ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 2 luglio 2017

Le "fortune" di questo pontificato..


Come Francesco prepara il posto al suo successore


Francesco non ha nessuna voglia di passare alla storia come papa "di transizione". Quello che fa, vuole che sopravviva alla sua dipartita. E per esserne certo istituzionalizza le cose a lui più care, le fa diventare stabili, con tutti i numeri per tirare avanti da sole.
La Giornata Mondiale dei Poveri è una di queste sue creature, ufficialmente canonizzata poche settimana fa.
L'idea di Jorge Mario Bergoglio che la Chiesa è come un "ospedale da campo" si concreterà da qui in avanti ogni anno, a novembre, in una festa delle opere di misericordia a favore di affamati, ignudi, senza tetto, forestieri, carcerati.
Con il papa, questo papa, che a Roma pranzerà assieme a centinaia di poveri, sarà difficile a un suo successore non fare lo stesso. La prova generale Francesco la farà a Bologna il 1 ottobre, dove nel programma della visita c'è già scritto che a mezzogiorno il papa sarà a "pranzo con i poveri nella basilica di San Petronio".
Poi ci sono le "Scholas Occurrentes", una rete tra scuole che, nata a Buenos Aires quando Bergoglio era arcivescovo di quella città, ora collega più di 400 mila istituti in tutto il mondo, non importa se cattolici o laici.
Non c'è niente di religioso negli incontri tra queste scuole. A farla da padrone sono parole e concetti come "dialogo", "ascolto", "incontro", "ponti", "pace", "integrazione". E anche a scorrere gli ormai numerosi discorsi rivolti da Francesco alle "Scholas", il silenzio sul Dio cristiano, su Gesù e sul Vangelo è praticamente tombale.
Ma nonostante ciò, Bergoglio ha eretto le "Scholas Occurrentes" a "pia fondazione" di diritto pontificio, ospita in Vaticano i loro congressi mondiali e tre settimane fa, il 9 giugno, ha inaugurato per loro una sede dentro i palazzi pontifici, da cui sarà complicato in futuro sloggiarle.
La svolta non è da poco. Per secoli le scuole della Compagnia di Gesù sono state il faro dell'istruzione cattolica. Mentre queste "Scholas" tanto care al papa gesuita fanno più notizia per le frequenti partite di calcio "per la pace" da lui patrocinate con al fianco Maradona, Messi o Ronaldinho, come pure per il bizzarro incontro di un anno fa sul ring di Las Vegas – anche questo indetto dal papa all'insegna del dialogo – tra un pugile cattolico e uno musulmano, poi entrambi ricevuti a Santa Marta dopo che il musulmano, finito KO alla sesta ripresa, era stato dimesso dall'ospedale.
Nel campo politico avviene lo stesso. Non passa anno che Francesco non convochi attorno a sé un incontro mondiale di quelli che egli chiama i "movimenti popolari".
Questa rete di movimenti non gli era preesistente, tutt'altro. È un'altra delle sue invenzioni. Ne ha affidato la cernita a un sindacalista argentino suo amico, Juan Grabois, che pesca ogni volta tra gli irriducibili delle storiche adunate anticapitaliste e no-global di Seattle e Porto Alegre, con il contorno di gruppi indigenisti ed ecologisti e con invitati di spicco quali il presidente della Bolivia Evo Morales, in qualità di coltivatore di coca, o l'ex presidente dell'Uruguay José "Pepe" Mujica, con un passato di guerrigliero, oggi ritiratosi a vita frugale in una fattoria di campagna.
A questa accolta Bergoglio rivolge ogni volta fiammeggianti discorsi d'una trentina di pagine e più, che sono la quintessenza della sua visione politica generale, che fa leva sul popolo come "categoria mistica" chiamata a riscattare il mondo.
Sono state quattro finora le convocazioni: la prima a Roma nel 2014, la seconda in Bolivia nel 2015, la terza di nuovo a Roma nel 2016, la quarta – su scala regionale – a Modesto negli Stati Uniti, lo scorso febbraio, col papa questa volta collegato in videoconferenza. Altre ne seguiranno.
Ma non è tutto. Per il suo successore Francesco ha precostituito anche dell'altro. Ha congedato tutti i membri della Pontificia Accademia per la Vita e ne ha nominati dei nuovi.
Con la differenza che mentre prima essi erano tutti graniticamente unanimi contro aborto, procreazione artificiale ed eutanasia, oggi non più, ciascun accademico la pensa a modo suo. Perché al primo posto ci dev'essere il dialogo.
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Questa nota è uscita su "L'Espresso" n. 26 del 2017, in edicola il 2 luglio, nella pagina d'opinione dal titolo "Settimo Cielo" affidata a Sandro Magister.
Ecco l'indice di tutte le precedenti note:
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La volontà di Jorge Mario Bergoglio di "istituzionalizzare" le cose a lui care non è sfuggita al vaticanista americano John Allen:
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POST SCRIPTUM
 – Questa nota era già scritta e stampata quando ha toccato il suo acme la vicenda del piccolo Charlie Gard, con papa Francesco silente, nonostante l'universale e spontanea ondata di appelli a un suo intervento "ad personam" in difesa della vita di quel bambino:
E anche nonostante la serietà delle obiezioni giuridiche contro la sentenza che di fatto ha condannato a morte Charlie:
È una vicenda, questa, che non potrà non incidere sulle "fortune" di questo pontificato. Tanto più se si mettono a confronto le energie spese da papa Frasncesco per le "Scholas Occurrentes" ed altre iniziative di pari livello, a lui carissime, e la sbalorditiva sua reticenza su questioni capitali come quella vissuta da Charlie Gard.

Il valore negoziabile di Charlie


di Francesco Arnaldi

Quando la Santa Sede, per bocca di monsignor Sorondo, definì la notizia dell’uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima “un disastro per l’umanità”, la notizia fece il giro di tutto il mondo. Le parole del cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze non arrivarono certo isolate, ma si accodarono a un vero e proprio coro unanime di critica alla decisione del presidente Donald Trump. Non so perché monsignor Sorondo abbia voluto esprimersi così, ma voglio dargli il beneficio del dubbio e credere che non l’abbia fatto solo per emulazione di coloro che in quel momento si stavano globalmente indignando. Voglio credere che l’abbia fatto perché a quelle sue parole ci crede veramente.
Sorvolando su cosa penso di tali esternazioni, utilizzando semplicemente la regola proporzionale mi sarei aspettato che sulla vicenda di Charlie Gard si levassero grida e proteste da far tremare la terra nelle sue fondamenta. Se si è così solerti nel difendere teorie scientifiche tuttora poco chiare, per la difesa del diritto alla vita di un bambino di dieci mesi non mi avrebbe stupito un intervento a gamba tesa sulla vicenda da parte di tutte le più alte cariche ecclesiastiche. Se poi aggiungiamo anche che la decisione non è stata presa neanche dalla famiglia, ma anzi che questa famiglia lotta da mesi per difendere la vita del bambino, e che la scelta è stata presa dallo Stato con l’avvallo dell’Unione Europea, beh ero già pronto a sentir indire una nuova crociata.
Una decisione che lede non uno, ma ben due valori non negoziabili avrebbe dovuto compattare tutto il fronte cattolico, dimenticando per un momento vicissitudini interne per combattere questo terribile affondo del demonio, che probabilmente ancora non crede a quanto sia stato facile corrompere i cuori delle persone che si sono rese responsabili del più orrendo dei crimini.
Invece, il silenzio. L’assordante silenzio del Getsemani, dove i discepoli si addormentano e lasciano Gesù da solo, con il suo dolore e la sua angoscia, a poche ore dalla morte. Un silenzio di chi non sa più che cosa dire, di chi non è abituato a vegliare, di chi ha dimenticato come si fa o non lo ha mai saputo. Il silenzio di chi di fronte a un’offensiva del nemico non sa come reagire perché non si è preparato abbastanza.
I princìpi non negoziabili sembrano esser stati accantonati, retaggio di un mondo antico in cui si privilegiava lo scontro al dialogo. Forse non sono mai stati compresi a fondo. Diceva Chesterton: “l’ideale cristiano non è stato messo alla prova e trovato manchevole: è stato giudicato difficile, e non ci si è mai provati ad applicarlo”. Ecco, questa frase possiamo applicarla ai princìpi non negoziabili. Si è sempre guardato un po’ con diffidenza a questa linea di azione sociale, frutto del pensiero di San Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI; è stata giudicata difficile; si è deciso di accantonarla. E mentre si tuona per lo scioglimento della calotta polare, un bambino muore. Preghiamo affinché questa vicenda possa servire a svegliare molti cuori intorpiditi; perché un albero si riconosce dai suoi frutti, e i frutti di questa linea di pensiero li stiamo vedendo.
IL CASO CHARLIE GARD: DOLORE E INDIGNAZIONE PLURIMI

Alcune considerazioni sul caso del bambino condannato a morte dai giudici inglesi e dalla Corte del Consiglio d’Europa. Le forti reazioni di tanti laici cattolici e di qualche ecclesiastico. Le reazioni pilatesche di altri ecclesiastici. Che fine ha fatto dentro il Vaticano e in sede Cei il “Ci alzeremo in piedi” di Giovanni Paolo II?L’ “Osservatore” a scoppio ritardato, mentre l’ “Avvenire” dà spazio al dramma di Charlie Gard, ma con un approccio molto ‘british’: per il quotidiano galantino e catto-fluido la vera battaglia è quella per l’accoglienza dei migranti.  
In questi ultimi giorni si assiste con sgomento al susseguirsi di fatti che suscitano grande preoccupazione sotto l’aspetto antropologico. C’è stato un episodio che può apparire minore, ma è pur sempre emblematico. La presidente della Camera italiana, la nota Laura Boldrini, ha fatto in aula gli auguri a una deputata neo-mamma, trascurando volutamente il padre: “Il papà non è parte in causa in questo caso. Scusate, la bambina à stata fatta (Ndr: ma com’è raffinata la ‘presidenta’!) da Celeste Costantino, è nostra collega e noi ci rivolgiamo a lei, essenzialmente a lei”. Siamo ormai al delirio ideologico puro.   
Un altro episodio, che però purtroppo non sorprende, ma è indice dello sbriciolamento in Europa dell’antropologia cristiana: venerdì 30 giugno il Parlamento tedesco ha approvato la parificazione tra matrimonio (che è solo eterosessuale) e ‘unioni omosessuali’ (adozioni comprese), dopo il ‘via libera’ dato dalla nota cancelliera Merkel (una cristiana ‘fluida’), che – in funzione pre-elettorale - ha escogitato il machiavello della ‘libertà di coscienza’ per i membri del suo partito. Si può presumere che Helmuth Kohl, che avrebbe voluto un discorso di Viktor Orban (primo ministro ungherese) al suo funerale, si stia rivoltando nella tomba. Dal canto suo l’arcivescovo di Berlino, mons. Heiner Koch (da non confondere con il cardinale svizzero Kurt Koch), si è detto “rammaricato” per la decisione: Monsignore, ma per favore non usi un linguaggio così violento…

CHARLIE GARD/ CATTOLICI CORAGGIOSI: AD ESEMPIO GANDOLFINI, DON COLOMBO, BELLETTI E GIGLI
C’è però un ‘caso’ su tutti che suscita dolore, orrore, indignazione al massimo grado, sia per i suoi contenuti che per certe reazioni da esso suscitate: quello di Charlie Gard, il bambino inglese nato il 4 agosto del 2016 e affetto da una rarissima malattia mitocondriale genetica. I genitori, come osserva Massimo Gandolfini (il neurochirurgo portavoce del comitato “Difendiamo i nostri figli”) nell’edizione de La Veritàdi sabato  primo luglio“si sono rivolti ad un centro di terapia sperimentale ove si sta applicando un protocollo terapeutico riconosciuto e approvato nientemeno che dal Nhl (national Institute of healt) degli Stati Uniti e che ha, quindi, i sacri crismi della vera scienza”. Eppure Charlie Gard, hanno sentenziato giudici britannici e de facto approvato i giudici della ‘Corte europea dei diritti umani’ (eletta dal parlamento del Consiglio d’Europa) “deve essere soppresso – staccando il sostegno vitale della respirazione assistita – contro la volontà dei genitori”, perché – sostengono i giudici – sarebbe “una vita senza prospettive, inutile, indegna, senza valore. Un pesante scarto che una società moderna non può e non deve permettersi il lusso di mantenere”. Vera eutanasia di Stato, conclude giustamente e tristemente Gandolfini, la quale ci fa regredire all’eutanasia hitleriana dell’Aktion T 4, “con cui lo Stato nazista impose la morte di decine di migliaia di vite ‘indegne di essere vissute’ “.
Su Il Sussidiario di sabato primo luglio (sotto il titolo: “Perché negare ai genitori la terapia compassionevole?”) rileva un’altra voce particolarmente competente, quella di don Roberto Colombo, che alla Cattolica di Milano è responsabile del laboratorio di biologia molecolare e genetica umana per lo studio delle malattie ereditarie e si occupa specificamente di ricerche genetico-cliniche su alcune malattie ereditarie rare: “Charlie potrebbe essere il diciannovesimo soggetto con questa sindrome diagnosticato nel mondo, con la particolarità di una sopravvivenza insolitamente lunga. Tutti i casi precedenti sono morti poco dopo il parto o comunque entro sei mesi (questo dato non è insignificante: è nota la variabilità clinica della manifestazione dei difetti nel gene RRM2B e il bambino inglese potrebbe rappresentare un caso particolarmente "resistente" o con una espressione fenotipica meno clinicamente penetrante, la qual cosa giustificherebbe un supplemento di tentativi terapeutici o, quanto meno, la non frettolosità nel sospendere la ventilazione meccanica ed altri supporti vitali)”.
In effetti la terapia sperimentale statunitense cui guardano con speranza i genitori è “tutt'altro che bizzarra (sta alla base di altre terapie metaboliche già applicate con successo nel caso di differenti malattie ereditarie rare)” e consiste nello "scavalcare" (bypass) “il blocco enzimatico creatosi nelle cellule dei malati facendovi arrivare dall'esterno il metabolita di cui esse hanno bisogno per funzionare correttamente”. Insomma “non si tratta certo di una cura senza fondamento scientifico, biologicamente o clinicamente azzardata e rischiosa, attuata da incompetenti o malintenzionati, e neppure effettuata presso centri clinici privi di qualificazione ed autorizzazione (…) Non meno rilevante è la constatazione della scarsa tossicità delle molecole utilizzate per questo tipo di terapia sperimentale: esse non sono dei "farmaci di sintesi" (composti chimici dalla struttura e dalle proprietà differenti dalle molecole naturalmente presenti nel nostro corpo), ma dei metaboliti (o derivati di essi, che in essi si trasformano una volta entrati nel nostro corpo) ordinariamente presenti nelle cellule umane a qualunque età.
Vogliamo dar spazio a una terza voce di laico cattolico, quella di Francesco Belletti (già presidente del ‘Forum delle famiglie’) che il 30 giugno ha dichiarato tra l’altro a Radio Vaticana, a proposito di un altro risvolto sconvolgente del ‘caso’: lo Stato ha deciso al posto dei genitori, cui ha tolto la titolarità del figlio. “E’ un dato devastante, che potrebbe essere applicato in qualunque circostanza, per esempio su scelte educative di qualunque genere…”. Ma è bene ricordare che “in tutte le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del fanciullo, i genitori hanno la piena e inviolabile titolarità alla responsabilità. Qui i genitori hanno fatto di tutto per il loro figlio e lo Stato propone loro una cultura della morte”. Un fatto “assolutamente intollerabile”. 
Quarta e ultima voce laica in ambito cattolico quella di Gianluigi Gigli, deputato e presidente del ‘Movimento per la vita’ italiano, che osserva a ragione:  Con Charlie  muoiono la speranza e il diritto, muoiono la pietà e l’umanità. Siamo ben oltre l’eutanasia. Con la condanna a morte di Charlie si gettano le premesse perché ad altre vite, considerate inutili e senza prospettive di guarigione, possa essere imposto il dovere di morire, nel loro “best interest”».

LA CHIAREZZA DEL CARDINAL CAFFARRA E IL CERCHIOBOTTISMO DEI VESCOVI INGLESI
E in ambito ecclesiastico? Una delle voci più autorevoli (poche) che si sono alzate fin qui è quella del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna: " Siamo arrivati al capolinea della cultura della morte. Sono le istituzioni pubbliche, i tribunali, a decidere se un bambino ha o non ha il diritto di vivere. Anche contro la volontà dei genitori. Abbiamo toccato il fondo delle barbarie" rileva in una dichiarazione rilasciata a’Il Giornale’ del 30 giugno. E aggiunge: "Siamo figli delle istituzioni, e dobbiamo la vita ad esse? Povero Occidente: ha rifiutato Dio e la sua paternità e si ritrova affidato alla burocrazia! L' angelo di Charlie vede sempre il volto del Padre. Fermatevi, in nome di Dio. Altrimenti vi dico con Gesù:  ‘Sarebbe meglio che vi legaste al collo una macina da mulino e vi gettaste nel più profondo del mare’.”
Tra le dichiarazioni ecclesiastiche ignobilmente pilatesche un posto d’onore va alla nota del 28 giugno – riportata dall’agenzia Sir – della Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles, presieduta dall’arcivescovo di Westminster, il cardinale bergogliano Vincent Nichols: “In questo difficile caso tutte le parti hanno cercato di agire con integrità e per il bene di Charlie, ciascuno secondo la sua visione. Comprensibilmente, i genitori di Charlie desiderano fare di tutto pur di salvare e migliorare la sua vita. (…)”. Si legge ancora nella nota: “La malattia terminale prolungata fa parte della condizione umana: non dovremmo mai agire con la deliberata intenzione di porre fine alla vita umana, compresa la rimozione dell’alimentazione e dell’idratazione che potrebbe provocare la morte. Dobbiamo, tuttavia, qualche volta riconoscere i limiti di ciò che può essere fatto, mentre si agisce sempre umilmente al servizio del malato fino al momento della morte naturale”.

E PAPA FRANCESCO CHE FA?
E papa Francesco? Ha forse applicato nel ‘caso Charlie” quanto affermò con veemenza Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1979 a Washington (Capitol Mall), nella famosa omelia del “Ci alzeremo in piedi! We will stand up!”: “Reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale….”?
Ha forse almeno accennato al dramma di Charlie nell’Angelus di domenica 25 giugno? E nell’ Angelus del 29, festa di San Pietro e Paolo? Eppure Francesco è un papa che per scelta cita molto nelle pubbliche occasioni…ogni sorta di associazioni e gruppi presenti in piazza san Pietro, tante situazioni drammatiche che evoca al termine degli Angelus, è prodigo di incoraggiamenti, loda tra gli altri il defunto Pannella e Emma Bonino (radicali nefasti in materia antropologica).  
Quando vuole “s’immischia” (per riandare al verbo usato in una conferenza-stampa in aereo di ritorno dal viaggio in Messico del 18 febbraio 2016) e allora ecco ad esempio le vere e proprie ingerenze in materie che, anche in nome delle necessarie distinzioni tra sfera della Chiesa e sfera dello Stato, non sono pertinenti a un papa come la riforma delle pensioni in Italia o una nuova legge sull’immigrazione. Sono argomenti questi che per natura coinvolgono la responsabilità delle istituzioni statali e non ecclesiastiche. Papa Francesco a volte decide di “non immischiarsi”: di solito lo fa in tema di valori non negoziabili e allora ecco che volontariamente ignora i Family Day, certe Marce per la vita; non si esprime sulla legge Cirinnà per le ‘unioni civili’ (leggi: ‘matrimoni gay’) e neanche accenna per giorni al dramma di Charlie Gard. E’ un atteggiamento questo che addolora, deprime, scandalizza e indigna tanti cattolici praticanti fin qui molto impegnati nella difesa della vita e della famiglia.
Stavolta – forse perché come ha detto lui stesso: “Sono un po’ furbo” – ha ritenuto di dover dire qualcosa sul dramma di Charlie: l’ha fatto venerdì in serata, costrettovi dalla forte, massiccia reazione di tanti laici cattolici che hanno intasato le linee telefoniche di Casa Santa Marta e della Segreteria di Stato, inoltrando anche petizioni e suppliche con migliaia di firme e promovendo veglie di preghiera in tutta Italia e anche a piazza San Pietro. Ma come ha reagito? Utilizzando uno dei simboli della società ‘fluida’, Twitter… ecco una frasetta assai ‘fluida’ anch’essa (quasi sempre scritta da altri), con un riferimento evidente, ma senza una citazione precisa: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. Confrontiamo questa frasetta con l’impegno incessante e pubblico di papa Francesco per i migranti e poi sarà facile constatare che cosa stia veramente a cuore al papa sudamericano.  
Neanche nell’ Angelus di oggi,  domenica 2 luglio, papa Francesco ha fatto un accenno al dramma di Charlie. Ha parlato giustamente del Venezuela, recitando un’Ave Maria a Nostra Signora di Coromoto, patrona dello sventurato Paese devastato dalla dittatura chavista di Maduro; ha salutato pellegrini di Belfast e cresimandi di Schattdorf (Svizzera tedesca), anche i partecipanti al moto-pellegrinaggio provenienti da Cardito (Napoli)… ma nessuna citazione del dramma di Charlie. Purtroppo è solo una conferma di quanto dicevamo più sopra.

L’OSSERVATORE ROMANO E’ COSTRETTO A SCOPRIRE (A SUO MODO, SCARAFFIA INSEGNA) IL DRAMMA DI CHARLIE
Di questo atteggiamento non certo a quanto appare pubblicamente molto ‘impegnato’ di papa Francesco si è fatto eco naturalmente ‘L’Osservatore Romano’. Uscito venerdì 30 pomeriggio, prima che la pressione dei laici cattolici consigliasse a Francesco almeno il pur insufficiente tweet, il quotidiano della Santa Sede – mentre il mondo mediatico italiano dava grande risalto al ‘caso’ – in prima pagina non riportava nulla, relegando la notizia nella seconda pagina in taglio basso. Tra l’altra notizia (redatta in stile notarile) del “matrimonio” (ma per “L’Osservatore’ è già senza virgolette) tra omosessuali approvato in Germania e quella di un “mancato attentato contro musulmani” a Créteil nella Marna. Anche la notizia riguardante Charlie, a parte il titolo “la straziante vicenda del piccolo Charlie Gard”, è stesa con molto distacco, come mostra anche la citazione di dichiarazioni pilatesche come quella dei vescovi inglesi o mollaccione come quella di Adriano Pessina (direttore del Centro di bioetica della Cattolica di Milano).
Il giorno dopo, sabato primo luglio pomeriggio (il tweet papale è ormai uscito), il quotidiano della Santa Sede concede alla notizia l’onore di due articoli in prima pagina, non d’apertura, comunque di spalla. In alto la riflessione di Ferdinando Cancelli, medico, che evidenzia l’opportunità di ricorrere in simili casi alle cure palliative. Sotto invece le considerazioni di Lucetta Scaraffia, ultrà bergogliana che morde il freno, ma riesce comunque a polemizzare due volte in poche righe con i media che “mistificano” e “strumentalizzano”. Scrive la direttorache sembra suggerire come lo ‘staccare la spina’ sia piuttosto da considerare come un rifiuto di un ‘accanimento clinico’ (ma Giovanni Maria Vian condivide?): “Alcuni media, soprattutto in Italia, si sono distinti per cavalcare questa tragica vicenda facendone oggetto di conflitto ideologico, ulteriore occasione per schierarsi politicamente pro o contro l’eutanasia. Anche se nella straziante vicenda del piccolo Charlie Gard non è questo il problema. La frase, più volte ripetuta, «staccare la spina» evoca immediatamente un atto eutanasico, e non la possibile scelta di porre fine a un accanimento clinico, da sostituire con cure palliative. E se quella spina non avesse dovuto essere mai attaccata? Nel caso britannico non abbiamo gli elementi per rispondere, ma sappiamo che, in un mondo in cui si chiede alla scienza di vincere la morte in ogni modo possibile, è sempre più difficile trovare posto alla dolorosa ma ineludibile accettazione della fine”.

L’AVVENIRE FA BATTAGLIE DISSENNATE PER I MIGRANTI ED HA UN APPROCCIO INVECE MOLTOBRITISH AL DRAMMA DI CHARLIE GARD
E l’Avvenire, direte? Avevamo lasciato il direttor Tarquinio dopo aver analizzato un suo commento di martedì 27 giugno alle elezioni amministrative (in cui sentenziava di vincitori, delusi e vinti… ma dimenticandosi di inserirsi – insieme con i vertici della Cei – tra questi ultimi, insieme e forse anche di più del Pd). Al direttore galantino non è sfuggita la nostra analisi e, inusualmente ormai, ha stizzosamente replicato a stretto giro di posta il giorno dopo: rispondendo a un lettore, ha rilevato che quest’ultimo era “troppo buono e colto per farsi dare imbeccate da siti online cattivisti”. Certo che il direttore del quotidiano di ispirazione catto-fluida non poteva restar silente neppure il giovedì, con un editoriale di fuoco contro la proposta ventilata in seno al governo italiano di bloccare i porti alle navi delle Ong straniere (proposta non solo ragionevole, ma necessaria… affondata però già il giorno dopo dalla fronda in seno allo stesso governo e dalla levata di scudi di tutti quelli – certi ambienti ecclesiali compresi – che sono interessati al losco traffico di migranti imbarcati in Libia e destinati a una vita disumana nella Penisola). Citeremo solo un giudizio imperativo contenuto nell’editoriale sentenzioso del direttor galantino: “E’ stato davvero un grave errore quello commesso dal Governo italiano. Perché non si può e non si deve annunciare ciò che non si può e non si deve fare”. Forse che Marco Tarquinio, da direttore dell’Avvenire, ha mai scritto qualcosa di simile a proposito delle leggi scellerate del Governo italiano contro i valori non negoziabili e per lo sfascio della famiglia?  Ai lettori la (non) ardua sentenza.
Se giovedì 29 – come già mercoledì 28 - la prima pagina dell’Avvenire è dominata dal tema dei migranti (con due finestrelle sul dramma di Charlie, una delle quali rimanda a un bel commento di Assuntina Morresi), venerdì 30 l’apertura è per il bambino inglese condannato a morte, ma con un grande titolo assai criptico: “Charlie, senza scienza e senza più speranza”. Sommario (notarile): “Oggi spente le macchine. Il dolore dei genitori”. A lato i due editoriali condivisibili di don Roberto Colombo e di Francesco Belletti. Sabato primo luglio il titolo di prima pagina è “Fine vita” (anche questo di comprensione non immediata). Nel sommario “Il Papa: difendere i malati, impegno d’amore”. Nell’occhiello: “L’ospedale accorda una proroga prima di staccare il respiratore al piccolo inglese. Naufragio davanti alla Libia: muoiono donne e bimbi”.
L’Avvenire insomma non rinuncia ad associare il suo cavallo di battaglia, quello dei migranti, al dramma di Charlie: ma le due vicende sono molto diverse  hanno in comune solo (probabilmente) un esito tragico, appartenendo a due ambiti differenti. Anche nell’editoriale di Marina Corradi si fa confusione intenzionale: “L’Europa che non si cura di Charlie è la stessa del resto che non si occupa delle migliaia di donne, uomini e bambini che annegano nel Mediterraneo”. Ma che scrivi, Marina Corradi? Ti sei dimenticata di aggiungere che le “migliaia di donne, uomini e bambini” si imbarcano per l’Italia per inseguire un sogno irresponsabilmente e colpevolmente favorito anche dai settori galantini del cattolicesimo italiano, Avvenire compreso: la realtà è che alcuni migranti muoiono annegati e gli altri o sopravvivono in genere in condizioni disumane (magari in centri con qualche prete trafficone) o sono cooptati dalla criminalità. E questa la chiamate ‘accoglienza’?
Nell’Avvenire di oggi, domenica 2 luglio, il direttor Tarquinio, rispondendo a una “pensosa” lettera radicale sul dramma di Charlie, invoca “ascolto, rispetto, chiarezza e umanità”, chiede il “dialogo che non è mai inutile e di troppo”, insomma ad ogni costo. Per passare a un altro argomento scottante, a pagina 4 dello stesso giornale non possiamo non notare - sulla rimozione del sessantanovenne cardinal Műller da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – un sommario che dice tutto sulla linea del quotidiano catto-fluido: “Il grazie del Papa al cardinale che conclude il suo mandato”. “Grazie”, “conclude”? Che soavità di toni… rispetto all’ Avvenire galantino il Tartufe di Molière fa la figura del dilettante.  
Giovedì 29 giugno abbiamo festeggiato i santi Pietro e Paolo, due stelle che dopo duemila anni brillano ancora nelle tenebre, come ha evidenziato don Giuseppe nell’ardente omelia della messa delle 19 a Sant’Ippolito presso piazza Bologna. Fiamma di fede l’uno, fiaccola di carità l’altro, hanno combattuto la buona battaglia e brillano ancora, guidandoci quali punti di riferimento ineludibili soprattutto nei momenti spesso bui che la nostra società sta vivendo (Chiesa cattolica compresa, con quel succedersi dentro e fuori il Vaticano di scandali veramente intollerabili agli occhi di tanti fedeli, non certo disposti alla cosiddetta ‘misericordia’, tanto più se a geometria variabile). Per nostra fortuna non hanno intenzione di spegnersi.
Il CASO CHARLIE GARD: DOLORE E INDIGNAZIONE PLURIMI – di GIUSEPPE RUSCONI –www.rossoporpora.org – 2 luglio 2017

Il piccolo Charlie e noi – di Antonio Socci

la-vieLa tragedia del piccolo Charlie ha inquietato gli animi di tantissima gente, sia laici che cattolici. C’è oltretutto un sovrappiù di strazio, perché i genitori avrebbero almeno voluto portare a casa il bambino… Ieri, mano a mano che passavano le ore, un’onda di commozione e dolore ha attraversato tante coscienze, i telefoni dell’ambasciata britannica e la mail dell’ospedale sono stati intasati, tanto che ancora qualche giorno è stato concesso al bambino.
Si sono fatte spontaneamente centinaia di veglie di preghiera, dappertutto, e molti cattolici hanno preso d’assalto il centralino della Segreteria di stato vaticana e di Santa Marta per chiedere un intervento urgente di papa Bergoglio.
Lui parla su tutto, ogni giorno. Ha tuonato perfino contro coloro che si tingono i capelli (“a me fa pena quando vedo quelli che si tingono i capelli”).
Ma – nonostante le richieste – Bergoglio si è rifiutato ostinatamente di dire una sola parola in difesa della vita di Charlie Gard (silenzio totale come per Asia Bibi e per tutti i casi non “politically correct”).
Eppure la vita del piccolo Charlie sarebbe un po’ più importante del problema della tintura dei capelli che assilla il vescovo di Roma.
Così il passaparola – sulla rete – ha fatto circolare i numeri di telefono vaticani e l’invito a farlo sapere all’interessato.
Un diluvio di telefonate si è abbattuto su Santa Marta (perfino il “Daily mail” ne ha dato notizia). Le suore del centralino (che è andato in tilt) dicevano: “stanno telefonando tantissimi…”.
C’è pure chi ha dovuto tentare dodici volte per prendere la linea. Dopo un po’ le suore hanno cominciato a dare le risposte che sono state suggerite dall’alto.
Una delle tante telefonate: “ho chiamato per chiedere urgentemente che il Papa intervenga in modo concreto per salvare la vita del bambino Charlie Gard”.
Risposta della suora: “sì, il papa sta pregando per tutti quelli che devono prendere una decisione”. Replica: “no guardi, la decisione l’hanno già presa. Bisogna che intervenga subito per salvarlo”. Dall’altra parte silenzio, imbarazzo e poi: “Ah capisco, preghiamo…”.
Alcuni chiedevano di riferire al papa e a mons. Paglia che devono uscire dai palazzi del potere, altri dicevano che sono lontani dal cuore del popolo cristiano e che devono ascoltare il popolo di Dio, aggiungendo pure che c’è molta indignazione.
Le suore rispondevano: “va bene. Provo a passarle qualcuno”. Ma nessuno, negli uffici chiamati, rispondeva.
Dopo un po’ di tempo le suore hanno cominciato a rispondere che “il papa è stato avvisato”. Poi a Santa Marta, qualcuno che desidera sempre ricevere applausi e lodi (e si fa in quattro per essere elogiato dai media), ha cominciato a inquietarsi e infuriarsi.
Così le suore hanno avuto istruzioni più dure e hanno preso a ribattere che non si dovevano intasare le linee e che si era già espresso mons. Paglia.
Ma era proprio perché le parole di Paglia hanno sconcertato che il popolo cristiano esigeva una parola chiara da Bergoglio in difesa della vita del bambino.
In tanti – grazie alla rete – hanno e sviscerato questo caso, leggendo la sentenza e maturando un giudizio ponderato anche grazie a esperte come Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella.
E’ una generazione che è cresciuta con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, una generazione che avverte drammaticamente la pericolosa china che si ormai da anni si è imboccata (specialmente in Europa), una china ideologica nemica della vita umana (basti pensare all’aborto). Tutti stavolta hanno detto: “Je suis Charlie”.
E’ la generazione che ha ancora nel cuore le parole accorate che le consegnò come testamento spirituale Giovanni Paolo II quando scrisse questa preghiera-promessa:
“Ci alzeremo in piedi ogni volta che la vita umana viene minacciata…
Ci alzeremo ogni volta che la sacralità della vita viene attaccata prima della nascita.
Ci alzeremo e proclameremo che nessuno ha l’autorità di distruggere la vita non nata…
Ci alzeremo quando un bambino viene visto come un peso o solo come un mezzo per soddisfare un’emozione e grideremo che ogni bambino è un dono unico e irripetibile di Dio…
Ci alzeremo quando i deboli, gli anziani e i morenti vengono abbandonati in solitudine e proclameremo che essi sono degni di amore, di cura e di rispetto”.
E’ il popolo della vita che, da solo (senza capi), ha alzato la sua voce: sono loro che ieri hanno fatto sapere all’attuale inquilino di Santa Marta che non è su quella poltrona per occuparsi della sorte delle zanzare e dei piccoli vermi, come Bergoglio ha fatto accoratamente nella sua enciclica ecologista.
Basta anche con gli attacchi a chi si tinge i capelli. Bisogna difendere la vita umana, a cominciare dai più piccoli e indifesi.
E’ stata un’insurrezione web, un “adesso basta” popolare. Ieri, addirittura, nel primo pomeriggio via cellulare è circolato pure un invito a una veglia di preghiera organizzata per la sera stessa, alle ore 19, in piazza San Pietro, all’obelisco.
Il popolo della vita si è scontrato a Santa Marta con il muro di indifferenza e di ostilità di Bergoglio (come per il Family day). Egli non costruisce ponti verso di loro, solo muri.
Ma qualche ecclesiastico è stato trascinato a prendere la posizione giusta. Il nuovo presidente della Cei, Bassetti – forse per un sussulto di coscienza, che gli ha fatto dimenticare per un attimo il bergoglismo acquisito e gli ha fatto ricordare di essere stato fatto vescovo da Benedetto XVI – è stato indotto, dalla pressione popolare, a fare una dichiarazione chiara: “Questa straziante vicenda tocca l’anima di ogni persona e non può lasciare nessuno nell’indifferenza. Ogni azione che pone fine a una vita è una falsa concezione della libertà. Ogni vita dall’inizio alla fine va accolta e difesa” .
Non è molto, ma è già qualcosa. Meglio di Bergoglio si è comportato anche il presidente della Repubblica Mattarella.
Nei giorni scorsi più di cinquemila persone avevano sottoscritto un appello per un suo intervento a favore di Charlie (ne ho dato notizia su queste colonne).
Il Presidente non è stato sordo e indifferente: ha subito attivato i suoi uffici per capire se poteva percorrere le vie suggerite nell’appello.
Ha voluto poi far sapere che ci aveva provato, anche se, purtroppo, senza trovare spiragli. A chi aveva fatto appello a lui è dunque arrivata la sua risposta tramite il consigliere diplomatico.
La lettera (mi è stata fornita da uno dei firmatari, Giovanni Gibelli, che ringrazio) riconosce che il “delicato e drammatico caso del piccolo Charlie Gard” rappresenta “una vicenda particolarmente dolorosa, che tocca la coscienza di ciascuno di noi e solleva interrogativi complessi”.
Nella lettera (arrivata alla vigilia del pronunciamento della Corte) si legge ancora: “A seguito della sua istanza, si è immediatamente approfondita l’eventualità di un intervento di carattere politico o riguardante lo ‘status civitatis’ del piccolo Charlie, ed entrambe le opzioni, tanto in ragione dell’imminenza della pronuncia della Corte quanto della circostanza che vede il caso all’attenzione del potere giudiziario britannico, non appaiono purtroppo in alcun modo percorribili”.
La lettera si conclude manifestando “personale vicinanza e solidarietà” ai firmatari “e idealmente al piccolo Charlie e alla sua famiglia”.
Era immaginabile che il Presidente Mattarella non disponesse di appigli giuridici per intervenire, ma quantomeno ha provato a studiare la cosa, si è interessato e ha voluto manifestare i suoi sentimenti di dolore e di solidarietà verso Charlie e la sua povera famiglia.
Sembra poco, ma, di questi tempi, un po’ di umanità e di sensibilità è molto.
PS Alle 20.30 papa Bergoglio si è parzialmente arreso all’assedio con un tweet ipocrita dove non nomina mai Charlie: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”.
La brutta figura rimane. Un papa vero non si comporta così.

Antonio Socci
Da “Libero”, 1 luglio 2017

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