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venerdì 28 aprile 2017

Una fede religiosa che non vada contro la ragione,

ISLAM E DISCORSO DI RATISBONA

    Il discorso di Ratisbona è stato un’offesa all’islam? I cristiani possiedono una cosa stupenda, e loro soli che le altre religioni non hanno: sanno conciliare fede e ragione; se questo non c’è nelle altre nasce l’intolleranza 
di Francesco Lamendola  



Il 12 settembre 2006, nell'aula magna dell'Università di Ratisbona (in tedesco: Regensburg), il papa Benedetto XVI tenne una lectio magistralis dal titolo Fede, ragione e università. Ricordi e riflessioni. Una lezione bellissima, limpida, densa di cultura e di pensiero, nella quale il pontefice delineò il rapporto armonioso e complementare che esiste tra la fede e la ragione nella cultura cristiana, e che è stato così superbamente teorizzato e analizzato da san Tommaso d'Aquino, venendo a formare il presupposto e il fondamento della visione cattolica del reale. Per Benedetto XVI, si trattava di un ritorno carico di ricordi: in quella stessa università, tanti anni prima, aveva egli stesso insegnato; e adesso i suoi ascoltatori avevano la possibilità di cogliere la sintesi di un pluridecennale lavoro di riflessione e approfondimento speculativo, proseguito da papa Ratzinger lungo tutto il corso della sua intensa vita di studioso e di pensatore.

Ma il partito a lui avverso, fortissimo non solo all'esterno, ma anche e soprattutto all'interno della Chiesa, lo aspettava al varco: e quel documento, che è, probabilmente, il gioiello del suo pensiero teologico e il frutto più bello del suo Magistero di pontefice, è stato trascinato lontano dai suoi contenuti e dalle sue stesse finalità, grazie all'offensiva subito scatenata, con pubbliche interviste e dichiarazioni, da parte di chi, ignorando completamente la bellezza e la vastità dell'ordito, nonché la linearità e la cristallina consequenzialità delle argomentazioni, si è concentrato su di un singolo passaggio, in se stesso marginale, ed, estrapolandolo dal contesto e deformandone la prospettiva, ha voluto vedervi un attacco contro la religione islamica, un attacco a freddo, inqualificabile e insopportabile, che veniva a compromettere, forse irreparabilmente, il "dialogo" tra i fedeli delle due religioni. Si tratta del passaggio in cui papa Benedetto XVI riporta una pagina dell’imperatore bizantino Manuele II Paleologo (1391-1425), uomo di grande cultura oltre che intrepido guerriero e difensore del suo Stato, che per ben trentaquattro anni riuscì a preservare dalle voraci mire ottomane, salvando la capitale da un pericoloso assedio dei turchi e riuscendo perfino a recuperare alcuni territori perduti, in Anatolia e nei Balcani.
Affinché ci si possa rendere conto di quel che realmente ha detto Benedetto XVI, riportiamo il passaggio "incriminato" del discorso di Ratisbona, raccomandando, però, a chi voglia farsene un'idea esatta, di leggerlo integralmente, ad esempio sul sito della Diocesi di Torino, a cura del Centro Federico Peirone (cit. in M. Allam, Grazie Gesù, Milano, Mondadori, 2008, pp. 53-55):


Tutto ciò mi tornò in mente quando recentemente lessi la parte edita dal professor Theodore Khoury (Munster) del dialogo che il dotto imperatore bizantino Manuele II Paleologo, forse durante i quartieri d'inverno del 1391 presso Ankara, ebbe con un persiano colto ebbe su cristianesimo e islam e sulla verità di ambedue. Fu poi presumibilmente l'imperatore stesso ad annotare, durante l'assedio di Costantinopoli tra il 1394 e il 1402, questo dialogo; si spiega così perché i suoi ragionamenti siano riportati in modo molto più dettagliato che non quelli del suo interlocutore persiano. Il dialogo si estende su tutto l'ambito delle strutture della fede contenute nella Bibbia e nel Corano e si sofferma soprattutto all'immagine di Dio e dell'uomo, ma necessariamente anche sempre di nuovo sulla relazione tra le - come si di diceva - tre "Leggi" o tre "ordini di vita": Antico Testamento - Nuovo Testamento - Corano. Di ciò non intendo parlare ora in questa lezione: vorrei toccare solo un argomento - piuttosto marginale nella struttura dell'intero dialogo - che, nel contesto del tema "fede e ragione", mi ha affascinato e che mi servirà come punto di partenza per le mie riflessioni su questo tema.
Nel settimo colloquio ("dialeksis" - controversia) edito dal prof. Khoury, l'imperatore tocca io tema della Jihad, della guerra santa. Sicuramente l'imperatore sapeva che nella Sura 2,256 si legge: "Nessuna costrizione nelle cose di fede". È una delle sure del periodo iniziale, dicono gli esperti, in cui Maometto stesso era ancora senza potere e minacciato. Ma, naturalmente, l'imperatore conosceva anche le disposizioni, sviluppate successivamente e fissate nel Corano, circa la guerra santa. Senza soffermarsi sui particolari, come la differenza di trattamento tra coloro che possiedono il "Libro" e gli "increduli", egli, in modo sorprendentemente brusco, brusco al punto da stupirci, si rivolge al suo interlocutore semplicemente con la domanda centrale del rapporto tra religione e violenza in genere, dicendo: "Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane", come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava". L'imperatore, dopo essersi pronunciato in modo così pesante, spiega poi minuziosamente le ragioni per cui la diffusione della fede mediante la violenza è cosa irragionevole. La violenza è in contrasto con la natura di Dio e la natura dell'anima. "Dio non si compiace del sangue; non agire secondo ragione ("syn logo"), è contrario alla natura di Dio. La fede è frutto dell'anima, non del corpo. Chi quindi vuol condurre qualcuno alla fede ha bisogno della capacità di parlare bene e di ragionare correttamente, non invece della violenza e della minaccia... Per convincere un'anima ragionevole non è necessario disporre né del proprio braccio, né di strumenti per colpire né di qualunque altro mezzo con cui si possa minacciare una persona di morte..."
L'affermazione decisiva in questa argomentazione contro la conversione mediante la violenza è: non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio. L'editore, Theodore Khoury, commenta: per l'imperatore, come bizantino cresciuto nella filosofia greca, quest'affermazione è evidente. Per la dottrina musulmana, invece, Dio è assolutamente trascendente. La sa volontà non è legata a nessuna delle nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza. In questo contesto Khoury cita un'opera del noto islamista francese R. Arnaldez  il quale rileva che Ibn Hazm si spinge fino a dichiarare che Dio non sarebbe legato neanche dalla sua stessa parola e che niente lo obbligherebbe a rivelare a noi la verità. Se fosse sua volontà, l'uomo dovrebbe praticare anche l'idolatria. 

E quanto il cosiddetto dialogo fra cristianesimo e islam, così com’era stato concepito da alcuni settori progressisti e modernisti della Chiesa cattolica fin dall’epoca della Nostra aetate (1965), fosse realistico e proficuo, lo si vide allorché scoppiarono tumulti e manifestazioni di protesta un po’ dovunque nel mondo islamico, il papa venne insultato e minacciato di morte e una incolpevole suora italiana, Leonella Sgorbati (piacentina, nata nel 1940), a Mogadiscio, dove lavorava da anni, prodigandosi a favore della popolazione locale, venne assassinata, quasi certamente come "risposta" degli estremisti islamici per lavare le "offese" che le parole del papa avevano recato all'islam. Questo episodio, semmai, unito a moltissimi altri, verificatisi sia prima che dopo, sempre da parte di estremisti islamici armati ai danni di cristiani assolutamente inermi, avrebbe dovuto, semmai, far riflettere sul grado tolleranza dell'islam verso chi non è islamico, e quindi sulla estrema attualità del discorso di Benedetto XVI sulla necessità di una fede religiosa che non vada contro la ragione, perché costringere gli "infedeli" a convertirsi con la violenza è un andare contro la ragione, e ciò  è contrario alla natura di Dio.
Tuttavia - e qui sta il punto - ciò è contrario alla natura di Dio nella  prospettiva culturale dell'Occidente, nella sua duplice radice della filosofia greca e del Dio cristiano, che è il Dio dell'amore, della mitezza e del perdono; non lo è, evidentemente, nella prospettiva islamica, cui manca sia l'elemento del Logos filosofico, sia quello dell'Amore come dono totale, rivolto a tutti e perfino ai nemici. Nella prospettiva islamica, la trascendenza di Dio è talmente radicale, e talmente incommensurabile la sua distanza dalla mente umana, che sarebbe vano istituire una base comune fra la ragione dell'uomo e Dio. Se, quindi, per un cristiano, è irragionevole pensare che Dio desideri una conversione degli uomini con mezzi violenti, appunto perché ciò è di per sé irragionevole, la stessa cosa non vale per un islamico: se Dio ordina una cosa, ad esempio la guerra santa per la conversione violenta degli infedeli, ciò non è affatto una cosa irragionevole, perché nessuno può anche solo lontanamente sapere cosa sia la mente divina. Ma di questa distinzione, che pure è essenziale, poco importava ai nemici interni di papa Benedetto XVI: non pochi attacchi gli vennero sferrati proprio da dentro la Chiesa, e, fra tutti, spiccò, per la violenza dei toni e l'implicito disprezzo nei confronti del papa, quello del gesuita Thomas  Michel, un pezzo grosso del Consiglio per il dialogo interreligioso e uno studioso che, essendo islamologo, avrebbe ben dovuto vedere - beninteso, a condizione d'essere in buona fede - come fosse assurdo che un cristiano rimproverasse al papa una cosa che, per i cristiani, è semplicemente evidente - come lo era per l'imperatore Michele II Paleologo -, mentre non lo è per gli islamici.
Perfino un intellettuale laico e laicista, già maoista e libertario, come André Glucksmann, aveva compreso e non esitò  a prendere le difese di Benedetto XVI, scrivendo, fra l'altro: Il papa è l'unico ad aver capito che il nulla ci sta avvolgendo; il nichilismo si sforza di rendere il male non visibile, né dicibile, né pensabile. Contro una simile devastazione mentale e mondiale, la lezione di Ratisbona richiama la fede biblica e gli interrogativi della filosofia greca a rinnovare senza concessioni una alleanza che mi auguro sia definitiva e vittoriosa. 
Ma padre Michel, no; lui non seppe o non volle capire, e non fu nemmeno capace di tenere per sé il suo disaccordo, come peraltro dovrebbe fare qualunque sacerdote nei confronti del pontefice, a meno che siano in gioco questioni vitali circa la dottrina cattolica e, quindi, la salvezza delle anime. E i gesuiti, in particolare, contraggono uno speciale giuramento di obbedienza nei confronti del papa: come scusare, dunque, le furibonde esternazioni di padre Michel? Stracciandosi le vesti e assumendo il tono scandalizzato di Caifa davanti a Cristo, il gesuita non esitò a dichiarare: Noi cristiani dobbiamo delle scuse ai musulmani. Il papa non si è scusato, ma autogiustificato. Mi attendo delle scuse chiare, nette e dirette. Il papa, dunque, doveva scusarsi: non gli islamici, per le minacce di morte rivolte al papa e per le violenze anticristiane da essi perpetrate. In fondo, però, si capisce bene anche la reazione furibonda di padre Michel: le parole di papa Benedetto XVI, pur se estrapolate dal contesto e palesemente strumentalizzate dai suoi nemici, contenevano un nucleo d'innegabile verità, circa il diversissimo modo di concepire la libertà religiosa fra i cristiani e i musulmani; e dunque venivano a gettare una luce impietosa sulla chimera di quel "dialogo" che, dai tempi del Concilio e della Nosta aetate, i cattolici progressisti e modernisti non si sono mai stancati di perseguire, a dispetto della palese assurdità di voler dialogare con chi ignora le regole fondamentali del dialogo, con chi ritiene che non vi sia nulla su cui discutere, ma solo da sottomettersi al proprio credo religioso, così come avviene anche all'interno di esso. Non è un caso, infatti, che non esista una teologia islamica, così come noi intendiamo il concetto di teologia: perché, nella prospettiva islamica, il Libro, cioè il Corano, parla di una verità auto-evidente, e non è necessario afferrare razionalmente la volontà di Dio, ma semplicemente abbandonarsi a Lui e fare tutto ciò che egli vuole che sia fatto. Papa Ratzinger, dunque, dal punto di vista dei buonisti, dei progressisti, dei dialoganti  ad ogni costo e a senso unico, veniva a rompere le uova nel paniere delle loro belle illusioni: da ciò la loro rabbia, la loro indignazione, la loro sensazione che tanti loro sforzi fossero ora vanificati dalla "rozzezza" di quel discorso, che è, al contrario, lo ripetiamo, un gioiello di finezza logica e argomentativa, oltre che di cultura e di autentica saggezza.
Aggiungiamo due sole considerazioni. Primo: il discorso di Regensburg è una lectio magistralis, dunque destinato a un pubblico scelto di persone colte, capaci di cogliere le sfumature e, soprattutto, di contestualizzare: averne estrapolato un passaggio e averlo dato in pasto ai mass media, quasi tutti fortemente prevenuti contro il papa, significò automaticamente travisarne il senso. Altro è il senso di una cosa detta fra poche menti capaci di capire, altro è ciò che si può dire in un discorso rivolto alle masse. Secondo: il cristianesimo possiede una cosa stupenda, che le altre religioni non hanno: sa conciliare fede e ragione; se questo non c’è, nasce l’intolleranza. La ragione non spiega la fede sino in fondo, ma la può aiutare e accompagnare. E appunto qui si sta consumando il tradimento della teologia cattolica odierna, che non aiuta più la fede ma la ostacola. Quanto alla trascendenza di Dio, il rischio è grave: spinta all’estremo, può esigere dall’uomo cose contrarie alla ragione e alla stessa morale. È un rischio presente anche nel giudaismo: si ricordi il sacrificio d’Isacco chiesto da Dio ad Abramo, sia pure solo per metterlo alla prova. Perciò, pur ammettendola, non la si dovrebbe esasperare. Ciò è possibile ai cristiani, e a loro soli: perché Dio, in Cristo, si è appunto fatto uomo... 

Il discorso di Ratisbona è stato un’offesa all’islam?

di Francesco Lamendola