ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 26 maggio 2017

Il progetto di infiltrazione

Il seminarista rosso
L’infiltrazione marxista nella Chiesa
parte seconda


                                         


Il ruolo dei Gesuiti

Strumento privilegiato per questo progetto di infiltrazione è stato svolto dalla Compagnia di Gesù: se in passato i Gesuiti sono stati i nemici per eccellenza della massoneria (che ne ottenne addirittura lo scioglimento dalla Santa Sede [32]) adesso sono diventati il suo strumento elettivo «al preciso scopo di giungere a una “normalizzazione” dei rapporti con la massoneria» [33].
Con l’arrivo di un gesuita al soglio pontificale, è lecito chiedersi: «che uso farà, del suo immenso potere, l’ordine religioso di gran lunga più potente, più ricco, più colto, più duttile, più avventuroso, più scaltro in fatto di esperienza politica e diplomatica, più fornito di entrature e collegamenti con il mondo profano, con le altre religioni e con la stessa massoneria, oltre che con la grande finanza internazionale?» [34].

In realtà, da tempo l’ordine gesuita è solo esteriormente la stessa cosa di quello dei secoli passati [35]: già verso la metà del XX secolo alcuni membri dell’ordine, come Teilhard de Chardin [36], hanno suscitato polemiche e controversie con le loro audaci prese di posizione teologiche; altri, come Karl Rahner [37], hanno sostenuto apertamente la necessità di una radicale riforma della Chiesa e hanno spinto energicamente in tale direzione, fin dentro le aule del Concilio Vaticano II.
Lo stesso Concilio è stato giudicato, da più di un osservatore, come il tentativo di attuazione della riforma globale auspicata da Rahner e da altri [38]; tendenza poi sviluppata e ulteriormente approfondita sotto lo stimolo della teologia della liberazione, anch’essa nata – guarda caso – nell’ambiente dei gesuiti latino-americani [39].

Al Concilio ha fatto seguito lo “spirito del Concilio”, cioè l’interpretazione in senso esteso dei – volutamente – ambigui documenti conciliari. Ecco perché da un Novus ordo (la messa moderna) che doveva affiancarsi alla liturgia tradizionale si è avuto un sostanziale divieto di quest’ultima [40].
Francesco Lamendola, nello studio citato, enumera i principali punti del “nuovo corso” dei moderni gesuiti, sottolineando come esso non sia mai stato apertamente presentato come una rottura con la tradizione, pur essendolo di fatto:

1. la “svolta antropologica” di Karl Rahner, che pone l’Uomo, e non più Dio, al centro dell’orizzonte spirituale;
2. la priorità alla “dignità dell’uomo” rispetto alla Verità;
3. relativizzazione del concetto di verità (si ricordi ciò che disse in proposito Bergoglio a Eugenio Scalfari nella ben nota intervista rilasciata a La Repubblica, poco dopo la sua elezione);
4. l’obbedienza al papa non è più assoluta e incondizionata, ma dipende dal fatto che il papa sostenga, oppure no, tale processo di riforma;
5. il papa non deve essere più considerato come il capo della Chiesa, ma come il vescovo di Roma e, al massimo, come un primus inter pares fra i vescovi di tutto il mondo, perché la Chiesa si deve trasformare in una specie di grande assemblea democratica permanente, sul modello “conciliarista” del Vaticano II;
6. la Chiesa deve lasciar cadere anche le ultime riserve nei confronti delle altre “verità”, comprese quelle irreligiose, e deporre ogni pretesa di superiorità derivante dal possesso di una verità oggettiva: «si ricordi quel “buonasera” pronunciato da Bergoglio, al popolo dei fedeli di Roma, la sera della sua proclamazione, dal balcone del Palazzo vaticano, quasi che non volesse offendere gli atei con un bel: Sia lodato Gesù Cristo [41];
7. la Chiesa si deve schierare politicamente al fianco dei “poveri”, quindi anche dei “migranti”, apertamente e incessantemente, persuadendo tutti al “dovere” della solidarietà e dell’accoglienza:
<>«quest’ultimo elemento proviene dalla teologia della liberazione e, dunque, è un regalino che il cattolicesimo sudamericano fa alla vecchia e stanca Europa, in apparenza per rinvigorirla, aprendola alle “delizie” del multiculturalismo, in realtà sposando la causa delle lobby finanziarie che perseguono la distruzione della identità europea per spianare la strada alla globalizzazione dei mercati e, quindi, delle culture e dei localismi. Ed ecco saldato il cerchio, e spiegata l’apparente incongruenza, fra un ordine gesuita vicino alla massoneria e, mediante lo ior, alle centrali finanziarie mondiali, e l’opzione preferenziale per i poveri, per gli ultimi, per i diseredati; le due cose non configgono affatto, anzi, si completano e si integrano a meraviglia: l’una è la faccia nascosta (e inconfessabile), ma necessaria, dell’altra» [42].
Un momento di svolta nella storia dell’ordine di Sant’Ignazio avviene con l’elezione di padre Pedro Arrupe a “papa nero”:
[nel 1965] Pedro de Arrupe y Gondra fu eletto ventisettesimo padre generale dei gesuiti. Sotto la guida di Arrupe e nelle aspettative di un cambiamento autorizzato dal Concilio, la visione di natura antipapale e socio-politica che era maturata di nascosto per più di un secolo fu accolta dalla Compagnia in quanto organizzazione. Il repentino cambiamento non fu casuale, ma un atto deliberato, al quale Arrupe, come padre generale, fornì una guida ispirata ed entusiasta.
Ma ci vuole del tempo prima che il modo di considerare una grande istituzione religiosa cambi. La reputazione che la Compagnia si era guadagnata nei secoli era il migliore paravento dietro il quale costruire una Compagnia molto diversa, come quella che si è venuta a creare negli ultimi vent’anni. In effetti la storia, la storia gloriosa della Compagnia fece sì che i fatti attuali risultassero invisibili e che i nuovi capi potessero presentare il nuovo atteggiamento verso il mondo come l’estrema e migliore espressione della spiritualità e della lealtà ignaziane.
Per la grande massa dei cattolici, sia laici che ecclesiastici, era impensabile che proprio i gesuiti potessero diffondere una nuova idea della Chiesa; o che muovessero guerra non a un solo Papa, ma addirittura a tre, denigrandoli, ingannandoli, disubbidendo loro, aspettando la morte di ciascuno con la speranza che il prossimo avrebbe lasciato loro mano libera.
Inevitabilmente, la guerra dei gesuiti contro il papato è venuta alla luce durante il pontificato di Karol Wojtyla. Quest’uomo carismatico e ostinato giunse al soglio pontificio con l’esperienza diretta del marxismo in Polonia. […] Dal momento dell’elezione, fu chiaro che Giovanni Paolo II avrebbe incontrato l’opposizione di molti membri della burocrazia vaticana che aveva ereditato. Ciò che fu meno chiaro, anche per i consumati osservatori vaticani, era che anche i gesuiti avrebbero sfidato la sua autorità in materia politica.
Niente di ciò che Giovanni Paolo II ha tentato dal momento in cui è arrivato alla cattedra di S. Pietro nel 1978 è servito a dissipare o almeno ad attenuare l’opposizione gesuita. [43]

La teologia della liberazione è stata formalmente condannata sotto Giovanni Paolo II [44] e sotto Benedetto XVI [45], ma sembra che con e grazie a Bergoglio, torni in auge, assieme ai fautori del modernismo, della Chiesa che si adatta ai tempi e degli ammiratori del protestantesimo: si pensi all’elogio di Lutero fatto dal cardinale Carlo Maria Martini, punto di riferimento ideologico di Bergoglio, e dalla incombente “beatificazione” dell’agostiniano spretato che si profila per l’ottobre 2017.
Dopo la condanna ricevuta dalla Santa Sede e la smentita ricevuta dalla storia, questo movimento perse prestigio e influenza. Ma la fine dell’anticomunismo e la crisi economica mondiale gli hanno offerto una occasione di riproporsi come alternativa globale. Oggi la teologia della liberazione, senza rinnegare le idee originarie, fa una parziale autocritica e si ripropone all’opinione pubblica cambiando paradigma, metodo e linguaggio, ossia riciclandosi in chiave ambientalista, psicoanalitica e tribale. Dopo aver tentato invano di suscitare una rivoluzione economico-politica suscitata dai movimenti di massa delle classi proletarie, oggi la teologia della liberazione tenta di animare una rivoluzione psicologico-culturale basata sull’azione di gruppi emarginati o discriminati. In tal modo, essa s’inserisce nell’attuale passaggio storico dalla “terza Rivoluzione” (quella social-comunista) alla “quarta Rivoluzione” (quella ecologista e anarchica), come temeva 30 anni fa un suo grande oppositore: il prof. Plinio Corrêa de Oliveira [46].

È ipotizzabile che alla base della sovversione interna alla Chiesa ci sia stata una infiltrazione dei Gesuiti? Rispetto ad altri Ordini, infatti, la Compagnia di Gesù presentava molte importanti attrattive che la rendevano una preda ambita: la natura colta (i Gesuiti hanno creato e diffuso il modello educativo che è alla base della scuola moderna [47] e soprattutto fornito alla scienza e alla cultura un numero enorme non solo di teologi, ma anche di astronomi, matematici, filologi, glottologi, architetti, storici, geologi, letterati… [48]; dunque una indubbia capacità di formare le menti e presenza nell’apparato educativo: fattori che, assieme all’obbedienza cieca, caratteristica della Compagnia [49], la rendevano molto appetibile. Una volta conquistato il vertice, la Rivoluzione avrebbe avuto al proprio servizio il migliore degli eserciti per scardinare la Chiesa dall’interno.

È uno dei motivi che possono spiegare la simpatia neo-marxista della teologia della liberazione (in cui i gesuiti furono magna pars) e l’appoggio gesuita a certi esperimenti catto-comunisti nell’Italia degli “anni di fango” [50]: gli epigoni di Sant’Ignazio, dopo aver fatto nei secoli passati così tanta politica, nel corso del Novecento hanno finito per pensare che solo un diretto coinvolgimento a livello politico-sociale potesse consentire l’instaurazione del regno di Dio in terra, individuando gli alleati nei più acerrimi nemici. Un paradosso, un impenetrabile disegno machiavellico di infiltrazione attiva o, piuttosto, il risultato di un’infiltrazione passiva, aiutata dal partito di “ispirazione cristiana” – senza mai dimenticare il motto di Gramsci: «I popolari stanno ai socialisti come Kerensky a Lenin» [51]?




Il fiume carsico


Il Modernismo è stato definito un «fiume carsico» [52] che attraversa la storia della Chiesa: in effetti alcuni elementi ereticali (che potremmo definire cripto-protestanti) sono presenti prima del diffondersi della eresia modernista (in senso stretto) a cavallo dei secoli XIX e XX e dopo la sua formale condanna del 1907 ed il suo apparente dissolversi: gallicanesimo, conciliarismo, modernismo, episcopalismo, nouvelle théologie, teologia della liberazione…
Tra di essi ritroviamo il conciliarismo – considerare il Pontefice non come il capo supremo, ma come un unus inter pares – che pone l’assemblea dei vescovi al di sopra della Santa Sede (il gallicanesimo francese – e l’accettazione del giuseppinismo austriaco –, l’episcopalismo tedesco, il conciliarismo del Sinodo di Pistoia e dello stesso Vaticano II); la modificabilità dei dogmi, l’adattamento ai tempi, la subordinazione della Verità rivelata alla ricerca scientifica, l’accettazione della mentalità marxista sono tutti aspetti di una deviazione dalla dottrina tradizionale della Chiesa. Ad essi va aggiunto l’archeologismo, soprattutto nella liturgia: pretendere di ricostruire il modo di pregare (e, non dimentichiamolo, lex orandi, lex credendi) dei primi secoli, in aperto rifiuto della Tradizione; il Sinodo di Pistoia ne è un palese esempio [53].
L’errore di base sta nel ritenere la propria filosofia capace di assorbire quelle avversarie, senza rendersi conto dell’incompatibilità: di volta in volta, dopo il successo della cristianizzazione di Aristotele grazie a San Tommaso d’Aquino (che però era San Tommaso, non Teilhard de Chardin!), si è cercato di cristianizzare Kant, Hegel, Darwin, il liberalismo e infine Marx, con ben altri risultati…
Scrive Del Noce a proposito della “teologia della morte di Dio” – nient’altro che un ulteriore tentativo di creare una sintesi tra marxismo e cristianesimo:
si discorre molto oggi di “teologia della secolarizzazione”; ora, questa teologia altro non è, nella sua radice prima, che il risultato di una commistione di temi cristiani e di temi marxisti. Sorta nell’intenzione di cristianizzare il marxismo, conclude piuttosto, di fatto, in una ricerca di adeguamento del cristianesimo alla nuova religione marxista; e non è certo casuale che parecchi tra i suoi teorizzatori concludano apertamente nella tesi della “morte di Dio” [54].

Fondamentale è stato, in questa prospettiva, il ruolo svolto dai Gesuiti, da secoli centro culturale della Chiesa assieme, naturalmente, ai Domenicani ma, rispetto a questi, più vicini alla realtà quotidiana. Alla svolta a sinistra della rivista «La Civiltà cattolica» [55], che sostenne apertamente la via del “compromesso storico” si affiancò la nascita della rivista «Aggiornamenti sociali», scaturita dal “Centro studi sociali” di Milano e ulteriore strumento di “apertura a sinistra”.
Palesemente indicativo del progetto di «colpire o almeno gettare ombra sulla dottrina del Magistero tradizionale della Chiesa in materia sociale attraverso le eventuali imprecisioni o limitazioni del fedele più o meno qualificato che se ne fa veicolo» [56] può essere un articolo di padre Sorge, scritto assieme a padre De Rosa [57] apparentemente per correggere l’uso scorretto, nel linguaggio corrente, dei termini integrismo e integrista, ed in particolare in risposta ad alcuni scritti di occasione di Franco Rodano, comparsi su Paese Sera a commento delle elezioni per i distretti scolastici [58]. Il voler rispondere al quotidiano Paese Sera – diffusissimo giornale popolare e voce “non ufficiale” del pci – indica più l’obiettivo di colpire il Magistero tradizionale della Chiesa, che la volontà di far chiarezza ai lettori di Paese Sera.
Dopo aver attaccato il Sodalitium Pianum (p. 315), a maggior riprova che l’obiettivo dell’articolo è tutt’altro che una chiarificazione terminologica rivolta all’esterno, bensì uno scontro dottrinario interno alla Chiesa, si ricorda che
«Attualmente, la manifestazione più chiara dell’integrismo è il movimento di mons. Lefebvre, col suo rifiuto di accettare le «novità» del Concilio Vaticano II ed il suo attaccamento alla «messa di S. Pio V» [59].
Prese le distanze dai tradizionalisti, i due gesuiti proseguono – documenti conciliari alla mano – con l’elogio del relativismo: non esiste una “politica cristiana” né un “modello di società cristiana” se non per gli integristi, pronti a dedurla erroneamente ovvero «direttamente ed immediatamente – cioè, senza le necessarie mediazioni culturali tra la fede, che è il campo dell’assoluto e del trascendente, e la storia, che è il campo del relativo, del contingente e dell’immanente – dalla rivelazione cristiana» [60].
In conclusione, l’integrismo, sia confessionale sia ideologico, si oppone al pluralismo, alla tolleranza, al dialogo ed alla collaborazione con orientamenti teorici e pratici diversi. In sostanza, esso si traduce in una forma di totalitarismo ideologico e pratico [61].

A questo punto è ovvia la distanza incolmabile tra gli integristi e i “veri cristiani” (cioè tra i gesuiti e i tradizionalisti, lefebvriani o meno):
Bisogna, infatti, attentamente distinguere tra l’«ispirarsi» alla fede nell’attività sociale e politica e il «dedurre» immediatamente e rigorosamente un modello di società e di azione socio-politica dalla fede. La deduzione immediata e rigorosa d’un modello di società dalla fede comporterebbe la delineazione d’una «società cristiana» come unico modello valido di convivenza, oggettivamente ritenuto obbligatorio non solo per i cristiani, ma per tutti. Invece, «ispirare» la vita sociale e politica alla fede significa che nella costruzione di un modello di società «umana» – cioè non dedotta dalla rivelazione, ma fondata sulla ragione e sul vero e sul bene che la ragione mostra essere tali, (quindi fondata su valori umani «comuni» a tutti e da tutti accettabili) – il cristiano chiede alla fede solo la luce che essa proietta sull’uomo, sulla sua origine, sulla sua dignità e sul suo destino, e la forza che i valori cristiani mettono a servizio dell’uomo, in primo luogo la forza della carità [62].
A conferma di ciò, l’articolo liquida l’Inquisizione – massimo esempio ovvero «caso più abusato di integrismo cristiano» – come «una distorsione che, se è storicamente spiegabile, non è però evangelicamente giustificabile e deve, quindi, essere considerata un errore» [63]. Infine (anticipando il respingimento della di per sé poco credibile ermeneutica della continuità) l’articolo sostiene coerentemente che il Concilio Vaticano II, con l’affermazione della libertà religiosa, ha tolto ogni giustificazione all’integrismo confessionale, che in altre epoche si fondava sul principio che l’errore, essendo un male individuale e sociale, era da combattere e da estirpare anche con la forza [64].
Quindi il male non è da combattere né da estirpare, bensì – evidentemente – da accettare (se non coltivare) con amore. A meno che il male non sia rappresentato, anziché da deicidi, scismatici, atei, marxisti ed eretici, dai cattolici tradizionalisti o integristi.

Un altro importante campione del doppio peso (massima apertura all’esterno, dall’acattolico all’anticristiano, ma contemporaneamente massima durezza all’interno, nei confronti dei cattolici tradizionalisti), ed anch’egli gesuita, fu il potente e temuto (assai più che amato) Carlo Maria Martini (1927-2012) [65], cha da presule di Milano si fece promotore di una relativista “Cattedra dei non credenti” (1987-2002) [66]; Martini fu infatti apertamente estimatore del protestantesimo [67], dell’islamismo [68] e dell’ebraismo. Per contro, fu – naturalmente – tra i critici del motu proprio di Benedetto XVI Summorum pontificum, che autorizzava il ripristino, entro certi limiti, della S. Messa tradizionale (e lo fece, da par suo, dalle colonne de Il Sole 24 ore), dopo aver boicottato nella sua diocesi l’indulto concesso da Giovanni Paolo II alla celebrazione dello stesso rito tridentino.
Non a caso Martini è stato più volte indicato come un maestro di vita da Bergoglio e recentemente è stato rivelato che l’elezione di Bergoglio è stato il frutto delle riunioni segrete di un gruppo cardinali e vescovi, organizzati appunto da Carlo Maria Martini, hanno tenuto per anni a San Gallo, in Svizzera. Lo sostiene nella propria biografia [69] uno dei cardinali più progressisti, il belga Godfried Danneels (1933) che definisce tale gruppo di cardinali e vescovi un “Mafiaclub”.
E il cerchio si chiude, rendendo anche comprensibile perché ciò che era considerato eretico dalla bolla papale Auctorem fidei del 28 agosto 1794 sia stato accettato dopo il (e grazie al) Concilio Ecumenico Vaticano II.


NOTE
32 - Fondato nel 1540, l’Ordine fu soppresso e disciolto nel 1773 da Clemente XIV su pressione dei principali sovrani d’Europa, ma risorse nel 1814 con Pio VII all’epoca del Congresso di Vienna e della cosiddetta Restaurazione.
33 - Francesco Lamendola, I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, ma per condurla dove?http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=53779 [7.02.2017].
34 - Ibid.
35 - Il professor John Rao usava citare passi de «La Civiltà cattolica» dell’800 affermando: «Ecco cosa scrivevano i gesuiti quando erano cattolici». E Antonio Socci scrive: «Dopo il Concilio la Compagnia di Gesù non è stata più la soluzione, ma è diventata il problema. E se nella nostra generazione si vuol trovare addirittura un cardinale che ha apertamente e pubblicamente dissentito dal magistero dei Papi basta considerare il caso del gesuita Carlo Maria Martini». Antonio Socci, Non è Francesco. La Chiesa nella grande tempesta, Mondadori, Milano 2015, p. ???.
36 - Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955), paleontologo e filosofo francese. Per una sintesi critica del suo pensiero, cfr. Pier Carlo Landucci, Teilhard de Chardin. Aberrazioni ideologiche e dottrinali, Effedieffe, Viterbo 2015.
37 - Karl Rahner (1904-1984), tedesco, discepolo di Heidegger e preparatore del Vaticano II con la sua alla «svolta antropologica» in teologia, cioè il passaggio al soggettivismo dall’oggettivismo della teologia scolastica; la teoria del «cristianesimo anonimo» contro la formula «nulla salus extra Ecclesiam» e, naturalmente, il dialogo con il marxismo. Per comprendere l’importanza del suo ruolo, è nota un’inchiesta svolta tra gli studenti della Lateranense subito dopo il Concilio: alla domanda su chi fosse il principale teologo cattolico di tutti i tempi, gli studenti non indicarono né Sant’Agostino, né San Tommaso d’Aquino, bensì Karl Rahner.
38 - Cfr. in particolare Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II, cit.
39 - Gesuita, per fare un solo esempio, fu Luis Espinal Camps, noto come “Lucho Espinal” (1932-1980) ideatore dell’aberrante “crocifisso comunista” (un crocifisso montato su una falce e martello), apprezzato regalo del presidente boliviano, il sindacalista social-comunista Evo Morales, a Jorge Bergoglio. Lo stesso Bergoglio è ritenuto vicino alla teologia della liberazione: Rachel Donadiomay, Francis’ Humility and Emphasis on the Poor Strike a New Tone at the Vatican, in New York Times, 25.05.2013.
40 - Basti pensare alla delirante – nonché esemplificativa – dichiarazione rilasciata al quotidiano Repubblica di Luca Brandolini, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo, nonché membro della commissione liturgica della conferenza episcopale italiana: «Non riesco a trattenere le lacrime – ha detto – sto vivendo il momento più triste della mia vita di vescovo e di uomo. È un giorno di lutto non solo per me, ma per i tanti che hanno vissuto e lavorato per il Concilio Vaticano II. È stata cancellata una riforma per la quale lavorarono in tanti, al prezzo di grandi sacrifici, animati solo dal desiderio di rinnovare la Chiesa» Orazio La Rocca, “Obbedirò al Pontefice ma è un giorno di lutto. Si cancella la riforma”, in La Repubblica, 8 settembre 2007.
41 - Francesco Lamendola, op. cit.
42 - Ibid.
43 - Malachi Martin, I Gesuiti, SugarCo, Milano 1987, p. 29-30. Corsivo mio.
44 - Cfr. i due studi Libertatis Nuntius (1984) e Libertatis Conscientia (1986) della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dall’allora cardinale Joseph Ratzinger.
45 - Cfr. la Notificazione della Congregazione per la Dottrina della Fede sulle opere del P. Jon Sobrino S.I. (2006). Lo stesso Woytila, aprendo i lavori della III Conferenza Generale dell’Episcopato latinoamericano (celam) a Puebla (Messico), il 28 gennaio 1979 indicò i pericoli dell’abbandono della Fede per cercare altre vie onde raggiungere la “libertà”: «In alcuni casi, o si tace la divinità di Cristo, o si incorre di fatto in forme di interpretazione contrarie alla fede della Chiesa. Cristo sarebbe solamente un “profeta”, un annunciatore del Regno e dell’amore di Dio, ma non il vero Figlio di Dio, e non sarebbe pertanto il centro e l’oggetto dello stesso messaggio evangelico. In altri casi, si pretende di mostrare Gesù come impegnato politicamente, come uno che combatte contro la dominazione romana e contro i potenti, anzi implicato in una lotta di classe. Questa concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa». Corsivo mio. Nel discorso, la condanna della teologia della liberazione, pur essendo implicita, non è mai esplicita: il termine liberazione si ripete 20 volte, mentre la locuzione teologia della liberazione non ricorre mai.
46 - Guido Vignelli, La “teologia della liberazione”: un libro ne denuncia il pericoloso rilancio, in «Riscossa Cristiana. Sito cattolico di attualità e cultura», 11 marzo 2015 [8.02.2017].
47 - Cfr. tra gli altri, Fabrizio Manuel Sirignano, Gesuiti e Giansenisti. Modelli e metodi educativi a confronto, Liguori, Napoli 2012. I giansenisti propugnavano una scuola elitaria: classi di pochissime persone di varie età, formate solitamente da familiari (fratelli e cugini), con lezioni che si tenevano all’interno del palazzo di famiglia e curate in tutte le materie da un unico aio, che viveva giorno e notte con i discepoli. I Gesuiti invece avevano scuole con classi numerose, formate da alunni della stessa età, provenienti da strati sociali diversi, che si riunivano in una scuola (ricavata in un palazzo di proprietà dell’Ordine) e venivano seguiti da docenti specializzati per ciascuna materia e sottoposti ad un rigido controllo di qualità.
48 - C’è chi sottolinea il lato negativo della natura colta della Compagnia per spiegare la silenziosa, ma radicale “mutazione antropologica” dei Gesuiti a partire dalla metà del XX secolo: «dopo aver dato alla Chiesa e al mondo, oltre che instancabili e intrepidi missionari, i gesuiti hanno finito per assimilare lo spirito della cultura profana, per assorbire elementi di modernismo, laicismo, razionalismo, meccanicismo, evoluzionismo: valga per tutti l’esempio di Teilhard de Chardin, la cui filosofia è assai poco cristiana e molto, invece, panteista. Nietzsche diceva che non si può guardare nell’abisso troppo a lungo, senza che l’abisso guardi dentro di noi». Francesco Lamendola, I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, ma per condurla dove?http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=53779, 18/04/2016 [10.02.2017].
49 - «Oltre ai voti di castità, povertà e obbedienza, i gesuiti ne fanno uno ulteriore. Promettono infatti speciale obbedienza al Papa, rendendosi disponibili a essere inviati ovunque o comunque a ricevere una qualsiasi missione che il Papa ritenga utile al bene della Chiesa. La Compagnia di Gesù non è l’unico Ordine a fare un quarto voto. I camilliani, ad esempio, fanno voto di assistenza ai malati, mentre gli ordini monastici fanno un voto di stabilità. Questo voto “in più” ha a che fare con il carisma dell’Ordine, cioè con la maniera specifica di vivere la sequela del Signore. Per i gesuiti questo significa che l’obbedienza speciale che vivono al Santo Padre è al cuore stesso della loro identità». http://gesuiti.it/in-che-cosa-consiste-il-quarto-voto/ [10.2.2017].
50 - Si pensi all’esperienza della “primavera di Palermo” (1985-1990), quando i gesuiti Bartolomeo Sorge e Ennio Pintacuda, entrambi provenienti dal Centro di Formazione Politica “Pedro Arrupe” di Palermo, guardarono con simpatia al movimento catto-comunista della “Rete” di Leoluca Orlando.
51 - Antonio Gramsci, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 257.
52 - La definizione è di Roberto de Mattei, che la ha usata per la prima volta il 27 novembre 2007, in occasione di un convengo sul centenario dell’enciclica Pascendi Dominici Gregis, tenuto presso la Pontificia Università San Tommaso.
53 - Diversi furono i decreti emanati dal Sinodo, che fortunatamente rimasero lettera morta, prima di essere condannati ufficialmente da Pio VI (bolla papale Auctorem fidei del 28 agosto 1794):
· la Chiesa ha il compito di preservare la purezza originaria della fede trasmessa da Cristo ai Suoi apostoli e non aveva diritto di introdurre nuovi dogmi, che sono perciò falsi;
· la vera Chiesa, organismo spirituale senza autorità secolare, è la comunità dei pastori di Cristo di cui il Papa è soltanto il capo ministeriale;
· si raccomanda di abolire tutti gli Ordini monastici, eccetto quello dei Benedettini; alle suore viene proibito di pronunciare i voti prima dei 40 anni;
· liturgia: si introduce la lingua volgare e la lettura ad alta voce delle preghiere della Messa; si obbliga a togliere dalle chiese ogni immagine o statua che non siano quelle che fanno riferimento ai misteri di Cristo; sono soppressi gli altari laterali nelle chiese;
· penitenza: dottrina molto rigida, favorevole ad un’unica confessione nella vita, come nella chiesa antica;
· il Sacro Cuore e la Via Crucis sono considerate false devozioni;
· per il culto pubblico si mantengono gli onori al Sovrano (ovviamente!), ma si riducono le novene, le processioni, le feste (trasferite alla domenica successiva o precedente).
54 - Augusto Del Noce, I caratteri generali del pensiero politico contemporaneo. Lezioni sul marxismo, Giuffré, Milano 1972, p. 34. Corsivo mio.
55 - «Si mettano a confronto, per averne la prova, le annate de «La Civiltà cattolica» anteriori, e quelle posteriori, al Concilio Vaticano II. È sempre la stessa rivista, sono sempre gli stessi gesuiti; eppure è cambiato tutto, le tesi sono completamente diverse, e anche la linea pastorale è mutata da cima a fondo». Francesco Lamendola, I gesuiti hanno preso il timone della Chiesa, cit.
56 - Giovanni Cantoni, L’anti-integrismo come “dis-integrazione” della Fede. Il contributo de “La Civiltà Cattolica” al “compromesso culturale”, in «Cristianità», n. 37, 1978.
57 - Bartolomeo Sorge sj, Giuseppe De Rosa sj, Fede cristiana ed integrismo, in «La Civiltà Cattolica», anno 129 n. 3064, (18-2-1978), p. 316-324.
58 - Le elezioni si erano tenute nel 1977 (11 e 12 dicembre); gli articoli di Paese sera erano apparsi nel 1978 (5 e 18 gennaio, 8 febbraio).
59 - Ivi, p. 316.
60 - Ivi, p. 318.
61 - Ivi, p. 320.
62 - Ivi, p. 321.
63 - Ivi, p. 322.
64 - Ivi, p. 323
65 - Arcivescovo di Milano (1979-2002), Cardinale dal 1983, Presidente del Consiglio delle Conferenze dei vescovi d’Europa (1986-1993).
66 - Attenzione: non cattedra per i non credenti (volta alla conversione di essi), ma dei non credenti, chiamati a pontificare, se non a convertire (o pervertire) i cattolici. Le lezioni introduttive di Martini alla “Cattedra” sono state pubblicate (Le cattedre dei non credenti, Bompiani, Milano 2015) come primo volume della sua opera omnia e con una prefazione firmata da Bergoglio, che non lesina elogi al suo mentore: «La sua vita, le sue opere e le sue parole hanno infuso speranza e sostenuto molte persone nel loro cammino di ricerca».
67 - In Colloqui notturni a GerusalemmeSul rischio della fede (Mondadori, Milano 2008), «Martini definisce Lutero, che nella storia della Chiesa è stato una delle più tragiche calamità, come “il più grande riformatore”. Poi aggiunge che a Lutero “l’amore per le Sacre Scritture ispirò buone idee” (testuale!) e pur ritenendo “problematico” il fatto che Lutero abbia “tratto da riforme e ideali necessari un sistema proprio”, tuttavia Martini afferma che la Chiesa contemporanea “se ne è lasciata ispirare per dar corso al processo di rinnovamento del Concilio Vaticano II, dischiudendo per la prima volta ai cattolici il tesoro della Bibbia su basi più larghe”» Antonio Socci, Da Martin Lutero a “Martini Lutero”, in Libero, 21 maggio 2008. Notevole la sottolineatura del rapporto tra Lutero e Vaticano II…
68 - Il 7 dicembre 1990, cioè nella ricorrenza di Sant’Ambrogio, protettore di Milano, predicò la necessità di dialogare con l’islam e di favorire l’integrazione con gli immigrati di fede islamica,
69 - Jürgen Mettepenningen, Karim Schelkens, Godfried Danneels. Biografie, Uitgeverij Polis, Antwerpen 2015
di
 Gianandrea de Antonellis

Parte prima


Pubblicato sul sito dell'Autore: Ernesto il disingannato


Parte prima


1 commento:

  1. In realtà, da tempo l’ordine gesuita è solo esteriormente la stessa cosa di quello dei secoli passati [35].

    Semplicemente chi non è più cattolico non è più Gesuita ma un ipocrita, millantatore e falsario.

    RispondiElimina