ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 10 aprile 2017

La dimensione spirituale del dono

AMORE DI DIO E DEL PROSSIMO

    Non si può amare il prossimo senza passare per l’amore di Dio. Il rischio della trappola buonista: se noi lo scusassimo sempre in tutte le sue debolezze l’altro potrebbe farsi una professione dell’essere eternamente bisognoso 
di Francesco Lamendola  




Quella che si è instaurata nella catechesi e nella pastorale degli ultimi decenni, peraltro logica conseguenza della cosiddetta “svolta antropologica” in teologia, è una vera e propria inversione della giusta prospettiva del rapporto fra l’uomo e Dio. Oggi quel che fanno moltissimi sacerdoti e parecchi vescovi e cardinali, e quel che sta facendo lo stesso papa Francesco, è un continuo battere e ribattere sul tema dell’amore del prossimo: e lo fanno un termini talmente prescrittivi, talmente ultimativi, talmente – ci si passi l’espressione, un po’ rozza, ma sostanzialmente adeguata – ricattatori, che non si può non restare fortemente perplessi, specie se si è in grado di ricordare, per motivi anagrafici, quale fosse il linguaggio che adoperava la Chiesa prima del Concilio Vaticano II, quale l’accento posto sull’annuncio del Vangelo, quale la prospettiva da cui si guardavano le cose del mondo. In buona sostanza, quel: noi abbiamo l’obbligo di accogliere tutti i profughi che bussano alla nostra porta (a prescindere dal fatto che solo il 5% di quelli che si dichiarano profughi lo sono per davvero, e a prescindere anche dal fatto che costoro non “bussano” affatto, ma sfondano la porta di casa nostra a colpi d’ariete, o, peggio, a colpi di ricatto morale, con tanto d’immagini di bambini annegati sulla spiaggia), ricorda molto da vicino, nel migliore dei casi, il tu devi di kantiana memoria: non si spiega perché si debba agire in un certo modo, lo si ordina e basta; non si vuol convincere, si vuol essere obbediti come in caserma. Ma è questo il Vangelo dell’amore insegnato da Gesù Cristo? 
Era questo che Gesù intendeva per amore del prossimo, quando lavava i piedi ai suoi apostoli (ai suoi apostoli, si badi bene, non ai sacerdoti o ai fedeli del paganesimo; e tanto meno alle loro donne; e meno che mai davanti alla folla, sicché tutti potessero ammirare la sua umiltà, ma in privato, nel chiuso del cenacolo) e li esortava ad avere amore, abnegazione e fattivo spirito di servizio gli uni verso gli altri? Noi ne dubitiamo.
È quasi incredibile che gli uomini di Dio si siano “dimenticati” che la prima ragion d’essere del loro ministero, e della loro stessa chiamata, è quella di far sentire agli uomini, e innanzitutto alle pecorelle del gregge affidato loro in custodia (non certo in proprietà, come alcuni di loro  parrebbero credere, a giudicare dalla sicumera con cui pretendono di far accettare certe loro “svolte”, più o meno personali, a cominciare dalla liturgia: messa con i burattini, messa con l’aperitivo, messa con le danze acrobatiche del sacerdote), di far sentire loro, dicevamo, il profumo dell’infinito e la maestà del trascendente. Invece essi non la smettono, da qualche tempo in qua, di parlare sempre e solo delle cose di quaggiù; di abbassare il divino al livello dell’umano; di togliere ad esso la maestà e, quasi, la sacralità; e vorrebbero, in cambio d’una tale opera di distruzione del sacro e di demolizione del timor di Dio, essere applauditi e ringraziati, vorrebbero essere lodati e osannati, pensando, evidentemente, d’aver fatto la scoperta più bella di questo mondo (di questo mondo, appunto!; ma essi non colgono la differenza), e di avere acquistato un merito speciale, perché, dopo duemila anni di Chiesa distaccata e insensibile ai problemi di quaggiù, di Chiesa sorda, egoista e irrimediabilmente compromessa coi potenti di questo mondo (ma ci sono stati più martiri in quella chiesa, come san Pietro Martire o san Tommaso Moro, che in questa; e la ragione è chiarissima: che “questa” chiesa, la loro, non dà per niente fastidio alla mentalità del mondo…), finalmente sono arrivati loro, hanno visto, hanno compreso tutto al volo, e si son messi ad annunciare il vangelo, quello vero, quello adatto alle necessità, e soprattutto alle aspettative, degli uomini moderni.  E in un certo senso è proprio così; ma non li sfiora il pensiero che, così facendo, stanno tradendo il Vangelo perenne, che non è di ieri o di oggi, ma di sempre.
Dunque, essi dicono, credendo di aver fatto la grande scoperta: Bisogna accogliere tuttibisogna amare il prossimotu devi amare il prossimo, anche il tuo nemico. E credono di dire le stesse cose che diceva Gesù; insuperbiscono perché credono che la loro “scoperta”, la loro “svolta antropologica”, la loro “opzione preferenziale per i poveri” li abbiano resi più fedeli a Dio di quanto non lo fossero i preti di una, due o tre generazioni fa, ai quali, invece, spesso (non sempre) costoro non sarebbero degni nemmeno di allacciare le scarpe. Come mai? In che cosa, dunque, s’ingannano? Le parole che dicono, non sono proprio le parole di Gesù, non sono i concetti tante volte espressi da Gesù, anche nelle sue parabole, come quella del povero Lazzaro e del ricco Epulone? No, non lo sono; sono una loro cattiva, e sovente una pessima, imitazione, come la moneta falsa è solo una imitazione, e perciò una falsificazione, della moneta buona. Le somiglia, ma non lo è: solo chi la maneggia in fretta, solo chi non possiede l’occhio attento, potrebbe lasciarsene ingannare; o chi la riceve di notte, al buio, e non ha la possibilità di vederla bene mentre la prende in mano: perché in tal modo agiscono i truffatori e i falsari, per smerciarla.
Ebbene, allo stesso modo agiscono questi preti laicizzati e secolarizzati, che si vergognano ormai perfino d’indossare la talare, e che non vedono l’ora che finisca l’imbarazzante cerimonia della santa Messa per poter indossare di nuovo gli abiti “civili”, confondendosi e mimetizzandosi nella folla: e credono, con questo zelo alla rovescia, di essere più bravi e più “adulti”, più maturi dei preti di un tempo (eppure Gesù ha detto: chi non accoglierà il Vangelo come un fanciullo, non entrerà nel regno dei cieli), meno “clericali” e più rispettosi della “libertà” altrui, delle “opinioni” altrui, tutte ugualmente giuste e legittime, a quanto pare. Relativismo, non più cristianesimo, non più cattolicesimo! Questi falsi preti modernisti non sono più uomini di Dio, ma uomini del mondo: e infatti piacciono al mondo, il mondo li riconosce, il mondo esclama: Oh, come sono bravi! Oh, come è bello stare ad ascoltarli!; e dimentica, o finge di dimenticare, che Gesù non sempre veniva ascoltato con ammirazione e rispetto, spesso invece veniva deriso, insultato, minacciato di morte, finché quel disprezzo, dell’odio, quelle minacce non si concretizzarono e portarono alla sua Passione, Morte e Resurrezione.  
Uguale discorso per i teologi, o gli pseudo teologi, modernisti e progressisti, tipo Enzo Bianchi (il quale è anche un falso prete che gioca sull’equivoco, a cominciare dal modo di vestire, che farebbe supporre una sua ordinazione sacerdotale, la quale, invece, non c’è mai stata: anche se qualche folle lo vorrebbe addirittura cardinale). Costoro sono degli eretici che si spacciano per cattolici, sono lupi travestiti da agnelli, che seminano la confusione nel gregge delle pecorelle, e non le custodiscono, ma le spingono verso il precipizio con le loro male arti e le loro pessime teorie: cioè, fuori di metafora, spingono le anime verso l’eresia, verso l’apostasia e verso la perdizione, e ne portano una immensa responsabilità, della quale dovranno render conto a Dio.
Ma perché, esattamente, le parole di costoro somigliano a quelle di Gesù, quando affermano che il primo comandamento è amare il prossimo, ma non lo sonoEssenzialmente per tre motivi. Il primo è che essi non sono credibili: dalla loro superbia li si riconosce per quello che sono. Né loro, né le loro parole vengono da Dio, perché non sono miti ed umili di cuore, come Gesù ha prescritto. Essi, invece, sono pieni di alterigia e di disprezzo verso i loro fratelli in Cristo che non condividono il loro abbassamento pastorale, che non capiscono perché mai gli uomini moderni avrebbero bisogno della messa con i burattini, della messa con l’aperitivo, della messa con la discoteca incorporata, musiche e balli inclusi, o perché si dovrebbe officiare la messa insieme ai musulmani, oltretutto mentre costoro stanno ammazzando più cristiani che possono, e arrivano perfino a sgozzare i preti cattolici in chiesa, sull’altare, al momento dell’Eucarestia. Se sono gonfi di superbia e di disprezzo per i loro fratelli, certamente le loro parole non vengono da Dio e i loro modi non somigliamo a quelli di Gesù. La loro voce, pertanto, non è simile a quella del Buon Pastore, ma piuttosto a quella del ladro e del brigante, perché essi non sono entrati nell’ovile dalla porta, ma da un’altra parte, di notte, con intenzioni oscure (cfr. Giovanni, 10, 1-2).
Il secondo motivo è che dicono: ama il tuo prossimo, come se fosse una faccenda solamente umana. Sì, nominano anche Dio, ma quasi pro forma, lasciandolo sullo sfondo: pare che sia l’uomo a fare tutto, anche ad amare e a trovare in sé la ricchezza interiore che permette di amare sempre, instancabilmente. Invece non è così: le forze dell’uomo sono limitate, la sua capacità di amare anche: a stento egli arriva ad amare i suoi amici, quando gli fanno del bene, quando è in pace con se stesso e non ha la luna di traverso. Figuriamoci se sarebbe capace di amare gli altri, gli sconosciuti; figuriamoci se sarebbe capace di amare i suoi nemici. Dove troverebbe la forza per una cosa del genere? In se stesso, no di certo. Solo in Dio la può trovare. Dunque, non è vero che per amare Dio bisogna prima amare gli uomini: questo è un discorso che sarebbe piaciuti agli illuministi; ma gli illuministi erano deisti, cioè massoni e anticristiani: questa non è la dottrina cattolica, e non è nemmeno una dottrina fondata sul buon senso. È astrusa, velleitaria, inconcludente: come lo sono sempre le dottrine dei signori progressisti, che non guardano alla realtà delle cose, ma sacrificano i fatti per non dover smentire le loro (balorde) convinzioni.
E poi, cosa ancor più importante (se possibile): perché mai si dovrebbe amare il prossimo; perché si dovrebbero amare tutti gli uomini, perfino i nemici? Per quale ragione al mondo io dovrei amare anche chi non conosco, chi non mi ama, chi mi vuol male? Non c’è una ragione al mondo che possa convincermi che così si debba fare; persino l’istinto – il sano istinto di sopravvivenza, che la sa ben più lunga di cento ragionamenti - mi porta nella direzione opposta. E questa è la terza ragione per cui le parole dei teologi e dei sacerdoti modernisti suonano false, e somigliano solo in apparenza a quelle di Nostro Signore Gesù Cristo. Solo se si guarda a Dio, nella Persona di Gesù crocifisso per amor nostro, si può trovare in Lui, e ricevere da Lui, la riposta alla domanda: perché amare il prossimo. Noi non la troviamo in noi stessi: così come non troviamo la forza per amare, non troviamo nemmeno la ragione per cui dovremmo amare. Solo guardando il Crocifisso, un raggio di luce si fa strada in noi: Gesù è morto per tutti gli uomini, perché Dio è Padre di tutti gli uomini; dunque, noi siamo figli del Padre e perciò anche fratelli in Cristo. Lui ci ha amato senza chiedere perché: pur sapendo che Giuda lo avrebbe tradito, che Pietro lo avrebbe rinnegato, che il Sinedrio lo avrebbe voluto morto e che, alla fine, sarebbe stato abbandonato da tutti, processato e condannato come un malfattore, flagellato, incoronato di spine, schernito e ucciso nella maniera più dolorosa e umiliante. Eppure, mentre lo inchiodavano alla croce, ripeteva: Padre, perdona loroEcco, dunque, che l’amore di Dio e l’amore del prossimo si rivelano come le due facce di una stessa medaglia; ma l’amore di Dio viene prima di tutto il resto, è da esso che scaturisce la sorgente dell’amore per il prossimo: perché da soli voi non potete fare niente, dice Gesù ai suoi, illustrando la metafora della vite e dei tralci.
Dio, però, noi non lo vediamo, obietterà qualcuno; e allora, come si può amare innanzitutto ciò che non si vede, per trarre la forza e la ragione di amare gli uomini, che vediamo intorno e accanto a noi, e perfino contro di noi?
A questa domanda ha provato a rispondere Benedetto XVI nella sua enciclica Deus caritas est, pubblicata il 25 gennaio del 2006, ma firmata il giorno di Natale del 2005 (capp. 16-17):

Dopo aver riflettuto sull’essenza dell’amore e sul suo significato nella fede biblica, rimane una duplice domanda circa il nostro atteggiamento: è veramente possibile amare Dio pur non vedendolo? E: l’amore si può comandare? Contro il duplice comandamento dell’amore esiste la duplice obiezione, che risuona in queste domande. Nessuno ha mai visto Dio – come potremmo amarlo? E inoltre: l’amore non si può comandare; è in definitiva un sentimento che può esserci o non esserci, ma che non può essere creato dalla Volontà. La Scrittura sembra avallare la prima obiezione quando afferma: “Se uno dicesse: ‘Io amo Dio’ e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede (1 Gv 4, 20). Ma questo testo non esclude affatto l’amore di Dio come qualcosa di impossibile; al contrario, nell’intero contesto della “Prima Lettera di Giovanni” ora citata, tale amore viene richiesto esplicitamente. Viene sottolineato il collegamento incidibile tra amore di Dio e amore del prossimo. Entrambi si richiamano così strettamente che l’affermazione dell’amore di Dio diventa una menzogna, se l’uomo si chiude al prossimo o addirittura lo odia. Il versetto giovanneo si deve interpretare piuttosto nel senso che l’amore per il prossimo  una strada per incontrare anche Dio e che il chiudere gli occhi di fronte al prossimo rende ciechi anche di fronte a Dio.
In effetti, nessuno ha mai visto Dio così come Egli è in se stesso. E tuttavia Dio non è per noi totalmente invisibile, non è rimasto per noi semplicemente inaccessibile. Dio ci ha amati per primo, dice la  “Lettera di Giovanni” citata (cfr 4, 10) e questo amore di Dio è apparso in mezzo a noi, si è fatto visibile in quanto Egli ha mandato il suo Figlio unigenito nel modo, perché noi avessimo la vita per lui” (1 Gv 4, 9). Dio si è fatto visibile: in Gesù noi possiamo vedere il Padre (cfr Gv 14, 9). […]
Nello viluppo di questo incontro si rivela con chiarezza che ‘amore non soltanto un sentimento. I sentimenti vanno e vengono. Il sentimento può essere una meravigliosa scintilla iniziale, ma non è la totalità dell’amore. […] è proprio della maturità dell’amore coinvolgere tutte le potenzialità dell’uomo e includere, per cos’ dire, l’uomo nella sua interezza.
L’incontro con le manifestazioni visibili del’amore di Dio può suscitare in noi il sentimento della gioia, che nasce dall’esperienza dell’essere amati. Ma tale incontro chiama in causa anche la nostra volontà e il nostri intelletto. Il riconoscimento del Dio vivente è  una via verso l’amore, e il sì della nostra volontà alla sua unisce intelletto, volontà e sentimento nel’atto totalizzante dell’amore. Questo però è un processo che rimane continuamente in cammino: l’amore non è mai “concluso” e completato; si trasforma nel corso della vita, matura e proprio per questo rimane fedele a se stesso…

Resta da vedere, naturalmente, in che cosa si concretizzi, materialmente e spiritualmente, l’amore per il prossimo: se esso consista nel dire sempre di sì, nell’assecondare, nel premiare tutti i comportamenti dell’altro, o se non consista, piuttosto, anche nella capacità di dire “no”, non per egoismo e indifferenza, ma per portare l’altro su di un piano di riflessione superiore. L’altro non crescerà mai, se noi lo scusiamo sempre in tutte le sue debolezze. Addirittura, l’altro potrebbe farsi una professione dell’essere eternamente bisognoso, e noi potremmo cadere nella trappola del buonismo, che è il contrario dell’amore, il suo stravolgimento e il suo capovolgimento. I cattolici progressisti, in particolare, sembrano conoscere solo l’aiuto materiale come forma di amore al prossimo, forse perché Dio, per loro, tende a diventare una realtà sempre più terrena, al punto da identificarsi senz’altro con il prossimo. Ma l’amore richiede anche la dimensione spirituale del dono: e la vera dimensione spirituale dell’amore è quella che aiuta l’altro ad innalzarsi e a migliorarsi, non quella che lo compatisce e lo commisera a tempo indeterminato, privandolo sia della sua autonomia, che della sua stessa dignità…

Non si può amare il prossimo senza passare per l’amore di Dio

di

Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11741:amore-di-dio-e-del-prossimo&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96

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