ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 4 giugno 2017

Gesuitismo, nel senso peggiore della parola

La deriva dottrinale di Amoris laetitia era stata preparata da almeno trent’anni



Molti cattolici “in buona fede” (lo scriviamo fra virgolette, perché una cosa è dirsi tali, e un’altra cosa è esserlo realmente) sono rimasti stupiti e sconcertati dalla evidente deriva dottrinale rappresentata dalla esortazione apostolica Amoris laetitia del 19 marzo 2016, che sembra (sembra!, è lo stile di questo papa: tirare il sasso e poi nascondere la mano…) aprire ai divorziati risposati e ammetterli alla Santa Comunione, senza chieder loro di regolarizzare la loro posizione familiare; accettando così, di fatto, il divorzio.
Si sono stupiti, si sono meravigliati, hanno cominciato a domandare spiegazioni, a porsi – finalmente – qualche domanda. Qualcuno di loro ha perfino deciso di non lasciarsi ricattare, moralmente e intellettualmente, dall’accusa di essere “rigidi”, che il papa Francesco lancia di solito contro quelli che non condividono le sue novità: anche perché qui stiamo parlando di teologia morale, non di psicologia, e quindi non c’interessa sapere se una persona sia rigida di carattere, oppure no, ma c’interessa solo e unicamente di sapere se una certa proposizione dottrinale è compatibile con il Magistero, con le Scritture e con la Tradizione, cioè con gli elementi che, per un cattolico, formano la divina Rivelazione; oppure no.

Al papa, al capo della sua Chiesa, un cattolico è in diritto di chiedere se una certa affermazione è conforme alla dottrina cattolica, o se non lo è. E se il papa, come ha fatto solo pochi giorni fa, dovesse rispondere che c’è dottrina e dottrina, e che la vera dottrina è quella che unisce (ma chi, poi?), mentre la falsa dottrina, che lui chiama, con sommo disprezzo, “ideologia”, è quella che divide, allora noi ci permettiamo di ricordargli una frase di un certo Gesù Cristo, che, se non andiamo errati, è il solo ed unico capo della Chiesa, in senso assoluto e non relativo, come lo è lui: Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera (Vangelo di Luca, 12, 51-53). E allora, come la mettiamo: a che cosa deve credere un vero cattolico, al Vangelo di Gesù Cristo o al neovangelo del papa Francesco?
Ma torniamo al nocciolo della questione: l’indissolubilità del matrimonio cristiano e la possibilità che la Chiesa riconosca, de facto e a posteriori, il divorzio. Nel 1991, cioè ventisei anni fa, le Edizioni Paoline traducevano e pubblicavano un libro di Armand Le Bourgeois (Annecy, 11 febbraio 1911-Parigi, 2 febbraio 2004), un prete francese divenuto vescovo di Autun, nella regione storica della Borgogna, fra il 1966 e il 1987, intitolato Cristiani divorziati risposati, che era tutto un inno alla possibilità che la Chiesa scopra infine la “misericordia” per i poveri divorziati risposati e non faccia pesare su di loro le tragiche conseguenze di un unico errore, per tutta la vita, ma li riammetta nel suo seno, così come sono, senza pretendere da loro impossibili, e ancor più dolorose, rinunce, cioè avallando, di fatto, il divorzio e la rottura del sacramento del Matrimonio cristiano. Un libro del genere, per giunta scritto da un ex vescovo, le Edizioni Paoline, prima della stagione del Concilio Vaticano II (come ormai è entrato nell’uso definirla, con evidenti sottintesi apologetici, ma anche con un voluto margine di ambiguità, in modo da poterle ascrivere qualunque merito e da assolverla, se necessario, da qualunque errore), non lo avrebbero pubblicato mai e poi mai. Sarebbe stato semplicemente inconcepibile. Del resto, nessuna autorità ecclesiastica avrebbe concesso il Nihil obstat, per l’evidente incompatibilità del suo contenuto con il sacro Magistero della Chiesa cattolica. Un libro del genere, le Edizioni Paoline – quelle che noi abbiamo conosciuto, stimato ed amato nella nostra infanzia e adolescenza – non lo avrebbero pubblicato neppure sotto la minaccia di un mitra spianato. Il cambio di passo è incominciato fra gli anni ’60 e ’70, e all’inizio degli anni ’90 era ormai un fatto compiuto: ormai la stampa e l’editoria “cattoliche” erano state conquistate dal modernismo, e chi, ingenuamente, pensava di trovarvi ancora dei libri realmente cattolici, in realtà si trovava esposto al veleno modernista, e lo assorbiva senza neanche rendersene conto.
La stessa evoluzione, o piuttosto involuzione, si era verificata nel clero, e specialmente nell’alto clero: il fatto è che i preti operai, nel corso degli anni ’80 e ’90, avevano fatto carriera, adesso erano vescovi e perfino cardinali: adesso avevano i mezzi per diffondere ad ampio raggio le idee semi-marxiste e semi-protestanti di cui erano stati, vent’anni o trent’anni prima, gli alfieri solitari; adesso avevano a disposizione tutti gli strumenti per imprimere alla Chiesa, nel suo insieme – non tutto d’un colpo, ma in maniera sicura, capillare, implacabile – la svolta modernista e progressista da essi desiderata. I seminari, nel frattempo, si era svuotati e cominciava a farsi sentire la scarsità dei sacerdoti, dato il naturale processo d’invecchiamento di quelli della precedente generazione, l’ultima che avesse seminato e raccolto delle nuove vocazioni; ma che importava? Quando mai i signori progressisti si sono preoccupati per il fatto, banalissimo, che la realtà sembra dare torto alle loro belle teorie? Forse che i disastri del sistema sovietico e di quello cinese avevano minimamente scalfito l’aura di prestigio di cui godeva tuttora l’idea marxista fra i giovani di tutto il mondo, e specialmente fra quelli occidentali? Se i preti europei scarseggiavano, si sarebbe ovviato importando i sacerdoti dal Terzo Mondo; l’importante non era quello, ma proseguire, anzi, accelerare sulla strada delle “riforme”, spingere più a fondo le “intuizioni” del Concilio, insomma, attuare pienamente quel che, in quel consesso, era stato, secondo loro, solamente abbozzato, impostato, ma non del tutto sviluppato.
di Francesco Lamendola del 03-06-2017
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