ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 19 luglio 2017

Gesù, il grande, il solo.

CHIESA: UN DENTRO E UN FUORI

Perché una cosa esista, devono esserci un dentro e un fuori: e ciò vale anche per la Chiesa. E ora vorremmo che qualcuno si prendesse la responsabilità di dire alla nostra generazione: Ragazzi, era tutto uno sbaglio 
di Francesco Lamendola  


Quella di abbattere muri e di gettare ponti è una mania, non solo verbale, purtroppo, che impazza nella Chiesa cattolica specialmente dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio; prima, questa formula assai popolare, di facile presa, ma incredibilmente sciocca e demagogica, che contraddice non solo e non tanto la teologia, ma il comune buon senso e la stessa logica (non esistono edifici senza muri e non sempre gettare ponti è una cosa utile e saggia), era adoperata assai raramente e, di certo, non era mai assurta a compendio, come sta avvenendo in questi ultimi anni, del Magistero ecclesiastico e del Vangelo stesso.
Gesù, innanzitutto, il grande, il solo, il vero modello con cui il cristiano si deve confrontare, era impegnato unicamente ad abbattere muri e a gettare ponti? Allorché diceva, interpretando le parole del Padre celeste nel giudizio delle anime: Via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli!, o quando diceva ai Giudei: Voi siete figli del demonio, che è vostro padre, e volete fare le opere del padre vostro!, era forse tutto intento ad abbattere muri, affinché non ci fossero più barriere d’alcun tipo fra gli uomini? E, viceversa, quando ammoniva: Non crediate che io sia venuto a portare la pace, ma una spada, oppure quando diceva:Sono venuto a porre il figlio contro il padre e la figlia contro la madre, la nuora contro la suocera e la suocera contro la nuora, intendeva gettava solamente ponti, per far sì che tutti gli uomini indistintamente, buoni e malvagi, formassero una sola comunità? E quando mandò i dodici Apostoli a predicare il Vangelo nelle città della Giudea, disse loro: Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o a quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi. In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città (Matteo, 10, 14-15). Gesù li mandava in viaggio apostolico: dovevano annunciare la Buona Novella: non già “dialogare” con le persone e con i non credenti (non andate fra i pagani, aveva anche detto loro; sottinteso: per adesso), bensì insegnare; né si sognava di istituire, come il cardinale Martini, grande amico dei massoni, una “cattedra dei non credenti”. Poi, Gesù si rivolge alle città dei Giudei, ove Egli stesso si è recato a predicare e operare miracoli, e dice testualmente: Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perché, se a Toro e a Sidone [cioè, fra i pagani] fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza, ravvolte nel cilicio e nella cenere. Ebbene, io ve lo dico Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra. E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! (Matteo, 11, 21-23). Ebbene: sono forse istruzioni da cui si possa desumere, anche solo minimamente, che annunciare il Vangelo, per Nostro Signore Gesù Cristo, significa sempre e solo abbattere muri e gettare ponti, a prescindere da qualsiasi cosa, per principio indiscutibile ed auto-evidente? La cosa è abbastanza chiara, ci sembra: Gesù non dice per niente che tutti devono far parte della comunione dei santi, anche se sarebbe bello che così fosse; al contrario: dice che alcune persone e alcune comunità, già fin da ora, sono state giudicate, e che Dio ha pronto per esse il castigo eterno. Questo è il mistero della libertà umana. Altro che ponti da costruire e muri da abbattere: l’inferno attende quanti non vogliono accogliere il regno di Dio.
Se, poi, passiamo al più grande degli Apostoli, san Paolo, ecco cosa dice a proposito di quei pagani i quali, pur avendo compreso chi sia Dio, si rifiutano di adorarlo debitamente, ma adorano gli idoli, e sprofondano, così, in preda a una sorta di annebbiamento della mente e del cuore, nelle passioni più turpi, e commettono le peggiori nefandezze morali (Romani, 1, 21-32):
… essi sono dunque inescusabili, perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria né gli hanno reso grazie coma  Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti, e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonato all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi, poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo, Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balia d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.

Ancora san Paolo, parlando di un incestuoso, convivente con la moglie di suo padre (1 Cor., 5, 1-5):

Si sente dovunque parlare di immoralità tra voi, e di una immoralità tale che non si riscontra neanche tra i pagani, al puto che uno convive con la moglie di suo padre. E voi vi gonfiate di orgoglio, piuttosto che esserne afflitti, in modo che si tolga di mezzo a voi chi ha compiuto una tale azione! Orbene, io, assente col corpo, ma presente con lo spirito, ho già giudicato cime se fissi presente colui che ha compiuto tale azione: nel nome del Signore nostro Gesù, essendo radunati insieme voi e il mio spirito, questo individuo sia dato in balia di satana per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore.

Dunque, san Paolo non dice: Se quest’uomo incestuoso cerca sinceramente Dio, chi sono io per giudicarlo?; non usa né il linguaggio, né i concetti così frequenti nei discorsi e nelle omelie di papa Francesco: al contrario, si assume in pieno tutta la sua responsabilità di capo di quella chiesa, e afferma solennemente: Bisogna che costui sia cacciato dalla chiesa e consegnato in potere di satana, affinché perisca nella carne, ma il suo spirito abbia la possibilità di essere salvato (evidentemente, per mezzo del pentimento e della conversione) nel giorno del giudizio.
Questo dice san Paolo, l’Apostolo delle genti: non parla di accogliere tutti, di perdonare tutti, di rimettere i peccati a tutti; non sostiene che bisogna gettare ponti verso tutti, anche verso chi rifiuta il Vangelo, né che bisogna abbattere muri, facendo sparire il confine tra la Chiesa e ciò che sta al di fuori di essa. Ed eccoci al punto. Il fatto che vi sia una realtà che è al di fuori della Chiesa e che è esclusa dalla comunione dei santi, è un fatto scandaloso e tale da dover far sentire in colpa i seguaci di Cristo? Pur di accogliere tutti, pur di “includere” tutti, come oggi va di moda dire, di “dialogare” con tutti, anche con chi non sa neppure cosa sia il dialogo, e pur di “integrare” tutti, anche chi non vuol essere integrato, bisogna abbattere completamente ciò che segna il limite, il confine, o comunque lo si voglia chiamare, insomma le mura che cingono, proteggono e mantengono al sicuro, per quanto possibile, la città di Dio, o, meglio, la sua parte visibile? Infatti, sia chiaro che, qui, stiamo ragionando soltanto su una parte della Chiesa, quella visibile, formata dagli uomini: quelli che credono, quelli che hanno creduto, quelli che si stanno purificando in Purgatorio; non pretendiamo minimamente di affermare alcunché riguardo alla parte invisibile, che dipende esclusivamente dal misterioso volere di Dio. Noi non osiamo affermare che, nel piano di Dio, nella mente di Dio, nella giustizia di Dio, in una maniera che noi non conosciamo, né comprendiamo o potremmo comprendere, non possa accadere che a far parte della comunione dei santi siano chiamati anche dei non cristiani e perfino dei non credenti, buoni, tuttavia, secondo la legge naturale, e irreprensibili nel loro amore per Dio, pur non essendo il Dio predicato da Gesù, l’unico vero, il Padre del cielo e della terra, dal quale ogni cosa ha avuto principio. Noi, nel nostro limitato orizzonte, possiamo tuttavia vedere e giudicare che, della Chiesa e della comunione dei santi, fanno parte solamente doloro che hanno creduto, che sono stati battezzati e che si sono convertiti al Vangelo, secondo le parole stesse di Gesù, dopo la Resurrezione e prima dell’Ascensione (Marco, 16, 15-16): Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. Nel nostro limitato orizzonte, noi possiamo solo constatare che lo stesso regno di Dio ha un confine: l’inferno. Un’invalicabile barriera separa le anime dannate dalla comunione dei santi: e questa non è un’opinione, è la dottrina cattolica. Apriamo il Catechismo della Chiesa cattolica (Libreria Editrice Vaticana, 1997, n. 1035):

La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell’inferno, il “fuoco eterno”. La pena principale dell’inferno consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creati e alle quali aspira.

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http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/cultura-e-filosofia/la-contro-chiesa/66-chiesa-un-dentro-e-fuori

Perché una cosa esista, devono esserci un dentro e un fuori: e ciò vale anche per la Chiesa

di Francesco Lamendola

Del 18 Luglio 2017

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