ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 4 giugno 2017

L'effetto è curioso e profetico?

Gay pride, quei bambini dentro il carrello della spesa

Un carrello della spesa e dentro tre bambini in costume da bagno (Foto Elite per Reggionline). Sorridono e accanto a loro ci sono degli adulti, forse sono i loro genitori? O forse, chissa? Però sono in posa, tutti allegramente sorridenti davanti ai flash dei fotografi che ieri a Reggio Emilia hanno documentato il ReEmilia pride, il primo gay pride reggiano. I lettori della Nuova BQ conoscono la storia. E qui non si farà altro che dare conto non tanto del suo svolgimento, d'altra parte i gay pride sono tutti uguali, si gioca a chi è più trasgressivo. Ma di questo simbolo. 

E ieri a sfilare lungo le vie della città del tricolore di trasgressivo c'era molto, ma soprattutto appartenente alla letteratura gaia: striscioni, qualche donna vestita da suora, molti cartelli sui diritti, sull'uguaglianza nella diversità, i soliti "smutandati" con borchie e short in latex. Insomma: il solito catalogo dei pride, ai quali anche qui hanno preso parte le istituzioni pubbliche cittadine e regionali.

Però c'era quel carrello della spesa. E dentro c'erano dei bambini. Già grandi, vista l'età quindi non serviva per immaginare un sostituto del passeggino. No, deve esserci qualche cosa, deve essere un simbolo. Il simbolo è presto detto. Qui si comprano i bambini. Anche se nelle intenzioni dovessero esserci chissà quali trovate involontarie, il simbolo è questo, la mente corre subito lì: "Noi siamo quelli che vogliono comprare i bambini, siamo quelli che spenderebbero milioni per strappare dal seno materno i neonati". Una pratica, quella dell'utero in affitto che è la nuova campagna della milizia Lgbt. Dopo aver ottenuto le nozze, che importa se ancora simil, il nuovo orizzonte è questo: comprare i bambini. Daltronde non c'è da stupiprsi. Che cosa ci si aspetta da un gay pride? 

Però resta la tristezza di quei piccoli, sorridenti. Perché cosa sorridevano? Usati per uno slogan, per un messaggio da mandare alle istituzioni, alla politica e anche alla Chiesa così attenta recentemente alle rivendicazioni di chi rifiuta il progetto creatore di Dio. In quell'immagine non c'è nessun pride, non c'è nessun orgoglio come fa notare, unico tra i politici il senatore di Idea Carlo Giovanardi. C'è un'ideologia diabolica che è disposta a passare su tutto, a che sulla pelle dei più piccoli per affermare un diritto che in natura non esiste. E neppure nel cuore dell'uomo. 

Che cosa si può rispondere a questa impostazione, a queata idea di uomo così sganciata dalla realtà? Come ci si può opporre a questa ideologia che sta lentamente diventando dittatura del desiderio sul diritto naturale? Che sta diventando gaystapo e gaycrazia? Quando anche servirsi dei più piccoli da scandalizzare è diventato normale e normato, chi potrà rimettere le cose su un binario non solo decente, ma soprattutto rispettoso per l'uomo e per il progetto di Dio? 

Qui le risposte sono confuse e ad oggi ci duole constatare come le gerarchie ecclesiastiche non riescano a fare altro che abbozzare timidamente una risposta che è soltanto un giocare in difesa. 

Servono altri simboli e nel caravanserraglio reggiano che ieri ha toccato il fondo con quei bambini nel carrello della spesa, un simbolo si è levato al cielo con una dignità e una potenza inusitate. In mattinata si è svolta la processione di riparazione per il gay pride annunciata dal Comitato beata Scopelli. Anche qui, i lettori conoscono giò la storia, non serve ripeterla. 

La Nuova BQ è andata ad assistere a quel Rosario itinerante in vista della blasfemia che di lì a poco sarebbe cominciata ed è proseguita tutta la notte in un circolo Arci con lo scopo dichiarato di irridere la Chiesa e la teologia della riparazione del peccati con il presidente dell'Arci gay di Reggio che con uno sberleffo chiedeva: "Qualcuno conosce il latino?" Alludeva alla lingua della Chiesa con la quale è stato recitato il Rosario. A sfilare col Rosario in mano erano in circa 350 o 400 fedeli. Persone semplici, provenienti da diverse zone del nord Italia e chiamate con il passaparola social dal Comitato Beata Scopelli. 

E c'erano i sacerdoti, a parte don Giorgio Bellei della Diocesi di Modena, c'erano i sacerdoti della Fraternità San Pio X. Loro hanno guidato il Rosario, dietro a loro si sono messi i tanti fedeli reggiani e non. Le immagini mostrano una processione con i preti in talare e cotta e dietro in popolo orante. Le preghiere in latino, poi l'atto di riparazione al Sacro Cuore di Gesù pronunciato al termine con il canto sontuoso del Noi vogliam Dio. In mezzo una sosta davanti al Santuario della Basilica della Ghiara, il tempio più amato dai reggiani. 

Le parole di don Mauro Tranquillo, nel fervorino iniziale, non lasciano spazio a dietrologie. "Siamo qui per riparare non solo il peccato del Gay Pride, ma tutti i peccati, che sono anche i nostri. Siamo come la Madonna che sotto la scroce stabat, stava. Siamo qui per riparare alle offese che oggi pomeriggio verranno inferte sul corpo di Gesù, come in quella prima flagellazione che ha così duramente colpito Gesù". 

Nessuna contestazione intorno, i reggiani hanno assistito ai margini della strada incuriositi, qualcuno ha urlato passando in bicicletta "vergognatevi", ma era appunto qualcuno. Cos'è stato? Un popolo che si è radunato sotto un pastore cattolico per pregare e riparare i peccati. Che cosa c'è di più cattolico e per certi versi più democratico? 

E che cosa c'è di più sovversivo della tradizione oggi? A giudicare dallo stupore dei reggiani, nulla. 

Qualcuno storce il naso su Facebook: sì, ma sono sacerdoti lefevbriani. Certo, loro hanno occupato quel posto. Loro sono scesi in strada e hanno preso le redini di un popolo che chiede insistentmente ai propri pastori una parola di verità sull'uomo, che chiede ai vescovi di non avere paura nel chiamare il male con il suo nome. Che chiede di non assecondare la deriva omoeretica di tanti teologi à la page.

L'effetto è curioso e profetico al tempo stesso. Sembra quasi che esistano ormai due chiese. Da un lato quella che è ormai prona all'ideologia Lgtb, per paura o per ignoranza, poco importa. A volte anche per interesse. Però appare debole, in ritirata, conformista. 

E dall'altra sembra esserci un'altra Chiesa fatta di un popolo che non si stanca di rivolgere lo sguardo al cielo per chiedere protezione e grazie. E che non si accontenta dell'irenismo gnostico e secolarismo imperante che buona parte del clero ormai cerca di dar loro da mangiare. Ma a raccogliere questo grido ieri c'erano dei sacerdoti che oggi non sono in piena comunione con Roma. 

Se il processo della San Pio X dovesse concludersi con l'istituzione di una prelatura personale, i sacerdoti lefevbriani potranno dire di essersi presentati a Reggio Emilia con il loro biglietto da visita. In ogni caso a prendere per mano questo popolo così affamato ieri c'erano loro. In mezzo c'è un vuoto, che va colmato. E a colmarlo deve essere la Chiesa gerarchica, fatta di vescovi in comunione con Roma, di parroci e di fedeli che non hanno paura a scendere in strada per pregare per riparare un Gay Pride. Quel vuoto oggi comincia a gridare forte e dice: ascoltateci, non conformatevi alla mentalità del mondo. 

In Olanda ideologia Lgbt padrona della Chiesa. Lo dimostra l'evento chiamato Pink Saturday, il gay pride arancione che partirà dalla cattedrale di San Giovanni della città di s-Hertogenbosch. Ma non c'è da stupirsi: sono i frutti della teologia catto-protestante che nelle Chiese del Nord Europa (dal Regno unito alla Germania dal Belgio all'Austria) è penetrata nella Chiesa cattolica. Lo speciale del Timone sui maestri della nuova chiesa mostra i frutti di questo secolarismo: fanno la predica a tutti, ma nei loro Paesi hanno prodotto soltanto un drammatico deserto spirituale. 



 processione pietra di scandalo


Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam
Salmo 113 B (115) Lode al vero Dio
Non a noi, Signore, non a noi,
ma al tuo nome dà gloria,
per il tuo amore, per la tua fedeltà.

Perché le genti dovrebbero dire:
“Dov'è il loro Dio?”.

Il nostro Dio è nei cieli:
tutto ciò che vuole, egli lo compie.

I loro idoli sono argento e oro,
opera delle mani dell'uomo.

Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,

hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.

Le loro mani non palpano,
i loro piedi non camminano;
dalla loro gola non escono suoni!

Diventi come loro chi li fabbrica
e chiunque in essi confida!

Israele, confida nel Signore:
egli è loro aiuto e loro scudo.

Casa di Aronne, confida nel Signore:
egli è loro aiuto e loro scudo.

Voi che temete il Signore, confidate nel Signore:
egli è loro aiuto e loro scudo.

Il Signore si ricorda di noi, ci benedice:
benedice la casa d'Israele,
benedice la casa di Aronne.

Benedice quelli che temono il Signore,
i piccoli e i grandi.

Vi renda numerosi il Signore,
voi e i vostri figli.

Siate benedetti dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.

I cieli sono i cieli del Signore,
ma la terra l'ha data ai figli dell'uomo.

Non i morti lodano il Signore
né quelli che scendono nel silenzio,

ma noi benediciamo il Signore
da ora e per sempre.

Alleluia.
Commento (da perfettaletizia.it)

Il salmo è stato con tutta probabilità scritto nell'immediato post-esilio, quando Israele si trovò di fronte l'ostilità samaritana e di altri nemici (Esd 4,1s; Ne 4,3s), rischiando il disorientamento, e quindi la derisione dei popoli, che, celebrando i loro idoli, avrebbero detto,: “Dov'è il loro Dio?”.
Il popolo dichiara di non chiedere gloria per sé, ma consapevole di essere il popolo dell'Alleanza, il popolo con il quale Dio si è impegnato di fronte a tutti i popoli, chiede di essere aiutato affinché tutto torni a gloria del suo nome: “Ma al tuo nome dà gloria, per il tuo amore, per la tua fedeltà”.
Il salmo presenta una lunga requisitoria contro la vanità degli idoli, dopo aver affermato la sovranità di Dio su tutte le cose: “Il nostro Dio è nei cieli: tutto ciò che vuole, egli lo compie”.
Alla base del processo idolatrico c'è una divinizzazione della materia: il cielo, il sole, la terra, la luna... (Cf. Sap 13,1s).

La requisitoria del salmo contro gli idoli non è “popolare”, come spesso si è detto, ma al contrario esaurisce efficacemente “il punto” affermando, innanzitutto, che sono di materia, di argento e oro, e Dio ha creato l'oro e l'argento, come tutte le cose. Poi sono muti... cioè inoperanti. La loro forma procede dall'uomo, che, con passaggio mentale illogico, dalla personificazione delle cose del creato, era passato ad una loro raffigurazione somatica, che costituiva la forma dell'idolo.
“Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra”, dice il decalogo (Es 20,4), intendendo precisamente riferirsi al processo che sta alla base della costruzione dell'idolo. Che le cose siano così lo si deduce anche dal fatto che Mosè fece porre l'effigie di due cherubini sull'arca, e fece fondere un serpente di bronzo, dunque immagini, ma non immagini che avevano a monte una divinizzazione della natura, cioè il misconoscimento della trascendenza di Dio creatore dal nulla di tutte le cose.

“Diventi come loro chi li fabbrica...”, dice il salmista, con più crudezza del salmo 96,7: “Si vergognino tutti gli adoratori di statue...”. L'espressione non raggiunge il livello di una maledizione, essendo piuttosto un grido di sofferenza, e per questo, benché imperfetta,  non è stata rimossa dalla recitazione cristiana.

Il salmo presenta innanzitutto "Israele”, cioè tutto il popolo; poi “la casa di Aronne”, cioè il sacerdozio e i leviti; poi i timorati di Dio (“Voi che temete il Signore"), cioè i convertiti dal paganesimo al Giudaismo, ma non circoncisi.
“Non i morti lodano il Signore né quelli che scendono nel silenzio...” dice il salmista, intendendo affermare che Dio non farà cessare la lode del suo popolo a lui tra le genti, lasciando che esso venga abbattuto dai suoi nemici. 


Pierluigi Ghiggini, editorialista di ReggioReport, non è noto per essere un “baciapile” e al Comitato B.G.S. non ha risparmiato dure critiche, pungendo gli organizzatori con l’accusa di “settarismo”.
Essendo però un osservatore qualificato ha compreso una cosa che ad altri (sempre meno in verità, anche tra i paladini del gay pride) è sfuggita: il Comitato B.G.S. ha già “vinto” la sua battaglia.
Ghiggini parla del piano mediatico (aggiungiamo noi: ha già “vinto” anche in quello soprannaturale) e lo fa a ragion veduta. Nel suo articolo di oggi lo scrive a chiare lettere:
Che piaccia o no gli anti-gay pride per il solo fatto di esserci hanno già vinto la loro battaglia. Se non altro ciò farà riflettere i sindaci che hanno patrocinato il Remilia Pride e hanno firmato il protocollo “contro la omo-trans-negatività”: dovrebbero ricordarsi che sono i sindaci di tutti, non di una sola parte della società.
L’articolo è intitolato “Quella processione pietra di scandalo” e il senso lo spiega lo stesso autore del pezzo:
Certamente nessuno si aspettava una contestazione così dirompente alle aperture pastorali verso le persone omosessuali e transgender, pur disapprovandone il “disordine” della vita sessuale e predicando loro l’astinenza.

E che soprattutto dà voce a tutti coloro che non condividono l’aggressività culturale del mondo Lbgti, ormai trasformata in un dogma del “politically correct” al quale tutti dovrebbero piegare la testa, pena l’accusa di oscurantismo, clericofascismo e persino di razzismo. E a conferma di quanto sia “pietra di scandalo” – in senso evangelico – la processione riparatrice, lo dimostra la querelle legale sull’uso del nome della Beata Giovanna Scopelli (carmelitana di Reggio Emilia che visse nel XV secolo)
Una posizione bel lontana dall’aderire alla Processione, quella di Ghiggini, ma intellettualmente onesta.

Quella processione pietra di scandalo
I carmelitani: “Non usate il nome della Beata Scopelli” 
Ma gli anti-gay pride hanno già vinto la loro battaglia

di Pierluigi Ghiggini
2/6/2017 – La processione di riparazione indetta dal Comitato Beata Scopelli per la mattina di sabato 3 giugno, poche ore prima che la città venga attraversata dalla manifestazione del Gay Pride reggiano, ha avuto l’effetto di una bomba all’interno dello stesso mondo cattolico, con prese di posizioni e scontri che vanno ben al di là dei confini cittadini.
E’ la prima volta che un’ala del mondo cattolico scende in piazza contestando alla radice, con la preghiera e i riti liturgici, le premesse e i contenuti di un Gay Pride. “Cristiani coraggiosi”, li ha definiti dal Khazakistan il vescovo Athanasius Schneider, uno degli esponenti più in vista dei tradizionalisti all’interno della Chiesa. Certamente nessuno si aspettava una contestazione così dirompente alle aperture pastorali verso le persone omosessuali e transgender, pur disapprovandone il “disordine” della vita sessuale e predicando loro l’astinenza. E che soprattutto dà voce a tutti coloro che non condividono l’aggressività culturale del mondo Lbgti, ormai trasformata in un dogma del “politically correct” al quale tutti dovrebbero piegare la testa, pena l’accusa di oscurantismo, clericofascismo e persino di razzismo.

La processione di riparazione partirtà alle 10,20 con concentramento in piazzale Duca D’Aosta, per snodarsi sino a piazza Prampolini, davanti al Duomo. Il Vescovo Camisasca ha preso le distanze, negando l’autorizzazione all’uso del sagrato, tuttavia non ha vietato la processione, nè  ha proibito ai cattolici di parteciparvi.E a conferma di quanto sia “pietra di scandalo” – in senso evangelico – la processione riparatrice, lo dimostra la querelle legale sull’uso del nome della Beata Giovanna Scopelli (carmelitana di Reggio Emilia che visse nel XV secolo) provocata dall’Ordine carmelitano di Antica Osservanza (da distinguere dai Carmelitani Scalzi), il quale attraverso l’avvocato Massimo Merlini ha diffidato il comitato organizzatore della processione a non utilizzare il nome della Beata, di cui si ritiene unico titolare, specificando bene di essere estraneo all’iniziativa di sabato mattina. Naturalmente il Comitato ha respinto la diffida, dichiarando le argomentazioni infondate, e va avanti per la sua strada, forte anche dalla valanga di adesioni arrivate un po’ da tutta Italia: pochi dubbi sul fatto che la processione farà il pieno.
Dal canto loro i promotori, in un impeto di settarismo,  terranno a distanza i giornalisti, che potranno rivolgersi solo a non meglio precisati portavoce, e ammonendo i partecipanti a non rispondere alle loro domande. Si temono contestazioni, del resto non nuove a Reggio Emilia contro i cattolici organizzati.
Che piaccia o no  gli anti-gay pride per il solo fatto di esserci hanno già vinto la loro battaglia. Se non altro ciò farà  riflettere i sindaci che hanno patrocinato il Remilia Pride e  hanno firmato il protocollo “contro la omo-trans-negatività”: dovrebbero ricordarsi che sono i sindaci di tutti, non di una sola parte della società.
L’ORDINE CARMELITANO: NON USATE IL NOME DELLA BEATA SCOPELLI
Di seguito il testo integrale della diffida inviata dall’avvocato Merlini

Con il presente Comunicato lo scrivente evidenzia che l’Ordine Carmelitano sopra indicato è estraneo ad iniziative di tale natura, che l’utilizzazione del nome della Beata non è stato in alcun modo autorizzato e dunque diffida ed invita il predetto Comitato a desistere immediatamente dall’utilizzo del nome predetto nella sua denominazione o in altro contesto.
“Il sottoscritto quale legale incaricato dall’Autorità competente dell’Ordine Carmelitano dell’Antica Osservanza, istituto di vita consacrata di diritto pontificio, preso atto della costituzione del Comitato “Beata Giovanna Scopelli” in occasione delle manifestazioni che si svolgeranno in Reggio Emilia il 3.6.2017, nonché dei comunicati che la stampa locale ha divulgato in data 15 u.s., ribadisce come il predetto Comitato non sia mai stato autorizzato all’utilizzo di riferimenti o immagini dall’Autorità Cattolica locale e quindi lamenta e denuncia l’utilizzazione non autorizzata del nome della predetta Beata Giovanna Scopelli nella denominazione del detto Comitato, che – come si è appreso – si prefigge iniziative di contestazione alla citata manifestazione del giorno 3 giugno prossimo.
Il riferimento al culto locale della Beata Giovanni Scopelli, il cui sacello è posto in Cattedrale dopo un importante e notorio intervento di recupero e restauro, non è stato mai concesso da chi ne ha la suddetta legittima prerogativa, da individuarsi – ferme rimanendo le competenze della Chiesa locale ed Universale – nell’Ordine Carmelitano dell’Antica Osservanza, in qualità peraltro di attore della causa di canonizzazione della beata.
Alla luce di quanto sopra si invita e diffida dall’uso di riferimenti ecclesiastici di cui il Comitato è privo di titolarità, evidenziando che perdurando tali abusi verranno valutate tutte le tutele del caso, ivi comprese iniziative da sottoporre alle verifiche dell’Autorità Giudiziaria”. Avv. Massimo Merlini.
LA REPLICA DEI COMITATO SCOPELLI: “CENSURE PRIVE DI PREGIO”
PAPA“Le censure che l’Ordine Carmelitano dell’Antica Osservanza muove, per mezzo del suo legale, al Comitato “Beata Giovanna Scopelli” sono prive di pregio. Questo per tre ragioni:
anzitutto non emerge alcun profilo di proprietà intellettuale, poiché il nome della Beata reggiana non è né stato depositato dall’Ordine come marchio, né dal Comitato impiegato a scopo di lucro;
in secondo luogo non emerge alcun profilo relativo ai c.d. diritti della personalità e segnatamente al diritto al nome,
a) essendo la Beata Scopelli personaggio storico, pubblico e notorio, addirittura oggetto di venerazione, patrimonio della Chiesa Universale di cui il Comitato fa a pieno titolo parte,
b) essendo la Processione riparatoria – impropriamente definita dai Carmelitani “iniziativa di contestazione”, quasi fosse un corteo con striscioni, o un sit-in politico – un evento liturgico e di preghiera, pienamente cattolico e profondamente consonante con ciò che la Beata Scopelli ha vissuto, insegnato e testimoniato con la sua vita e i suoi miracoli.
Vale a tal proposito rimarcare che dall’Ordinario di Reggio Emilia non è giunto al Comitato alcun divieto: né ad effettuare la Processione, né a porsi sotto il patrocinio della Beata.
Da ultimo è superfluo sottolineare come l’Ordine Carmelitano non possa lamentare alcun danno giuridicamente rilevante (né materiale, né tantomeno morale) dall’associazione del nome della Beata ad una Processione di fedeli cattolici in preghiera”. Avv. Ilaria Pisa

Processione di Riparazione di Reggio Emilia: "diverse centinaia di fedeli per inginocchiarsi poi davanti alla Basilica della Ghiara"


Il Vaticanista Marco Tosatti, come tutti gli organi di stampa nazionali, ha riferito che "Oggi a Reggio Emilia si è svolta la processione di riparazione per il Gay Pride previsto nella città. 
Diverse centinaia di fedeli sono sfilati da piazza Duca d’Aosta fino a via Garibaldi, per inginocchiarsi poi davanti alla Basilica della Ghiara". ( tutto l'articolo QUI )
E' stata "solo" una sentita e devota processione, con preghiere, canti e  con l'Atto di Riparazione al Sacro Cuore di Gesù. 
Pubblichiamo per questo , a mo' di riflessione in questo giorno di vigilia della Santissima Pentecoste, il Comunicato Stampa che era stato redatto nei giorni scorsi dai Superiori dell'Ordine Carmelitano d'antica osservanza.
Ci piacerebbe sapere da quanto in qua i fedeli cattolici per adottare un Santo o un Beato come Patrono o Protettore del proprio gruppo di preghiera dovrebbero chiedere l'autorizzazione all'Ordine di appartenenza del Santo.
Lo scriviamo senza intento polemico ma solo come motivo di riflessione.
Ecco il Comunicato dei Carmelitani d'antica osservanza:


Carmelitani ai No-Pride: “Giù le mani dalla Beata”
L'ordine minaccia cause legali: 

"Non avete il permesso, 
non richiamatevi a Beata Scopelli". 
Gli ultracattolici: "Non è marchio ordine"

REGGIO EMILIA – A due giorni dalla processione “di riparazione” contro il gay pride di Reggio Emilia, una doccia gelata investe il comitato cattolico intitolato alla “Beata Giovanna Scopelli” che l’ha promossa. 
L’ordine Carmelitano dell’Antica osservanza (i cosiddetti carmelitani “calzati”, ndr) ha infatti inviato una formale diffida “per utilizzo non autorizzato del nome della Beata della chiesa cattolica e monaca carmelitana Giovanna Scopelli”.

L’atto, diramato dall’ufficio legale dell’ordine (nella persona dell’avvocato Massimo Merlini, dello studio legale Merlini & Merlini di Roma) e’ affidato agli organi di informazione perche’, chiarisce la Postulatrice generale dei Carmelitani Giovanna Brizi, “non avendo potuto individuare gli organizzatori del sedicente comitato che, come noto, comunica solo attraverso i media, siamo impossibilitati a notificare la diffida per vie legali”.

Il messaggio e’ pero’ chiarissimo: “L’utilizzazione del nome della Beata Giovanna Scopelli (fondatrice e prima priora del monastero carmelitano di Reggio, ndr) non e’ stato in alcun modo autorizzato”. 

L’ordine pertanto “diffida ed invita il comitato a desistere immediatamente dall’utilizzo del nome nella sua denominazione o in altro contesto”. 

E ancora: “Il riferimento al culto locale della Beata Giovanna Scopelli, il cui sacello e’ posto in Cattedrale dopo un importante e notorio intervento di recupero e restauro, non e’ stato mai concesso da chi ne ha la suddetta legittima prerogativa”. 

E cioe’ “ferme rimanendo le competenze della Chiesa locale ed Universale, nell’ordine Carmelitano dell’Antica osservanza, in qualita’ peraltro di attore della causa di canonizzazione della beata”.

Sulla processione di preghiera contro il gay pride, infine, i Carmelitani prendono nettamente le distanze, dichiarandosi “estranei ad iniziative di tale natura”. 

Per questi motivi, conclude la diffida, “si invita e diffida dall’uso di riferimenti ecclesiastici di cui il comitato e’ privo di titolarita'”, e si evidenzia che “perdurando tali abusi verranno valutate tutte le tutele del caso, ivi comprese iniziative da sottoporre alle verifiche dell’autorita’ giudiziaria”. 

Prima dell’ordine carmelitano aveva preso le distanze dal comitato cattolico anche la Diocesi reggiana, non concedendo – perche’ non avvisata – l’utilizzo del sagrato della cattedrale per la processione.

I no pride: “Beata Scopelli non è marchio ordine”
Sul nome della “Beata Giovanna Scopelli”, adottato dal comitato cattolico reggiano che sabato sfilera’ in processione contro il gay pride della citta’, “non emerge alcun profilo di proprieta’ intellettuale, poiche’ il nome della beata reggiana non e’ ne’ stato depositato dall’ordine come marchio, ne’ dal comitato impiegato a scopo di lucro”. 

E’ una delle obiezioni mosse a stretto giro di posta all’Ordine dei Carmelitani che oggi, con una formale diffida, ha invitato il comitato a desistere dall’utilizzo della denominazione della beata. 

Gli anti gay pride sostengono inoltre che “essendo la beata Scopelli personaggio storico, pubblico e notorio, addirittura oggetto di venerazione e’ patrimonio della chiesa universale di cui il comitato fa a pieno titolo parte”.

La processione organizzata, infine, viene considerata “un evento liturgico e di preghiera, pienamente cattolico e profondamente consonante con cio’ che la Beata Scopelli ha vissuto, insegnato e testimoniato con la sua vita e i suoi miracoli”. 

Fin qui le diatribe sulla dottrina liturgica, ma il comitato evidenzia anche un fatto molto concreto: “Dall’Ordinario di Reggio Emilia non e’ giunto al comitato alcun divieto: ne’ ad effettuare la processione, ne’ a porsi sotto il patrocinio della Beata”. 

Da ultimo, chiudono i cattolici, “e’ superfluo sottolineare come l’ordine Carmelitano non possa lamentare alcun danno giuridicamente rilevante (ne’ materiale, ne’ tantomeno morale) dall’associazione del nome della Beata ad una processione di fedeli cattolici in preghiera”.


Fonte: Reggiosera

Vescovo “bandito” dai gay scortato dalla Polizia

Lorenza Perfori4 giugno 2017

di Andrea Zambrano.
Il vescovo spagnolo Xavier Novell è dovuto uscire dalla chiesa scortato dalla Polizia municipale facendosi largo tra gli insulti e le minacce inferocite di un nugolo di attivisti dell’associazione Lgbt De Transcantó. Ma che cosa aveva fatto di male questo vescovo? Niente, aveva semplicemente detto un’ovvietà: che nella persona con tendenze omosessuali manca la figura paterna. Una verità scientifica, prim’ancora che cattolica.
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La si rigetta perché queste violenze sono accadute in un lontano passato e non potranno mai più riaccadere. Invece certi episodi sono la spia di un fenomeno strisciante che l’opinione pubblica tende a minimizzare. Parliamo della persecuzione che sta subendo la Chiesa cattolica in Spagna. Persecuzione ormai alla luce del sole e non più evocata da qualche maniaco visionario. Nella parte del carnefice ci sono le associazioni Lgbt che sono diventate così forti da dettare l’agenda dei governi nazionali e locali. Carnefici, dicevamo. Sì, perché al loro posto negli anni ’30 del ‘900 in Spagna c’erano i rivoluzionari di estrazione marxista che dettero poi vita alla guerra civile, in cui la Chiesa pagò il suo tributo di sangue: prima di ammazzare preti e vescovi, in Spagna furono 13, iniziarono minacciando il clero, poi irridendolo pubblicamente con azioni dimostrative, ancora, impedendone l’esercizio, bruciando chiese e infine arrivando al delitto dopo essere passati per il pestaggio.
In Spagna siamo passati dalla fase della protesta provocatoria all’impedimento dell’esercizio episcopale. La storia ci insegna quale sarà il prossimo passo. Quando ci sarà la prima vittima, Dio ce ne scampi, tutti si accorgeranno che qualche cosa è accaduto.
Certe cose stanno riaccadendo con le stesse vittime, il clero, ma differenti carnefici, oggi le lobby Lgbt? Chi dice no forse non conosce la situazione spagnola che domenica ha visto l’introduzione di un ulteriore tassello nell’inquietante escalation di violenza verbale nei confronti di un vescovo, che è stato preso di mira con cori e insulti all’uscita da messa tanto che per allontanarsi il pastore ha chiesto aiuto alla Polizia (VIDEO).
Scene del genere in Spagna non accadevano appunto da quei giorni, che così si stanno diabolicamente riattualizzando sotto le insegne della dittatura di pensiero gay. Ma che cosa aveva fatto di male questo vescovo? Niente, aveva semplicemente detto un’ovvietà: che nella persona con tendenze omosessuali manca la figura paterna. Una verità scientifica, prim’ancora che cattolica. Ma al collettivo Lgbt della città di Tárrega, 16mila abitanti nella diocesi di Solsona, Catalogna, è bastato per attentare all’incolumità del pastore.
Lui, Xavier Novell, il vescovo più giovane di Spagna e tra i più giovani del mondo, è dovuto uscire dalla chiesa scortato dalla Polizia municipale facendosi largo tra gli insulti e le minacce inferocite di un nugolo di attivisti dell’associazione De Transcantó. Il pastore era arrivato domenica per impartire la cresima ai ragazzetti della parrocchia di Santa María del Alba, ma dopo la cerimonia ad attenderlo c’erano una trentina di attivisti con cartelli e bandiere minacciose.
E’ quello che in sudamerica viene chiamato “escrache”, una protesta di piazza rumorosa e intimidatoria contro i rappresentanti del governo. Questa volta ad essere preso di mira non era un politico, ma un vescovo. Gli attivisti Lgbt hanno apostrofato il vescovo con cori offensivi e minacce. Così il sindaco della cittadina ha pensato bene di far arrivare la polizia municipale per scortare il vescovo all’automobile. Fortuna che Novell ha trovato un primo cittadino comprensivo. Nella vicina Cervera, 9000 anime nella stessa diocesi il sindaco ha promesso un intervento del Consiglio comunale per dichiarare il prelato persona non gradita. E nel capoluogo diocesano, Solsona, il municipio ha preso le distanze dicendo che certe cose non devono accadere. Insomma: il vescovo è bandito.
Ovviamente i sindaci sono stati aizzati da un nugolo di associazioni Lgbt che con gran spolvero di accuse in questi giorni hanno preparato il terreno definendo Novell un omofobo, un cattivo cristiano e un pessimo vescovo. Il tutto per quell’articoletto pubblicato sul giornalino diocesano in cui il pastore, riferendosi anche agli studi di Joseph Nicolosi (il nemico è sempre lui con le sue teorie riparative!) diceva: “Mi chiedo se il fenomeno crescente della confusione sull’orientamento sessuale di molti adolescenti non si debba imputare nella cultura occidentale alla figura paterna, che è stata assente, deviata e svuotata fino alla messa in discussione della stessa virilità”.
Alla fine il vescovo, scortato, è riuscito a salire in auto e a tornare in diocesi, mentre alcuni parrocchiani si riunivano per pregare davanti alla folla inferocita e a due lesbiche che, provocatoriamente, si baciavano.
A questo punto ci si aspetterebbe un minimo sindacale di solidarietà da parte dello stesso mondo cattolico. Macché. A parte il silenzio della Conferenza episcopale spagnola, si segnala l’intervento a gamba tesa di un’associazione di gay cristiani, chiamata Asociación Cristiana de Lesbianas, Gais, Transexuales y Bisexuales (ACGIL) che sul portale cristianosgays.com non ha preso le parti del vescovo, ma dei compagni di lotta omosessualista. “Non è la prima volta che ci sentiamo profondamente feriti da questo uomo come cristiani di diverse sessualità – dicono – è ormai obsoleto cercare le cause dell’omosessualità come se fosse una malattia, con le sue parole il vescovo di Solsona sceglie di mettersi a fianco di persone e di una società più inumane”.
Non poteva mancare un riferimento che Gesù che “è venuto a instaurare un mondo nuovo in cui tutti quelli che si amano hanno diritto di cittadinanza indipendentemente dal loro essere uomini, donne, giudei, schiavi o liberi”. Ovviamente facendo finta di dimenticarsi delle parole di Gesù sulla triste fine di Sodoma. Ma quelle associazioni sono poi quelle che, con la complicità di molti vescovi organizzano le ormai note veglie anti omofobia, rafforzando così il partito di chi nella Chiesa ha deciso di sposare la tesi dell’omoeresia.
A occhio e croce, come si chiama quello scontro dove tra fratelli ci si accoltella e si gode nel colpire l’altro per le sue idee? A casa nostra si chiama guerra civile. Ma in Spagna è una parola che non si può pronunciare.
Fonte: La nuova Bussola Quotidiana