ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 26 maggio 2017

Chi é è eretico e eterodosso?



Il “Remilia Pride” che mette alla prova anche la Chiesa.


Il 3 giugno avrà luogo a Reggio Emilia il primo gay pride dell'area mediopadana, il “Remilia Pride”.

L'evento è il più atteso dell'anno nel panorama LGBT, perché per la prima volta l'Arcigay di Bologna, di Parma, di Piacenza, di Modena e di Mantova, coadiuvati dalla locale sezione, la “Gioconda”, e patrocinati dal comune reggiano, sfileranno per le strade cittadine per chiedere il matrimonio egualitario per tutti. Al grido “Si, lo vogliamo!” gli attivisti sono pronti a rivendicare quello che per loro è un “sacrosanto diritto”: una legge che equipari le unioni civili tra persone dello stesso sesso alle normali unioni matrimoniali, godendo degli stessi diritti e degli stessi doveri delle coppie eterosessuali, regolarmente sposate.
Le autorità cittadine hanno mostrato piena solidarietà e si è provveduto con una raccolta fondi a reperire le risorse economiche necessarie per l'organizzazione. A quanto pare l'intera Reggio Emilia aspetta con trepidazione la manifestazione del 3 giugno. Le uniche voci di dissenso sono arrivate dal mondo cattolico, o almeno da una parte di esso, visto che come succede ormai fin troppo spesso, ai cattolici piace adeguarsi al mondo, invalidando gli insegnamenti di Gesù. Il promotore della contro - manifestazione è il “Comitato Giovanna Scopelli”, sostenuto da “Riscossa cristiana”, “Radio Spada”, “Notizie Pro Vita”, “Chiesa e post – concilio”, “Messainlatino” e per fortuna alcune  personalità altolocate del Vaticano.

La processione di ripazione per la pubblica offesa a Dio è stata annunciata da un semplice volantino informativo: “Il peccato impuro contro natura, come insegna il Catechismo, grida vendetta al cospetto di Dio e, quando palesato ed esternato in foro esterno, pubblicamente, attira ancor più l’ira del Signore sopra al popolo”. A diffonderlo è il neonato “Comitato Giovanna Scopelli”, l'unico referente locale del mondo cattolico (dissenziente). La diocesi di Guastalla e di Reggio Emilia, con il vescovo Massimo Camisasca, ha preso le distanze, affermando che non si risponde ad una provocazione con un'altra.

La processione partirà dalla cattedrale cittadina, cui è stato negato l'accesso ai manifestanti, e si snoderà per vie di Reggio fino al santuario della Ghiara. Con il vescovo diversi altri parroci e molti responsabili della pastorale giovani hanno dato il loro diniego alla contro-manifestazione. Alcune personalità altolocate della gerarchia cattolica hanno invece dato il loro assenso. Il cardinale statunitense Raymond Leo Burke, da tempo impegnato sul “fronte conservatore” a difesa della famiglia e del matrimonio, ha benedetto la contro-manifestazione. Non dimentichiamoci poi di Monsignor Antonio Livi, fondatore dell'associazione "Fides et Ratio", che ha pienamente aderito alle iniziative dei (pochi) cattolici reggiani.

E' evidente la profonda spaccatura che si è creata nella Chiesa Cattolica, anche a livello diocesano. La terra di Don Camillo e di Don Giussani ha finito per alimentare l'incendio, metaforico, che è divampato in Vaticano. I giornali nazionali, di fronte alla reazione cattolica, hanno subito parlato di “fronte reazionario” contro le aperture di Papa Bergoglio. Si è probabilmente voluto presentare la processione di riparazione come un fenomeno che attualmente, a quanto pare, è eretico e eterodosso. Non possiamo invece non accorgersi del “moto silenzioso” perseguito in questi casi dalle chiese locali, che fin troppe volte così hanno agito, dando adito a incertezze sulla dottrina attuale.

di Alfredo Incollingo
http://www.campariedemaistre.com/2017/05/il-remilia-pride-che-mette-alla-prova.html


REGGIO EMILIA, GAY PRIDE, PREGHIERA DI RIPARAZIONE. CHE IMBARAZZO PER LA CHIESA QUANDO I LAICI SI MUOVONO…



Di rado una processione e preghiera di riparazione ha avuto un’eco così grande. Sta succedendo per l’evento organizzato da un comitato di base di laici cattolici , intitolato alla Beata Giovanna Scopelli (una monaca carmelitana la cui vita fu segnata dalla preghiera e dal sacrificio) e che raduna circa duemila fedeli della città del Tricolore. Una processione, e preghiera convocati per rispondere in maniera cristiana al Gaypride indetto dai gruppi di attivismo omosessuale, per festeggiare il primo “matrimonio” fra persone dello stesso sesso celebrato appunto a Reggio Emilia.
Lorenzo Roselli, portavoce del Comitato ha spiegato in un’intervista a “La Libertà”giornale della Diocesi, spiega che l’iniziativa è nata per rispondere al Gay Pride, che “In Italia, come negli Stati Uniti, hanno sempre manifestato caratteristiche irriverenti e denigratorie verso la fede cristiana, con particolare livore proprio nei confronti del cattolicesimo. A spingerci a reagire a questa provocazione costituendo un comitato di fedeli e la relativa processione è stato il senso del dovere”.
Neanche due settimane fa la diocesi è stata consacrata alla Madonna di Fatima: “In quanto cattolici non potevamo permettere che un così profondo gesto di devozione all’Immacolata fosse profanato da una manifestazione di pubblica pornografia, e in virtù di questo abbiamo decsio di riparare questo grave scandalo con l’unico mezzo possibile, la preghiera ed il rosario, a loro volta pubblici”.
Il comitato avverte che l’evento “è aperto a tutti i cattolici fedeli alla tradizione della Chiesa, sia come singoli, sia come associazioni (culturali, religiose, di volontariato).Non intendiamo accogliere sigle politiche in quanto tali”.
Naturalmente l’Arcigay ha protestato contro l’iniziativa, così come hanno fatto altri esponenti politici, del M5S e del PD, che hanno parlato di “un possibile attacco alla visione della nuova Chiesa del pontefice”; tralasciando di citare però le parole durissime che papa Francesco contro l’ideologia del Gender, che sta alla base delle unioni omosessuali, definita una “colonizzazione ideologica”. E l’ammonizione: “Non ci può essere confusione fra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”.
La Curia di Reggio è presa fra incudine e martello: da una parte l’evidente liceità di un evento di preghiera e di riparazione verso l’ostentazione di comportamenti che la Chiesa giudica – fino a che non sarà cambiato, se mai lo sarà – il Catechismo “intrinsecamente disordinati”; e dall’altra il timore di farsi coinvolgere in un’iniziativa che non è partita da lei, e che potrebbe obbligarla a schierarsi in un confronto sociale e politico. Per questo motivo il direttore de “la Libertà” dice “Non condivido il Gay Pride, ma neppure una processione che intende pregare in riparazione”.
E’ giunta al Comitato la benedizione del cardinale Raymond Leo Burke, Patrono dell’Ordine di Malta, e già Prefetto della Segnatura apostolica; ma il porporato a differenza di molti suoi confratelli e colleghi, non ha paura di dire quello che pensa. Così come è giunta l’approvazione di mons. Antonio Livi, filosofo e decano emerito della facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia Lateranense.
Mons. Livi ha dichiarato che “Si tratta in realtà di una manifestazione civile: la fanno cittadini che protestano per la massiccia demolizione dell’istituto della famiglia: è una loro libera iniziativa, non un atto di culto ecclesiastico. La Costituzione dice che la Repubblica tutela la famiglia fondata sul matrimonio naturale, non altre forme”.
Don Goccini, responsabile della pastorale giovanile della Diocesi, ammette che
“Il Gay Pride ha un intento provocatorio, anche se oggi, dopo tanti anni, riesce meno ad ottenere il suo scopo. Tuttavia, non è nello stile della Chiesa rispondere a una provocazione con una provocazione. Quelli che si oppongono anziché andare in piazza potrebbero pregare in una chiesa, benché il pregare in riparazione dei peccati altrui sia un atto di presunzione”. Io sono un povero ignorante, ma mi sembra che pregare per gli altri, tutti, anche i propri nemici ed avversari, sia un gesto di amore, non di presunzione. Ma perché dei liberi cittadini dovrebbero pregare in una chiesa (sempre che gliela concedano) e non compiere quello che pensano sia il loro dovere in pubblico? Giovanni Paolo II non chiudeva i fedeli in chiesa, sotto il regime comunista…
Alla processione ha dato la sua adesione, fra gli altri, anche Radio Spada. Abbiamo rivolto alcune domande al suo Presidente, Gabriele Colosimo.…
Ecco le risposte:
Perché è stata organizzata questa processione? Ce ne saranno altre in altre città?
La Processione di riparazione nasce come spontanea reazione della pietà dei fedeli di fronte all’ennesimo scandalo pubblico dato da un gay pride, reso particolarmente significativo dall’anniversario della prima “unione civile”, celebrata proprio a Reggio Emilia. Come il gay pride reggiano riunirà persone da tutta Italia nella triste acclamazione dell’orgoglio per un vizio (la sodomia, vale a dire l’omoerotismo praticato), così la Processione vedrà partecipare persone da tutta la penisola. Pregare pubblicamente in riparazione di uno scandalo, foss’anche non il primo ma solo l’ultimo di una lunga serie, è più che opportuno, è necessario. Tale necessità è purtroppo smarrita in tanta parte del clero cattolico attuale. Ci auguriamo, ovviamente, che altri cattolici di buona volontà vogliano pubblicamente pregare laddove vi siano altri scandali.
Si è parlato di divisioni all’interno della Chiesa. Sono reali, o si tratta solamente di differenze di stile e di approccio?
Potremmo dire “sì” per entrambi gli scenari. Le divisioni tra uomini di Chiesa riguardano ovviamente solo chi professa l’autentica Fede cattolica e concernono in effetti lo stile, la sensibilità, l’approccio a certi temi e problemi. È chiaro che invece i cosiddetti “cristiani adulti” o, per meglio dire, “progressisti” non sono cattolici, quindi non sono nella Chiesa. Ecco, se non vi sono tra noi differenze nella professione della Fede, se cioè siamo tutti cattolici, non c’è motivo di non collaborare in atti come questa Processione.
Pensate che il problema delle unioni civili – e della “sdoganatura” silenziosa dell’utero in affitto, sia qualcosa che riguarda solo la coscienza dei credenti?

Non ritengo possa esser considerato un problema limitato alla coscienza dei cattolici, perché riguarda la morale naturale, attingibile dall’uomo anche senza il dono della Fede. La retta ragione naturale già dice all’uomo che solo il matrimonio fonda la famiglia, quindi solo nel matrimonio i figli trovano l’ambiente propizio per la crescita e l’educazione, e che il matrimonio è tale solo tra uomo e donna. Che una legge (l’ennesima) introduca nell’ordinamento disposizioni contrarie alla morale naturale sarebbe già grave, anche se per assurdo non fossimo cattolici. Quello che poi stupisce negativamente è che un contributo decisivo sulla questione sia arrivato da politicanti sedicenti cattolici.
MARCO TOSATTI

Reggio Emilia 
Processione di riparazione pubblica per il gay pride di Reggio Emilia  3 giugno 2017Terzo comunicato del
Comitato Beata Giovanna Scopellidel 26 maggio

Aggiornamento considerazioni
  

   

Invitiamo a partecipare tutti lettori che possono
e ai lettori che non possono ad unirsi in preghiera




Terzo comunicato del
Comitato Beata Giovanna Scopelli
26 maggio 2017

Alla Cortese Attenzione delle Redazioni interessate

Alla luce degli eventi intercorsi negli ultimi giorni, ci pare necessario mettere in luce alcune nuove informazioni, necessarie ad una corretta comprensione della situazione:

1. Va innanzitutto chiarito che si è fatta confusione con i termini: quella indetta dal Comitato non è una manifestazione ma una preghiera di riparazione, con la forma liturgica della Processione.
L’impostazione secondo cui ci sarebbero “due contrapposti cortei” è lacunosa, in quanto l’orazione è un atto con implicazioni soprannaturali e lo scopo primario non è sfilare in strada ma fare un’offerta pubblica a Dio in riparazione di uno scandalo (egualmente pubblico).

2. A conferma di quanto appena scritto va ribadito che il 3 giugno l’obiettivo del Comitato non è protestare politicamente contro le cosiddette unioni civili (che in ogni caso sono da condannare fermamente).
L’atto contro natura (che sia commesso in privato o in pubblico e che conduca o no ad “unioni civili” riconosciute dalla legge) è definito dalla Dottrina, senza eccezioni, come intrinsecamente disordinato. Se poi è praticato ed elogiato in pubblico, alla sua gravità intrinseca, si aggiunge quella dello scandalo, cui è opportuno riparare in qualche modo.

3. Se la Dottrina sul disordine intrinseco dell’atto omosessuale è certa, altrettanto certa lo è quella sulla riparazione. Si veda, tra le altre, l’Enciclica Miserentissimus Redemptor (Pio XI, 8 maggio 1928).

4. Precisate le premesse, passiamo ai risultati fin qui ottenuti: sono così ampi e superano in modo così netto le aspettative che è difficile riassumerli.
Si va: 

dalla benedizione ricevuta da esponenti della gerarchia ecclesiastica (Card. Burke e Mons. Livi, in particolare) 
al pubblico biasimo espresso nell’ambito del Consiglio Comunale di Reggio Emilia per la locandina blasfema (modificata a partire dalla nostra) della “festa” del gay pride
dalle interviste a nostri esponenti apparse sulla stampa 
agli interventi – a livello nazionale – di intellettuali e studiosi in difesa delle ragioni della Processione, 
fino al 
lancio dei due videotrailer di presentazione della Processione
ancora: 

dal raggiungimento di circa 2500 membri (in pochi giorni dalla fondazione) nel gruppo Facebook del Comitato 
fino alla vicinanza manifestata da un numero imprecisato di persone per gli attacchi subiti. 
Non parliamo poi del numero significativo di blog e associazioni che hanno voluto aderire alla riparazione.

5. Sono sempre più numerosi e maldestri i tentativi di provocazione rivolti contro il Comitato. Sebbene dimostrino lo stato di grave difficoltà in cui si trovano i nostri detrattori, e tendano a tradursi spesso in sparate autolesionistiche, invitiamo ancora una volta a non accettare questi stimoli alla rissa pubblica. Di fronte a un tale eccesso di meschinità e volgarità consigliamo di rispondere con una ferma eleganza e con una profonda sobrietà. Alla sobrietà e alla silenziosa preghiera sono tenuti tutti coloro che vorranno unirsi alla Processione.

6. A prescindere da ciò che accadrà il 3 giugno, questo dibattito è stato un’ottima vittoria, insperabile fino a poco fa. I temi avanzati dal Comitato – pur tra attacchi e scorrettezze – sono stati posti in pubblico in modo continuativo per settimane.

7. Diamo infine alcune indicazioni tecniche per la Processione: i sacerdoti che vorranno partecipare, dovranno presentarsi in talare, cotta e berretta (senza stola).

Chi è interessato a partecipare o a spargere la voce si iscriva al gruppo Facebook del Comitato, e inviti i propri amici.



Che fare? “Vivere senza menzogna”: rileggiamo le parole di Aleksandr Solženicyn
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Alcuni lettori, dopo aver letto la risposta a Leandro C. pubblicata in questa rubrica lo scorso mercoledì, hanno scritto dicendosi d’accordo sull’analisi, ma dubbiosi sulla proposta operativa. Insomma, va bene la teoria, ma la pratica, in qualche modo, bisogna sempre aggiustarla. Tutti, comunque, chiedono che cosa e come si possa fare per resistere al disastro in atto nella Chiesa cattolica.
Ho pensato così di rispondere attraverso lo scritto di Aleksandr Solženicyn, inequivocabile fin dal titolo: “Vivere senza menzogna”. È del 12 febbraio 1974, il giorno precedente l’arresto e l’espulsione dall’Unione Sovietica dello scrittore russo, il più grande del suo secolo per valore non solo artistico, ma prima ancora spirituale.
Non servono tante precisazioni. Solo l’avvertenza di leggere queste pagine sostituendo nel vostro pensiero la neochiesa della misericordia all’Unione Sovietica, che era un neostato della misericordia.
Alessandro Gnocchi
Sia lodato Gesù Cristo

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VIVERE SENZA MENZOGNA
Un tempo non osavamo fiatare, neppure bisbigliare. E adesso scriviamo per il «Samizdat», lo leggiamo, e ritrovandoci nei fumoir degli istituti di ricerca diamo sfogo al nostro malcontento: Quante ne combinano quelli, dove ci stanno portando! L’inutile smargiassata cosmica, con lo sfasciume e la povertà che c’è nel paese; rafforzano folli regimi all’altro capo del mondo; attizzano guerre civili; hanno dissennatamente tirato su (a spese nostre) quel Mao Tse-tung, e ancora una volta manderanno noi a combatterlo, e ci toccherà andarci, cosa vuoi fare? Mettono sotto processo chi vogliono, la gente sana la fanno diventare matta – loro, sempre loro, e noi siamo impotenti.
Stiamo ormai per toccare il fondo, su tutti noi incombe la più completa rovina spirituale, sta per divampare la morte fisica che incenerirà noi e i nostri figli, e, noi continuiamo a farfugliare con un pavido sorriso: – Come potremmo impedirlo? Non ne abbiamo la forza.
Siamo a tal punto disumanizzati, che per la modesta zuppa di oggi siamo disposti a sacrificare qualunque principio, la nostra anima, tutti gli sforzi di chi ci ha preceduto, ogni possibilità per i posteri, pur di non disturbare la nostra grama esistenza. Non abbiamo più nessun orgoglio, nessuna fermezza, nessun ardore nel cuore. Non ci spaventa neppure la morte atomica universale, non abbiamo paura d’una terza guerra mondiale (ci sarà sempre un angolino dove nascondersi), abbiamo paura soltanto di muovere i passi del coraggio civico. Ci basta non staccarci dal gregge, non fare un passo da soli, non rischiare di trovarci tutt’a un tratto privi del filoncino di pane bianco, dello scaldabagno, del permesso di soggiornare a Mosca.
Ce l’hanno martellato nei circoli di cultura politica e il concetto ci è entrato bene in testa, ci assicura una vita comoda per il resto dei nostri giorni: l’ambiente, le condizioni sociali, non se ne scappa, l’esistenza determina la coscienza, noi cosa c’entriamo? non possiamo far nulla.
Invece possiamo tutto! Ma mentiamo a noi stessi per tranquillizzarci. Non sono loro i colpevoli: è colpa nostra, soltanto nostra!
Si obietterà: ma in pratica che cosa si potrebbe escogitare? Ci hanno imbavagliati, non ci danno retta, non ci interpellano. Come costringere quelli là ad ascoltarci? Fargli cambiare idea è impossibile.
(…)
Ma veramente è un circolo chiuso e non c’è alcuna via d’uscita? E non ci resta se non attendere inerti che qualcosa accada da sé? Quel qualcosa che ci sta addosso non si staccherà mai da sé se continueremo tutti ogni giorno ad accettarlo, ossequiarlo, consolidarlo, se non cominceremo ad affrontarlo almeno dalla cosa a cui più è sensibile.
Dalla menzogna.
Quando la violenza irrompe nella pacifica vita degli uomini, il suo volto arde di tracotanza ed essa porta scritto sul suo stendardo e grida: «Io sono la violenza! Via, fate largo o vi schiaccio!». Ma la violenza invecchia presto, dopo pochi anni non è più tanto sicura di sé, e per reggersi, per salvare la faccia, si allea immancabilmente con la menzogna. Infatti la violenza non ha altro dietro cui coprirsi se non la menzogna, e la menzogna non può reggersi se non con la violenza. Non tutti i giorni né su tutte le spalle la violenza abbatte la sua pesante zampa: da noi esige solo docilità alla menzogna, quotidiana partecipazione alla menzogna: non occorre altro per essere sudditi fedeli.
Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: il rifiuto di partecipare personalmente alla menzogna. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini per opera mia!

È questa la breccia nel presunto cerchio della nostra inazione: la breccia più facile da realizzare per noi, la più distruttiva per la menzogna. Poiché se gli uomini ripudiano la menzogna, essa cessa semplicemente di esistere. Come un contagio, può esistere solo tra gli uomini.
Non siamo chiamati a scendere in piazza, non siamo maturi per proclamare a gran voce la verità, per gridare ciò che pensiamo. Non è cosa per noi, ci fa paura. Ma rifiutiamoci almeno di dire ciò che non pensiamo.
È questa la nostra via, la più facile e accessibile, data la nostra radicata e organica codardia, una via molto più facile che non (fa spavento il nominarla) la disubbidienza civile alla Gandhi.
La nostra via è: non sostenere in alcun modo consapevolmente la menzogna. Avvertito il limite oltre il quale comincia la menzogna (ciascuno lo discerne a modo suo), ritrarsi da questa cancrenosa frontiera! Non rinforzare i morti ossicini e le squame dell’Ideologia, non rappezzare i putridi cenci: e saremo stupiti nel vedere con quale rapidità la menzogna crollerà impotente e ciò che dev’essere nudo, nudo apparirà al mondo.

Ognuno di noi dunque, superando la pusillanimità, faccia la propria scelta: o rimanere servo cosciente della menzogna (certo non per inclinazione, ma per sfamare la famiglia, per educare i figli nello spirito della menzogna!), o convincersi che è venuto il momento di scuotersi, di diventare una persona onesta, degna del rispetto tanto dei figli quanto dei contemporanei. E da quel momento tale persona:


  • non scriverà più né firmerà o pubblicherà in alcun modo una sola frase che a suo parere svisi la verità;
  • non pronunzierà frasi del genere né in privato né in pubblico, né di propria iniziativa né su ispirazione altrui, né in qualità di propagandista né come insegnante o educatore o in una parte teatrale;
  • per mezzo della pittura, della scultura, della fotografia, della tecnica, della musica, non raffigurerà, non accompagnerà, non diffonderà la più piccola idea falsa, la minima deformazione della verità di cui si renda conto;
  • non farà né a voce né per iscritto alcuna citazione «direttiva» per compiacere, per cautelarsi, per ottenere successo nel lavoro, se non è pienamente d’accordo col pensiero citato o se questo non è esattamente calzante col suo discorso;
  • non si lascerà costringere a partecipare a una manifestazione o a un comizio contro il proprio desiderio o la propria volontà. Non prenderà in mano, non alzerà un cartello se non è completamente d’accordo con lo slogan che vi è scritto;
  • non alzerà la mano a favore di una mozione che non condivida sinceramente; non voterà né pubblicamente né in segreto per una persona che giudichi indegna o dubbia;
  • non si lascerà trascinare a una riunione dove sia prevedibile che un problema venga discusso in termini obbligati o deformati;
  • abbandonerà immediatamente qualunque seduta, riunione, lezione, spettacolo, proiezione cinematografica, non appena oda una menzogna profferita da un oratore, un’assurdità ideologica o frasi di sfacciata propaganda;
  • non sottoscriverà né comprerà in edicola un giornale o una rivista che dia informazioni deformate o che taccia su fatti essenziali.
Non abbiamo enumerato, s’intende, tutti i casi in cui è possibile e necessario rifiutare la menzogna. Ma chi si metterà sulla strada della purificazione non stenterà a individuarne altri, con una lucidità tutta nuova.
Certo, sulle prime sarà duro. Qualcuno si vedrà temporaneamente privato del lavoro. Per i giovani che vorranno vivere secondo la verità, all’inizio l’esistenza si farà alquanto complicata: persino le lezioni che si apprendono a scuola sono infatti zeppe di menzogne, occorre scegliere. Ma per chi voglia essere onesto non c’è scappatoia, neppure in questo caso: mai, neanche nelle più innocue materie tecniche, si può evitare l’uno o l’altro dei passi che si son descritti, dalla parte della verità o dalla parte della menzogna: dalla parte dell’indipendenza spirituale o dalla parte della servitù dell’anima. E chi non avrà avuto neppure il coraggio di difendere la propria anima non ostenti le sue vedute d’avanguardia, non si vanti d’essere un accademico o un «artista del popolo» o un generale: si dica invece, semplicemente: sono una bestia da soma e un codardo, mi basta stare al caldo a pancia piena.
Anche questa via, che pure è la più moderata fra le vie della resistenza, sarà tutt’altro che facile per quegli esseri intorpiditi che noi siamo. Ma quanto più facile che darsi fuoco o fare uno sciopero della fame: il tuo corpo non sarà avvolto dalle fiamme, non ti scoppieranno gli occhi per il calore, e un po’ di pane nero e d’acqua pura si troveranno sempre per la tua famiglia.

(…)
Una via non facile? La più facile, però, fra quelle possibili. Una scelta non facile per il corpo, ma l’unica possibile per l’anima. Una via non facile, certo, ma fra noi ci sono già delle persone, anzi decine di persone, che da anni tengono duro su tutti questi punti e vivono secondo verità.
Non si tratta dunque di avviarsi per primi su questa strada, ma di UNIRSI AD ALTRI! Il cammino ci sembrerà tanto più agevole e breve quanto più saremo uniti e numerosi nell’intraprenderlo. Se saremo migliaia, nessuno potrà tenerci testa. Se saremo decine di migliaia, il nostro paese diventerà irriconoscibile!
Ma se ci facciamo vincere dalla paura, smettiamo di lamentarci che qualcuno non ci lascerebbe respirare: siamo noi stessi che non ce lo permettiamo. Pieghiamo la schiena ancora di più, aspettiamo dell’altro, e i nostri fratelli biologi faranno maturare i tempi in cui si potranno leggere i nostri pensieri e mutare i nostri geni.

Se ancora una volta saremo codardi, vorrà dire che siamo delle nullità, che per noi non c’è speranza, e che a noi si addice il disprezzo di Puskin:
A che servono alle mandrie della libertà i doni?
Il loro solo retaggio da generazioni
sono il giogo, la frusta e i sonagli
.
Mosca, 12 febbraio 1974 [Giorno dell’arresto di Solženicyn, precedente all’espulsione dall’URSS].

Supplemento a “FUORI MODA” – la posta di Alessandro Gnocchi

Redazione26/5/2017