ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 26 maggio 2017

Non sono certo Francesco d’Assisi

Dio non è cattolico; e il papa?



Chi non ricorda la conversazione, poi resa nota sotto forma d’intervista al giornale La Repubblica, con la quale il papa, eletto da pochi mesi, annunciava il suo programma e dichiarava di voler “cambiare la Chiesa”? Vale la pena di andare a rileggersi, a quasi quattro anni di distanza, quella famosa e sconcertante chiacchierata, tutta infiocchettata di “grazie”, “prego”,”le dispiace”, “ma si figuri”, “cosa gradisce bere?”, “magari un bicchier d’acqua”, “subito un bicchier d’acqua fresca per il papa!”, che somiglia più a un duetto in cui due interlocutori gigioneggiano fra loro a beneficio del pubblico. Le domande di Scalfari e le risposte del papa acquistano, a tanta distanza di tempo, un significato ancor più chiaro, e ancora più fosco, quasi sinistro, alla luce di tutto quel che è accaduto nel frattempo, fuori e soprattutto dentro la Chiesa (da: Papa Francesco ed Eugenio Scalfari, Dialogo tra credenti e non credenti, Torino, Giulio Einaudi Editore, 2013,  pp. 65-69): 

FRANCESCO: … Dobbiamo essere un lievito di vita e di amore e il lievito è una quantità infinitamente più piccola  della massa di frutti, di fiori e di alberi che da quel lievito nascono.  Mi pare d’aver già detto prima che il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza. Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Dobbiamo includere gli esclusi e predicare la pace. Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare.
SCALFARI: Anche perché – mi permetto di aggiungere – la società moderna in tutto il pianeta attraversa un momento di crisi profonda e non soltanto economica ma sociale e spirituale. Lei all’inizio di questo nostro incontro ha descritto una generazione schiacciata sul presente. Anche noi non credenti sentiamo questa sofferenza quasi antropologica. Per questo noi vogliamo dialogare con  credenti e con chi meglio li rappresenta.
FRANCESCO: Io non so se sono il migliore che li rappresenta, ma la Provvidenza mi ha posto alla guida della Chiesa e della Diocesi di Pietro. Farò quanto sta in me per adempiere al mandato che mi è stato affidato.
SCALFARI: Gesù, come lei ha ricordato, ha detto: ama il tuo prossimo come te stesso. Le pare che questo sia avvenuto?
FRANCESCO: Purtroppo no. L’egoismo è aumentato e l’amore verso gli altri diminuito.
SCALFARI: Questo è dunque l’obiettivo che ci accomuna: almeno parificare l’intensità di questi due tipi d’amore. La sua Chiesa è pronta e attrezzata a svolgere questo compito?
FRANCESCO: Lei cosa pensa?
SCALFARI: Penso che l’amore per il potere temporale sia ancora molto forte tra le mura vaticane e nella struttura istituzionale di tutta la Chiesa. Penso che l’Istituzione predomini sulla Chiesa povera e missionaria che lei vorrebbe.
FRANCESCO: Le cose stanno infatti così e in questa materia non si fanno miracoli. Le ricordo che anche Francesco ai suoi tempi dovette a lungo negoziare con la gerarchia romana e con il Papa per far riconoscere le regole del suo Ordine. Alla fine ottenne l’approvazione ma con profondi cambiamenti e compromessi.
SCALFARI: Lei dovrà seguire la stessa strada?
FRANCESCO: Non sono certo Francesco d’Assisi e non ho la sua forza e la sua santità. Ma sono il Vescovo di Roma e il papa della cattolicità. Ho deciso come prima cosa di nominare un gruppo di otto cardinali che siamo il mio consiglio. Non cortigiani ma persone sagge e animate dai miei stessi sentimenti. Questo è l’inizio di quella Chiesa con un’organizzazione  non soltanto verticistica ma anche orizzontale. Quando il cardinal Martini ne parlava mettendo l’accento sui Concili e sui Sinodi sapeva benissimo come fosse lunga e difficile la strada da percorrere in quella direzione. Con prudenza, ma fermezza e tenacia.
SCALFARI: E la politica?
FRANCESCO: Perché me lo chiede? Io ho già detto che la Chiesa non si occuperà di politica.
SCALFARI: Però proprio pochi giorni fa ha rivolto un allo ai cattolici a impegnarsi civilmente e politicamente.
FRANCESCO: Non mi sono rivolto soltanto ai cattolici ma a tutti gli uomini di buona volontà. Ho detto che la politica è la prima delle attività civili e ha un proprio campo d’azione che non è quello della religione. Le istituzioni politiche sono laiche per definizione e operano in sfere indipendenti. Questo l’hanno detto tutti i miei predecessori, almeno da molti anni in qua, sia pure con accenti diversi. Io credo che i cattolici impegnati nella politica hanno dentro di loro i valori della religione ma una loro matura coscienza e competenza per attuarli.  La Chiesa non andrà mai oltre il compito di esprimere e diffondere i suoi valori, almeno fin quando io sarò qui.
SCALFARI: Ma non è stata sempre così la Chiesa.
FRANCESCO: Non è quasi mai stata così. Molto spesso la Chiesa come istituzione è stata dominata dal temporalismo e molti membri e alti esponenti cattolici hanno ancora questo modo di sentire. Ma ora lasci a me di farle una domanda: lei, laico, non credente in Dio, in che cosa crede? Lei è uno scrittore e un uomo di pensiero. Crederà dunque in qualcosa, avrà un valore dominante. Non mi risponda con parole come l’onestà, la ricerca, la visione del bene comune; tutti principi e valori importanti, ma non è questo che le chiedo. Le chiedo che cosa pensa dell’essenza del mondo, anzi dell’universo. Si domanderà certo, come tutti, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Se le pine anche un bambino queste domande. E lei?
SCALFARI: Le sono grato di questa domanda. La risposta è questa: io credo nell’Essere, cioè nel tessuto dal quale sorgono le forme, gli Enti.
FRANCESCO: E io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre, Abbà, è la luce e il Creatore. Questo è il mio Essere. Le sembra che siamo molto distanti?
SCALFARI: Siamo distanti nei pensieri, ma simili come persone umane, animate inconsapevolmente dai nostri istinti che si trasformano in pulsioni, sentimenti, volontà, pensiero e ragione. In questo siamo simili.
FRANCESCO: Ma quello che voi chiamate l’Essere, vuole definire come lei lo pensa?
SCALFARI: L’Essere è un tessuto di energia. Energia caotica ma indistruttibile e in eterna caoticità. Da quell’energia emergono le forme quando l’energia arriva al punto di esplodere. Le forme hanno le loro leggi, i loro campi magnetici, i loro elementi chimici, che si combinano casualmente, evolvono e infine si spengono, ma la loro energia non si distrugge. L’uomo è probabilmente il solo animale dotato di pensiero, almeno in questo nostro pianeta e sistema solare. Ho detto è animato da istinti e desideri ma aggiungo che contiene anche dentro di sé una risonanza, un’eco, una vocazione di caos.
FRANCESCO: Va bene. Non volevo che mi facesse un compendio della sua filosofia e mi ha detto quanto mi basta. Osservo dal canto mio che Dio è luce che illumina le tenebre anche se non le dissolve e una scintilla di quella luce divina è dentro ciascuno di noi. Nella lettera che le scrissi ricordo d’aver detto che anche la nostra specie finirà ma non finirà la luce di Dio che a quel punto invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti.
SCALFARI: Sì, lo ricordo bene, disse “tutta la luce sarà in tutte le anime” il che – se posso permettermi – dà più una figura di immanenza che di trascendenza.
FRANCESCO: La trascendenza resta perché quella luce, tutta in tutti, trascende l’universo e le specie che in quella fase lo popolano…

In mezzo a tutto questo delizioso tubare, cinguettare, vezzeggiare, al netto dei nastri e dei fiocchetti coi quali i due interlocutori brindano e festeggiano il riavvicinamento fra atei e cattolici – sempre col sottinteso che sono i secondi a dover fare non uno, ma cento passi indietro, in nome del laicismo e del secolarismo più espliciti, mentre i primi si limitano a sorridere affabilmente e a dar loro la pagella, a seconda di quanto hanno saputo allontanarsi dalla loro sacrosanta tradizione, in nome del dialogo col mondo e con la civiltà moderna -, analizzando le precise domande e risposte, quello che emerge è un quadro desolante di disordine dottrinale, di leggerezza teologica, di buonismo e malinteso zelo umanitario, senza più quasi nulla di realmente cattolico. Basta grattare appena un po’ sotto la superficie delle belle espressioni, e si mette a nudo l’essenza del discorso del papa: un discorso immanentista, relativista, gnostico, che trova mille convergenze con le idee di Scalfari, semplicemente perché ne è una versione di poco difforme, solo superficialmente (e malamente) spruzzata di cattolicesimo. Ma di vero cattolicesimo, ripetiamo, non c’è, in effetti, praticamente nulla, se non l’apparenza; e, sovente, nemmeno quella.
Dunque, partiamo dal principio del brano che abbiamo scelto (l’intera conversazione fra i due conterrebbe moltissime altre stranezze, incongruenze e autentiche eresie, in bocca ad un papa cattolico). Innanzitutto, il papa si vanta di aver rinunciato al proselitismo, in sostituzione del quale pone in primo piano l’ascolto dei bisogni, delle delusioni ecc. Non solo: ha anche affermato che il proselitismo è una solenne sciocchezza. Insomma, basta proselitismo e, in cambio, tanta psicologia: ma questa è religione? Questo è cristianesimo? Gesù aveva detto no al proselitismo, lo considerava una solenne sciocchezza? Al contrario: Gesù è venuto per annunciare il Vangelo; chi non fa altrettanto, semplicemente non è cristiano. Lo ha detto il divino Maestro: Andate in tutto il mondo a battezzare e ad annunciare il Vangelo: chi sarà battezzato e crederà, sarà salvo, ma chi non crederà, sarà condannato. Questo è quanto ha raccomandato Gesù; dunque, il vangelo che il papa sta predicando non è quello del divino Maestro, ma è un’altra cosa, molto umana.
Dobbiamo ridare speranza ai giovani, aiutare i vecchi, aprire verso il futuro, diffondere l’amore. Poveri tra i poveri. Questo è un discorso assai generico, che può stare benissimo in bocca a un ateo, a un massone, a un anticristiano; un discorso di tipo sociologico, con la rivendicazione finale della povertà quale condizione fondamentale per essere credibili. Ma Gesù non aveva di queste ipocrisie, non faceva simili sparate demagogiche: non si diceva povero fra i poveri, perché povero non era. Di certo non era ricco; ma l’assistenza economica di un gruppo di facoltosi devoti, e specialmente di rispettabili matrone, gli consentiva l’indipendenza dal bisogno e la necessaria libertà di movimenti. Perciò non andava fra i poveri a proclamarsi povero come loro; inoltre, non considerava la battaglia contro la povertà economica come un aspetto centrale della sua missione. I poveri di cui parlava, e cui prometteva il Regno dei Cieli, erano i poveri in spirito: i miti, gli umili, i semplici, le persone prive di arroganza intellettuale. Proclamarsi poveri fra i poveri è un vezzo della teologia della liberazione, che, fra l’altro, è stata formalmente condannata da Giovanni Paolo II.
Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti. Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ambizione di volerlo fare. In queste tre frasi c’è tutto il programma modernista. Si parla del Vaticano II come fosse stato l’unico Concilio e come se la Chiesa fosse nata allora, o solo allora avesse compreso il vero significato del Vangelo. Aprire alla cultura moderna! Che bella espressione; suona bene, riempie la bocca: peccato che sia una espressione eretica. La cultura moderna, nata dalla Rivoluzione francese, è anticristiana per essenza e per vocazione: per un vero cristiano, essa è il “mondo” nel senso giovanneo del termine, ciò che si oppone al disegno amorevole di Dio. La cultura moderna ha dichiarato guerra a morte al Vangelo e non può coesistere con la Chiesa, perché propone un modello di uomo e di società che è l’esatta antitesi di quello cristiano: un mondo dominato dal caso e dalla brutalità delle leggi economiche, un uomo interamente terrestre, che non alza gli occhi al Cielo perché conta solo su se stesso. Poi Francesco rimprovera alla Chiesa degli ultimi decenni di aver seguito troppo timidamente la strada indicata dal Concilio, laddove, come tutti sanno, gli altri papi, primo fra tutti quel Paolo VI che egli cita pretestuosamente e in mala fede, hanno sempre messo in guardia contro gli eccessi, gli stravolgimenti e gli abusi venuti di moda dopo il Concilio; e Benedetto XVI, il suo predecessore – che, guarda caso, è ancora vivo e vegeto, perché è stato costretto ad abdicare anzitempo – lo ha fatto ancor più degli altri. Ma lui, no: lui, Francesco, vuole fare molto di più, nella direzione indicata dal Concilio, di quanto non sia stato fatto finora. Con un tono falsamente pacato, egli pronuncia una dichiarazione di guerra: non contro i nemici della Chiesa, ma contro quelli che lui considera i nemici interni: quanti non condividono la sua idea. Situazione paradossale, inquietante: non era mai accaduto che un papa annunciasse di voler governare la Chiesa in maniera tale da trattare come ostacoli che vanno rimossi i fedeli che restano legati alla Tradizione.
Seguono un paio di imbeccate di Scalfari, cui il papa risponde raddoppiando la dose di critiche alla Chiesa, per far vedere che lui non ha il complesso del clericalismo, anzi, sa essere più duro dei laici nel puntare il dito contro la sua stessa parte, cioè il mondo dei credenti. All’intervistatore che gli domanda se i credenti hanno messo in pratica il precetto di Gesù: Ama il prossimo tuo come te stesso, Bergoglio risponde che non solo non è avvenuto, ma che l’egoismo è aumentato e l’amore diminuito. Considerazione generica, di sapore “politico” e propagandistico, dato che non viene precisato di chi si stia parlando, se della Chiesa o della società in generale; si ha l’impressione che, in fondo, la cosa non abbia molta importanza, l’importante è negare che la venuta di Cristo abbia portato un po’ più di amore nel mondo. Il che, per un cattolico, non solo è falso, ma blasfemo, perché equivale a dire che l’Incarnazione è stata un inutile spreco della divina Provvidenza, e che Gesù, sulla croce, è morto per niente.  E alla ulteriore domanda di Scalfari, se la Chiesa sia pronta a diffondere l’amore, Francesco risponde con una contro-domanda: Lei cosa ne pensa?; Scalfari allora dice che la Chiesa si è lasciata fuorviare dalla brama del potere temporale, e subito il papa conferma. Non c’è contraddittorio, non c’è vera discussione, né dialettica dei diversi: è come se parlasse uno solo dei due, l’altro non fa che confermare e rincarare le affermazioni del primo. Ed è il laico, il capo del “partito” anticristiano, a dare costantemente il la.
Poi, dopo aver suggerito un parallelismo tra la figura e l’opera di san Francesco d’Assisi, e la propria figura, nonché l’opera che si accinge ad intraprendere (pur negando, con trasparente ipocrisia, che quel paragone si possa fare), il papa annuncia di voler riformare profondamente la gerarchia della Chiesa e di voler nominare un gruppo di otto cardinali che siamo il mio consiglio. Non cortigiani ma persone sagge e animate dai miei stessi sentimenti. Questo è l’inizio di quella Chiesa con un’organizzazione  non soltanto verticistica ma anche orizzontale. Invece, possiamo dirlo a distanza di quattro anni, non è andata così: il papa si è circondato proprio di servitori, di meri esecutori della sua volontà, di persone che pensano come lui, agendo con un autoritarismo quale mai si era visto negli ultimi cento anni, rimuovendo le persone per lui scomode, ignorando le obiezioni, insultando, ridicolizzando e sbeffeggiando le voci critiche, polemizzando aspramente e quasi ogni giorno con chi ha un’altra idea di ciò che deve essere la Chiesa. Di fatto, la sua crociata contro il verticismo e per l’instaurazione di una struttura orizzontale sta procedendo con la democraticità e la rispettosità di una caterpillar in un negozio di cristalleria: il che dimostra che si può agire in modo tirannico anche se ci si muove a favore della dimensione orizzontale. I conservatori e i sostenitori della gerarchia non hanno per niente l’esclusiva nell’uso dei metodi autoritari. Questo si chiama totalitarismo democratico, e l’azione del papa ne è un esempio.
Dopo aver fatto l’elogio, en passant, del cardinal Martini, il grande amico di tutti i massoni e colui che più si è adoperato per la rivincita delle idee moderniste nella dottrina e nella prassi della Chiesa, già condannate come eretiche da san Pio X, il papa proclama solennemente, e ribadisce, che la sua chiesa non si occuperà affatto di politica: invece si è visto con quale inaudita irruenza, con quale mai vista pesantezza egli sia entrato a gamba tesa nelle elezioni statunitensi e abbia preso posizione apertamente contro il candidato repubblicano, Donald Trump. Se ne deduce che, per lui, la Chiesa non deve occuparsi di politica quando le vicende politiche, nei vari Stati, vanno così come egli desidera; ma che se ne intende occupare, eccome, calpestando ogni regola e ignorando il volere dei popoli sovrani, se le cose vanno diversamente. Piccolo dettaglio: fra Clinton e Trump, il programma meno lontano dall’etica cristiana era senz’altro quello di Trump. Di nuovo, Scalfari dà l’imbeccata al papa: la Chiesa, dice, finora non ha seguito sempre la regola di astenersi dalle intromissioni politiche; e subito questi raccoglie e rilancia: non lo ha fatto quasi mai. Come dire: Su questo terreno, mio caro, non mi lascio superare a sinistra: se si tratta di dir male della Chiesa, io ne dirò sempre peggio di quel che potresti dire tu. Se tu la definisci ladra, io la chiamerò assassinaNon mi coglierai in flagrante reato di difensore della Chiesa. Certo, non l’ha detto, ma il senso di questo duetto è evidentissimo; strano modo di fare il pastore del gregge.
Ed eccoci al passaggio più inquietante, più fosco, di tutta l’intervista. Il papa chiede a sua volta a Scalfari come lui veda il mondo: questi risponde che il modo è energia, una energia indistruttibile, che si sprigiona in modo caotico, e che incessantemente trasforma gli Enti (chissà perché, con la lettera maiuscola): insomma, fornisce un compendio che sta a mezza via fra la New Age e il Grande Architetto dell’Universo di deistica memoria, con una spruzzata di esistenzialismo e di nichilismo (perché questa energia è caos allo stato puro, e produce le cose in maniera casuale; solo quando cominciano a esistere, esse seguono delle leggi precise, quelle del mondo materiale). Richiesto, a sua volta, in che cosa creda, ecco che il papa dà questa risposta provocatoria (non per Scalfari, ma per i credenti): Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio. E credo in Gesù Cristo, sua incarnazione. Gesù è il mio maestro e il mio pastore, ma Dio, il Padre, Abbà, è la luce e il Creatore. Questo è il mio Essere. Le sembra che siamo molto distanti? Con il suo ormai ben noto gusto maligno di sconcertare  e mettere in crisi i fedeli, comincia col dire di non credere in un Dio cattolico, perché Dio non è cattolico. Si tratta di un’affermazione che, per un verso, è addirittura banale, tanto è lapalissiana (come dire che Marx non è marxista, o Freud non è freudiano), ma, dall’altro, è tutt’altro che banale e innocente: è puro veleno, perché insinua e suggerisce che il Dio di cui parlano i cattolici sia un’illusione, perché il vero Dio non è cattolico, né luterano, né giudeo, né islamico, ma, forse, un po’ di tutte queste cose insieme (sincretismo). Oh, ma è molto bravo, il papa, a non farsi cogliere in esplicita eresia: le eresie le suggerisce, tira il sasso e nasconde la mano. Se Dio non è cattolico, significa forse che il cattolicesimo ci dà una rappresentazione inadeguata, o addirittura falsa, di Dio? Questo è quel che viene in mente a chi sente, sulla bocca del papa, un’affermazione così recisa: Dio non è cattolico. Invece avrebbe dovuto dire: Anche se Dio, in Se stesso, nessuno lo conosce, i cattolico lo conoscono attraverso il suo Figlio, Gesù Cristo, che una volta disse esplicitamente ai suoi discepoli: Chi ha visto me, ha visto il Padre. Questo, una volta (quando si studiava il Catechismo di Pio X), avrebbe saputo dirlo anche un bambino di sei anni, frequentante la prima elementare. Ora, il papa può permettersi di dire che Dio non è cattolico, con quel gusto maligno della dissacrazione che lo caratterizza, mettendo in ansia e in affanno tutte le vecchiette, tutte le anime semplici, tutti i bambini, tutti i credenti che non hanno letto libri di teologia e che non possiedono un’intelligenza eccelsa: e questo, oltre che scandalo dato alle pecorelle, è anche una forma di gnosticismo. Ci sarebbero, dunque, due livelli di religione: uno per il popolo bue, convinto che Dio sia cattolico, e uno per i sapienti e gli uomini mondo, come i cardinal Martini e il papa Francesco – graditi ospiti nei salotti radical chic e fra i comunisti al caviale – i quali, benché cattolici, sanno che Dio non lo è per niente. Di nuovo, c’è un particolare che non quadra: che Gesù, in persona, ha detto, esultando (sono le precise parole dell’evangelista): Ti rendo lode, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli e ai semplici. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a Te!
Quando poi il papa passa a precisare meglio ciò in cui crede, le sue parole si fanno ancor più equivoche, acquistano un suono ben poco familiare per un credente, specie quando afferma anche la nostra specie finirà ma non finirà la luce di Dio che a quel punto invaderà tutte le anime e tutto sarà in tutti; tanto che persino Scalfari, fra scandalizzato e compiaciuto, sente il dovere di osservare che la frase tutta la luce sarà in tutte le anime ha un sapore più d’immanenza che di trascendenzaIl papa tenta di replicare, ma non convince: infatti, san Paolo non dice che tutta la luce sarà in tutte le anime, ma che Dio sarà tutto in tutti. Ora, se un ateo dice al papa: Lei parla come uno che non crede alla trascendenza di Dio, ma all’immanenza dell’Essere, forse c’è qualcosa che non va. Forse è giunto il tempo che i cattolici si scuotano e si facciano la semplice, ma scomoda domanda: In cosa crede questo papa, che non s’inginocchia mai davanti al Corpo del Nostro Signore, Gesù Cristo?
di Francesco Lamendola del 26-05-2017