ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 31 maggio 2017

«Se Dio ci desse di Sua mano dei maestri, oh!.. »

Fatima e il comunismo, 100 anni dopo


di Cristiana de Magistris) «Se Dio ci desse di Sua mano dei maestri, oh! come bisognerebbe obbedir loro di buon grado! La necessità e gli avvenimenti lo sono innegabilmente».
Quando Pascal annotava questa riflessione, non voleva dire che bisogna cedere alla “corrente della storia”, nel senso ingannevole del mito hegeliano, ma intendeva asserire che la storia, interpretata secondo i criteri della Fede, è l’espressione infallibile della Volontà di Dio.
In questa storia si iscrivono le apparizioni della Bianca Signora ai tre pastorelli nella Cova di Iria, nell’ormai lontano 1917. Si tratta di una storia semplice, molto semplice allo sguardo della Fede, che gli uomini hanno reso quanto mai complessa e nebulosa. Per capirne le ragioni, giova partire dalla fine, cioè dalla visita del regnante Pontefice al Portogallo. Poco prima di partire, il Papa ha affermato: «Fatima ha un messaggio di pace portato all’umanità da tre grandi comunicatori che avevano meno di 13 anni. Il mondo può sperare pace e con tutti io parlerò di pace». E così è stato. Ma il messaggio di Fatima – chi può negarlo? – va in ben altra direzione. Ciò che l’occhio della Fede ha immediatamente percepito è che Fatima imbarazza la moderna gerarchia della Chiesa.

A onor del vero, bisogna dire che l’imbarazzo vaticano di fronte a Fatima data più addietro. Giovanni XXIII, il papa del Concilio, pare che si riferisse ai veggenti di Fatima, quando accusò i “profeti di sventura” di obnubilare la nuova primavera che egli scorgeva ormai prossima. Il terzo segreto, che – come pare – egli avrebbe dovuto leggere, fu meticolosamente messo nel cassetto. Lì lo trovò e lo lasciò il suo successore, Paolo VI. Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI Fatima è uscita in qualche modo dall’oblio, ma l’imbarazzo vaticano è continuato
. La consacrazione della Russia: è stata fatta validamente? chi lo afferma e chi lo nega. Il terzo segreto è stato letto interamente? chi lo afferma e chi lo nega. Il «vescovo vestito di bianco» di cui parla il terzo segreto è Giovanni Paolo II? chi lo afferma e chi lo nega. Il messaggio si è già realizzato, e dunque appartiene al passato? chi lo afferma e chi lo nega. Anzi, a voler esser precisi, a questa ultima domanda c’è stato chi pare averlo prima affermato e poi negato. E non si tratta di una persona qualunque, bensì del cardinal Ratzinger, il quale nel 2000, dando l’interpretazione del segreto, ha detto – facendo sue le parole del Card. Sodano – che «le vicende a cui fa riferimento la terza parte del segreto di Fatima sembrano ormai appartenere al passato», e nel 2010, da papa, che «si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa». E con la visita di papa Francesco, dopo 100 anni, l’imbarazzo vaticano non sembra essersi sopito. 
Ma, ad un’attenta riflessione, questo imbarazzo non può sorprendere. La Vergine Santissima aveva parlato molto chiaro a Fatima, senza i circiterismi tanto comuni al moderno linguaggio ecclesiale. Ella aveva chiesto: 1. che il Papa, con i Vescovi di tutto il mondo, consacrasse la Russia al suo Cuore Immacolato; 2. che si diffondesse la devozione al Suo Cuore Immacolato attraverso la pratica dei primi 5 sabati del mese; 3. che dopo il 1960 si leggesse il terzo segreto. A quanto pare, nulla, o quasi, è stato fatto di ciò che la Madonna aveva chiesto e, per conseguenza, la Chiesa e l’umanità si trovano in uno stato di disobbedienza alla Madre di Dio. Evidentemente ciò non può non creare qualche imbarazzo ai nostri gerarchi.
E poiché quando la Rivoluzione non può attaccare frontalmente il suo obiettivo, cerca di sviarlo o indebolirlo, si è prima tentato di trasformare il messaggio di Fatima in un evento appartenente ormai al passato, e dunque privo di riflessi e di conseguenze sul presente. Ma avendo il centenario riportato in auge tanti interrogativi irrisolti di quelle misteriose apparizioni, si è pensato bene di trasformarlo da messaggio spiritualmente “militante” qual era –  con il suo invito alla conversione, alla preghiera e alla penitenza per evitare guerre e catastrofi planetarie – in un generico messaggio di pace e di speranza. Operazione del tutto improba, se si considera quanto sia temerario alterare ciò che ci viene direttamente dalla mano di Dio.  
Ma c’è un fatto che occorre sottolineare. Di tutte le apparizioni che la Chiesa ha approvato, quella di Fatima è l’unica, ci pare, in cui la Vergine Santa abbia condannato un’ideologia contemporanea: il comunismo. Al punto di dire che solo la consacrazione della Russia al Suo Cuore immacolato avrebbe potuto salvare il mondo dalla diffusione dei suoi perniciosissimi errori. Come a dire: è solo un intervento soprannaturale che può salvare il mondo da un flagello così tremendo quale il comunismo.
Nel 1937 Pio XI nella Divini Redemptoris bollò il comunismo come una dottrina «intrinsecamente perversa». Prima di lui Pio IX e Leone XIII si erano espressi in modo analogo. Pio XII, tramite la Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, emanò tre documenti sulla natura del comunismo e la sua inconciliabilità col Cristianesimo. Giovanni XXIII, in continuità con i suoi predecessori, avrebbe potuto e dovuto quanto meno reiterare la condanna, considerando la situazione politica dei Paesi oltrecortina in quegli anni. Ma da molte parti si sollevarono voci affinché fosse il Vaticano II a fulminare quell’ideologia rivoluzionaria e perversa, i cui effetti nefandissimi erano ormai sotto gli occhi di tutti.
L’assise conciliare, purtroppo, si guardò bene dal compiere un’azione simile, che avrebbe offuscato il nuovo corso di libertà e misericordia che essa si apprestava a promuovere. In continuità col suo predecessore, Paolo VI non solo non espresse alcuna condanna, ma si spinse oltre, giungendo ad inaugurare quella discutibilissima “ostpolitik”, che fu criticata dalle stesse vittime del comunismo. Ancora una volta le parole della Vergine rimasero disattese, e il comunismo iniziò a diffondere i suoi funesti errori in seno alla Chiesa stessa, come dimostra con molta eloquenza l’attuale pontificato.
Cento anni dopo Fatima, la Chiesa – avendo colpevolmente ignorato i richiami della Vergine Santa – si trova ad essere la vittima, o forse la complice, di quell’ideologia che la Madonna era venuta a smascherare e debellare, se si fosse dato ascolto alle sue parole.
Ma se il mondo e la Chiesa si trovano in uno stato di disobbedienza alla Madre di Dio, ciò significa che l’uomo ha rifiutato l’aiuto di Colei che Dio stesso ha costituito come mediatrice tra Lui e l’umanità peccatrice: allora – prima del trionfo del Cuore Immacolato che la Vergine Santa ha promesso – non rimane che il castigo, con buona pace di chi sostiene che Dio non castighi. L’ha detto la Vergine stessa, e suor Lucia l’ha ribadito: «E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».
Già nel lontano V secolo Sant’Agostino scriveva: «Che c’è quindi di strano se il mondo è castigato gravemente? È un servo che sa il volere del padrone ma fa cose meritevoli di castigo. Egli non rifiuti, dunque, di subire gravi castighi, perché, se non vuole ascoltare ingiustamente Colui che dà i precetti, giustamente lo dovrà sopportare come vendicatore; almeno non mormori contro Colui che lo castiga, vedendosi meritevole di castigo, affinché meriti la misericordia». (Cristiana de Magistris)

“La Russia sarà cattolica”


(di Roberto de Mattei) “La Russia sarà cattolica”: è questa l’iscrizione che fu apposta sulla tomba del padre Gregorio Agostino Maria Šuvalov nel cimitero di Montparnasse a Parigi. Per questa causa il barnabita russo si immolò come vittima (Antonio Maria Gentili, I Barnabiti, Padri Barnabiti Roma 2012, pp. 395-403).
Il conte Grigorij Petrovič Šuvalov, nacque a Pietroburgo il 25 ottobre 1804 da una famiglia di antica nobiltà. Uno zio, generale dell’esercito, ebbe l’incarico di accompagnare Napoleone sconfitto all’isola d’Elba, un altro suo antenato aveva fondato l’università di Mosca. Studiò dal 1808 al 1817 nel collegio dei gesuiti a Pietroburgo finché, espulsi i gesuiti dalla Russia,  continuò gli studi prima in Svizzera e poi all’università di Pisa, dove apprese perfettamente la lingua italiana. Fu influenzato però dal materialismo e dal nichilismo allora imperante nei circoli liberali che frequentava. Nominato dallo Zar Alessandro I ufficiale degli ussari della Guardia, a vent’anni, nel 1824, sposò Sofia Soltikov, una donna, profondamente religiosa, ortodossa, ma «cattolica nell’anima e nel cuore», che morirà a Venezia nel 1841. Da essa avrà due figli:  Pietro e Elena.
La morte di Sofia spinse Šuvalov a studiare la religione. Un giorno si imbatté nel libro delle Confessioni di sant’Agostino: fu per lui una rivelazione. «Lo leggevo incessantemente, ne copiavo intere pagine, ne stendevo lunghi estratti. La sua filosofia mi riempiva di buoni desideri e di amore. Con quale trasporto di contentezza trovai in quel grand’uomo sentimenti e pensieri che fino allora avevano dormito nell’anima e che quella lettura ridestava». Trasferitosi a Parigi, il conte Šuvalov frequentava un gruppo di aristocratici russi convertiti alla Chiesa cattolica, grazie soprattutto al conte Joseph de Maistre (1753-1821), che dal 1802 al 1817 era stato ambasciatore del Re di Sardegna a Pietroburgo.
Tra questi erano Sophie Swetchine (1782-1857), il principe Ivan Gagarin (1814-1882) e il principe Teodoro Galitzin (1805-1848). Quest’ultimo, accorgendosi della profonda crisi spirituale dell’amico, lo aiutò a ritrovare la verità, consigliandogli la lettura e la meditazione del Du Pape di Joseph de Maistre. Leggendo l’opera del conte savoiardo, Šuvalov comprese come la prima nota della Chiesa è l’unità, e questa esige un suprema autorità, che non può essere altro che il Romano Pontefice. «Signore, tu dici: la mia Chiesa, e non le mie chiese. D’altra parte, la Chiesa deve conservare la verità; ma la verità è una; dunque la Chiesa non può essere che una. (…) Quando conobbi che non può esistere se non una sola vera Chiesa, compresi pure che questa Chiesa deve essere universale, cioè cattolica».
Šuvalov si recava ogni sera a Notre Dame per ascoltare le prediche del padre Francesco Saverio de Ravignan (1795-1858), un dotto gesuita che sarebbe diventato la sua guida spirituale. Il 6 gennaio 1843, festa dell’Epifania, Šuvalov abiurò l’ortodossia e fece la sua professione di fede cattolica nella Chapelle des Oiseaux. Egli aspirava però ad una più profonda dedicazione alla causa cattolica. Per mezzo di un giovane liberale italiano, Emilio Dandolo, incontrato per caso in treno, aveva conosciuto il padre Alessandro Piantoni, rettore del collegio Longone dei Barnabiti a Milano, che nel 1856 lo accolse nel noviziato dei Barnabiti a Monza, con il nome di Agostino Maria.
Nell’ordine fondato da sant’Antonio Maria Zaccaria (1502-1539) trovò un ambiente di profonda spiritualità. Scriveva al padre Ravignan:  «Mi credo in Paradiso. I miei padri sono altrettanti santi, i novizi altrettanti angeli». Tra i giovani confratelli era Cesare Tondini de’ Quarenghi (1839-1907) che, più di ogni altro, avrebbe raccolto la sua eredità spirituale. Il 19 settembre 1857 Agostino Šuvalov fu ordinato sacerdote a Milano da monsignor Angelo Ramazzotti, futuro patriarca di Venezia. 
Il giorno dell’ordinazione, all’elevazione del calice, innalzò a Dio questa supplica. «Mio Dio, fatemi degno di dare la vita e il sangue in unione al vostro per la glorificazione della beata Vergine Immacolata nella conversione della Russia». Fu questo il sogno della sua vita, che affidò all’Immacolata, di cui l’8 dicembre 1858 Pio IX proclamò il dogma. Ricevuto in  udienza dal Papa, padre Šuvalov gli manifestò il desiderio di dedicare la sua vita al ritorno degli scismatici alla Chiesa di Roma. Nel memorabile incontro, «Pio IX mi parlò della Russia con quella fede, con quella speranza e con quella convinzione che hanno per appoggio la parola di Gesù, e con quella carità ardente da cui era mosso pensando ai suoi figli traviati, poveri orfani volontari. Queste sue parole mi infiammavano il cuore».
Padre Šuvalov si dichiarò pronto a fare il sacrificio della sua vita per la conversione della Russia. «Orbene, disse allora il Santo Padre, ripetete sempre dinanzi al crocifisso tre volte al giorno questa protesta; siate certo il vostro volere si compirà». Parigi fu campo del suo apostolato e della sua immolazione: vi si prodigò instancabilmente conquistando innumerevoli anime e dando vita alla Associazione di preghiere per il trionfo della beata Vergine Immacolata nella conversione degli scismatici orientali, e specialmente dei Russi, alla fede cattolica, detta comunemente l’Opera del padre Šuvalov.
Pio IX l’approvò con un breve del 1862 e padre Cesare Tondini ne fu l’infaticabile propagatore. Ma padre Šuvalov era morto a Parigi il 2 aprile 1859. Aveva appena terminato di scrivere la  autobiografia Ma conversion et ma vocation (Parigi 1859). Il libro, che nell’Ottocento ebbe traduzioni e ristampe, è stato presentato in una nuova edizione italiana a cura dei padri Enrico M. Sironi e Franco M. Ghilardotti (La mia conversione e la mia vocazione, Grafiche Dehoniane, Bologna 2004) e da qui abbiamo tratto le nostre citazioni. Il padre Ghilardotti si è inoltre adoperato per riportare in Italia le spoglie del padre Šuvalov, che ora riposano nella chiesa di San Paolo Maggiore a Bologna, costruita nel 1611 dai padri Barnabiti. Ai piedi di un altare sormontato da una copia della Santa Trinità di Andrei Rublev, il più grande pittore russo di icone, padre Gregorio Agostino Maria Šuvalov attende l’ora della resurrezione.
Nella sua autobiografia il barnabita russo aveva scritto: «Quando l’eresia minaccia, quando la fede languisce, quando i costumi si corrompono e i popoli si addormentano sull’orlo dell’abisso, Dio, che tutto dispone con peso, numero e misura, per risvegliarli apre i tesori della sua grazia; e ora suscita in qualche oscuro villaggio un santo nascosto, la cui efficace preghiera trattiene il suo braccio pronto a punire; ora fa apparire sulla faccia dell’universo una splendida luce, un Mosé, un Gregorio VII, un Bernardo; ora ispira, per il concorso di qualche fatto miracoloso, passeggero o permanente, il pensiero di un pellegrinaggio o di qualche altra nuova devozione, nuova forse per la forma ma sempre antica nell’essenza, un culto commovente e salutare. Tale era stata l’origine della devozione al Sacro Cuore di Gesù. questo culto nato in mezzo a mille contraddizioni in un piccolo chiostro del villaggio di Paray-le-Monial…».
Tale, potremmo aggiungere, è l’origine della devozione al Cuore Immacolato di Maria, di cui la Madonna ha chiesto la propagazione cento anni fa, in un piccolo villaggio del Portogallo. A Fatima la Madonna annunciò la realizzazione del grande ideale di padre Šuvalov: la conversione della Russia alla fede cattolica. Un evento straordinario che appartiene al nostro futuro, e che farà risuonare nel mondo le misteriose parole della Scrittura che padre Šuvalov applica alla propria conversione: Surge qui dormis, surge a mortuis et iluminabit te Christus, «Alzati, tu che dormi fra i morti e Gesù Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). (Roberto de Mattei)