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giovedì 27 aprile 2017

Il “caso” Bergoglio non è affatto isolato

GESUITI E LA FRENESIA RELATIVISTA

    Che accidenti sta succedendo ai gesuiti, alla storica Compagnia di Gesù fondata da sant’Ignazio di Loyola “truppa scelta” votata al santo Padre? La sua frenesia relativista e l'illuminante caso "Ratisbona" con l'islam 
di Francesco Lamendola  




L’Ordine dei Gesuiti, ossia la Compagnia di Gesù (Societas Iesu), fondato da sant’Ignazio di Loyola, è stato approvato ufficialmente da papa Paolo III – quello che convocò il Concilio di Trento, peraltro dietro suggerimento dello stesso Loyola – il 27 settembre del 1540, con la bolla Regimini militantis ecclesiae. Non è certo questa la sede per farne la storia; tutti sappiamo, comunque, che è nato e si è sviluppato come l’Ordine più tipico della Riforma cattolica, per gli ideali che l’hanno ispirato e, in particolare, come “truppa scelta” votata direttamente e prioritariamente al santo Padre, oltre che come un Ordine religioso decisamente colto, molto attivo nell’istruzione e nella formazione delle classi dirigenti cattoliche, nonché nella evangelizzazione ai quattro angoli del mondo, con parecchi martiri sparsi dal Giappone al Canada.
Sono ben noti anche i successi riportati da Matteo Ricci e da altri gesuiti nella evangelizzazione dell’Asia, anche se sia in Cina, sia in India, quando pareva che la cristianizzazione di quei Paesi fosse ormai a portata di mano, il tentativo fallì per la questione, sollevata dai domenicani, e giustamente, della conformità al cattolicesimo delle forme culturali tipiche della società cinese e di quella indiana, che i gesuiti tendevano a includere nel loro progetto missionario. Sono anche note le reducciones gesuite del Paraguay, che costituirono dei modelli di “repubbliche teocratiche” e degli interessanti esperimenti di “sviluppo separato” degli indigeni e di autosufficienza economica, al riparo dall’avidità dei colonizzatori europei e specialmente dei cacciatori di schiavi del Brasile: tanto da destare la gelosia e l’odio dei proprietari spagnoli e portoghesi, che ne pretesero la chiusura. I gesuiti, illustri scienziati, e perciò portati a svolgere un ruolo di primo piano nella vicenda del processo a Galilei, non si sono mai risparmiati sul fronte della lotta contro le tendenze anticristiane del XVIII secolo, tanto che i “sovrani illuminati” (a eccezione di Caterina di Russia) ne decisero l’espulsione da un Paese dopo l’altro, fino a quando, nel 1773, papa Clemente XIV si vide costretto a sopprimerli, con la lettera apostolica Dominus ac Redemptor, un documento patetico e imbarazzante, nel quale il papa non prende posizione circa le accuse che venivano mosse ai gesuiti, ma si limita a constatare che tali accuse esistono e sono molto forti, e che, per amor di pace, è preferibile eliminarne la causa alla radice. Pio VII li avrebbe poi ricostituiti poi nel 1814.
Rinati nel clima della Restaurazione, i gesuiti nel XIX e XX secolo si sono strenuamente adoperati per la propagazione e la difesa della fede cattolica; compatti difensori del papato, cui, peraltro, avevano deciso di non aspirare personalmente, sono stati in prima fila nella battaglia antimodernista di san Pio X e, con la rivista La civiltà cattolica, fondata nel 1850, hanno perseguito fino a dopo la Seconda guerra mondiale un vasto progetto di ricattolicizzazione della società, e perfino di restaurazione della teologia tomista, già indicata da papa Leone XIII come la teologia più idonea a veicolare e sostenere le verità della dottrina cattolica.
Poi, non è ben chiaro come e perché, è successo qualcosa. Un campanello d’allarme è stato dato dall’opera di padre Pierre Teilhard de Chardin, figura estremamente controversa di gesuita che era anche scienziato, precisamente paleontologo, le cui elucubrazioni teologiche - sarebbe onestamente troppo chiamarle “teologia”, come ha fatto notare Étienne Gilson - hanno creato un serio imbarazzo alla Chiesa e provocato un decreto del Sant’Uffizio, che emetteva un monitum al gesuita e ordinava di ritirare dalle librerie le sue opere, nel 1958. Eppure, Teilhard aveva non pochi estimatori, sia nel suo stesso Ordine, che nel restio del clero e del modo cattolico; estimatori che hanno poi voluto vedere in lui un precursore di alcune istanze del Concilio Vaticano II, e, naturalmente, rivalutarne e riabilitarne pienamente il pensiero. Abbiamo altrove cercato di mostrare quanto lontano dalla sana e vera teologia cattolica sia, in realtà, quel pensiero (cfr. il nostro articolo: Teilhard ha creato una gnosi cristiana in cui la scienza prende il posto della fede, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 02/01/2014 e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 12/03/2017), per cui non torneremo sopra questo aspetto. Ci limitiamo ad osservare che il “caso” Teilhard ha creato un precedente: per la prima volta, un gesuita poneva un problema interno alla Chiesa, sia sul piano della dottrina che, indirettamente, della disciplina; per la prima volta, l’ordine dei gesuiti diventava protagonista di una polemica nella quale il confratello “eretico” trovava simpatie e solidarietà molto diffuse all’esterno della Chiesa, fra i non credenti, mentre suscitava perplessità e turbamenti all’interno della cultura cattolica. Non era mai accaduto: fu un segnale.
Di papa Francesco, qui, non parliamo; ne abbiamo già parlato, e seguitiamo a parlarne, in molte occasioni. Egli sta deliberatamente demolendo, un pezzo dopo l’altro, un mattone dopo l’altro, l’edificio della dottrina cattolica; soprattutto, sta facendo alquanto parlare di sé, moltissimi suoi ammiratori, esterni alla Chiesa, e nemici della Chiesa, a cominciare dai radicali e dai massoni; mentre, prima di essere eletto papa, non solo non si era mai fatto notare per le sue idee innovatrici, ma, semmai, per la sua ostilità alla teologia della liberazione, per la sua scarsa o nulla opposizione alla sanguinaria dittatura dei generali argentini, e, soprattutto, per il ruolo poco limpido avuto in una serie di scandali e abusi legati alla pedofilia nel clero di quel Paese, vicende nelle quali egli si sarebbe adoperato per coprire i colpevoli e per minimizzare e sgonfiare le inchieste. Quel che ci preme evidenziare, qui, è che il “caso” Bergoglio non è affatto isolato: intorno a lui si muove un gruppo di gesuiti ben decisi a spingere sempre di più sull’acceleratore delle “riforme”, della “svolta”, o comunque si voglia chiamare il nuovo corso di papa Francesco, che pare consistere principalmente in un’opera sistematica di auto-rottamazione della Chiesa, della sua liturgia, della sua pastorale e perfino della sua dottrina. I due esempi più significativi – ma ce ne sarebbero altri – sono quelli del nuovo generale, padre Arturo Sosa Abascal, resosi tristemente famoso per aver dichiarato che noi non sappiamo quale sia il grado di attendibilità dei Vangeli, perché al tempo di Gesù Cristo non c’erano i registratori; e quello di padre James Martin, capofila dell’ala progressista e modernista che auspica un sollecito “sdoganamento” dell’omosessualità e perciò, coerentemente, il riconoscimento dei matrimoni omosessuali da parte della Chiesa.
In realtà, le tendenze eretiche e anticattoliche covavano già da tempo: da prima dell’elezione di papa Francesco. In particolare, Giovanni Paolo II aveva avvertito che qualcosa non andava e richiamato severamente all’ordine i gesuiti, avendo notato segnali inquietanti di deviazione dottrinale da parte di taluni membri dell’Ordine. Ma il pontefice che ha più sofferto di una feroce fronda interna da parte dei gesuiti è stato Benedetto XVI. Forse non tutti ricorderanno che, quando la famosa lezione di Ratisbona, del 12 settembre 2006 – un gioiello di finezza filosofica e teologica, incentrata sull’armonia del rapporto tra scienza e fede – suscitò, in perfetta mala fede, un putiferio di reazioni negative a causa di una citazione dell’imperatore bizantino Michele II Paleologo, non furono solo gli atei e gli anticristiani sfegatati dell’Occidente, né solo il presidente turco Erdogan, il re del Marocco e altri leader islamici, dall’Africa occidentale fino all’Indonesia, passando per il Pakistan, a scagliarsi contro il papa che aveva “insultato” l’islam, e che doveva scusarsi: tra i più duri censori del papa ci fu proprio un gesuita, e non di secondo piano, ma un pezzo grosso, considerato uno dei maggiori, se non il maggiore, islamologo dell’Ordine, il canadese Thomas Michel, membro per molti anni del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. Mentre mezzo mondo sparava ad alzo zero contro papa Ratzinger, Michel non si è peritato di esprimersi con toni durissimi contro il papa, dall’alto della sua autorevolezza di grande esperto dell’islam e delle relazioni fra le due religioni.
Ecco come quell’episodio era stato registrato dal giornalista e scrittore Magdi Allam nel suo libro Grazie Gesù. La mia conversione dall’islam al cristianesimo (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2008, pp. 63-65):

Non ho alcun dubbio sul fatto che il pericolo maggiore per la Chiesa  proviene dall’interno delle sue stesse file. Sono rimasto di stucco nello scoprire il 26 settembre 2006 che all’interno del sito www.islam-online.netlegato al predicatore d’odio islamico Youssef Qaradawi, il padre gesuita Thomas Michel rispondeva in diretta alle domande poste dai frequentatori del sito. Padre Michel è stato per tredici anni capo dell’Ufficio per l’islam del Consiglio per il dialogo interreligioso del Vaticano. E lo shock è stato totale leggendo la sua netta condanna di Benedetto XVI al puto da pretendere, lui che gli dovrebbe obbedienza, le scuse del Santo Padre: “Noi cristiani dobbiamo delle scuse ai musulmani. … Il papa non si è scusato ma autogiustificato. Mi attendo delle scuse chiare, nette e dirette”. Si è spinto addirittura, lui che è un pastore della Chiesa e dovrebbe avere come missione la difesa e la diffusione della fede, a condannare lo stesso cristianesimo: “Il papa avrebbe potuto far riferimento alle crociate, volendo criticare la violenza ispirata dalla religione, senza offendere gli altri”.
Padre Michel è stato il più influente collaboratore di Giovanni Paolo II, dal 1981 al 1994, nella sua politica di riconciliazione e apertura con l’islam. Mantiene l’incarico di consulente del Vaticano ed è segretario del Dialogo interreligioso della Compagnia di Gesù e della Conferenza della Federazione dei vescovi dell’Asia. Che ci fa un religioso cattolico di questa levatura con chi, come Qaradawi, predica la sconfitta del cristianesimo e l’annientamento della civiltà occidentale, la distruzione di Israele e il castigo eterno per gli ebrei, inneggia e legittima il terrorismo suicida palestinese,e gli attentati contro gli occidentali in Iraq e Afghanistan? Eppure dalle risposte di padre Michel trasuda l’ansia di compiacere ai discepoli di Qaradawi, condividendo la denuncia inappellabile di Benedetto XVI, raffigurandolo come un incosciente che sarebbe attorniato da irresponsabili e starebbe per trascinare la Chiesa nella catastrofe: “Il resto del discorso è stato scritto direttamente al papa. Sono delle sue opinioni personali. Non c’è dubbio che alcuni in Vaticano la pensino come lui, ma ce ne sono molti che sono in disaccordo. Penso che il riferimento a un personaggio male informato e con dei pregiudizi come Michele Paleologo è stato una mancanza di rispetto. Il papa dovrebbe avere dei consiglieri migliori, che gli avrebbero dovuto spiegare che quelle parole avrebbero distrutto anni di fiducia e apertura fra cristiani e musulmani”. E in un’altra risposta dichiara: “Sono d’accordo con lei. La libertà d’espressione è vincolata dalla responsabilità di non diffamare i profeti o i fedeli delle religioni”. Fino a sposare la tesi della bontà dell’islam che starebbe per redimere l’Occidente ormai sena fede e in crisi di valori: “Credo che i media occidentali siano ingiustamente ossessionati dall’islam. Penso che tutti i fedeli delle religioni, compresi i cristiani, debbano essere riconoscenti ai musulmani per aver sollevato i temi di Dio e della fede nelle nostre società secolarizzate”.
Padre Michel afferma la tesi del terrorismo reattivo, prevedibile e in qualche modo giustificabile: “Non credo che le dichiarazioni del papa siano state sagge. Spero che non alimentino la violenza e che i musulmani accetteranno le sue scuse e lo perdoneranno”. Critiche molto più esplicite di quelle, più velate, ma non meno significative, espresse dal cardinale Carlo Maria Martini e dal vescovo di Algeri Henri Teissier all’indomani del discorso di Ratisbona. Ma che stanno a significare che probabilmente c’è un secondo fronte che insidia assai da vicino il pontefice: quello dei pastori della Chiesa che gli dovrebbero fedeltà assoluta sulle questioni dogmatiche e rispetto quando si pronuncia sui grandi temi che sostanziano i nodi irrisolti e i conflitti in atto nel nostro mondo globalizzato, ma che all’opposto sono fin troppo preoccupati di inimicarsi i predicatori d’odio islamici, che legittimano e minacciano le loro guerre sante..
Padre Michel è l’emblema dell’islamicamente corretto in seno alla Chiesa. Una nuova filosofia di vita che induce l’Occidente ad autocensurare la propria libertà d’espressione per paura della reazione degli islamici…

La tesi del terrorismo reattivo è esattamente la stessa adottata da papa Francesco in pubbliche dichiarazioni, e non c’è altro da dire, se non constatare la cecità di coloro che la professano: e se quasi incredibile appare la sicumera con cui padre Michel afferma che l’Occidente deve essere grato all’islam per aver reintrodotto il tema del divino, e biasima i media occidentali perché sono, a suo parere, “ossessionati” dall’islam, oggi, anno di grazia 2017, dopo tante atrocità perpetrate dai fanatici islamici non solo contro gli abitanti dell’Europa, per mezzo di attacchi terroristici, ma anche sotto forma di autentici genocidi contro le comunità cristiane in Africa e nel Medio Oriente, le parole del papa suonano addirittura assurde, incomprensibili; così come quando egli afferma che “non esiste un terrorismo islamico”.
Quanto alle Crociate, da buon presuntuoso ignorante – altro che illustre islamologo; ma dove ha studiato la storia, costui? - padre Michel si allinea nella maniera più piatta e qualunquista alla cultura dominante, neoilluminista e anticristiana, nel bollarle senza appello come esempio lampante di aggressione ingiustificata di una religione contro un’altra; mentre la verità, sul piano storico, è ben diversa, anche se non vogliamo ripetere qui cose già dette altra volta (cfr. il nostro articolo: Le Crociate? La risposta proporzionata e legittima all’assalto incessante dell’Islam, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08/08/2015 e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni alla stessa data).
Ma quel che più colpisce, nelle parole di padre Michel, è il tono apodittico, accusatorio, arrogante e intransigente con cui si scaglia contro il sommo pontefice: il tono che potrebbe adoperare un padrone per redarguire un servo maldestro: Mi attendo delle scuse chiare, nette e dirette. E di che cosa avrebbe dovuto scusarsi, poi? Di aver citato Michele II Paleologo, un testimone “male informato” e “con dei pregiudizi”? Qui il buon Michel sfiora, e oltrepassa, la soglia del ridicolo: l’imperatore bizantino, a capo di uno Stato che per otto secoli ha protetto l’Europa dai continui assalti islamici, e che infine è caduto, con la sua capitale, per difendere noi, che, altrimenti, oggi parleremmo l’arabo o il turco, e pregheremmo Allah nelle moschee: costui sarebbe un personaggio male informato e pieno di pregiudizi? Questa sarebbe un’affermazione offensiva per l’intelligenza di chiunque, se non fosse grottesca, e perciò tale da auto-squalificarsi nella maniera più evidente. Egli dice, inoltre, che Benedetto XVI ha commesso un errore gravissimo; lo accusa di essere stato incosciente, di circondarsi d’incapaci; gli ordina di domandare scusa e si augura che gli islamici saranno così buoni da accettare le sue scuse e da perdonarlo. Incredibile. E questo da parte di un membro di quell’Ordine religioso che è nato con la specifica missione di difendere il papa, sempre e comunque, contro tutti i suoi nemici, con obbedienza assoluta e disciplinata, perinde ac cadaver, come un cadavere; non solo se si chiama Bergoglio e non solo allorché questi nega che il terrorismo islamico sia mai esistito.
È vero che non tutti i gesuiti si scagliarono contro Benedetto XVI, al tempo del discorso di Ratisbona. Un altro gesuita, ben più esperto di cose islamiche di padre Michel, se non altro per le sue origini, Khalil Samir Khalil, insigne filosofo e orientalista, non solo difese quel discorso, citazione di Michele Paleologo compresa; ma fece osservare che proprio quella citazione, non che esser e una gaffe, una drammatica svista, era perfettamente coerente e funzionale al discorso che il pontefice stava facendo; un discorso, peraltro, che non era affatto tale da vanificare anni di proficuo dialogo tra le due religioni.

E tuttavia, la frequenza con cui s’incontrano dei gesuiti fra gli esponenti del clero modernista e relativista fa sorgere delle domande scomode, ma improcrastinabili. Che cosa sta succedendo nell’Ordine dei gesuiti? Come mai alle origini della sciagurata “svolta antropologica” nella teologia della stagione conciliare e post-conciliare troviamo, ancora, un gesuita, Karl Rahner, da molti considerato l’autentico regista occulto del Concilio Vaticano II? E non era gesuita il cardinale Carlo Maria Martini, altro alfiere del relativismo e grande amico dell’islam, nonché della massoneria, il quale, come abbiamo visto, si era affrettato a unirsi al coro delle critiche vili e sciacallesche contro Benedetto XVI per il suo discorso di Ratisbona? Fino a dove vogliono arrivare, costoro, quando proclamano che tutte le religioni sono ugualmente vere, belle e buone, e che i cristiani devono domandare scusa a tutte le altre, perché sono sempre stati presuntuosi e intolleranti, loro e loro soltanto, nonché brutti, sporchi e cattivi? Certo è che, come Ordine religioso, sono in crisi, anche sul piano delle vocazioni: in poco più di trent’anni si sono quasi dimezzati. I sacerdoti gesuiti erano circa 20.000 nel 1980, oggi sono sui 12.000; i religiosi laici sono crollati da quasi 4.000 a poco più di 1.000. Forse sarebbe tempo di fare una riflessione sulla disinvoltura con cui i gesuiti si sono fatti campioni di una riforma cattolica radicale, che fa letteralmente a pezzi la tradizione; equipara il cattolicesimo al luteranesimo, al giudaismo e all’islamismo; ha quasi perso la dimensione verticale della fede, e non sa parlare d’altro che delle cose di questo mondo, come se queste esaurissero il messaggio del Vangelo. Come può essere affascinante, per un giovane, un Ordine religioso che si fa campione del relativismo? Forse le cause della sua crisi sono proprio qui, nella frenesia relativista…


Che accidenti sta succedendo ai gesuiti?

di Francesco Lamendola 


Vedi anche:

TEILHARD DE CHARDIN - Teilhard ha creato una gnosi cristiana in cui la scienza prende il posto della fede

IL NUOVO PARADIGMA "ERETICO"? - L’eresia di Teilhard, che esalta l’uomo e minimizza il peccato, sarà la futura ortodossia?

LE CROCIATE ? - Le Crociate? La risposta proporzionata e legittima all’assalto incessante dell’Islam

1 commento:

  1. «Che accidenti sta succedendo ai gesuiti?»

    Semplice: da quando gli eretici modernisti hanno preso il sopravvento (per infiltrazione, come un cancro) non si può più parlare di Gesuiti (come del resto non si può più parlare di Cattolici), anzi, è OFFENSIVO farlo, offensivo per Sant'Ignazio di Loyola e per i santi componenti di quell'indispensabile Ordine cattolico che proprio per questo i nemici dell'unica vera Chiesa dopo continue calunnie e vari tentativi (palesi nella storia dell'Ordine) hanno finalmente distrutto, togliendo così ogni ostacolo all'eresia ed all'apostasia.

    Questo è successo ai Gesuiti.

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