ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 9 maggio 2017

Falsi pastori che tradiscono il gregge

METICCIATO E FUTURO DELL'ITALIA

    Monsignor Perego non solo predice, ma prescrive il meticciato quale futuro dell’Italia. E' evidente che, se il popolo italiano si sta estinguendo, l’ingresso di un incessante flusso di migranti ne affretterà solo la fine 
di Francesco Lamendola  




Non perdono un’occasione per sparare le loro bordate; non trascurano il più piccolo spiraglio per andare all’attacco e imporre con prepotenza, e con assoluto disprezzo delle opinioni altrui, la loro visione della società futura, anche molto al di là e molto al di fuori dell’ambito di loro competenza, che è, o dovrebbe essere, quello spirituale e religioso: tale è lo stile dei cardinali e dei vescovi della neochiesa massonica al tempo di papa Bergoglio.
Le ultime bordate le ha sparate il nuovo vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, che è anche il Direttore generale della fondazione Migrantes, organismo della Conferenza Episcopale Italiana che si occupa dei “migranti” e dei “profughi” – ci sia lecito virgolette queste due parole, visto l’abuso inaudito che se ne fa nel linguaggio corrente del buonismo politicamente corretto – che giungono in Italia. A Ferrara, monsignor Perego c’è andato in sostituzione del vescovo Luigi Negri, sostenitore di una linea più vicina al sentire del pontificato di Benedetto XVI e, dunque, rappresentante del “vecchio”; mentre Perego è un uomo del nuovo corso bergogliano, e papa Francesco ha voluto metterlo proprio lì per sottolineare una rottura, una netta discontinuità rispetto al suo predecessore.
Fra l’altro, il vescovo emerito Negri si è permesso di dire che le dimissioni di Ratzinger hanno probabilmente a che fare con un complotto ordito negli Stati Uniti, alla Casa Bianca, da parte dell’amministrazione democratica di Barack Obama: affermazione gravissima, dalle devastanti implicazioni anche per quel che riguarda la legittimità dell’elezione di Francesco, e che la stampa, naturalmente, ha fatto di tutto per silenziare o per minimizzare.
Dunque, il baldo neovescovo ferrarese, nel più perfetto stile bergogliano, cioè sparando con tono apodittico e tracotante considerazioni personali fatte passare per verità oggettiva, indiscussa e indiscutibile, si è presentato alla trasmissione televisiva Coffe Break, su La 7, il 1° maggio scorso, e, dopo aver dichiarato che contro le Organizzazioni Non Governative che prendono a bordo i “profughi” e li sbarcano in Italia, è stato aperto “un fuoco politico ipocrita e vergognoso” (non è chiaro se si riferisca alle dichiarazioni del Procuratore della Repubblica di Catania, Carmelo Zuccaro, il quale ha denunciato le connivenze e le complicità, anche finanziarie, tra alcune di esse e gli scafisti della Libia, o a chi altro), ed auspicato che i “migranti”, sono parole sue, non siano “due volte vittime”, ha poi testualmente proseguito:

Sono troppi coloro che stiamo accogliendo? 175.000 persone se accolte in maniera diffusa negli ottomila comuni italiani, valorizzando percorsi personali di accompagnamento e di integrazione, utilizzando le risorse disponibili per un servizio nuovo e per figure – educatori, mediatori, ecc. – che possono essere utili per creare e favorire dialogo e inserimento sociale sul territorio credo sia un atto intelligente e di responsabilità. Tanto più in un Paese che sta morendo – nel 2016, 150.000 morti in più rispetto alle nascite  e che può trovare un suo futuro in percorsi di “meticciato” - come più volte ha detto il cardinale Angelo Scola - come è sempre avvenuto nella storia italiana, questa volta in maniera pacifica. È chiaro che anche nell’accoglienza diffusa dei migranti l’Europa deve finalmente svegliarsi dal sonno e promuoverla in tutti e 27 i Pesi europei.

Ancora una volta, dunque, costoro, i cardinali e i vescovi buonisti e progressisti, che parlano sempre dei ”migranti” e mai di Nostro Signore Gesù Cristo, rivendicano l’esclusiva dell’intelligenza e della responsabilità; come sempre, tracciano una linea netta fra chi ha capito e chi non ha capito, fra chi è buono e chi è cattivo, fra chi è aperto e chi è chiuso, fra chi getta ponti e chi innalza muri, e si scelgono un posto in prima fila nello schieramento dei buoni: quello, guarda caso, politicamente corretto, cioè sostenuto dall’alta finanza, dai media, dalla maggior parte delle forze politiche e dell’establishment intellettuale, o pseudo-intellettuale; ma non quello dei milioni di italiani poveri, dei piccoli risparmiatori rovinati dalle banche, degli operai che hanno perso il posto di lavoro, dei pensionati costretti a vivere nei quartieri sfigurati da spaccio, prostituzione e criminalità, ostaggi in casa loro, esposti a violenze e rapine quotidiane: tutta gente che, su questo tema dei cosiddetti migranti, così come su diversi altri temi molto cari ai vertici della neochiesa bergogliana, la pensano in tutt’altro modo, e, se fosse data loro la possibilità di far sentire la loro voce, forse manderebbero a quel paese sia il cardinale Angelo Scola che il neovescovo Gian Carlo Perego, e tutti i cattolici progressisti, massoni e semiradicali che vogliono somministrare al popolo italiano, che piaccia o che non piaccia, una minestra indigeribile in salsa modernista.
Ma venendo ai contenuti del bel discorsetto di monsignor Perego, quello che balza all’occhio, e lo vedrebbe anche un bambino, è la stridente contraddizione logica fra la constatazione che il popolo italiano “sta morendo” per il crollo verticale delle nascite, e la volontà di minimizzare il fenomeno delle odierne migrazioni,  con relativa sostituzione di popolazione, sul nostro territorio, laddove egli dice che il popolo italiano ha subito continui fenomeni di meticciato nel corso della storia, solo che questa volta, per fortuna, si tratta di un processo che avviene in maniera pacifica. Ma è evidente che, se il popolo italiano si sta estinguendo, l’ingresso di un incessante flusso di migranti ne affretterà la fine; e che, se pure il meticciato fosse la “soluzione” al crollo demografico, com’egli sembra voler dire, il risultato sarà, comunque, la scomparsa del popolo italiano, Peraltro, il buon vescovo si è scordato di dire che le precedenti invasioni – i goti, i longobardi, i normanni – erano, per lo più, di buon ceppo europeo, e la civiltà latina, insieme alla Chiesa cattolica, furono capaci di assimilare quei popoli, convertirli, trasformarli in parte integrante della società; mentre il 90% dei cosiddetti migranti attuali sono di religione islamica, tenacemente attaccati ai loro usi e alle loro tradizioni, e moltissimi di essi non mostrano alcun desiderio, né alcuna volontà d’integrarsi, semmai il contrario, di convertire, un po’ alla vota, gli italiani alla loro religione e ai loro valori, e di sovrapporre la loro civiltà, i loro stili di vita, le loro convinzioni profonde, ai nostri. Non si capisce, pertanto, da quale colpo di bacchetta magica, da quale abracadabra dovrebbe scaturire la “salvezza”, o anche semplicemente il “futuro”, del popolo italiano: sommando le nostre culle vuote e l’alta prolificità degli immigrati, non occorre esser dei geni della statistica per capire che nel giro di neppure tre generazioni noi verremo comunque spazzati via, cancellati dal nostro territorio, e che la nostra tradizione e la nostra civiltà saranno votate all’estinzione, così come è accaduto alle civiltà dei maya, degli aztechi, degli incas, e di parecchi altri popoli del passato.
Le dichiarazioni di monsignor Perego, espresse con tanta decisione e quasi con aria di provocazione e di sfida, come se il meticciato fosse il destino storico e inevitabile del nostro popolo, e quasi che il compito della Chiesa fosse quello di favorirlo e, per usare le sue parole, “accompagnarlo”, denotano oltretutto una totale mancanza di realismo, visto il quadretto idilliaco che egli dipinge delle strategie per accogliere e integrare questo incessante flusso umano. Si direbbe che monsignore non sia mai stato a vistare un centro di accoglienza, o che lo abbia fatto con il paraocchi ideologico impostogli dal suo buonismo a tutto campo. Non ha mai sentito dire che molti di codesti “migranti”, mentre sono ancora in attesa di sapere se la loro richiesta di asilo verrò accolta, se ne vanno in giro a commettere ogni sorta di reati, dalla rapina, allo spaccio, allo stupro, all’omicidio? Non sa che basta il minimo contrattempo perché diano luogo a delle vere e proprie ribellioni, sequestrando il personale che si occupa di loro e minacciando violenze, se le loro richieste non verranno accolte? Non sa che si rifiutano perfino di raccogliere le foglie dei viali, se non ricevono, prima, la garanzia che le loro domande di soggiorno verranno accolte? Ma in che mondo vive, monsignor Perego? Si dà le arie di essere capace di guardare le cose in faccia come sono, senza illusioni, senza veli, e poi dimostra di vivere letteralmente in un altro mondo, dove bastano quattro chiacchiere sui percorsi di accompagnamento per trasformare in rose e fiorellini l’inferno quotidiano di queste migliaia di persone quasi sempre indisciplinate, spesso malavitose, violente, senza voglia di lavorare, senza alcun rispetto per il Paese che le ha salvate, accolte e sfamate; gente che non esita a rovesciare in terra il piatto della pastasciutta, perché pretende un menu più vario: e questo mentre milioni di italiani vivono in povertà e non ricevono nessuna forma di sostegno da parte dello Stato, ma solo l’aiuto dei parenti e degli amici. E in quale Europa vive, monsignor Perego, quando dice che essa dovrebbe darsi una svegliata e distribuire fra tutti gli Stati il flusso dei migranti? Non sa, o finge di non sapere, che gli altri Paesi d’Europa non li vogliono, puramente e semplicemente; e che, forse, sono loro ben più svegli di noi, dato che hanno valutato a colpo d’occhio cosa significherebbe aprire le frontiere a qualunque numero di stranieri richiedenti asilo: cioè venire espropriati della propria identità e della propria sopravvivenza?
Era perfettamente naturale che le sue parole suscitassero delle reazioni, anche a livello politico, e così è stato. Ma monsignor Perego non è uno che si prende il tempo di riflettere; proprio come il papa, è uno che passa continuamente all’attacco, che gioca sempre a centrocampo, che non arretra di un passo, anzi, raddoppia ogni volta la posta, e, se necessario, la triplica o la quadruplica. Detto, fatto: a strettissimo giro di posta, ha voluto far sapere che le reazioni di perplessità e di critica, suscitate dal suo discorso, non lo hanno minimamente turbato o intimidito; tutt’altro. Ed ecco la seconda serie di bordate: questa volta, usando di nuovo parole e concetti cui siamo già abituati da papa Francesco, ha affermato che ascolterà Salvini, ma che, comunque, indietro non si tornaChi sia lui per dire e per decider una cosa simile, che indietro non si torna, e con quale autorità o legittimità lo dica, nessuno lo sa. Poi, sempre parlando con i giornalisti de La Nuova Ferrara, il 6 maggio (non si è preso nemmeno una settimana di tempo per riflettere), ha ribadito testualmente:

Il meticciato è una realtà ineludibile. Non sono opinioni, ma dati certi. Neppure l’immigrazione risolverà il problema demografico. Non correggo il tiro, indietro non si torna. Se Salvini chiederà un’udienza, gliela darà volentieri. Ma non si può travisare la realtà per fini politici. Siamo un Paese che sta invecchiando rapidamente, se ci chiudiamo moriamo. Penso a Ferrara che ha quattordici morti ogni sette nascite, o a Bondeno, quindici su quattro. E parlo di realtà attuali, non di prospettive. Come dice anche il cardinale Scola, se non siamo capaci di promuovere una cultura dell’incontro, non abbiamo speranza.

Una cultura dell’incontro: che belle parole! Ma monsignor Perego legge i giornali, conosce i fatti di cronaca? Ha mai sentito parlare di quella coppia di anziani che abitava a Mineo e che è stata uccisa in casa sua da un “profugo” del vicino centro di accoglienza, lei gettata dal balcone? Ha mai sentito parlare di padre Hamel, sgozzato nella sua chiesa da due ragazzi che gridavano: Allah akbar? Ha mai sentito dire che in Africa e nel Vicino Oriente i cristiani sono uccisi, violentati, derubati, costretti a fuggire a milioni dalle loro case e dalla loro patria, per mano di quelli che lui si propone di accompagnare ed integrare, come fosse la cosa più logica e naturale del mondo? Chi è, allora, che travisa la realtà: coloro che avanzano dubbi, che sono giustamente preoccupati, che ormai vivono come ostaggi in casa propria, oppure lui e i cardinali e vescovi progressisti e massoni, islamofili e buonisti a un tanto il chilo? Quanto all’affermazione che il meticciato è una realtà ineludibile, ha pesato bene le parole, prima di ribadirle con tanta sicumera? Se sì, allora si tratta dell’ennesima conferma che la neochiesa bergogliana, rappresentata da lui e tanti altri come lui, ha definitivamente gettato la maschera: non ha niente a che fare con la vera Chiesa cattolica, perché ha sostituito al Vangelo il naturalismo. Naturalismo è accettare il fatto come qualcosa di definitivo e indiscutibile; naturalismo è considerare i fatti sociali alla stregua di fatti naturali. C’è un determinato fenomeno, dunque esso è indiscutibile. Non desideriamo essere offensivi nei confronti di nessuno, ma, tanto per capirci: il fatto che ci sia la droga, che ci siano i delinquenti, gli aborti, l‘eutanasia, che ci sia la prostituzione, che ci siano i sodomiti, i pedofili, è, dunque, qualcosa che non può essere “discusso”? Qualcosa che va accettato e basta, in nome del realismo? Dunque la sola cosa che si può fare di fronte ai fenomeni sociali è accettarli e, al più, attuare percorsi di accompagnamento e integrazione? No, questo non è il Vangelo. Gesù Cristo non parlava così; non diceva: Siccome ci sono gli adulterî, dobbiamo accettare la realtà dell’adulterio; ma disse, invece, all’adultera: Va’, e non peccare più…


Monsignor Perego non solo predice, ma prescrive il meticciato quale futuro dell’Italia

di Francesco Lamendola


FALSI PASTORI TRADISCONO GREGGE

    Falsi pastori della neochiesa massonica e progressista: nessuno parla mai del peccato tanto meno del giudizio e dell’inferno sono dei commedianti che recitano a soggetto bramosi solo di lodi e delle luci della ribalta 
di Francesco Lamendola  



L’ultimo che ha fatto parlare di sé è il neovescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, che  anche il Direttore generale della Fondazione Migrantes, organo della C.E.I. che si occupa dei cosiddetti profughi: ha dichiarato che il solo futuro possibile, per l’Italia è il meticciato; che il popolo italiano sta morendo, e che forse non basteranno neppure gl’immigrati a salvarlo dall’estinzione: dunque, a quanto si deduce secondo la logica, e stando al suo ragionamento, bisognerebbe accelerare gli ingressi, favorire in ogni modo le partenze, potenziare le flottiglie delle O.N.G. che vanno fin davanti ai porti della Libia per prenderli a bordo e trasportarli da lì in Sicilia. E ha detto tutto questo con tono secco e decisi, quasi di sfida; ha precisato che questa sarebbe la sola linea intelligente da seguire. Dunque, chi la pensa in altro modo è uno stupido; oltre, naturalmente, a essere un razzista e, per soprammercato, un cattolico indegno, un cristiano di seconda scelta, meritevole d’una solenne ammonizione, se non proprio della scomunica. È lo stile di papa Francesco: secco, imperioso, intransigente, sprezzante verso le critiche, insofferente delle possibili obiezioni, pronto a lanciare anatemi contro i cristiani egoisti, rigidi, tradizionalisti, chiusi, poco accoglienti, all’insegna del motto: indietro non si torna Vogliono cambiare la Chiesa, vogliono cambiare il mondo. Detestano il clericalismo, lo considerano la peggiore pestilenza che abbia mai infestato il cattolicesimo (mentre vanno più che d’accordo con massoni, radicali, abortisti, omosessualisti, atei, post-marxisti, luterani, giudei e islamici, che, anzi, considerano tutti assai migliori e più “puliti”), e intanto osano ciò che i clericali non avevano mai osato, neppure ai tempi d’oro di quella tendenza: entrano a gamba tesa nella politica interna delle nazioni sovrane, lanciano solenni scomuniche nei confronti di candidati alla presidenza e capi di governo, incitano i popoli a fare questo oppure quello, sfruttando il pulpito delle chiese e il balcone di Piazza san Pietro, nonché la cassa di risonanza della stampa cattolica e, ancor più, quella della stampa non cattolica, ma anticattolica, massonica e radicale, che però, chi lo sa come mai, parteggia compatta per loro, fa il tipo per loro, inneggia al papa Francesco e alle sue riforme, lo esalta, lo glorifica, specialmente quando dice: Voglio cambiare la Chiesa, in modo tale che non si possa più tornare indietro, come se ciò fosse un suo diritto legittimo, come se questa fosse la funzione di un sommo pontefice: cambiare la Chiesa che gli è stata affiata da Gesù Cristo, invece allo scopo di rafforzarla, custodirla, ampliarla.
Ma ogni giorno, si può dire, ce n’è uno nuovo, di codesti pastori del gregge che, invece di custodire le pecorelle, le confondono e le spingono lontano, a disperdersi fa mille pericoli, dove i lupi sono in agguato per divorarle; sempre sull’esempio del papa, il quale praticamente ogni giorno deve dire la sua, con quel tono di sicumera e di sfida; che ogni giorno deve trovare il modo di confondere, turbare, scandalizzare i buoni cattolici; che ogni giorno deve insinuare un dubbio, mettere in crisi una certezza, incrinare una verità, far vacillare un dogma, stravolgere una forma liturgica, rivoluzionare la pastorale (anche esaltando e glorificando i rivoluzionari della pastorale, come don Lorenzo Milani: quello stesso che Giovanni XXIII aveva definito: un povero pazzerello scappato dal manicomio), sostituire al sacro Magistero di sempre, e alla vera dottrina, un nuovo magistero, tutto ispirato alla dimensione mondana, e una nuova dottrina: immanente, naturalista, sincretista, relativista. Monsignor Galantino, monsignor Paglia, padre Sosa Abascal, padre Martin, il cardinale Kasper, il falso prete e pseudo teologo Enzo Bianchi: si considerano il nuovo che avanza, hanno un’altissima opinione di se stessi e una bassissima opinione di quanti non li applaudiscono; e hanno tutti uno stile inconfondibile, un modo di parlare e di muoversi, di dire le cose e anche di tacerle certe altre. È uno stile falsamente popolare, molto demagogico, molto umorale, almeno all’apparenza, molto schietto e spontaneo, molto “verace”, perfino sgrammaticato per la smania di mescolarsi alla folla, di odorare, o meglio puzzare, di pecora, per la fregola di apparire illetterati, ma, in compenso, vicini alla gente comune, di essere uomini fra gi uomini, uomini come gli altri, cin le stesse speranze, le stesse attese, gli stessi timori, lo stesso orizzonte quotidiano. Ma tutto ciò è falso, è doppiamente falso. Prima di tutto, non sono cos’ì rozzi e ignoranti, e soprattutto non sono così spontanei e “veraci”, come vorrebbero far credere: parlano così per dare una simile impressione, e poter far passare più facilmente i loro progetti, studiati a lungo a tavolini, con freddezza, con precisione quasi scientifica, allo scopo di programmare una mutazione genetica della Chiesa cattolica, e di sostituirne le cellule, una per una, parrocchia per parrocchia, diocesi per diocesi, sino a trasformarla in qualcosa di completamente diverso, d’irriconoscibile, ma senza che i fedeli se ne accorgano, secondo la tecnica della “finestra di Overton”, o, se si preferisce, della “rana bollita”. Si tratta di alzare la temperatura dell’acqua a poco a poco, in modo che la vittima non se ne accorga, e poi, quando se ne accorgerà, perché l’acqua prenderà a bollire, sarò troppo tardi, e non ci sarà più nulla da fare.
In breve, anche se sono monsignori e cardinali, ostentano quasi tutti dei modi da prete di strada, e come tali amano definirsi: preti di strada, per dire che loro stanno sulle strade, mica nei palazzi, anche se poi non è affatto vero, anche se vivono proprio nei palazzi, però in strada, effettivamente, ci vanno, ci vanno spesso che possono, per far vedere che loro sono dalla parte del popolo, dei poveri, degli ultimi. Guarda caso, codesti poveri e codesti ultimi sono, in proporzione, dieci volte più spesso dei “migranti” stranieri, dei falsi profughi provenienti da zone dell’Africa ove non vi è alcuna guerra in corso, e molti, troppi di loro vengono qui a spacciare, a rubare, a stuprare, a mendicare, insomma tutto, tranne che cercare e accettare un lavoro nesto, tranne che a tenare d’inserirsi, rispettando le leggi e le consuetudini di casa nostra. Però, in quella espressione, preti di strada, c’è anche una segreta, perversa civetteria della trasgressione, e sia pure giocando con le parole: preti di strada come ci sono le ragazze di strada e i ragazzi di vita, insomma un qualcosa che ricorda Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini, il neorealismo e la pornografia di Alberto Moravia. Sì, anche la pornografia: perché le loro aperture, a volte entusiastiche, alla liberalizzazione della morale, e specialmente della morale sessuale, comprese la sodomia, la pederastia e l’utero in affitto, sanno più di Boccaccio che di Vangelo, e bisogna anche dire che, se lo si fa loro notare, se ne compiacciono, come se trovassero la cosa molto divertente, forse paradossale, ma, in fin dei conti, sin troppo vera. Forse che monsignor Paglia si è offeso o risentito, quando gli si è fatto notare che l’affresco da lui commissionato per il duomo di Terni è sconcertante, non solo dal punto di vista iconografico, ma proprio per l’impostazione teologica di fondo, con tutti quegli omosessuali, quei transessuali, quelle prostitute e quegli spacciatori che Gesù Cristo si porta in cielo così come sono, senza redenzione, senza pentimento, senza confessione della colpa? E forse che monsignor Galantino se l’è presa, quando gli è stato  fatto notare che, sulla Bibbia, a differenza di quel che pensa e dice lui, sta scritto che Dio distrusse Sodoma per la gravità del peccato dei suoi abitanti, e non la risparmiò affatto, benché Abramo gli avesse strappato la promessa di farlo, se vi avesse trovato anche solo dieci giusti? E forse che monsignor Cipolla, il vescovo di Padova, nella cui città, sotto il suo naso, un prete indegno e dissoluto, don Andrea Contin, trasformava la canonica in un antro di orge perverse, e la parrocchia in una riserva di caccia sessuale, forse che ha fatto una piega quando abbiamo chiesto le sue dimissioni, dato che, per sua stessa ammissione, sapeva tutto questo da sette mesi, e non ha fatto assolutamente nulla per porvi rimedio, neppure chiamare quel prete, o andarlo a trovare, e parlargli faccia a faccia, come un padre dovrebbe fare con il suo figlio scapestrato, prima che diventi un vero e proprio criminale? No: nessuno di costoro si è offeso, nessuno ha protestato. E perché avrebbero dovuto farlo, poi, visto che nella neochiesa bergogliana nessuno parla mai del peccato, tanto meno del giudizio e dell’inferno, e visto che, anzi, gesuiti in vista, come padre James Martin, auspicano apertamente un sollecito riconoscimento dei cosiddetti matrimoni omosessuali anche in sede religiosa? Costoro, anzi, si sentono investiti d’una nobile missione: rinnovare una chiesa vecchia e stanca, metterla al passo con i tempi, gettare ponti e abbattere muri? E poco importa se stanno gettando dei ponti verso una sponda popolata di belve feroci: l’importante, si sa, è dialogare. Oh, dialogo, dialogo: quante sciocchezze sono state dette in tuo nome; quanti veri e propri delitti sono stati perpetrati! Tutti gl’incoscienti e tutti gl’imbecilli si riempiono la bocca con questa espressione, con questo slogan: Bisogna dialogare, con tutti, a qualsiasi costo; e anche i traditori ce l’hanno sempre sulle labbra, perché sembra così innocente, così candido, che a fatica ci si sente la puzza del tradimento.  Ma il tradimento c’è: eccome, se c’è. Come altro si dovrebbe chiamare l’auto-demolizione consapevole, ostinata, imperterrita, quotidiana, della dottrina cattolica, della pastorale e della liturgia, da parte di codesti signori del nuovo che avanza, di codesti preti di strada, i quali, diventati vescovi e cardinali, altro non fanno se non criticare, deridere e sminuire quel che sempre il Magistero ha detto e insegnato, quello che sempre i pastori hanno predicato, quello che per generazioni le famiglie cattoliche, i nostri nonni, i nostri bisnonni, hanno fatto, e ciò in cui hanno creduto, e il modo in cui hanno agito e creduto? Come definire, se non tradimento, l’invito ad accogliere sempre più stranieri di dubbia provenienza, sempre più islamici, come se ciò fosse l’unica risposta possibile al calo delle nascite? E, intanto, dichiararsi favorevoli alle unioni omosessuali e ad ogni sorta di relativismo etico e sessuale, come se la diffusione della pratica omosessuale non avesse niente a che fare con le culle vuote e come se gli aborti, dei quali codesti monsignori hanno smesso da un pezzo di parlare, non contribuissero potentemente al suicidio biologico del nostro popolo? Anzi, non solo non parlano più, e da moltissimo tempo, del dramma della interruzione volontaria della gravidanza, mostrano anche un aperto fastidio per quelle famiglie cattoliche le quali, invece, vorrebbero fare qualcosa, se non altro per porre un argine alla penetrazione ufficiale dell’ideologia gender nelle scuole, mediante la quale verrà fatto il lavaggio del cervello ai bambini e verrà insegnato loro che non esistono il genere maschile e quello femminile, ma che ciascuno può sentirsi maschile o femminile, e comportarsi di conseguenza, a seconda del suo umore e del suo stato d’animo, nelle modalità di una sessualità “fluida”, decisa volta per volta, non in base a fattori oggettivi, ma al proprio insindacabile desiderio. E non basta ancora. Codesti signori, codesti Paglia, per esempio, non si vergognano d’intonare le più alte lodi di un Marco Pannella, il campione del divorzio, dell’aborto, dell’eutanasia, delle unioni civili, dei matrimoni omosessuali e della droga libera; non arrossiscono a portarlo ad esempio di tensione etica e di profonda spiritualità. In un momento così drammatico per la nostra società e per la nostra Chiesa, questi falsi pastori non rivolgono al gregge parole di consolazione, di fede, di speranza e carità. Si uniscono alle voci del mondo, gridano quasi più forte del mondo, stabiliscono, a maggioranza e a furor di popolo, quello che è giusto e quello che non lo è. Alla Humanae vitae di Paolo VI avevano risposto con il voto a favore del divorzio e dell'aborto; ora, fatti più arditi, modificano la dottrina morale e il Magistero, in modo da accontentare le richieste del pubblico. Il pubblico ha deciso che l'esclusione dai sacramenti è una pena troppo severa per i divorziati che si sono risposati? Benissimo: si cambia la dottrina, si allargano le maglie della "misericordia", si assolvono tutti, pentiti e non pentiti.  Non è vero ciò che è vero, ciò che la Chiesa ha insegnato per duemila anni, sulla base della Rivelazione: oggi c'è la nuova teologia, che riparte da zero, perché Sosa Abascal ha detto che non si sa cosa abbia realmente insegnato e fatto Gesù, dunque il Vangelo è lì per essere riempito di contenuti nuovi, secondo i gusti del XXI secolo. Anzi, essi invocano sempre nuovi diritti per il singolo individuo, come se proprio l'individualismo esasperato non fosse all'origine della crisi morale che stiamo vivendo; accusano gli oscurantisti, i passatisti, tutti quelli che si tengono saldi alla tradizione; fanno tutto quel che sta in loro per spezzare gli ormeggi, proprio mentre il mare è in burrasca e solamente un pazzo porterebbe la sua nave verso il mare aperto: poi, non ancora soddisfatti, si mettono a lacerare le vele, a scardinare il timone, a sfasciare, a colpi di scure, le scialuppe di salvataggio. Davanti a un'Italia che si spopola, non predicano il ritorno alla famiglia, ai valori, alla sacralità del matrimonio, alla trasmissione della vita come impegno dell'uomo e come dono di Dio: no, invocano i matrimoni omosessuali, tacciono sull'aborto, propongono un indulto generale per i divorziati risposati, e... prescrivono una sempre maggiore accoglienza d'immigrati africani di religione islamica. Perfetto: non c'è nulla da aggiungere. Se questo non si chiama tradimento  della propria Chiesa, dei propri valori, del proprio popolo e della propria civiltà, allora le parole non hanno più un senso logico, e ciascuno può considerarsi libero di dire tutto e il contrario di tutto, felice e contento, e confidare nell'applauso della platea. Sì, questo sono, in fondo, i pastori della neochiesa massonica e progressista: dei commedianti che recitano a soggetto, bramosi di lodi e delle luci della ribalta. Altro che predicare il Vangelo di Gesù Cristo... 


Falsi pastori che tradiscono il gregge

di Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11955:falsi-pastori-tradiscono-gregge&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96


Perego nuovo vescovo di Ferrara: il meticciato è già realtà


«Siamo un Paese che sta invecchiando rapidamente, se ci chiudiamo moriamo. Penso a Ferrara che ha quattordici morti ogni sette nascite, o a Bondeno: quindici su quattro. E parlo di realtà attuali, non di prospettive. Come dice anche il cardinale Scola, se non siamo capaci di promuovere una cultura dell’incontro non abbiamo speranza».

«Il meticciato è una realtà ineludibile. Mezzo milione di famiglie miste in Italia, un milione che fa ricorso a badanti immigrati, uno studente straniero ogni dieci e altrettanti lavoratori, con punte che a queste latitudini sono anche doppie e triple. Non sono opinioni, ma dati certi. Neppure l’immigrazione risolverà il problema demografico».

Matteo Salvini ha chiesto un incontro per “spiegargli alcune cose”. Il vescovo vuole correggere il tiro? «Assolutamente no, indietro non si torna»

Tutto l'articolo:
lanuovaferrara.gelocal.it/…/perego-nuovo-ve…
https://gloria.tv/article/JdriMjL63NmE1HoqT6vjqKsvk

Cristianesimo e Impero Romano

Romanum imperium,
quod Deo propitio
christianum est
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di Marco Sudati
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Lo scorso mese di gennaio il quotidiano La Stampa ha pubblicato un interessante articolo, a firma di Andrea Colombo, relativo ad un libro di recente pubblicazione, Gli ultimi giorni dell’impero romano, scritto dallo storico francese Michel De Jaeghere – direttore del Figaro Histoire – dedicato alle ragioni che portarono al crollo dell’Impero Romano d’Occidente, un tema di rilevante importanza storica e culturale.
Quello dei motivi per i quali si giunse, in Occidente, alla fine dell’impero creato dai Romani, è un argomento che, anche all’interno della famiglia politica della destra radicale, occupa un posto di rilevante importanza, contribuendo, spesso in maniera decisiva, a determinare il giudizio di molti nei confronti della religione cristiana.
È noto, infatti, che l’ambiente neo-pagano, presente all’interno della più ampia area ascrivibile appunto alla destra radicale, individua nell’avvento del cristianesimo la causa della fine dell’Impero di Roma, cronologicamente indicata nell’anno 476 d.C., ossia con la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente – Flavio Romolo Augusto (noto anche con il nome di Romolo Augustolo) – imposta dal generale barbaro Odoacre.
Una vera e propria accusa quella mossa da taluni nei confronti del cristianesimo, il quale avrebbe minato in maniera decisiva l’esistenza dell’Impero per via della sua incompatibilità con l’etica della romanità e, dunque, con la stessa idea di impero da tale etica scaturita.
De Jaeghere, invece, sostiene, sulla scia di altri autori tra i quali il suo connazionale Jean Dumont (1923 – 2001), che a determinare la fine dell’Impero Romano d’Occidente non fu affatto l’avvento del cristianesimo bensì una serie di cause quali la denatalità, la corruzione endemica, l’abnorme tassazione e l’immigrazione fuori controllo (problemi che, in maniera crescente, stanno drammaticamente interessando la nostra Italia e buona parte dell’Europa occidentale).
Il cristianesimo, ad onta di quanto sostenuto dai suoi detrattori neo-pagani, non solo non provocò la morte dell’Impero Romano, ma cercò di impedirla vedendo in esso uno strumento perfettamente funzionale al mantenimento di quell’ordine civile necessario alla realizzazione del bene comune sul piano naturale e temporale.
A proposito di ciò il De Jaeghere sostiene, come scrive Andrea Colombo, che “Non solo i Padri della Chiesa, con in prima linea sant’Ambrogio (1), esortavano gli imperatori a combattere contro i barbari innalzando il vessillo del Cristo a difesa della città eterna, ma consideravano Roma la nuova Gerusalemme, che avrebbe diffuso in tutti i suoi territori il verbo di Gesù. La legislazione imperiale sotto l’influsso del cristianesimo tentò di arginare la degenerazione dei costumi e introdusse misure contro l’usura, l’aborto, il divorzio e l’omosessualità. Alcune leggi imposero di sopperire alle necessità delle classi più povere. Ma questi provvedimenti venivano costantemente disattesi, la corruzione era diventata l’unica legge di Roma, gli aristocratici vivevano al di là del bene e del male, i miserabili diventavano sempre più miserabili. Formalmente l’impero era cristiano, ma il sistema era in putrefazione.
A proposito della compatibilità tra fede cristiana e concezione imperiale romana, ci sembra opportuno proporre un brano tratto dall’opera di Marta Sordi (2), I Cristiani e l’Impero Romano. Si tratta di una citazione un po’ lunga, ma che vale la pena di riportare.
La concezione dello Stato che Ambrogio enuncia nell’Esamerone e nelle lettere attinge, in egual modo e senza compromessi di sorta, alla tradizione apostolica del cap. 13 della lettera ai Romani e del cap. 2 della I Petri e alla tradizione romana del principato civile e della statio principis, che aveva avuto nella cultura di matrice stoica del I secolo la sua elaborazione ideologica: in profondo contrasto con la concezione teocratica orientalizzante che, importata nel mondo romano da Antonio, ebbe la sua affermazione nelle esperienze aberranti di Caligola e di Nerone e nella autocrazia di Domiziano dominus et deus, questa concezione, affermata da Augusto, aveva trovato in Tiberio e in Claudio i suoi fedeli continuatori e sopravvisse, almeno a livello di idealità e di dichiarazione programmatica e come espressione della più autentica tradizione romana, anche nei secoli del dominato fino alla tarda antichità, come rivela la ripresa di Ambrogio. La consapevolezza della possibilità di un accordo fra la concezione romana del principato e la concezione cristiana dello Stato si manifesta fin dal I secolo, in continuità con la tradizione apostolica, nella lettera di Clemente Romano ai Corinzi, riaffiora potentemente nell’apologetica del tempo di Marco Aurelio e, particolarmente, in Melitone, trova la sua espressione più eloquente nell’affermazione dell’Apologeticum di Tertulliano (33,1): «Cesare è maggiormente nostro (che vostro) perché è stabilito al potere dal nostro Dio». Si potrebbe dire, paradossalmente, che l’Impero cristiano, tradotto in realtà da Costantino e dai suoi successori, è già in potenza in questa affermazione di Tertulliano, che viene al termine di una dichiarazione di lealismo a Roma e al suo impero, estremamente impegnativa e tale da smentire coloro che vedono nella cosiddetta teologia politica il frutto della pace costantiniana. Tertulliano (ibid. 30,4) dice che i Cristiani pregano per gli imperatori e chiedono «una vita lunga, un impero sicuro, una casa tranquilla, eserciti forti, un senato fedele, un popolo onesto, un mondo in pace»; e ancora: essi pregano (ibid. 32,1) «per la saldezza generale dell’impero e per la potenza romana» perché sanno che «tramite l’impero romano viene ritardata la massima violenza che incombe sull’universo e la stessa fine del mondo apportatrice di orribili flagelli». Si tratta, come è noto, dell’interpretazione, corrente nei Padri, del famoso passo della II lettera ai Tessalonicesi (2 Ts, 2, 6-7) sull’impedimento, cosa e persona, che si frappone alla manifestazione dell’Anticristo: prescindendo qui da ogni tentativo di spiegazione di questo passo misterioso, il fatto che la tradizione cristiana, fino a Lattanzio, Ambrogio, Agostino abbia identificato questo impedimento nell’impero romano e nel suo imperatore, è, a mio avviso, indizio certo della mancanza di ostilità pregiudiziali del cristianesimo verso l’impero romano come istituzione e come ideologia. Attraverso la convinzione che l’impero romano durerà quanto il mondo (Tertull. Ad Scap. 2), i Cristiani primitivi ricuperano e fanno proprio il concetto di Roma eterna: «Mentre preghiamo per ritardare la fine – dice ancora Tertulliano (Apol. 32,1) – favoriamo la durata perpetua di Roma». Non si può dire dunque che l’ideologia imperiale romana sia stata avvertita dai Cristiani come incompatibile con la loro fede”.
Occorre, tuttavia, riconoscere che lo spettacolo oggi offerto da una parte del mondo cattolico e della stessa gerarchia ecclesiastica – che, in maniera dissennata, invita le nazioni europee ad aprire incondizionatamente le proprie frontiere agli immigrati di ogni provenienza – incoraggia, tra i meno avveduti e formati, la convinzione che la religione cristiana si possa davvero prestare ad essere elemento capace di favorire l’elisione dell’identità nazionale, in nome di un insano universalismo egualitarista e di un umanitarismo vacuo e fine a se stesso.
Una religione che sembrerebbe davvero poco compatibile con una visione del mondo fondata sulla pratica delle virtù etiche poste a fondamento di un forte ordinamento civile, centrato sull’amor di patria, sulla dignità dello Stato, sul principio gerarchico; una religione che ben si adatterebbe alla mentalità della decadente Europa.
Ma non bisogna farsi trarre in inganno: la sostanza del cattolicesimo, infatti, non ha nulla da spartire con la sua caricatura elaborata nei circoli dell’eresia modernista (3), dominante nella cosiddetta “Chiesa postconciliare” o “vaticanosecondista”. Confondere il cristianesimo cattolico-romano con quella specie di nuova religione sorta con il Concilio Vaticano II, significa non aver idea di cosa sia accaduto nella Chiesa Romana dalla morte di Pio XII (1958), l’ultimo papa dichiaratamente e vigorosamente anti-modernista, fautore di una Chiesa apertamente contraria alle istanze culturali ed ideologiche della modernità anti-cristiana.
Pensare che le prese di posizione e i discorsi di certi uomini di Chiesa – “illuminati” dallo “spirito del Concilio” (il Concilio Vaticano II), dunque pregni di pacifismo, ecumenismo relativista e sensi di colpa per il passato della Chiesa e della Cristianità europea – coincidano con l’ortodossia cattolica, vuol dire compiere lo stesso errore commesso dalle autorità della Roma pre-cristiana, che confondevano il cristianesimo con l’eresia montanista (quella sì veramente degna di disapprovazione e condanna, non solo da parte della Chiesa ma anche da parte dello Stato, in quanto portatrice di un’oggettiva minaccia all’integrità della società, in virtù della sua a-socialità fondata su motivi millenaristici che invitavano al disimpegno civile e al disprezzo dell’autorità, nonché dei doveri verso la società e verso lo Stato, compreso quello del servizio militare).
Diverso naturalmente è il discorso a proposito dell’incompatibilità tra cristianesimo e Impero Romano sul piano strettamente religioso, almeno per quel che concerne il rifiuto dei cristiani di prestare atti di culto in contrasto con la loro fede.
I Romani, caratterizzati da una spiccata religiosità, credevano fermamente nell’esistenza e nell’importanza di un nesso tra le fortune di Roma ed un corretto rapporto con la divinità. Si tratta della pax deorum, ovvero del regime di pace e di concordia stabilito tra gli uomini e gli dei, fondato sul culto tributato dai Romani alle divinità pagane. Il timore delle autorità romane che l’atteggiamento dei cristiani potesse infrangere la pax deorum e provocare effetti nefasti per le sorti di Roma, ha certamente costituito uno dei motivi capaci di scatenare le persecuzioni nei confronti dei cristiani.
Una preoccupazione comprensibile sino ad un certo punto però, ossia qualora veramente i cristiani fossero stati quei soggetti sovversivi mossi dalla volontà di affossare l’Impero e dediti ad oscure ed immorali pratiche, come venivano descritti e denunciati alle autorità dai loro calunniatori, tra i quali anche membri influenti delle comunità ebraiche (4).
La vera incompatibilità tra l’autorità romana ed i seguaci di Gesù Cristo si collocava solo sul piano religioso, e non avrebbe potuto essere altrimenti vista l’impossibilità dei cristiani di aderire al relativismo religioso, allora dominante, e di sacrificare agli dei, ovvero professare pubblicamente un culto diverso da quello cristiano. Per i primi cristiani non era in discussione la fedeltà alla legittima autorità politica, per la quale si doveva pregare e combattere (le legioni pullulavano di cristiani), ma la pretesa che essi prestassero atti di culto alle divinità pagane: i cristiani non potevano tradire la loro fede disobbedendo al comandamento di Dio “Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me”.
I cristiani non provocarono la caduta dell’Impero Romano, la cui fine dipese, invece, da altri e decisivi fattori: la decadenza dei costumi, la denatalità degli italici, l’enorme pressione esercitata dai popoli barbari. Il venir meno di una certa tensione morale e della proverbiale etica che caratterizzò la migliore romanità, il calo demografico delle popolazioni italiche, che avevano rappresentato la forza anche militare di Roma, unitamente all’impossibilità di difendere i vastissimi confini dell’Impero, furono i reali motivi della sua caduta.
L’atteggiamento dei cristiani e della Chiesa nei confronti di Roma e del suo impero, può essere efficacemente rappresentato dalle parole con cui la Professoressa Marta Sordi, nella sua opera L’impero romano-cristiano al tempo di Ambrogio, descrive proprio l’atteggiamento del santo vescovo di Milano (dal 286 d.C. al 402 d.C. capitale dell’Impero Romano d’Occidente) il quale “rifiuta di identificare Roma con la sua tradizione religiosa e afferma, anzi, che la religione pagana, lungi dall’essere caratterizzante per il popolo romano, era la sola cosa, con l’ignoranza di Dio, ad accomunare Roma con i barbari. Ma proprio mentre rifiuta come vana e anacronistica e non specifica del mos romano la religione dei padri, afferma la continuità della nuova Roma, che non si vergogna di convertirsi da vecchia, poiché si tratta di un cambiamento in meglio, con le disciplinae e con i mores con cui la vecchia Roma aveva sottomesso il mondo: la virtus di Camillo, la militia di Regolo, l’esperienza militare di Scipione. Rifiuto della tradizione religiosa di Roma e fedeltà piena alla sua tradizione politica, civile, militare, identificata con l’autentico mos maiorum di Roma”  
Ambrogio riteneva che il paganesimo fosse degenerato a tal punto da costituire, sia sul piano morale che politico, un pericolo per l’integrità dei costumi. Il vescovo di Milano individuava le ragioni della decadenza religiosa pagano-romana, nella sua frantumazione in svariati e diversi culti, cosa che aveva determinato il venir meno della sua forza e della sua capacità di guidare lo Stato; indicando, invece, nel cristianesimo l’elemento purificatore ed unificante, conforme all’autentico mos maiorum romano.
I cristiani, dunque, non affossarono l’Impero che inizialmente li aveva perseguitati (anche se non in maniera sistematica e continua; prima che esso divenisse cristiano, infatti, vi furono periodi di relativa tranquillità), anzi lo ereditarono considerandolo come qualcosa per essi preparato dalla Provvidenza (5). Tanto è vero che dopo il caos seguito al venir meno dell’autorità imperiale d’Occidente e alle invasioni barbariche – e grazie all’opera di recupero e conservazione dell’eredità greco-romana compiuta dalla Chiesa – la stessa Chiesa tenne a battesimo il nuovo Impero Romano d’Occidente: il Sacro Romano Impero, nato nella notte di Natale dell’anno 800 con l’incoronazione, a Roma, di Carlo Magno, da parte di Papa Leone III.
Tutto questo mentre a Costantinopoli (l’antica Bisanzio) l’Impero Romano e Cristiano d’Oriente continuava ad esistere, cosa che avrebbe fatto fino al 1453. Se il cristianesimo avesse avuto in odio l’idea di impero, non ne avrebbe perpetuato l’esistenza come, invece, fece tanto nella parte occidentale quanto in quella orientale dell’impero fondato dai Romani.
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Note
(1) Ambrogio (340 – 397), proveniente da famiglia di antica nobiltà senatoria romana e acclamato vescovo di Milano il 7 dicembre del 374, è considerato il più autorevole teorizzatore e interprete della concezione romano-cristiana dell’impero.
(2) Marta Sordi (1925 – 2009) è stata docente di storia greca e romana presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, membro dell’Accademia di Scienze e Lettere dell’Istituto Lombardo e dell’Istituto di Studi Etruschi.
(3) Come più volte ricordato sulle pagine di Ordine Futuro, il modernismo è un’eresia, ovvero un insegnamento contrario al magistero della Chiesa, venutasi a manifestare soprattutto all’inizio del XX secolo. Fu duramente combattuta dal Papa San Pio X il quale, nell’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), la definì summa di tutte le eresie. Essa rappresenta, in sostanza, il tentativo di conciliare la fede cattolica con le istanze filosofiche del mondo moderno. Nucleo del modernismo è l’immanentismo, ossia la pretesa di ridurre la verità religiosa alla mera esperienza umana, dalla quale scaturirebbe in un costante divenire. L’influenza del modernismo, soprattutto nella sua rinnovata veste di neo-modernismo, condannato dal Papa Pio XII con l’enciclica Humani generis (1950), si è manifestata in tutta la sua gravità nel Concilio Ecumenico Vaticano II ed in particolare nel periodo che lo ha seguito, il cosiddetto post-concilio.
(4) “L’invidia e la gelosia furono la nota caratteristica della lotta ebraica contro Gesù e i suoi; il vangelo ci narra vari episodi di questo sospettoso accanimento; e Pilato per quanto poco s’occupasse di ciò, pure “sapeva che per l’invidia (dia yqonon) lo avevano consegnato” a lui (Matt., XXVII, 18) […] Clemente Romano ci accenna chiaramente che la persecuzione neroniana fu ispirata dagli ebrei dei quali finalmente caddero vittima Pietro e Paolo: «Per la gelosia e l’invidia (dia zhlon cai yqonon) le massime e santissime colonne (della Chiesa, i principi degli Apostoli) patirono persecuzione e combatterono fino alla morte […] Pietro che dall’iniqua gelosia non uno o due ma più travagli sostenne […] Per gelosia e contesa Paolo ebbe il premio del patimento […] A questi […] si aggiunse una gran moltitudine di eletti che, sofferte molte pene e tormenti per la gelosia, furono fra noi di ottimo esempio.» Brano tratto dall’opera di Mons. Umberto Benigni Storia sociale della Chiesa Vol. I, ed. Vallardi, Milano, 1906, pagg. 80-87
(5) Romanum imperium, quod Deo propitio christianum est (S. Agostino, De gratia Christi, II, 17, 18 – 418 d.C.). Il valore provvidenziale dell’Impero Romano è ricordato anche dal sommo poeta, il cattolico Dante Alighieri (1265 – 1321), nella sua Divina Commedia, in particolare nel Canto VI del Paradiso, dove a celebrarlo è la figura di Giustiniano (482 -565), l’imperatore romano d’Oriente autore del Corpus Iuris Civilis, l’immensa opera giuridica posta alla base di tutto il mondo romanizzato medievale. Secondo Dante, dunque, è stato il volere divino a determinare la creazione dell’Impero Romano e le “due Rome”, quella pre-cristiana e quella cristiana, sono perfettamente integrate in un unico progetto provvidenziale. Non a caso Dante ha scelto Virgilio – il cantore delle origini di Roma – come guida nel viaggio ultraterreno raccontato nella sua maggiore opera, e chiamato ‘romano’ lo stesso Cristo (“… e sarai meco sanza fine cive di quella Roma onde Cristo è romano”. Purg. XXXII, 102). Secondo San Tommaso d’Aquino (1225 – 1274) – il Dottore Comune della Chiesa – l’Impero Romano si è trasfigurato, nella Chiesa, dal piano temporale a quello spirituale. Come ricordato da Don Curzio Nitoglia, nel Commento alla II Epistola ai Tessalonicesi II, 3-4 (capitolo 2, lezione 1, n. 34-35) l’Aquinate, parlando dell’avvento dell’anticristo, spiega che “ci sarà l’apostasia dall’impero romano al quale tutto il mondo era sottomesso (…). L’impero romano è stato istituito affinché sotto il suo dominio la fede venisse predicata in tutto il mondo. (…). L’impero romano non è venuto meno, ma si è trasformato da temporale in spirituale. Perciò bisogna dire che per apostasia dall’impero romano si deve intendere non solo quella dall’impero temporale, ma anche quella dall’impero spirituale cioè dalla fede cattolica della Chiesa romana”.
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fonte: Ordine Futuro  

1 commento:

  1. Sì il meticcio è già realtà purtroppo, ma anche il non dare il mio 8×1000 a questa chiesa massonica lo è.

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