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domenica 2 luglio 2017

“Obbedientissimi“ i gesuiti?

Si deve tornare al caso Dupuis per capire il ruolo dei gesuiti e i loro rapporti con Benedetto XVI




Forse non sono in molti a ricordare, o a conoscere, la vicenda che ebbe al centro la figura e l’opera del gesuita belga Jacques Dupuis (1923-2004), missionario per trentasei anni in India, teologo e fautore, un po’ in anticipo, di un indirizzo ecclesiale che oggi appare praticamente scontato, tale è stata la dimensione del suo trionfo, cioè quello di un “dialogo” con le religioni non cristiane spinto fino ad investire, direttamente o indirettamente, un punto chiave della dottrina cattolica: la salvezza mediante la sola adesione ai dogmi e alla disciplina della Chiesa. Docente alla Gregoriana, stimato come autore di libri moto importanti, il suo testo Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso (Toward a Christian Theology of Religious Pluralism), del 2001, tradotto in tutte le principali lingue europee, fu causa di un acceso dibattito interno alla Chiesa. In esso, l’autore va oltre la semplice affermazione, già fatta dal Concilio Vaticano II, che semi di verità sono presenti anche nelle altre religioni, suggerisce che anche le altre religioni conducono alla Verità divina, indipendentemente dalla indispensabile mediazione di Gesù Cristo. Ciò, naturalmente, attrasse l’attenzione della Congregazione per la dottrina della fede, il cui prefetto, il cardinale Ratzinger,  chiese dei chiarimenti e delle modifiche al sacerdote, cosa che diede luogo a una penosa controversia, cui parteciparono, compatti, gli altri gesuiti, schierati a sostegno del loro confratello, (diversamente da quanto era accaduto al tempo del caso” di Teilhard de Chardin), e che venne resa pubblica dal cardinale austriaco Franz König.
Il vaticanista Giancarlo Zizola, storico esponente dell’ala cattolica progressista, ha messo a fuoco il nodo della questione, naturalmente secondo il suo punto di vista, in questo passaggio della sua biografia Benedetto XVI, pubblicata subito dopo l’ascesa del cardinale Ratzinger al soglio pontificio (Milano,  Sperling & Kupfer, 2005, pp. 314-318 e 322-323):



La prova era fatta che il caso Dupuis implicava delle decisioni di vasta portata per l’autocoscienza della Chiesa cattolica e per il ruolo del dialogo interreligioso non solo nel programma e nell’eredità di Giovanni Paolo II, ma altresì nella prospettiva della Chiesa a lungo termine. Un problema del genere poteva subire un rinvio nell’ora in cui la Chiesa doveva preoccuparsi di rispondere alle sfide della Cina e dell’India, i nuovi giganti mondiali dell’Asia?
Era questa la ragione per cui gli obbedientissimi padri della Compagnia di Gesù avevano deciso di far quadrato intorno al loro pioniere [padre Dupuis], quasi vendicando a distanza di secoli il trattamento inflitto dalla Curia a un altro pioniere del dialogo interreligioso, padre Matteo Ricci, che era stato costretto a liquidare nel XVI secolo le sue teste di ponte cristiane in Cina.
Ma la posta in gioco si rivelava drammatica anche per gli equilibri politici al vertice della Chiesa. Il contrasto di visioni e di intendimenti, che la prassi consueta della curia portava ad assopire e a schermare, era esplosa questa volta all’aperto, con la pubblicazione del carteggio tra il cardinale Franziskus König e il cardinale Joseph Ratzinger a proposito dell’inchiesta della Congregazione per la dottrina della fede sul libro di Dupuis. In effetti, era singolare per le consuetudini di discrezione vigenti nelle sfere elevate della Chiesa romana che una tensione interna trovasse deliberatamente una forma pubblica. […]
Venendo meno al riserbo imposto ai cardinali, König aveva ritenuto di far prevalere sulla prudenza l’obbligazione di richiamare la sua fedeltà al papa e al Concilio Vaticano II, come un valore che non gli sembrava pienamente applicato  nelle procedure e nell’atteggiamento del’ex Sant’Uffizio, ponendo perciò indirettamente il problema del grado di autonomia di un organismo della curia  per rapporto al Sovrano. […]
In particolare, la decisione di König di adire la via dell’opinione pubblica per protestare contro il trattamento cautelativo inflitto a Dupuis era determinata dalla convinzione che il dialogo con le grandi religioni mondiali ha carattere non voluttuario, ma sostanziale e strategico, nella Chiesa e nella sua missione evangelizzatrice in un mondo globalizzato.
Era visibile nel cardinale, da tempo, la preoccupazione che l’apparato vaticano, e in particolare la Congregazione per la dottrina della fede, riservassero una valutazione troppo restrittiva non solo al libro del teologo belga, ma in generale alle direttive evolutive di Giovanni Paolo II sul dialogo interreligioso. Su tale valutazione interagiva la percezione che a Roma operassero forze interessate a minimizzare il significato delle relazioni fra il cristianesimo e le grandi religioni mondiali, e dunque  ridurre il carattere necessario delle revisioni dell’ecclesiocentrismo soteriologico, almeno come punto dirimente dell’agenda della successione e delle ricerche dei candidati nell’area della continuità con l’eredità delle opzioni interreligiose di Giovanni Paolo II.
Non si trattava dunque solo di una vertenza interecclesiastica, sia pure a livello di cardinali, circa i metodi della Congregazione per la dottrina delle fede. E nemmeno di una questione di libertà della ricerca teologica all’interno della Chiesa cattolica, al fine di evitare l’asfissia delle ricerche e nuovi fossati tra l’istituzione e la storia.
Piuttosto, sembrava assumere principale rilievo la questione della responsabilità dell’intera Chiesa, e della sua direzione futura, nel lascito di Assisi, sul quale rifluivano correnti ecclesiastiche desiderose di rimuovere quell’evento, trovandolo probabilmente incomodo, o troppo precoce, per la revisione dell’assioma convenzionale dell’”Extra Ecclesiam nulla salus nec remissio peccatorum”.
Nella protesta del cardinale König sull’inchiesta romana su Dupuis era presente il dubbio che in Vaticano non si coltivasse abbastanza la centralità del dialogo interreligioso, sia nella riflessione teologica nel suo complesso sia nelle deliberazioni generali circa l’avvenire della direzione della Chiesa. […]
In effetti, un’oscillazione era ben visibile nel magistero di Giovani Paolo II tra la teoria del compimento delle altre religioni in Gesù Cristo e nel cristianesimo, da un lato, e, dal’altro, il riconoscimento, all’interno della altre tradizioni religiose, di una prima iniziativa divina, per quanto incompleta, verso gli esseri umani e l’attribuzione a tali tradizioni  di un ruolo positivo nel mistero della salvezza dei loro seguaci. Quest’ultima posizione trovava il suo sostengono principalmente nel documento, già citato, “Dialogo e annuncio” (1991) dal Pontificio consiglio per il dialogo inter-religioso e dalla Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, su un testo che doveva molto del suo valore, oltre che a Dupuis, anche al contributo di cultura e di esperienza di un grande prelato, monsignor Pietro Rossano, precocemente scomparso nel 1991 dopo essere stato estromesso dalla curia.
Bastava un semplice raffronto di testi per constatare che la dottrina della Chiesa non era affatto monolitica sul problema interreligioso. Tuttavia, un’evoluzione era testimoniata a partire dal Concilio Vaticano II e con forte accelerazione sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, soprattutto per l’enfasi da lui portata, con l’assistenza decisiva di Rossano,  sull’universalità della presenza attiva dello Spirito di Dio e di Cristo nelle stesse tradizioni religiose non cristiane. Era la premessa per una prospettiva più ampia, sul cui sviluppo ufficiale si misuravano evidentemente i diversi puti di vista nel sacro collegio e della stessa teologia cattolica, sull’avvenire della riforma del trono papale.
In questo campo, Benedetto XVI si vedeva obbligato a raccogliere da successore una patata bollente che egli stesso aveva contribuito da cardinale a cuocere, e che probabilmente sperava di lasciar raffreddare.

Questa pagina di prosa è straordinaria, perché ben riflette l’atteggiamento intellettuale di quasi tutti i cattolici liberali e progressisti: essi danno assolutamente per scontato di aver compreso meglio di chiunque altro in quale direzione debba muoversi la Chiesa – perché, già sul fatto che essa debba muoversi, non esiste alcun dubbio: altrimenti, che progressisti sarebbero? – e, quindi, giudicano con favore, per così dire in anticipo, qualunque passo in avanti venga fatto, con qualsiasi mezzo, eventualmente giustificandolo, se proprio è necessario, con lo “spirito” del Concilio, mentre salgono in cattedra e fanno la morale a chiunque osi dissentire dalla loro prospettiva, insinuando, come minimo, che costui non ha compreso lo spirito dei tempi, né la lezione imprescindibile del Concilio (ancora!): Concilio che assurge, nella loro visone mitologica, a una specie di istanza metafisica, posta molto al di sopra di qualsiasi altra cosa, compresa la bazzecola di duemila anni di Tradizione e di Magistero, non sempre, o per nulla, concordi con certe scelte e decisioni dei Padri conciliari. Ma questo loro atteggiamento è utile, in un ceto senso, perché permette di misurare, in controluce, quali fossero (e quali siano) i veri termini delle cose in discussione, e in quale prospettiva d’insieme esse vadano giudicate.
Per prima cosa, Zizola riconosce che, dietro la controversia sul libro di padre Dupuis (ma ciò dopo averla buttata quanto mai sul patetico, sostenendo che la “persecuzione” della Curia aveva fato morire di dispiacere il sacerdote belga!), quel che bolliva in pentola era un problema molto più grosso, non solo e non tanto di tipo teologico, ma pastorale ed ecclesiale: pastorale, perché investiva direttamente i rapporti fra la Chiesa cattolica e le altre religioni; ecclesiale, perché apriva, o inaspriva, un dibattito molto forte esistente all’interno della Chiesa, e riguardante una problematica ancora più ampia, ossia l’atteggiamento complessivo che la Chiesa stessa doveva assumere nei confronti della civiltà moderna e della globalizzazione, di cui la dimensione interreligiosa era, dopotutto, solo un aspetto, per quanto importante; e tutto ciò non senza ripercussioni sugli equilibri interni della Curia, perché, a seconda della linea adottata, si sarebbe rafforzata la monarchia assoluta oppure la direzione assembleare e collegiale, inaugurata dal Concilio. In termini ancora più netti: dal giudizio sul libro “incriminato” discendeva la questione, centralissima, di ciò che per i progressisti era, ed è, il giusto e fecondo “pluralismo religioso” del mondo attuale, mentre, per altri, è l’anticamera del relativismo, questione tanto cara alla sensibilità del cardinale Ratzinger e di tutti quanti pensavano, e pensano tuttora, che il compito essenziale della Chiesa non sia di mettersi su un piano di equivalenza con le altre fedi religiose, e tanto meno quello di innovare i contenuti del cattolicesimo, ma di tramandare fedelmente il lascito ricevuto da Gesù, dagli Apostoli, dai Padri e dai Santi, i quali ultimi, per due millenni, non hanno mai pensato di dover cambiare la Chiesa, o contribuire a un suo cambiamento, bensì di essere stati chiamati dallo Spirito allo scopo di preservare la sua purezza, intesa essenzialmente come fedeltà a Cristo e al suo Vangelo. La posta in gioco, pertanto, eccedeva di molto il giudizio “tecnico” sull’opera di padre Dupuis – che, lo notiamo en passant, non è mai stata formalmente condannata; e ciò con buona pace di quanti ritengono che egli sia stato fatto morire di crepacuore dalla durezza, o, quanto meno, dall’incomprensione della Congregazione per la dottrina delle fede – e assumeva proporzioni e prospettive decisive per il futuro stesso della Chiesa.
Dopo questa franca ammissione iniziale, però, il discorso si frantuma immediatamente nelle secche di una serie di aporie e di affermazioni non dimostrate, né dimostrabili. Era giusto, logico e naturale che l’emergere dei giganti dell’Asia, l’India e la Cina, dovesse esercitare una influenza sulla evoluzione della pastorale cattolica, o, addirittura, sulla dottrina? Accettare una simile prospettiva, significa confondere il piano della politica (e dell’economia mondiale) con quello della fede. E forse non era poi tanta sbagliata la decisione di Clemente XI, dopo un secolo di controversie sulla questione dei “riti cinesi”, di condannare definitivamente il tentativo di “sinizzare” il cristianesimo, obbligando, con la bolla Ex Illa Die (1715) a un apposito giuramento in tal senso, tutti i missionari cattolici in Cina (giuramento che ricorda un po’, se ci è concesso l’accostamento, quello antimodernista imposto al clero da san Pio X); condanna che venne ribadita più tardi da Benedetto XIV con la bolla Ex quo singulari (1740). E già allora i gesuiti stabilitisi in Cina mostrarono una singolare propensione alla disobbedienza, rifiutandosi di proseguire la loro opera missionaria a tali condizioni, che, a loro giudizio, la rendevano di fatto impossibile; cosa smentita dal comportamento di francescani e domenicani, i quali rimasero in Cina e proseguirono tranquillamente ad evangelizzare, ottenendo, è vero, poche conversioni, ma conservando pura la dottrina cattolica da compromissioni imbarazzanti con le pratiche cinesi.
Definire, poi, “obbedientissimi“ i gesuiti, dicendo, subito dopo, che essi nondimeno fecero quadrato per difendere padre Dupuis, quasi volendo “vendicare” il trattamento riservato dalla Curia all’opera di Matteo Ricci (vicenda  vecchia di tre o quattro secoli!; ma il Nostro non bada a simili quisquilie temporali, tanto è vero che, parlando del caso Dupuis, tira in ballo anche il caso Galilei) è non solo una forzatura, ma una doppia contraddizione. Se “facevano quadrato” contro il giudizio della Congregazione per la dottrina della fede, non erano, evidentemente, obbedientissimi; e se volevano “vendicare” l’opera di Matteo Ricci, non erano che dei complessati rancorosi, in cerca di rivincite alquanto tardive. Ma la loro fedeltà, obietteranno subito i cattolici progressisti, come del resto fa lo stesso Zizola, andava non alla Congregazione per la dottrina della fede, bensì al papa: e il papa, cioè Giovanni Paolo II, aveva mostrato chiaramente di voler andare in direzione del dialogo interreligioso, così come lo intendevano loro, in particolare a partire da quel 27 ottobre 1986 in cui egli aveva convocato, ad Assisi, la Giornata mondiale di preghiera per la pace, a cui presero parte i rappresentati di moltissime religioni non cristiane. Tuttavia, ammesso e non concesso che le intenzioni di Giovanni Paolo II coincidessero con ciò che, dopo di lui, han voluto fare, e stanno facendo, i fautori del pluralismo religioso (così come è tutto da dimostrare che il tanto sbandierato “spirito del Concilio” di costoro sia realmente in linea con le decisioni e i documenti ufficiali del Concilio stesso), ossia portare nella Chiesa un clima di aperto relativismo che ne annulla la specificità, ne vanifica la missione salvifica per le anime, e ne rende superflua la stessa sopravvivenza, rimane il fatto che, quando è salito al soglio pontificio Benedetto XVI, tutta questa irriducibile fedeltà dei gesuiti è andata in polvere e che poi, addirittura, un gesuita non si è fatto scrupolo di farsi eleggere papa (dopo un primo tentativo fallito, appunto nel 2005, quando prevalse Ratzinger), contro lo statuto del proprio Ordine, così come lo aveva voluto il fondatore Ignazio di Loyola. Il che dimostra che proprio gli “obbedientissimi” gesuiti, nel ventennio che va dal “tramonto” di Giovanni Paolo II, indebolito progressivamente dalla malattia, ai giorni nostri, con la “riforma” di Francesco (se non da prima ancora, cioè da quando si delineò una irriducibile opposizione liberale e progressista contro l’enciclica Humane vitae di Paolo VI, correva il fatidico anno 1968) sono stati il cervello, il cuore pulsante e la punta di lancia di un cambiamento radicale, perseguito nella Chiesa in base ad una precisa strategia, programmata lucidamente fin nei dettagli, il tutto senza che la maggior parte degli altri soggetti si siano resi conto di ciò che stava accadendo. Il mondo si è svegliato ariano, cioè eretico e apostatico, osservava, scioccato e amareggiato, san Gerolamo, intorno al 360; e noi, allo stesso modo, potremmo oggi osservare, dopo l’elezione di papa Francesco, che la Chiesa si è svegliata progressista e modermista; e che si sia trattato di un colpo di mano, lo dimostra che a fare tutto sono state solo poche persone, sfruttando, è vero, una tendenza ormai largamente diffusa fra i cattolici, ma diffusa proprio perché asseconda lo spirito del mondo, la sua rilassatezza, il suo relativismo, il suo edonismo, la sua ripugnanza a parlare delle cose essenziali del Vangelo: la vita dell’anima, la dimensione soprannaturale, il peccato, la grazia, l’inferno e il paradiso.
Circa il comportamento del cardinale König, che non esitò a rendere pubblica una controversia interna della Chiesa, al preciso scopo di far prevalere il punto di vista di Dupuis e dei suoi sostenitori, contro quello della Congregazione per la dottrina della fede, Zizola riconosce, sì, che esso fu irrituale, ma lo giustifica con il “dubbio” del longevo cardinale (nominato da Giovanni XXIII, rimase in carica quarantasei anni: un record assoluto) circa la capacità del Vaticano di tenere nel debito conto l’orientamento inter-religioso post-conciliare. Come dire che il fine, come per Machiavelli, giustifica i mezzi; e che ciascun cardinale, ciascun vescovo, e, forse, ciascun sacerdote, deve ritenersi libero di ribellarsi alla disciplina della Chiesa, rompere il voto di obbedienza, mettere in mostra i panni sporchi, venendo meno alla carità fondamentale di non riprendere in pubblico – se possibile – il proprio fratello, qualora ritenga che essa non stia andando nella direzione voluta dai progressisti. Inutile dire che il ragionamento non vale nell’altro senso: come è stato evidenziato dal silenzio oltraggioso riservato da papa Francesco ai quattro cardinali che hanno chiesto, a nome di milioni di fedeli, chiarimenti sulla Amoris laetitia e, poi, che gli hanno domandato una udienza personale; e, soprattutto, come è dimostrato dall’atteggiamento tenuto dai cattolici progressisti, a cominciare dai teologi, dagli storici, dai giornalisti, e dallo stesso clero, a proposito di quel silenzio, così poco “pastorale”.

di Francesco Lamendola del 02-07-2017
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