ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 5 maggio 2017

La malattia della Chiesa cattolica

LA MALATTIA DELLA CHIESA

    Rimettere la santificazione all’ordine del giorno. James Martin grande amico delle associazioni Lgbt influente gesuita statunitense è stato promosso dal papa a consultore della Segreteria per la Comunicazione 
di Francesco Lamendola  





E così, padre James Martin, editorialista della rivista dei gesuiti statunitensi America, è stato promosso dal papa Francesco consultore della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, in pratica il centro nevralgico per la diffusione in tutto il mondo delle notizie sul papa e sulla Chiesa. Questo James Martin è un grande amico delle associazioni LGBT e, fra le altre cose, ha appena scritto e pubblicato un libro intitolato Building a Bridge,  cioè “costruire un ponte”, una tipica espressione bergogliana; con questo chilometrico, ma, in compenso, chiarissimo sottotitolo: How the Catholic Church and the LGBT Community can enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity, ossia “come la Chiesa cattolica e la Comunità LGBT possono instaurare dei rapporti basati sul rispetto, la compassione e la sensibilità”.
Qualora tutto ciò non fosse sufficientemente esplicito, nel libro padre Martin si diffonde a spiegare come sia giunta l’ora che la Chiesa ponga rimedio alle passate, ed “ingiuste”, discriminazioni, nella sola maniera giusta e doverosa, cioè accettando pienamente la pratica omosessuale, e riconoscendo la validità dei matrimoni omosessuali e delle famiglie arcobaleno. Infatti, e questo aforisma riassume perfettamente la filosofia morale di padre Martin: Prima di tutto l’amore, tutto il resto viene dopo; infatti, tutto il resto non ha senso senza l’amore. Inutile dire che queste idee sono state accolte con entusiasmo illimitato da quelle “comunità”, come le chiama lui, ovvero da quelle “lobby omosessuali”, come le chiamava, un tempo, lo stesso papa Francesco (ma ora non più), il cui fine dichiarato è ormai non solo il pieno riconoscimento del matrimonio omosessuale civile, con tutto ciò che ne consegue in fatto di fecondazione artificiale, utero in affitto e adozioni gay, obiettivi già in gran parte raggiunti, ma anche il matrimonio omosessuale religioso, con tanto di benedizione del sacerdote e di Eucarestia per gli sposi novelli.
Questo è solo uno dei molti esempi che si possono ormai fare per mostrare a quale livello di decadenza è giunta la morale cattolica della neochiesa bergogliana, logico e ineluttabile punto d’arrivo di tutto un affievolirsi della fede e di tutto un diabolico maneggio di preti, vescovi e cardinali massoni dentro la Chiesa cattolica (come il defunto Carlo Maria Martini), da essi infiltrata in una misura tale che si stenta a capire se è la massoneria che ha infiltrato e soggiogato la Chiesa ai suoi voleri, o se, per caso, non è accaduto press’a poco il contrario, anche se il risultato non cambia, o cambia poco. E infatti il risultato è che la dottrina cattolica è stata snaturata, tradita, capovolta, e che tutta la Chiesa corre un pericolo gravissimo, quello di una mutazione genetica, attuata a piccoli passi, ma, da ultimo, con velocità esponenziale, sostituendo, molecola per molecola, la vera Chiesa e la vera dottrina con qualcosa di completamente nuovo e diverso, qualcosa che non è vivificato dal soffio dello Spirito Santo e che non trae ispirazione dal Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo, ma dalla filosofia illuminista, dalla logica dei diritti a oltranza, dall’ideologia gender e da forme sempre più spinte e sempre più demagogiche di pauperismo, di femminismo, d’immigrazionismo. Tutto questo in base al principio, chiaramente derivato dal marxismo e per niente cattolico, che il povero ha sempre ragione, che le minoranze “ingiustamente discriminate” hanno diritto ad un risarcimento perenne e illimitato, e che quello che conta, per dirsi cristiani, non  è più credere in Gesù Cristo, Figlio di Dio e Dio Egli stesso, incarnato, morto e risorto per amore degli uomini, ma adottare un codice di comportamento “etico” stilato da sedicenti teologi e da falsi pastori alla James Martin, o alla Vincenzo Paglia, o alla  Nunzio Galantino. Un codice che di cattolico ha ormai solamente il nome, e presto non avrà più nemmeno quello, visto l’evidente fastidio che il papa Francesco, in persona, manifesta ogni volta che sente fare questo nome, e la sua insistenza nel ribadire che Dio, no, non è cattolico; e, inoltre, che il peggior nemico della vera fede, e anche della pace e delle giuste relazioni fra gli uomini, oggi, non è, che ne so, il terrorismo islamico, e neppure il laicismo anticristiano e aggressivo dei radicali, con tutto il corollario di divorzismo, abortismo, eutanasia, eccetera, ma… il clericalismo: che, in realtà, è una specie estinta, e non si capisce come lui riesca a vederla ancor viva e vegeta, e, addirittura, così invadente e minacciosa, da costituire, di per sé, una grave minaccia alla solidarietà e alla fratellanza umane.
La malattia della Chiesa cattolica parte da lontano; sotto il pontificato di Bergoglio è esplosa nella sue forme più virulente, ma i bacilli erano stati contratti da almeno un secolo, cioè dall’avvento del primo modernismo, all’inizio del XX secolo, e si erano poi ridestati, estremamente vigorosi e aggressivi, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, con il Concilio Vaticano II (a proposito, il padre Martin è della classe 1960). E, anche se le cause culturali hanno a che fare con processi che hanno investito complessivamente tutta la civiltà moderna, o meglio, che sono alla base della stessa civiltà moderna, come il secolarismo, il materialismo, l’urbanesimo, il capitalismo di rapina, lo strapotere della finanza, l’omologazione culturale, il totalitarismo democratico e l’utilitarismo selvaggio e sfrenato, i cattolici riconoscono la causa numero uno di questa decadenza della vita cristiana in un fattore molto più semplice e molto più immediato: la perdita della spiritualità, lo smarrimento della dimensione verticale della fede, e, soprattutto, il progressivo abbandono della preghiera. Finché l’uomo prega; finché la società prega; finché la Chiesa continua a pregare, nulla è ancora perduto, perché la relazione con Dio prosegue, pur fra mille difficoltà, e il soccorso della grazia non s’interrompe, non viene meno. Quando però si smette di pregare, di fatto è come se si smettesse di credere: e, in realtà, che razza di fede è quella che non si alimenta della preghiera quotidiana, cioè del colloquio incessante con Dio; e che non sente, spontaneamente e irresistibilmente, il richiamo verso la preghiera, la sua bellezza, la sua necessità, la sua assoluta insostituibilità per la vita dell’anima? Senza la preghiera, l’anima è come se fosse morta. E lo sanno molto bene i nemici della Chiesa, anche se i cattolici se ne stanno scordando, tanto è vero che essi hanno lasciato che le difese spirituali, assicurate dalla preghiera, venissero rimosse una dopo l’altra. È stata abolita la preghiera a san Michele Arcangelo, che papa Leone XIII aveva ordinato fosse recitata alla fine di ogni santa Messa (cfr. il nostri articolo: Perché è stata soppressa la preghiera di Leone XIII a San Michele Arcangelo?, pubblicato sul Il Corriere delle Regioni il  18/02/2016): per quale ragione? È stata anche abolita, di fatto, la benedizione delle case da parte del parroco, ufficialmente per la scarsità di sacerdoti, in realtà per una forma neanche troppo dissimulata di laicismo e di disprezzo della sacra Tradizione. Ma una casa senza la benedizione di Cristo - perché il sacerdote, quando benedice e quando amministra i sacramenti, è un alter Christus, un altro Cristo, per quanto misero e inadeguato egli possa essere in quanto essere umano – è una casa esposta alle insidie del diavolo, e la famiglia che vi abita è stata privata, senza saperlo, di una protezione fortissima contro un nemico tanto subdolo e pericoloso. La figura dell’esorcista è diventata sempre più rara, e, quel che più conta, sempre più osteggiata, e perfino screditata, da un gran numero di cardinali e vescovi massoni, e da un numero ancor più grande di preti e collaboratori laici, tanto ignoranti quanto presuntuosi: anche da questo lato, dunque, la porta che doveva rimanere sprangata è stata socchiusa, e non è rimasto quasi nessuno a farvi la guardia.
Tutte queste cose sono divenute possibili – mentre, fino a meno di cinquant’anni fa, le si sarebbe credute impossibili – perché i cristiani hanno smesso di puntare all’essenziale. L’essenziale è l’imitazione di Cristo, la sua sequela, e l’abbandono di tutta la zavorra che ritarda e rallenta il perseguimento di un simile obiettivo. Tutte le umane ambizioni, tutte le brame umane, al confronto della rivelazione di Cristo, diventano, dice san Paolo nella Lettera ai Filippesi, nient’altro che “spazzatura”. Vale la pena di rileggersi quel passo, per la forza e drammatica e la tensione spirituale che lo sorreggono e che si trasmettono con meravigliosa efficacia a quanti lo sanno ascoltare e meditare con la giusta disposizione dell’anima, cioè dimentichi dell’io e aperti alla grazia (3, 1-21; traduzione della Bibbia di Gerusalemme):

Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore. A me non pesa e a voi è utile che vi scriva le stesse cose: guardatevi dai cani, guardatevi dai cattivi operai, guardatevi da quelli che si fanno circoncidere! Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù, senza avere fiducia nella carne. Sebbene io possa vantarmi anche nella carne. Se alcuno ritiene di poter confidare nella carne, io più di lui: io circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della Chiesa: irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge.
Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede. E questo perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Quanti dunque siamo perfetti, dobbiamo avere questi sentimenti; se in qualche cosa pensate diversamente, Dio vi illuminerà anche su questo. Intanto, dal punto a cui siamo arrivati continuiamo ad avanzare sulla stessa linea.
Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate a quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agi occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra. La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, i quale trasfigurerà  il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose.

Perché, dunque, i preti dei nostri giorni hanno smesso di mettere la santificazione all’ordine del giorno? Perché hanno smesso di predicare che tutto è vanità e spazzatura, se paragonato al tesoro incommensurabile dell’amore di Cristo? Perché hanno smesso di dire ai credenti, come fa san Paolo in questa epistola, che prendano esempio da loro, dai sacerdoti, e si sforzino d’imitarli, così come essi si sforzano d’imitare Cristo? Non aveva forse esortato Gesù in persona: Siate dunque perfetti, come perfetto è il Padre vostro, che è nei cieli? Perché si preoccupano di cento cose di quaggiù, perché parlano sempre delle cose della terra, perché invocano sempre nuovi “diritti”, e parlano così poco, o addirittura mai, dell’imitazione di Cristo, del giudizio dell’anima, della eterna beatitudine o della eterna dannazione? Forse che non ci credono più? Ma, se non ci credono, non sarebbero più onesti togliendosi la tonaca e ammettendo d’essersi sbagliati? Altrimenti, perché smettono di fare quel che sempre il clero ha fatto, quel che rappresenta la sua ragione di essere, cioè l’annuncio del Vangelo che richiede la conversione delle anime a Cristo? Possibile che non si rendano conto della loro immensa responsabilità, che abbiano già scordato la promessa che fecero, quando ricevettero l’Ordine sacro? Possibile che abbiano scorato l’ammonimento di san Pietro al Sinedrio di Gerusalemme: Bisogna piacere a Dio, piuttosto che agli uomini? Eppure, quel che appare evidente dalle loro parole, dalle loro azioni, perfino dal loro modo di vestirsi (cioè nascondendo, o quasi, l’abito sacerdotale)  un immenso, sfrenato desiderio di piacere al mondo, di essere lodati e approvati dal mondo, di ricevere l’applauso e la lode del mondo. Ma il vero ed unico modello è, e rimarrà sempre, Nostro Signore Gesù Cristo. Forse che Egli ricevette l’applauso e la lode del mondo? Forse che il mondo lo comprese, lo accolse, lo portò in trionfo? Non è forse vero, al contrario, che lo respinse, che lo volle morto, che lo derise e che lo maledisse perfino quand’era sulla croce? Come mai, allora, i suoi sacerdoti, ai nostri giorni,  pretendono di ricevere dal mondo un trattamento diverso, e infinitamente migliore, di quello che ricevette il divino Maestro? Sì, lo ripetiamo: bisogna rimettere la santificazione all’ordine del giorno: solo allora torneremo a vedere la giusta prospettiva. 

Rimettere la santificazione all’ordine del giorno

di 
Francesco Lamendola
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