitto, poi dei gesuiti e altri ordini.  
Che differenze ci sono oggi tra copti cattolici e ortodossi? 
Quasi nessuna. La liturgia è letteralmente identica, esclusa la menzione del Papa, nella parte della Messa in cui ciò è previsto. Addirittura fino a 30 anni fa circa, quando la Congregazione per le Chiese orientali ha pubblicato un messale liturgico copto-cattolico, abbiamo sempre utilizzato i libri copto-ortodossi stampati al Cairo.
Teologicamente non esiste la minima differenza: quando si dice che i copti ortodossi sono monofisiti, è più una questione di terminologia che di dogma. La differenza sta solo nella funzione del papa di Roma, riconosciuto come primus inter pares, ma non come primate di tutti i cristiani.  
Ci sono matrimoni misti cattolico-ortodossi? 
Sì, è qualcosa di usuale. Non dà problemi. L’uso in tutto l’Oriente è che ci si sposa nel rito del marito. Certo per i copti ortodossi c’è qualche influsso orientale maggiore rispetto ai copti cattolici, più sensibili agli influssi latini: ad esempio i copti ortodossi praticano in genere più rigorosamente il digiuno; i copti cattolici festeggiano alcuni santi occidentali più recenti.

1860: E VENNERO DA LIBANO E SIRIA… 
Altri cristiani in Egitto, oltre ai copti? 
Fino agli Anni Sessanta del XX secolo, in Egitto era assai forte l’influenza dei cattolici caldei, armeni, siro-cattolici, e soprattutto maroniti e melchiti.  Oggi no. 
Quando sono arrivati in Egitto?
Nel XIX secolo, soprattutto dagli attuali Libano e Siria – allora un solo Paese, chiamato Siria – dopo l’attacco dei drusi nel contesto della guerra del 1860 tra drusi e maroniti della Montagna libanese. Gli esuli più ricchi e colti sono venuti al Cairo e ad Alessandria: era l’epoca del califfo Isma’il Pascià detto “il Magnifico’, che aveva studiato in Francia e favoriva l’apertura dell’Egitto all’Occidente, all’Europa.
Per noi è stato come un Rinascimento. Ad esempio due esuli da Libano e Siria, i fratelli greco-cattolici Bishara e Salim Taqla hanno fondato nel 1875 un grande quotidiano, esistente ancora oggi: il famoso Al-Ahram, “Le piramidi”L’industrializzazione del cotone è stata promossa dalla famiglia siriana Boulad e via dicendo.
Si può immaginare che essi contassero anche in campo politico… 
E’ una conseguenza logica: gli esuli avevano acquisito anche un influsso rilevante in ambito politico e collaboravano tra l’altro strettamente con i re Fouad e Faruk. Le scuole in Egitto erano in gran parte cattoliche, grazie tra l’altro alla venuta dalla Francia dei Fratelli delle Scuole Cristiane e, più tardi, dei Gesuiti; per le ragazze c’erano le Scuole delle Dame del Sacro Cuore, quelle della Madre di dio e quelle di Nostra Signora degli Apostoli. La cultura francese era dominante nell’ambito culturale egiziano, mentre la politica era sotto l’influsso inglese.

NASSER E IL CAPO DEI FRATELLI MUSULMANI
Venne poi la rivoluzione del 1952, promossa col favore popolare in nome della lotta alla corruzione e di impronta anti-britannica, da un gruppo di ‘Liberi ufficiali’ guidati da Nasser e Naguib, cui seguì l’abolizione della monarchia e nel 1954 il ‘golpe’ di Nasser, che fece mettere Naguib agli arresti domiciliari… 
In questi sessant’anni e più l’Egitto è molto cambiato. Nasser non era islamista, un po’ lo era il suo successore Sadat, che ha introdotto l’articolo 2 della Costituzione sulla sharia islamica come fondamento del diritto vigente in Egitto, oltre ad aver incoraggiato i Fratelli Musulmani. Poi l’influsso saudita si è accresciuto con i successori di Sadat. Già negli ultimi decenni del secolo scorso, colpivano gli osservatori le modifiche nell’abbigliamento: grande tunica per gli uomini e velo per le donne. A quest’ultimo proposito è noto che le organizzazioni musulmane danno volentieri una certa somma alle famiglie perché le ragazze si vestano all’islamica.
Le racconto, sempre in materia di velo, un episodio di cui è stato protagonista Nasser, durante un incontro con il capo dei  Fratelli musulmani, potente organizzazione fondata al Caito nel 1928. Nasser, capo di una rivoluzione popolare, era interessato a buoni rapporti con i Fratelli musulmani, che pure avevano una forte base popolare. Nel corso del colloquio, l’interlocutore chiese a Nasser di imporre l’obbligo del velo. Allora Nasser si scosse e gli disse: “Ma come, tu non sei riuscito a imporre il velo a tua figlia universitaria e pretendi che io lo imponga a dieci milioni di donne egiziane?” E il colloquio finì. 

I SOLDI DELL’ARABIA SAUDITA 
Si può presumere che, nonostante la deposizione del presidente Morsi (legato ai ‘Fratelli musulmani’) e la presa di potere dei militari con Al-Sisi, oggi l’influsso dell’Islam sia ancora aumentato in Egitto… 
Sì, perché l’Arabia Saudita inonda sempre l’Egitto di soldi destinati al sostegno della causa islamista-wahabita. Pensi che oltre centomila contadini sono emigrati in Arabia Saudita, dove svolgono altri lavori, per mantenere la famiglia. Quando tornano, impongono le usanze saudite, sottoposti come sono stati al lavaggio del cervello. E’ evidente poi la pressione dell’Arabia Saudita sul Governo, che si traduce con un continuo rafforzarsi della presenza islamica nei mezzi di comunicazione e nella scuola: annunciatrici con il velo, un fiume di trasmissioni religiose e di film sulla vita di Maometto durante il mese del Ramadan, l’islamizzazione ogni anno di più dei libri di testo, degli esempi grammaticali tratti dal Corano, dello studio a memoria (di pagine del Corano), perfino nelle scienze matematiche. L’Islam progredisce a piccoli passi, ma a tutti i livelli. Molto anche attraverso le prediche degli imam con i megafoni, di cui Nasser aveva vietato l’uso.

AL-SISI, MUSULMANO PRATICANTE CHE VORREBBE DISTINGUERE DI PIU’ TRA FEDE E POLITICA 
L’attuale presidente al-Sisi non si presenta come un musulmano fondamentalista… 
Posto lì dopo il golpe dell’esercito, Al-Sisi appare come un musulmano praticante, ma che non intende mescolare la sua fede con la politica. Penso che voglia cambiare le cose, ma non può farlo in breve tempo, considerate le forti resistenze delle organizzazioni islamiche e anche dell’università di Al-Azhar. A quest’ultima nel  dicembre  2014 aveva chiesto una rivoluzione culturale nell’interpretazione odierna del Corano e in materia di atteggiamento verso le donne. 
Su al-Azhar torneremo dopo. Intanto, padre Samir, ci dica quanto pesa all’interno dell’islamizzazione dell’Egitto, l’islam che si definisce comunemente fondamentalista… 
Pesa molto, è forte, perché si fa parte del popolo: per il Ramadan ad esempio le organizzazioni islamiste organizzano cene con la distribuzione di minestra per tutti. Oppure si aiutano finanziariamente le famiglie in difficoltà. Gli islamisti citano il Corano ad ogni frase. E’ evidente allora che la gente ritiene che quelli siano “ i veri musulmani”. Si presentano al popolo, non agli intellettuali: per il Ramadan organizzano cene con distribuzione di minestra, cose simboliche e concrete.

QUANTO SONO MUSULMANI GLI ISLAMISTI? 
Ma quanto sono musulmani i musulmani fondamentalisti? 
Sono di certo musulmani, considerati dalla gente anzi come i ‘più musulmani’, perché applicano alla lettera le norme della tradizione islamica. Per esempio il venerdì, all’ora della preghiera, è impossibile camminare per le vie del Cairo: tutti i marciapiedi sono occupati da musulmani in preghiera, come a viale Jenner a Milano. O davanti alle case. Mi ricordo di essere passato in mezzo a loro, dicendo: “Il marciapiede è fatto per tutti”.

AL-AZHAR, IL CORANO E LA SUNNA 
Torniamo ad Al-Azhar… 
Non è prima di tutto un’università in senso occidentale, perché il suo compito è quello di formare gli imam. E’ insomma una grande facoltà di teologia islamica. L’aspetto più problematico e più grave è che negli anni i contenuti dell’insegnamento non sono cambiati: i libri sono sempre quelli del XIV secolo. I libri di base restano i manuali di sette secoli fa e il Corano è di 14 secoli fa. Tutto quello che fa l’Isis si trova nel Corano o nella Sunna, cioè la raccolta dei fatti e dei detti della vita di Maometto.

CORANO E VANGELO 
C’è chi replica: Ma se il Corano risale a 14 secoli fa, per il Vangelo si deve risalire di venti… 
La differenza fondamentale è nei contenuti dei due testi. Nel Vangelo non c’è un passo in cui si dica: “Dovete uccidere qualcuno”. Anzi, se uno ti dà uno schiaffo, devi porgere l’altra guancia. Il Corano è invece pieno di violenza.  Inoltre nessun cristiano penserà ad applicare letteralmente ogni gesto di Cristo, ma cercherà di ripensarlo per oggi; mentre questi musulmani vogliono riprodurre materialmente tutte le parole e i fatti del loro fondatore.

CORANO DELLA MECCA E CORANO DI MEDINA 
C’è anche una prima parte del Corano piuttosto pacifica… 
Sì, è la parte che riguarda la permanenza di Maometto alla Mecca, quando voleva farsi accettare: in quella parte i suoi discorsi sono morbidi, accattivanti per tutti. Nei primi due anni di Medina, Maometto intrattiene buoni rapporti con tre tribù ebraiche di lingua araba; impara, assimila e traspone…ad esempio il digiuno del Ramadan in origine era di un solo giorno, quello del Yom Kippur ebraico; l’orientamento della preghiera era Gerusalemme, non la Mecca, ecc… Poi Maometto, che aveva adottato anche elementi del Vecchio Testamento, propone agli ebrei di riconoscerlo come profeta. Al loro cortese rifiuto, scatta la vendetta.

Ed è da quel momento che la violenza entra nel Corano… 
Infatti, prendendo a pretesto una presunta fuga di informazioni ebraica su di lui a beneficio dei nemici della Mecca, Maometto massacra, nel febbraio 627, la più importante delle tribù ebraiche, i Banu Qurayzh: da seicento a ottocento sgozzati, secondo gli storici musulmani. E poi le guerre si susseguiranno.
Insomma, quando si cita il Corano a proposito di non violenza in materia di fede, ci si riferisce solo alla prima parte, quella della Mecca. Quando si afferma che l’islam è una religione di pace, ci si riferisce solo alla prima parte. Ma per dare un’informazione oggettiva si deve conoscere tutta la storia di Maometto; e ciò non sempre si riscontra in chi si avventura in giudici assoluti e irenici sull’islam.
Nel Corano ci sono violenza e non-violenza, come ho mostrato in un libretto che porta questo titolo. Così come nell’islam globalmente inteso. Vuoi perseguire l’una? Prendi un versetto à la carte’. Vuoi perseguire l’altra? Prendi anche tu il tuo versetto à la carte. Nessuno sarà deluso. 

PAPA FRANCESCO? MI HA RICEVUTO PER MEZZ’ORA
Padre Samir, ha incontrato papa Francesco per parlare dell’argomento? 
Sì, lunedì 4 giugno 2016. Per mezz’ora. Il Papa era seduto a Santa Marta nel suo piccolo appartamento. Mi ha detto subito che voleva assolutamente ‘ricucire’ lo strappo con Al-Azhar, che aveva sospeso ogni contatto con il Vaticano negli ultimi anni di Benedetto XVI, autore della famosa Lectio magistralis “Fede, ragione e università – Ricordi e riflessioni”, tenuta il 12 settembre 2006 a Ratisbona. La ‘Lectio’ suscitò, da gente che non ne aveva neppure letto il testouna montagna di proteste e decine di atti di violenza. Perciò, dopo l’attentato alla bomba in una chiesa copta di Alessandria (notte del primo gennaio 2011, 21 morti e 79 feriti), papa Benedetto XVI ha chiesto al governo egiziano di “prendere misure efficaci per la protezione delle minoranze religiose”. Subito dopo, l’imam di Al-Azhar aveva deciso di rompere le relazioni con il Vaticano.
Si può evincere da ciò che papa Francesco è disposto a tutto pur di ricucire lo ‘strappo’?
Sì, il suo scopo è quello di fare di tutto per riconciliarsi pubblicamente con il mondo musulmano. Per lui tutte le religioni sono religioni di pace e tutte le religioni hanno i loro fondamentalisti. Lo si evince anche da certe sue considerazioni fatte a braccio, rispondendo alle domande dei giornalisti sull’aereo papale. Come quando, di ritorno dal viaggio apostolico in Polonia, mise sullo stesso piano la violenza dei fondamentalisti musulmani con quella di chi in Italia, Paese cattolico, uccide la fidanzata o la suocera…. Il fatto è che il Papa ha conosciuto l’Islam tramite un bravo iman di Buenos Aires…

LE CROCIATE: REAZIONE A UN ATTO DI AGGRESSIONE ISLAMICA 
Lei ci ha detto raccontato prima dell’intervista di un episodio accaduto un mese fa in Tunisia… 
A margine di una conferenza tenuta a Tunisi il 24 marzo scorso,  un interlocutore mi ha rinfacciato l’esistenza di una violenza cristiana, facendomi l’esempio delle Crociate. E’ un esempio sbagliato, perché le Crociate non furono un atto di iniziativa cristiana, ma furono provocate da una decisione del sultano di Egitto, al –Hakim bi-amr Allah, che nell’anno 1009 aveva ordinato al suo segretario cristiano melkita di scrivere una lettera ai governatori di tutte le province – che si spingevano fino in Siria -  perché facessero demolire tutte le chiese, a cominciare da quelle di Gerusalemme. Il 18 ottobre 1009 la basilica del Santo sepolcro fu distrutta e fu ricostruita dagli imperatori bizantini e completata sotto Costantino Monomaco nel 1048. Altre decine di chiese furono parzialmente distrutte in Siria e Palestina, ciò che suscitò la risposta delle Crociate.
Non si può dimenticare che all’epoca il pellegrinaggio a Gerusalemme, al Santo Sepolcro, per i cristiani era un atto molto importante per la remissione dei peccati… 
Certamente. Scoperti gli effetti dell’ordine del Sultano, i pellegrini arrivati a Gerusalemme e poi rientrati in Europa, diffusero la notizia. Naturalmente ci vollero anni perché la notizia circolasse e giungesse alle orecchie del Papa. Allora nacquero le Crociate, da intendere prima di tutto come – ripeto – atto di reazione all’aggressione musulmana. Le Crociate erano l’espressione di un atto difensivo, corretto se inserito nell’etica dell’epoca.

L’ISIS E’ PIENAMENTE MUSULMANO: BASTA OSSERVARE LA BANDIERA… 
Si associano spesso i cristiani alla colonizzazione… 
E io osservo: “Ma che dite? Voi passate dalla religione alla politica! In effetti Cristo non ci ha mai detto: Andate e combattete. Voi invece lo fate in nome di Allah".
Dite che l’Isis non è musulmano? Considerate allora un po’ la sua bandiera. E’ nera come quella di Maometto. Porta una scritta: “Non c’è altro Dio all’infuori di Allah; e Maometto è il messaggero di Allah”. Il credo musulmano è questo. Sotto vedete una spada, come quella che c’è anche nella bandiera saudita. Più musulmani di così … Del resto tutte le organizzazioni fondamentaliste hanno un loro imam, che stabilisce se giuridicamente un certo atto è lecito oppure no.
Faccio ancora un esempio. Quando l’Isis ha catturato un pilota giordano, l’ha messo in una gabbia e l’ha bruciato vivo. Al-Azhar ha reagito sostenendo che quell’atto non era islamico, perché c’è un detto di Maometto che stabilisce che il castigo con il fuoco è proprio di Allah. Purtroppo c’è anche un altro detto, dello stesso Maometto. Vengono da lui con due uomini sorpresi mentre compivano un atto sessuale tra loro. E lui “Bruciateli e buttate i corpi nel deserto”. Questa varietà di possibili citazioni, opposte tra loro, per l’islam è una tragedia.

SPERO CHE PAPA FRANCESCO PARLI DELLA CITTADINANZA DEI CRISTIANI 
Che cosa ci si può aspettare dalla visita del Papa in Egitto, domani e dopodomani? 
Per quanto riguarda l’incontro con il presidente Al-Sisi, come detto buon musulmano, ma anche desideroso di distinguere la sfera religiosa da quella politica, mi aspetterei che il Papa insistesse sulla necessità che i cristiani in Egitto siano considerati dei cittadini come tutti. Da anni chiediamo che la cittadinanza prevalga sull’appartenenza religiosa e speriamo che questa volta qualcosa si muova in tal senso. 
E per quanto riguarda il discorso che terrà presso l‘università di Al-Azhar? 
Penso che farà un discorso soprattutto sul tema della non violenza. Spero che si riferisca anche alla necessaria distinzione da fare tra politica e religione. Si deve riuscire a far capire che Al-Azhar parla per i suoi, non per l’intero Egitto.   
Il viaggio apostolico avrà anche un importante aspetto ecumenico… 
… e sarà certo di sostegno e incoraggiamento per i cristiani egiziani, che soffrono per la violenza dei gruppi islamici fondamentalisti. Papa Francesco nella visita sarà accompagnato dal patriarca Bartolomeo e l’incontro con il papa copto-ortodosso Tawadros – con il quale i rapporti sono già molto buoni – si prospetta sotto i migliori auspici per rafforzare la collaborazione concreta tra fratelli.
Come vede, per natura sono ottimista. Spero naturalmente di non dovermi correggere poi!
P.S. L’intervista a padre Samir Khalil Samir appare integralmente solo su www.rossoporpora.org.. Per la riproduzione di ogni parte dell’intervista si richiede la citazione della fonte e dell’autore. La riproduzione di questa intervista o di parti consistenti di essa è possibile richiedendo l’autorizzazione a info@rossoporpora.org o a giusepperusconi1@gmail.com.

GIOVEDI’ 27 APRILE AL CENTRO RUSSIA ECUMENICA (BORGO PIO 141): QUARTO DIBATTITO ACCATTOLI-RUSCONI SU PAPA FRANCESCO

Dopo quelli al Centro Russia Ecumenica, alla Stampa Estera, presso la parrocchia di Santa Maria ai Monti,  il quarto dibattito condotto da Luigi Accattoli e Giuseppe Rusconi si terrà - sempre a Roma – GIOVEDI’ 27 APRILE 2017, ALLE ORE 17.00, DI NUOVO PRESSO IL CENTRO RUSSIA ECUMENICA (Borgo Pio 141, vicino a San Pietro). Per questo ritorno al Centro che ha già ospitato il primo incontro, il titolo scelto è: “FRANCESCO DALLA FOLLA DI MILANO AL CONVEGNO ‘FARE CHIAREZZA’. CRESCONO I PRO E I CONTRO”. Ingresso libero.
PAPA IN EGITTO: INTERVISTA AL GESUITA SAMIR KHALIL SAMIR – di GIUSEPPE RUSCONI –www.rossoporpora.org – 27 aprile 2017

È una guerra di religione

(di Roberto de Mattei) La strage di Tanta e di Alessandria è un brusco richiamo alla realtà per papa Francesco, alla vigilia del suo viaggio in Egitto. Gli attentati in Medio Oriente, come in Europa, non sono sciagure naturali, evitabili con incontri ecumenici, come quello che papa Bergoglio avrà il 28 aprile con il Grande Imam di Al-Azhar, ma sono episodi che ci ricordano l’esistenza sulla terra di profonde divisioni ideologiche e religiose che possono essere sanate solo dal ritorno alla verità.
E la prima verità da ricordare, se non si vuole mentire a sé stessi e al mondo, è che gli attentatori di Alessandra e di Tanta, come quelli di Stoccolma e di Londra, non sono squilibrati o psicolabili, ma portatori di una visione religiosa che dal VII secolo combatte il Cristianesimo. Non solo l’Europa, ma l’Occidente e l’Oriente cristiano, hanno definito nei secoli la propria identità difendendosi dagli attacchi dell’Islam, che non ha mai rinunciato alla sua egemonia universale.
Diversa è l’analisi di papa Francesco che, nell’Omelia della Domenica delle Palme ha ribadito la sua vicinanza a coloro che «soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, per le malattie. Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire».
Alzando quindi gli occhi dal foglio, il Papa ha aggiunto: preghiamo anche per la conversione del cuore «di quelli che fanno e trafficano le armi». Papa Bergoglio ribadisce quanto ha spesso dichiarato: non è né l’Islam in sé stesso, e neppure una sua deviazione a minacciare la pace nel mondo, ma gli “interessi economici” dei trafficanti di armi.
Nell’intervista con il giornalista Henrique Cymerman, pubblicata sul quotidiano catalano La Vanguardia il 12 giugno 2014, Francesco aveva affermato: «Scartiamo un’intera generazione per mantenere un sistema economico che non regge più, un sistema che per sopravvivere deve fare la guerra, come hanno fatto sempre i grandi imperi. Ma, visto che non si può fare la terza guerra mondiale, allora si fanno guerre locali. E questo cosa significa? Che si fabbricano e si vendono armi, e così facendo i bilanci delle economie idolatriche, le grandi economie mondiali che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro, ovviamente si sanano».
Il Papa non sembra credere che si possa scegliere di vivere e di morire per inseguire un sogno politico o religioso. Ciò che muove la storia sono gli interessi economici che un tempo erano quelli della classe borghese contro la classe proletaria, oggi sono quelli delle multinazionali e dei paesi capitalisti contro “i poveri della terra”. A questa visione degli eventi, che discende direttamente dall’economicismo marxista, si contrappone oggi quella geopolitica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e del presidente della Federazione Russa Vladimir Putin.
Trump e Putin, hanno riscoperto gli interessi nazionali dei rispettivi paesi e sullo scacchiere del Medio Oriente combattono una dura partita sul piano diplomatico e su quello mediatico, non escludendo di trasporla sul piano militare. L’Islam agita a sua volta lo spettro della guerra religiosa nel mondo.
Quali sono le parole che, alla vigilia della Santa Pasqua, i fedeli attendono dal Capo della Chiesa cattolica? Aspettiamo di sentirci dire che le vere cause delle guerre non sono né di ordine economico, né di ordine politico, ma innanzitutto di ordine religioso e morale. Esse hanno le loro origini più profonde nel cuore degli uomini e la loro radice ultima nel peccato. È per redimere il mondo dal peccato che Gesù Cristo ha sofferto la sua Passione, che oggi è anche la Passione di una Chiesa perseguitata in tutto il mondo.
Nella preghiera per la pace che compose l’8 settembre 1914, non appena esplose il primo conflitto mondiale, Benedetto XV esortò a implorare privatamente e pubblicamente «Dio, arbitro e dominatore di tutte le cose, affinché, memore della sua misericordia, allontani questo flagello dell’ira con il quale fa giustizia dei peccati dei popoli. Imploriamo che nei nostri voti comuni ci assista e favorisca la Vergine Madre di Dio, la cui faustissima nascita, che celebriamo in questo stesso giorno, rifulse al travagliato genere umano come aurora di pace, dovendo ella dare alla luce Colui nel quale l’eterno Padre volle riconciliare tutte le cose, “rappacificando con il sangue della sua croce sia le cose che sono sulla terra, sia quelle che sono nei cieli” (1 Col. 1, 20)».
È un sogno immaginare che un Papa possa rivolgere all’umanità parole di questo genere in una situazione internazionale tempestosa come quella che oggi viviamo? (Roberto de Mattei, Il Tempo, 10 aprile 2017)