ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 6 maggio 2017

Ne sa una di più?

MA IL DIAVOLO CHE NE SA DI NOI?

Il diavolo ci conosce bene: può dedurre i nostri pensieri per introdurvisi, anche per interposta persona servendosi del suo cattivo esempio, magari di un amico del quale abbiamo fiducia per spingerci verso il male di Francesco Lamendola
  

Generalmente, chi prende sul serio l’esistenza del diavolo, e il pericolo che la sua azione costituisce per la nostra anima e per la nostra vita morale, è portato a farsi, in primo luogo, la domanda su che cosa sia possibile, per noi uomini, sapere di lui, in modo da poterne scorgere le insidie e mettersi al riparo, per quanto possibile, dal pericolo di cadere in tentazione, cosa cui egli costantemente mira e che non esitò a tentare perfino con il nostro Signore Gesù Cristo.
Ebbene, diciamo subito che, per questa strada, non è possibile andare molto lontano, e ciò per la buona ragione che, tranne nei casi estremi, cioè quelli della possessione e dell’ossessione diabolica, l’antico nemico è talmente abile e astuto che riesce a mascherare quasi del tutto la sua presenza, per non dire la sua opera nefasta; anche laddove è lecito sospettarne la presenza, infatti, esistono quasi sempre dei margini di dubbio tali, per cui si possono benissimo interpretare le cose alla luce di una spiegazione puramente razionale e naturale.
Non per nulla la sua  strategia abituale è quella di avvicinarsi all’uomo senza rendergli manifesta la sua vera identità; e, a tal fine, trova un alleato prezioso ed efficacissimo nella smodata e imprudente curiosità di tante persone, insofferenti di stare dentro i limiti di ciò che è umanamente accessibile e moralmente lecito. Un tipico esempio di tale curiosità malsana e imprudente sono le sedute spiritiche, nelle quali si evocano entità disincarnate che i presenti identificano come le anime dei trapassati, ma che, al contrario, certamente non sono ciò che dicono di essere, per la semplice ragione che le anime dei trapassati hanno ben altre cose da fare, che presentarsi ai frequentatori dei tavolini a tre gambe, o, peggio, ai giocatori delle tavolette ouija o del bicchierino medianico, i quali ammazzano la noia di una serata piovosa interrogando gli “spiriti” su questioni più o meno futili; o alle signore bene, magari con qualche pretesa artistoide,  le quali praticano il channeling, per poi mettersi a scrivere poesie “automatiche” o a dipingere improbabili quadri simbolisti, dietro il suggerimento o sotto l’ispirazione dei non meglio identificati “spiriti guida”, se non addirittura dei supposti “angeli”.
Molto, ma molto di rado, il diavolo ci si mostra quale realmente è; e, anche in quei casi, lo fa, almeno inizialmente, indossando una maschera, cioè assumendo le sembianze di un normale essere umano, il cui scopo è quello di saggiare le capacità di resistenza e cercare il varco adatto per sferrare la sua offensiva con le massime probabilità di successo. Infatti gli piace vincere facile, e, se si trova di fronte a un caso difficile, non sa far di meglio che sfogare la sua rabbia impotente con inutili vessazioni fisiche morali, come accadde nel caso del santo curato d’Ars, o anche in quello di san Pio da Pietrelcina: inutili, perché egli si rende conto perfettamente di non avere la minima possibilità di farcela di fronte a un’anima pura, che confidi incrollabilmente in Dio.
Ebbene, proviamo allora a imboccare un’altra strada e a domandarci non che cosa noi possiamo sapere di lui, ma che cosa egli sappia di noi. È chiaro, infatti, che, per noi, fa una grandissima differenza pensare che egli sia in grado di agire a nostro danno con poteri quasi illimitati, oppure sapere, come in effetti è, che i suoi poteri sono assai più limitati di quel che comunemente non si creda, e che, pertanto, anche resistergli è molto più facile di quanto non si possa immaginare. Non che disporre di mezzi formidabili, il diavolo è costretto ad agire contro gli esseri umani partendo dal dato di fatto della loro libertà, e dunque della sua impossibilità di soggiogarli moralmente contro la loro volontà. Una volta messo bene a fuoco questo aspetto, tutta la faccenda assume un altro aspetto; e, pur non commettendo mai l’errore di sottovalutare il maligno, di sottovalutare la sua astuzia e le sue risorse, possiamo tuttavia evitare di cadere nell’eccesso opposto: quello di restar intimiditi da una paura irragionevole, quasi che egli fosse un degno antagonista di Dio e non invece, quale realmente è, un angelo ribelle che ha perduto ogni splendore, e la cui unica soddisfazione consiste nel piacere, del tutto negativo, di strappare a Dio le anime umane, trascinandole nella perdizione in cui egli si è posto da sé medesimo.
Scrive a questo proposito padre Giovanni Tomasi, carmelitano scalzo e priore dell’Eremo del Deserto, presso Varazze, in provincia di Savona (sulla rivista Messaggero di Gesù Bambino, Arenzano, Genova, n. giugno 2015, pp. 36-37):
Consideriamo ciò che dice la Sacra Scrittura – e in particolare san Paolo – circa il luogo ove stanno i demoni e il loro modo di conoscere. Certamente vi sono demoni che sono all’inferno, come dice chiaramente il Signore in Mt 25, 41: “Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli”.
Vi sono, però, demoni che stanno tra di noi, tentano alcuni, altri li vessano o li ossessionano. Alcuni prendono addirittura possesso dei corpi. In riferimento a questa seconda ubicazione la Scrittura indica il DESERTO come luogo di possibile presenza del diavolo. Gesù infatti si recò nel deserto per essere tentato dal diavolo. Gesù stesso parlando di un demonio cacciato e che può tornare indietro dice: “Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira PER LUOGHI DESERTI cerando sollievo e, non trovandone, dice: RITORNERÒ NELLA MIA CASA, DA CUI SONO USCITO”. Venuto, la torva spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, entrano e vi prendono dimora. L’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima “(Lc 11, 24-26).
Una SECONDA POSSIBILE UBICAZIONE DEI DEMONI, secondo san Paolo, è quella indicata in Efesini 2, 2 quando dice che alcuni seguono “il principe delle Potenze dell’aria, quello spirito che opera negli uomini ribelli” eppure quando dice che “ la nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti (Ef 6, 12). San Tommaso chiama questa seconda ubicazione “atmosfera caliginosa”. In altre parole si tratta di demoni che abitano tra noi, nelle nostre città.
Questo demoni conoscono noi, le nostre azioni, le nostre abitazioni, possono congetturare sul nostro futuro, ma non hanno la possibilità di entrare nell’anima, santuario riservato solo a Dio.
S. Tommaso, ancora, dice che “È PROPRIO ED ESCLUSIVO DI DIO PENETRARE NEL’ESSENZA STESSA DELL’ANIMA” (“solus Deus illabitur animae” (“Somma teologica”, III, 64, 1).
Il demonio, però, può dedurre dalle azioni dell’uomo. Può ipotizzare anche dall’esercizio delle sue facoltà sensitive ma non può conoscere direttamente i pensieri dell’uomo perché non può prendere possesso dell’anima, abitando in essa. Soltanto quando noi ci doniamo a lui, indebolendo le nostre facoltà mentali e intellettive di reazione, oppure divenendo schiavi del male, allora comincerà ad abitarci e a conoscerci dal di dentro.
Sono considerazioni che ci sembrano condivisibili, e che ci aiutano a comprendere le dinamiche dell’azione diabolica nel mondo e le possibili strategie per sventare i piani del maligno; tranne l’ultima affermazione, che ci sembra erronea e che è smentita sia da eminenti studiosi di demonologia, come monsignor Corrado Balducci, sia da esorcisti, come padre Gabriele Amorth, sia, soprattutto, da teologi illustri e dallo stesso Magistero della Chiesa. La dottrina cattolica, infatti, e la stessa esperienza pratica di coloro che hanno avuto direttamente e personalmente a che fare con tale problematica, affermano che il demonio può, sì, prendere stanza in un essere umano, anche in un cristiano e, temporaneamente, perfino in un santo, arrivando a controllare il suo corpo e la sua stessa mente: ma non l’anima. L’anima immortale appartiene a Dio e, come ricorda, del resto, lo stesso padre Tomasi, poche righe più sopra, i demoni non hanno la possibilità di entrare nell’anima, santuario riservato solo a Dio.
Essi hanno, però, la possibilità di conoscerci, e sia pure desumendo il nostro sentire e il nostro pensare dalle nostre azioni, non leggendoli direttamene dall’interno dell’anima nostra. Possono conoscere anche il nostro lavoro, le nostre frequentazioni, e, naturalmente, le nostre abitudini e la nostra stessa casa. Non è ceto un caso che, per secoli e secoli, la Chiesa abbia riconosciuto l’utilità, per non dire la necessità, della benedizione sacerdotale delle case, spesso anche dei campi, dei luoghi di lavoro, degli strumento del lavoro umano e dei mezzi di trasporto dei quali i fedeli si servono abitualmente. E non per caso, o per mera superstizione, la pietà popolare ha ritenuto cosa buona e giusta porre dei simboli religiosi, dei capitelli, delle edicole sacre, dei piccoli altari dedicati agli Angeli, ai Santi e alla Madonna, sia sulle facciate delle case, sia ai crocicchi, e perfino in mezzo ai campi e ai sentieri di montagna, o sui rami degli alberi, o sulla riva del mare, presso i villaggi dei pescatori. Sia la Chiesa che i singoli fedeli hanno sempre saputo che tali presenze sorreggono la pace domestica e proteggono il viandante e il lavoratore, e che contribuiscono a tenere lontane le potenze del male; e che quei simboli, dopo essere stati benedetti, non sono più dei semplici oggetti, delle cose pie, ma sostanzialmente inerti, bensì dei segni che richiamano la protezione celeste e allontanano le insidie del diavolo.
Il fatto che la benedizione delle case sia stata progressivamente abbandonata, in questi ultimi anni, e non solo per ragioni pratiche, legate alla rarefazione delle vocazioni sacerdotali, ma anche per ragioni, diciamo così, ideologiche, legate a una certa teologia modernista e progressista, che vorrebbe far sparire ogni residuo di pietas popolare, ritenendola antiquata e superstiziosa, e, comunque, indegna di una cristianità “adulta” e “matura”, la dice lunga sul traviamento verificatosi nella Chiesa cattolica a partire dagli anni del Concilio Vaticano II. Le case, non più benedette dall’acqua santa e dalle mani consacrate del sacerdote, sono rimaste sguarnite e, perciò, maggiormente esposte agli attacchi del diavolo; così come l’abolizione della preghiera a San Michele Arcangelo, voluta dal papa Leone XIII al termine della santa Messa, ha tolto alle comunità dei fedeli, riunite in chiesa per la celebrazione dei sacri Misteri, un altro poderoso elemento di protezione, ha smantellato un altro pezzo del muro che serviva a difendere le anime di credenti dalla subdola azione del maligno. Siamo sicuri che il disordine morale penetrato in così tante famiglie, negli ultimi decenni, e che il disordine pastorale e liturgico penetrato in così tante chiese e parrocchie, non siano anche una conseguenza di tale situazione? Siamo sicuri che il cattivo esempio di tanti padri e madri che si dicono cattolici, specialmente nei confronti dei loro figli, e che il cattivo esempio, e i discorsi e i comportamenti azzardati, pericolosi, o francamente non cattolici, tenuti da tanti sacerdoti nel corso delle omelie della Santa Messa, e, in genere, nella loro azione pastorale di anime consacrate a Dio, non abbiano anche a che fare, in una certa misura, con l’abbandono della pratica della benedizione delle case e della recita della preghiera a San Michele Arcangelo, per la protezione contro il demonio?
Dicevamo, dunque, che il diavolo ci conosce, o può conoscerci, abbastanza bene, nel senso che può dedurre i nostri pensieri e i nostri sentimenti e stati d’animo, cosa che gli è utilissima per introdurvisi in vario modo: anche per interposta persona, ad esempio servendosi del cattivo esempio o dei cattivi suggerimenti di un altro essere umano, magari di un amico del quale abbiamo fiducia e per spingerci, così, verso il male. Ma oltre a quel che conosce personalmente di noi- e che non è tutto, perché, appunto, il fondo della nostra anima è un tempio che a lui rimane inaccessibile - c’è quello che conosce di noi in generale, in quanto esseri umani, e che la sua esperienza di grande tentatore gli ha confermato innumerevoli volte: la nostra fragilità, la nostra superbia, la nostra invidia, la nostra lussuria, la nostra vanità, la nostra accidia, la nostra brama di riconoscimenti, di onori, di successo, di denaro e di potere. Da questo punto di vista, noi siamo tutti realmente figli di Adamo ed Eva; e le conseguenze del loro peccato continuano ad agire in noi, nostro malgrado, e ad offrire esca alle insidie del diavolo.
Ma che dire di una cultura “cattolica” che non crede più nemmeno al diavolo; di una pastorale che non parla mai del peccato, del giudizio e della vita eterna; e di una teologia che insiste quasi esclusivamente sulle cose di quaggiù, sulla dimensione terrena, sulla giustizia terrena, sulla felicità terrena, e che invece ha quasi smarrito, o perso di vista, le cose di lassù, le cose del Padre Nostro celeste, alla cui volontà dobbiamo uniformarci se vogliamo essere partecipi della sua pace? Cosa dire di un clero che lascia indifeso il suo gregge contro l’azione di satana, e si spinge fino a deridere la realtà della possessione, e a negare il valore dell’esorcismo? Di nuovo domandiamo: è forse causale il fatto che, in un clima siffatto, il disordine morale dilaghi nelle file del clero, e che tanti sacerdoti e religiosi si macchino di comportamenti indegni, vadano a caccia di denaro e di visibilità, pratichino l’incontinenza sessuale, per giunta nelle forme perverse della sodomia e della pederastia? Certo: sarebbe ingiusto generalizzare; e noi non lo facciamo. Gli effetti del disordine morale, però,  sotto gli occhi di tutti, dentro e fuori la Chiesa. Non staremo facendo, per caso, il gioco del diavolo?
Ma il diavolo, che ne sa di noi?
di Francesco Lamendola