ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 22 maggio 2017

Piccole frange cattoliche tradizionaliste

Marcia per la vita, un oscuramento che comincia dalla Chiesa
La manifestazione di sabato a Roma è stata snobbata da giornali e tv, tra cui la Rai che paghiamo per il servizio pubblico. Ma la Marcia per la Vita sconta il tabù che anche nella Chiesa si è ormai consolidato a proposito di aborto, eutanasia, ecc. E le nomine di questi anni lo confermano. Il problema non è ideologico, ma semplicemente  di riconoscere che il diritto alla vita è il fondamento di una società umana e giusta.

Snobbata e sostanzialmente oscurata da giornali e tv, salvo qualche rara eccezione. Parliamo della Marcia per la Vita svoltasi sabato a Roma. Un fatto ancora più rilevante se si pensa all’enorme spazio dato alla marcia milanese pro-immigrazione e alle buffonate di Beppe Grillo alla marcia Perugia-Assisi. Eppure tutto questo non ci sorprende, né al proposito ci si può fare illusioni solo perché, ad esempio, il presidente della Rai frequenta certi ambienti cattolici.

Resta il fatto che parlare di diritto alla vita, ricordare i milioni di bambini abortiti solo in Italia, mettere in guardia da una legge in via di approvazione che introdurrà di fatto l’eutanasia, è diventato un tabù. Non si può dire. E se proprio bisogna parlarne, allora quanti scendono in piazza per testimoniare l’amore alla vita, a ogni vita, vanno dipinti come residuati d’altri tempi, piccole frange cattoliche tradizionaliste che non si rassegnano alla modernità.

C’è da dire però che tutto questo avviene anche grazie al silenzio che nella Chiesa è calato riguardo al tema della vita. Anche qui è diventato un tabù, se ne parla giusto il minimo sindacale, un accenno qua o là giusto per far vedere che la Chiesa la pensa sempre allo stesso modo. In realtà non è così.

È evaporata la consapevolezza che l’aborto – come ha ricordato il cardinale Carlo Caffarra nell’intervento di cui ieri abbiamo pubblicato ampi stralci – sia un segno evidente dell’anti-creazione, ovvero di una ribellione diabolica a Dio, un segnale dei tempi apocalittici che stiamo vivendo. Non se ne deve più parlare: non a caso sono insistenti le voci di una prossima commissione vaticana che riesamini perfino l’enciclica Humane Vitae (durante i Sinodi sula famiglia, più di un vescovo aveva fatto questa richiesta); non a caso alla testa della Pontificia Accademia per la Vita è stato posto un vescovo, monsignor Vincenzo Paglia, che si è immediatamente messo al lavoro per distruggere tutto quanto costruito grazie a san Giovanni Paolo II. Perfino i messaggi dei vescovi italiani per la Giornata della Vita da anni evitano di parlare di aborto, malgrado la Giornata sia stata istituita nel 1978 all’indomani dell’approvazione della Legge 194.

Nella logica di non sollevare argomenti divisivi (si sa che bisogna costruire ponti e non muri) si è rinunciato ad annunciare il Vangelo della Vita, come invece invitava a fare san Giovanni Paolo II, che legava strettamente il tema della vita a quello della famiglia..

Il problema non è ideologico, come si vorrebbe far credere: non ci sono i tifosi della vita e della famiglia contro i tifosi degli immigrati. C’è solo da capire – vedi Dottrina sociale della Chiesa – che il rispetto della sacralità della vita dal concepimento fino alla morte naturale, è il fondamento di ogni società che vuole essere umana, giusta, costruttrice di pace. 

Aborto legale, un eccidio lungo 39 anni

di Giuliano Guzzo

Vi sono ancora, a quasi quattro decenni dall’entrata in vigore della Legge 22 maggio 1978, n. 194, valide ragioni a suffragio dell’aborto legale? Apparentemente sì. Anzi, sembrano esservene talmente tante che non esisterebbe neppure un valido argomento per opporvisi, pena accuse che spaziano dalla violazione dei diritti della donna a spietate nostalgie medievali. Tuttavia, se analizzate attentamente ed al di là della retorica si scopre come, in realtà, le tesi giustificative della depenalizzazione della pratica abortiva risultino sorprendentemente fragili, quando non del tutto infondate anche se, a prima vista – occorre riconoscerlo – ben confezionate e convincenti. Passiamo allora in rassegna, al fine di poterne valutare l’effettiva consistenza, i cinque più diffusi argomenti a favore dell’aborto legale, che sono quelli dell’aborto clandestino, della salute della donna, del caso di stupro, dell’esercizio di libertà della donna e della maggioranza degli ordinamenti giuridici.

Per contrastare l’aborto clandestino

E’ un argomento condiviso da quasi tutti, persino da molti cattolici, ma fallace sotto il profilo sia logico sia e pratico. La prima criticità concerne la logica secondo cui, se esistente e ritenuto non eliminabile del tutto, un fenomeno deve essere legalizzato. Ricorrendo allo stesso, fallace ragionamento, si dovrebbe ritenere corretto legalizzare realtà esistenti e non eliminabili del tutto quale il furto, l’evasione fiscale, le bustarelle, lo spaccio e altro ancora: il che sarebbe assurdo. Perché dunque quello che non vale per furto, evasione ed altro dovrebbe valere per l’aborto? Tanto più che – e veniamo al lato pratico – l’aborto clandestino, dopo decenni di legalizzazione, rimane, eccome: le stesse, prudentissime (e non aggiornate) stime ministeriali alludono ad almeno di 15.000 casi l’anno: troppi per brindare all’avvenuta eliminazione degli aborti clandestini. Senza considerare che ormai pure gli studiosi abortisti riconoscono come, per ridurre davvero gli aborti, occorrano norme restrittive (Perspectives on Sexual and Reprod H 2017).

Per la tutela della salute della donna

Tesi diffusissima, ma clamorosamente falsa: l’aborto volontario non agevola, ma mina la salute materna. Non a caso la ricerca più autorevole ha rilevato come la perdita volontaria di un figlio sia associata – per fare una rapidissima panoramica – ad una più alta incidenza di tumori al seno (Indian J of Cancer 2013), di isterectomia post-partum (Acta Obstet Gynecol Scand 2011), placenta previa (Int J Gynaecol Obstet 2003), aborti spontanei (Acta Obstet Gynecol Scand 2009), depressione, abuso di sostanze (Psychiatry Clin Neurosc 2013), mortalità materna (J of American Physicians and Surgeons 2013), suicidi (Scand J Public Health 2015). Lo stesso divieto di aborto non comporta maggiore mortalità materna (PLoS ONE 2012): in Irlanda, con detto divieto, si è registrata una bassissima di mortalità materna, addirittura la più bassa al mondo nel 2005 e la terza più bassa nel 2008. L’incubo delle mammane, dati alla mano, è dunque appunto più incubo che realtà.

Per non costringere donne stuprate a partorire

E’ il classico “caso limite” col quale l’abortismo ammutolisce quanti osano discuterne i presupposti. Trattasi però, ancora una volta, di argomento debole. Per ragioni etiche e statistiche. Partendo dalle prime, se la soppressione deliberata di un essere umano è ritenuta intrinsecamente ingiusta e malvagia, giammai si può derogare a questo principio senza comprometterlo; se, cioè, si ritiene l’aborto giustificabile “a certe condizioni”, si finisce inevitabilmente – per via della slippery slope o teoria della china scivolosa – per giustificarlo a “tutte le condizioni”. In seconda battuta, la debolezza di questo argomento emerge dai numeri: la percentuale delle donne che abortiscono a causa di uno stupro è infinitesimale – l’1% -, come appurato anche dal Guttmacher Institute, punta di diamante della lobby abortista americana (Perspect on Sexual and Reprod H 2005). Questo significa che chi evoca l’ipotesi dello stupro per giustificare l’aborto legale non fa altro che evitare di confrontarsi col cuore del problema, che è l’intangibilità della vita umana.

Per tutelare la libertà della donna

La libertà è valore inviolabile: vero. Il punto è che la donna incinta non ha in grembo un ammasso di cellule, un fungo o un cucciolo di specie aliena, bensì un essere umano. Il figlio concepito e non ancora nato è infatti persona a tutti gli effetti: ha un Dna unico ed irripetibile, già alla 6° settimana di gravidanza assistiamo alla formazione degli organi (polmoni, fegato, pancreas, tiroide, cuore che pulsa fino a 150 battiti al minuto, cervello distinto in tre differenti regioni) e, prima di nascere, sperimenta il dolore (Semin Perinatol 2007), risponde a stimolazioni esterne (Arch Dis Child 1994), intrattiene una vita relazionale (Neuroendocr Lett 2001) e memorizza, fra le tante, proprio la voce di sua madre (Acta Paediatr 2013). Circoscrivere l’aborto alla libertà individuale, dunque, è del tutto sbagliato. E comunque resta un dubbio: sicuri che una donna compiutamente informata dell’umanità del feto, degli effetti sulla propria salute dell’aborto e, soprattutto, messa dinnanzi a sostegni (non solo materiali) ed alternative (parto in anonimato), abortirebbe?

Perché tantissimi Stati lo prevedono

In effetti, spulciando gli ordinamenti giuridici vigenti, si scopre che è così. Ma la giustizia, fino a prova contraria, non è necessariamente assicurata dalla maggioranza. Può quindi capitare – e spesso è capitato – che la maggioranza abbia torto, anche se si tratta dalla maggioranza degli Stati considerati avanzati. Un esempio storico è quello del commercio degli schiavi, pratica messa al bando per la prima volta nel 960 dalla Repubblica Serenissima di Venezia nel 960. Ebbene, se Pietro IV Candiano si fosse fatto intimidire o avesse preso a modello gli ordinamenti giuridici degli altri Stati, non avrebbe mai dato il buon esempio riunendo l’assemblea popolare e facendo approvare una legge che, per la prima volta nella storia, inaugurava il filone normativo anti-schiavista.
Anzi, c’è da scommettere che più di qualcuno avrà ritenuto la decisione del Doge bizzarra, ingiusta o pericolosa. Allo stesso modo, chi osa criticare l’aborto legale, oggi, viene bersagliato da critiche di ogni tipo. Ma non ha affatto torto, proprio come non l’aveva, quella volta, Pietro IV Candiano. Si tratta di avere il coraggio – in Italia e non solo – di remare controcorrente, esercizio faticoso ma, quando la meta si chiama Giustizia, irrinunciabile. Chiaramente per trovare la forza di condurre una battaglia tanto controcorrente, oggi, occorre avere la forza – non comune a tutti – di ammettere cosa sia l’aborto di Stato, vale a dire uno scandalo che ieri inquietava anche intellettuali non cattolici e tutto fuorché estremisti di destra come Pier Paolo Pasolini (1922–1975), che scriveva: «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».

https://giulianoguzzo.com/2017/05/22/aborto-legale-un-fallimento-lungo-38-anni/
http://www.campariedemaistre.com/2017/05/aborto-legale-un-eccidio-lungo-39-anni.html