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domenica 30 luglio 2017

La parte più aggressiva della processione

All’indomani del 29 luglio riminese...

Ospitiamo questo scritto di un testimone.

Canto finale, “Noi vogliam Dio”.
In questo inno certamente si nascondeva la parte più aggressiva della processione.
Citiamo dal testo: “Noi vogliam Dio perché la Chiesa pasca le genti di verità”. 
Pascere le genti: che violenza!
E ancora: “Fratelli unanimi il patto antico stringiam gridando contro il nemico: 
«noi vogliam Dio, Iddio lo vuol!»”. Gridano contro il nemico il desiderio di Dio: 
che scandalo, che muri!
All’indomani del 29 luglio riminese appena trascorso, è utile tirare le somme e guardare i fatti per quello che sono.

Senza riduzioni e censure, senza distinzioni sofistiche (al-di-là o al-di-qua delle intenzioni).
Guardiamo i fatti.
Al mattino una processione di trecento persone. Il numero è quello reale: pochi, a causa del disconoscimento da parte dell’ordinario diocesano, il vescovo di Rimini mons. Francesco Lambiasi.
La processione ha pregato e cantato come il popolo cristiano cattolico ha sempre pregato e cantato lungo i secoli. Pater Ave Gloria. Rosario. Litanie dei santi. Salmo LXIX (“Ego vero egenus et pauper sum”, cioè io sono proprio povero e bisognoso). Oremus pro Pontifice nostro Francisco. Litanie al Sacro Cuore di Gesù. Atto di riparazione al Sacro Cuore di Gesù.
Canto finale, “Noi vogliam Dio”.
In questo inno certamente si nascondeva la parte più aggressiva della processione.
Citiamo dal testo: “Noi vogliam Dio perché la Chiesa pasca le genti di verità”. Pascere le genti: che violenza!
E ancora: “Fratelli unanimi il patto antico stringiam gridando contro il nemico: «noi vogliam Dio, Iddio lo vuol!»”. Gridano contro il nemico il desiderio di Dio: che scandalo, che muri!
Ecco, sono questi i cristiani cattolici da ricacciare nelle catacombe, da “non incentivare” (come ha detto don Squadrani, il parroco “in solido” di S. Giuliano), da chiuder loro i portoni in faccia, da escludere dalla “pastorale”: quelli che vogliono “pascere le genti di verità”.
Si vede che l’“ordinariato diocesano” (espressione usata dal vicario generale nel suo comunicato) vuole pascere i riminesi di qualcos’altro che non sia la verità.
Ecco spiegato tutto.
Con un corollario. La processione delle litanie in latino è stato un gesto di innocuo devozionismo? La risposta è no.
“Questa processione - ha detto un sacerdote prima di iniziare il rosario - deve riparare non solo il peccato che grida vendetta davanti a Dio, ma il peccato contro lo Spirito Santo, il peccato della corruzione della fede e delle intelligenze”; “Quello che è da riparare è il principio che viene posto, per cui è l’uomo che decide che cosa vuole essere, indipendentemente dal Padre celeste, indipendentemente dall’ordine divino”. In diverso linguaggio, chiamasi la pretesa cristiana: “se Gesù Cristo è venuto, è, permane nel tempo con la sua pretesa unica, irripetibile, e trasforma il tempo e lo spazio, tutto il tempo e tutto lo spazio” (don Giussani). In altro linguaggio ancora, chiamasi “instaurare omnia in Christo” (Pio X). E ancora: “Egli su tutte le cose create ha il sommo e assolutissimo impero” (Pio XI). E così via fino ad oggi, sempre la Chiesa cattolica ha creduto questo, proclamandolo con parole anche diverse ma sempre univoche nella identica sostanza.

Ed ora veniamo al pomeriggio.
Il corteo del Summer Pride ha avuto dal potere civile ed amministrativo tutti gli onori di un enorme lungomare, un’enorme piazza di divertimenti, un’enorme vetrina davanti a tutti i turisti e tutti i cittadini presenti sul litorale nell’ultimo sabato di luglio. Presenti obbligatoriamente, perché la chiusura delle strade non permetteva di passare oltre ed andarsene altrove.
Ha avuto inoltre gli onori di centinaia di agenti di pubblica sicurezza e delle forze dell’ordine, anche gli elicotteri (gli oneri, altrettanto alti, li paghiamo noi contribuenti).
Vellicato e accarezzato dai poteri dell’informazione, il corteo ha avuto i suoi corifei che ne hanno cantato i successi: “oltre 20mila persone”, ma secondo la Questura erano 2mila. Basta aggiungere uno zero prima del punto.
Il succo delle rivendicazioni lo si evince da quello che i dj strillavano ai microfoni. Facciamo una rassegna di ciò che abbiamo ascoltato con le nostre orecchie.
“Legalizzatela!”, s’intende la droga.
“Ragazzi, un urlo tremendo!”.
“Siamo bellissimi come siamo”.
“Un grande ringraziamento a chi ha reso possibile tutto questo, Andrea Gnassi”.
Cinque grossi camion, addobbati di innumerevoli cartelloni pubblicitari, cioè di sponsor (locali notturni, chiringuitos, sigle varie) contenevano i dj e gli animatori liturgici.
Pardon, questa della liturgia ci è sfuggita. Ma a ragion veduta. Infatti gli osservatori più acuti del fenomeno sociologico dei gay pride, ne parlano esattamente in questi termini: «nel Gay Pride la liturgia è coinvolgente, e la maggioranza partecipa. Ovviamente, è una liturgia del tutto diversa. A causa anche del ruolo guida dei carri, assomiglia molto più a una ritualità da discoteca che a una organizzazione da manifestazione politica. Dai carri viene una musica assordante, scandita dalle incitazioni degli speaker ai microfoni, veri e propri dj, incitazioni che si alternano a piccoli comizi, piccoli discorsi politici. Le incitazioni vanno oltre il corteo, si rivolgono ai passanti, alle persone affacciate alle finestre, a tutti. E grazie alla musica e ai dj, le folle di ragazzi e ragazze (ma non solo) intorno ai carri sono sempre in movimento, cantano, gridano, rispondo alle incitazioni (“saltate tutti”, e saltano; “fate un urlo”, e fanno un urlo; ecc.). È un mondo del tutto diverso, ma funziona. L’impressione è che mentre le manifestazioni tradizionali hanno perso energia, e si ripetono un po’ stancamente, queste invece sono al culmine della loro espressione: portano al massimo la partecipazione e il coinvolgimento dei manifestanti. Molto più che in quelle tradizionali, in questi eventi ci si avvicina alla ritualità come la vede Durkheim: l’io è assorbito dal rito collettivo al punto da esserne totalmente trasceso, rinsaldando così il legame con i valori che fondano quel rito».
Se non ci credete, eccovi la fonte: http://www.leparoleelecose.it/?p=15520.
“L’io assorbito dal rito collettivo”: infatti noi abbiamo visto molte persone bere bicchieroni e bottiglie, non d’acqua, per poi esibirsi nei toccamenti previsti dallo “spettacolo” offerto dal Comune di Rimini.
Ed abbiamo visto con i nostri occhi quel che fanno gli animatori (cubiste e cubisti, presumibilmente retribuiti) sui camion: mentre chi ha il potere dei microfoni parla di “amore libero”, in realtà costoro mimano gesti di sopraffazione dell’altro/a. Evitiamo descrizioni più precise.
I più autoironici e forse anche i più autentici, nel senso di meno commerciali, erano quelli dell’ultimo carretto. Un’Apecar guidata da “antagonisti” riminesi, alcuni reduci dal G8 di Genova del 2001, portava un cartello con su scritto: “Lotta dura contro natura”.
Quasi al centro del corteo, come a significare una presenza ideologica di forte carattere per gli organizzatori, sventolavano otto bandiere dell’UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti.
Che c’entrano loro con l’omo-bi-trans-sessualismo? Vuoi vedere che il loro programma di “umanismo” - “gli umanisti credono che le soluzioni per i problemi del mondo si trovino nell’azione e nel pensiero umani piuttosto che nell’intervento divino” - cioè il programma di far fuori Dio, è alla radice dell’LGTBQIE-sessualismo?
Fra altre bandiere al vento, quella dei gruppi Poliamore Milano.
A proposito: che c’entra la poligamia con la presunta emarginazione dei gay e con i diritti umani? E’ un diritto umano poter disporre di più persone a piacimento?

Finiamola qui, ci siamo già capiti.
Chi scrive ha visto e sentito - limitatamente al passaggio del corteo sul lungomare. Perché si può chiedere tutto ad un uomo, ma non di mettersi sotto al palco ad ascoltare i programmati interventi dell’on. Cirinnà e del sindaco Gnassi. Tutti e due in una volta, e dal vivo, è chiedere un sacrificio sovrumano. 

Lettera firmata

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