ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 31 luglio 2017

Siamo cattivi !

PONTIFICAZIONI SINISTRE

    Siamo cattivi? Grazie tante, lo sapevamo già. Detto da voi "Buonisti" poi è una lode. E siamo cattivi, perché pensiamo che la migrazione in atto da parte di sedicenti profughi sia una invasione bella e buona del nostro Paese 
di Francesco Lamendola  





Qualcuno va dicendo in giro che siamo proprio cattivi. Siamo cattivi, perché pensiamo che la migrazione in atto da parte di sedicenti profughi sia una invasione bella e buona del nostro Paese, e vorremmo che qualcuno facesse qualcosa per fermarla. Siamo cattivi perché osserviamo che l’integrazione degli immigrati è una pia illusione (pia, si fa per dire: piuttosto truce, semmai), come lo è quella del dialogo con il cosiddetto islam moderato. E siamo cattivi perché diciamo che sbagliano quelle scuole che rinunciano a partecipare alla santa Messa, per non “offendere” gli immigrati di altra religione. Che sbaglia quella scuola di Corsico (vicino a Milano) che ha sanzionato il professore reo di avere “insultato” l’islam, su denuncia della famiglia di un’alunna musulmana che aveva incominciato la lezione restando seduta, mentre tutti i suoi compagni si alzavano in piedi all’ingresso del docente, sostenendo che non poteva farlo, perché si era in tempo di Ramadan. E che sbagliano (o peggio, molto peggio) quelle organizzazioni non governative che vanno a imbarcare i “profughi” nelle acque territoriali della Libia, dietro segnalazione telefonica o visiva, e poi li scaricano tutti nei porti italiani, perché tanto l’Italia è grande, buona e generosa. 


E siamo cattivi perché diciamo che il papa abusa del suo potere spirituale e commette una ingiustizia colossale a ordinarci il dovere dell’accoglienza, mentre milioni di italiani poveri sono abbandonati a se stessi, alle loro pensioni da fame, solo che loro vivono la povertà in modo dignitoso, non spaccano tutto, non pretendono letto e vitto assicurato, e non fanno blocchi stradali, né gettano per terra la pastasciutta della mensa dei poveri. Siamo cattivi, infine, perché denunciamo la doppia morale dei buonisti, la loro bontà cieca e a senso unico, la loro indifferenza e il loro disprezzo per chi non rientra nei loro parametri di bisogno, indigenza, precarietà, disagio, perché non ha la pelle scura, non è handicappato, non è uno zingaro abituato a rubare fin dalla tenera età, e nemmeno un omosessuale che denuncia i suoi coinquilini per offese e comportamento discriminatorio e pretende un congruo risarcimento, mentre, magari, è soltanto un inquilino che non rispetta le regole del vivere civile. Se è così, allora sì, siamo cattivi, e anche brutti e sporchi, se volete. Ma detto da voi, da voi buonisti e progressisti, da voi cattolici di sinistra, da voi omosessualisti e immigrazionisti, non è affatto un’offesa: è un elogio, del quale andiamo fieri come se fosse una medaglia d’oro da mettersi al petto. E guai se così non fosse; guai a noi se non ci accusaste di essere delle persone cattive: cominceremmo a domandarci dove stiamo sbagliando.
Queste riflessioni ci sorgono spontanee ogni qualvolta ci imbattiamo nelle sdegnate reprimende che vengono da loro, dai buoni, dai puri, dai nobili, dai generosi, dagli altruisti, dai disinteressati, che si dicono e si professano tali dai pulpiti più alti, lo ripetono ai microfoni di mezza Italia, lo scrivono (da se stessi) sulla stampa politicamente corretta, cioè sul novanta per cento e più della stampa che circola nel nostro Paese, e anche in gran parte del resto d’Europa, ma specialmente nelle aree culturali di matrice cattolica progressista, o piuttosto modernista, cioè nelle aree culturali che usurpano il nome e i simboli del cattolicesimo per contrabbandare, speculando sulla buona fede della gente, le loro idee eretiche, gnostiche, massoniche, mutuate dai peggiori cascami delle ideologie morte dei secoli passati: l’illuminismo, il positivismo, il liberalismo, il radicalismo, il marxismo, con tutte le loro succursali, le loro derivazioni e le loro schegge, più o meni impazzite. L’altro giorno, per esempio, ci è capitato in mano il numero del giugno scorso di una rivista che avevamo smesso di leggere da moltissimi anni, Nigrizia, il mensile dei padri comboniani dedicato all’Africa e ai suoi problemi, direttore attuale Efrem Tresoldi; l’articolo è di Gad Lerner, che vi tiene una rubrica fissa, intitolata Giufà, ed è dedicato aONG e migranti: così si capovolge la realtà. Come il titolo dice chiaramente, la polemica scoppiata sul modus operandi delle navi delle organizzazioni non governative ha particolarmente indignato il giornalista, il quale milita nel partito dei buoni contro i cattivi, come è provato anche dal fatto che ha rotto la collaborazione con La Repubblica, su cui scriveva da dieci anni, per ragioni di mero compenso economico; ne riportiamo la seconda parte, affinché il lettore possa farsene un’opinione:

I messaggi in questione rappresentano un bieco capovolgimento della realtà, ma ciò non di meno dispongono d una potenza suggestiva devastante. Bisognosi di un alibi morale che giustifichi la nostra indifferenza alla sorte di migliaia di esseri umani sofferenti, niente di meglio che aggrapparsi a simili convinzioni: l’Italia è vittima di un’invasione orchestrata da potenze straniere di cui i finti buoni delle ong sono un ingranaggio.
Temo che ci crederanno in tanti, perché è forte il bisogno di credere a simili fandonie con cui si rimuove la necessità di fare scelte difficili: prepararsi ad accogliere più migranti; sacrificare una quota significativa della ricchezza nazionale per favorire la crescita economica e la pacificazione in Africa; prevedere un impegno diretto delle nostre forze armate là dove non esistono più autorità statali, eccetera.
Il capovolgimento della realtà cui sembra destinato ad assoggettarsi il discorso pubblico sui profughi, comincia dalla condanna più ovvia ma anche più ipocrita: le organizzazioni criminali che sfruttano i migranti si sono forse arricchite grazie a decenni di monopolio concesso loro dall’assenza di mezzi di trasporto alternativi? Poi ci sono gli scandali di casa nostra, come il Cara di isola Capo Rizzuto lasciato in gestione alla ‘ndrangheta. Vedrete che anche di questo daranno la colpa alle ong.
Finché l’accoglienza e l’integrazione dei migranti verranno trattate come un’emergenza momentanea, senza affrontare le scelte strutturali, anche di natura economica, che impongono, prevarrà la sordida disfida dei cattivi che accusano gli altri di buonismo.

A parte il linguaggio truculento, caratterizzato da un’aggettivazione barocca e melodrammatica (bieco capovolgimento della realtàla condanna più ovvia ma anche più ipocritala sordida disfida dei cattivi), che paiono uscite da un libretto operistico o dal celebre romanzo storico di Massimo d’Azeglio, la nota dominante, non certo originale in simili discorsi, è quella di una autoflagellazione feroce, implacabile, masochista: noi, noi italiani, noi europei, noi bianchi, siamo i cattivi, per definizione, e convinti della nostra colpa storica, ancestrale e inestinguibile (convinti da chi? ma dai preti di sinistra, ovviamente); dunque, qualsiasi cosa possiamo dire o fare, sarà sempre troppo poco, sarà sempre ridicolmente inferiore al bisogno, sarà un’avara goccia d’acqua che avremo versato nel deserto popolato di assetati, per placare, ipocritamente, i nostri sensi di colpa e soddisfare il nostro ereditario, inumano, bestiale egoismo.
Che cosa dovremmo fare, allora, secondo queste tesi? Innanzitutto, prepararci ad accogliere molti più migranti. E non importa se “migranti” è un neologismo inventato apposta per camuffare la vera natura di quelle persone, o della stragrande maggioranza di esse (molti baldi giovanotti, niente vecchi e poche donne): finti profughi e finti disperati, il cui scopo è invadere gradualmente l’Italia e l’Europa, importarvi di sana pianta i loro usi e costumi, rifiutando e disprezzando i nostri, come innumerevoli fatti di cronaca quotidiana mostrano anche ai ciechi (o, almeno, li mostrerebbero, se fossimo disposti a vederli), islamizzarla e arabizzarla, o negrizzarla, e sostituirsi alle nostre popolazioni, già in crisi demografica per conto loro. Per quanti ne accogliamo e ne accoglieremo, saranno sempre pochi: noi abbiamo un debito inestinguibile, siamo colpevoli (del colonialismo, del fascismo, dell’imperialismo, del razzismo, dell’apartheid, eccetera); avanti, dunque, l’Italia è grande e c’è posto per tutti. Secondo: dobbiamo sacrificare una quota significativa della ricchezza nazionale (alt: di quale ricchezza stiamo parlando, per favore? A noi risulta che l’Italia, colpita in pieno dalla Grande recessione del 2007, sta cacciando all’estero i suoi giovani, e spesso i migliori, i laureati con lode, i più intelligenti, i più preparati, i più creativi, in cerca di un lavoro) per favorire la crescita economica e la pacificazione in Africa. Vale a dire, per finanziare dei dittatori o dei governanti corrotti, criminali, totalmente indifferenti alla sorte dei loro connazionali, i quali prendono i soldi, ringraziano, li mettono in tasca e li spendono a loro piacere, in lusso e conti all’estero: perché questa è l’Africa,  spogliata del mito terzomondista e del “buon selvaggio”: un totale, irrimediabile fallimento politico, sin dal giorno della sua indipendenza. Se, poi, come viene suggerito, l’Italia dovesse inviare le sue forze armate in tutti i luoghi ove manca un governo degno di questo nome, dovrebbe attrezzarsi per una cinquantina d’interventi militari, assumendosi il ruolo di supergendarme del Continente Nero: e, quand’anche lo potesse e lo volesse, qualcuno ce ne sarebbe grato? I popoli interessati ci ringrazierebbero? E il flusso degli invasori, pardon, volevamo dire dei poveri migranti, che fuggono da guerra e fame, come recita il mantra obbligatorio, per caso cesserebbe o anche solo rallenterebbe? Certo, nel caso della Libia avremmo dovuto agire così, e fin dalla caduta di Gheddafi: ma qualcosa ci dice che, se lo avessimo fatto, i buonisti, gli africanisti e i terzomondisti di casa nostra avrebbero immediatamente accusato il nostro governo di bieche e anacronistiche cupidigie neocolonialiste, o, peggio, di fungere da volonteroso strumento dell’imperialismo altrui. Cari intellettuali di sinistra, laici e progressisti, tutti politicamente corretti, democratici e antifascisti: alzi la mano chi di voi non lo avrebbe fatto, o non lo farebbe. Com’è che dicevate, o pensavate, ai tempi della partecipazione italiana alla pacificazione dell’Iraq? Per caso:Dieci, cento, mille Nassiriya, per onorare degnamente i 25 morti delle nostre forze armate? Siete sempre gli stessi; gli stessi che, dopo la battaglia di Adua, gridavano: Viva Menelik!, sui cadaveri di 7.000 soldati italiani e nostri fedeli ascari.
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Siamo cattivi? Grazie tante, lo sapevamo già

di Francesco Lamendola
"Aiutiamoli a casa loro". E i dittatori africani pregustanoFacile e conveniente dire "aiutiamoli a casa loro". Perché "a casa loro", in Africa, ci sono dittatori che fanno lauti affari con la cooperazione internazionale. Predicano solidarietà all'estero e distruggono le speranze dei loro popoli. Idriss Deby, il dittatore del Ciad, in visita in Italia nei giorni scorsi, chiede un programma di investimenti ad ampio raggio. Per usarli come?
“Aiutiamoli a casa loro”. Parole che sono musica per le orecchie degli africani, primi fra tutti gli insaziabili leader politici sicuri, sentendo annunciare sempre nuovi aiuti finanziari all’Africa, di poter contare anche nei prossimi anni sui miliardi della cooperazione internazionale allo sviluppo e degli investitori stranieri. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, in Italia nei giorni scorsi, dice che il riscaldamento globale ha effetti particolamente gravi in Africa, occorrono interventi concreti: “abbiamo bisogno di fondi, ci vuole l’impegno di tutti, dell’Europa e anche degli Stati Uniti, perchè l’Africa non rimanga vittima dell’uso dei combustibili fossili che distruggono il pianeta”. 
Deby chiede un programma di investimenti ad ampio raggio, il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani parla del “Piano Marshall per l’Africa” di cui è promotore, che affronterà alla radice gli squilibri e le ingiustizie all’origine delle migrazioni. “La parola giusta è cooperazione – il presidente ciadiano approva – un Piano Marshall darebbe speranza all’Africa e ai suoi giovani che oggi partono e muoiono nel Mediterraneo”. 
Bisognava obiettargli, con garbo ma con fermezza, che sono i governi africani che devono dare speranza ai loro giovani, non i Piani Marshall, sono loro che possono e devono combattere squilibri e ingiustizie. Questo difatti vanno dicendo, inascoltati, i vescovi africani che esortano i giovani a non emigrare e però chiedono ai leader africani di creare le condizioni politiche e socioeconomiche necessarie allo sviluppo. 
In realtà le condizioni economiche esistono già. Negli ultimi 20 anni, anche dopo l’inizio della crisi finanziaria internazionale nel 2008, il prodotto interno lordo del continente africano è cresciuto in media del 4,4% annuo. Il risultato peggiore si è avuto nel 2016 con un incremento del 2,2% soltanto. Soprattutto l’Africa sub-sahariana ha infatti risentito del rallentamento dell’economia in Cina, il più importante partner economico, e della diminuzione dei prezzi delle materie prime sui mercati mondiali. L’Angola, ad esempio, secondo maggior produttore di petrolio del continente, con un record di crescita del Pil tra il 2003 e il 2013 di quasi il 150%, nel 2016 è tanto se non è entrata in recessione, come invece è successo alla Nigeria, primo produttore africano di petrolio, e, nel 2017, al Sudafrica, uno dei cinque paesi membri del Brics, il gruppo delle maggiori economie emergenti. 
Tuttavia per il 2017 le previsioni sono buone. Il Fondo monetario internazionale e la Banca africana di sviluppo concordano su una previsione di crescita continentale del 2,6%. 
Ma crescita economica non significa necessariamente sviluppo. La storia dell’Africa indipendente lo dimostra. Corruzione, malgoverno, incompetenza, il fardello pesante delle tradizioni tribali producono troppi sprechi di risorse finanziarie e umane. Dal 1981 al 2015 la percentuale di popolazione che vive sotto la soglia di povertà (con meno di 1,25 dollari al giorno) è effettivamente scesa, ma solo dal 50% al 41% circa. 
Gli abitanti del Ciad sono meno di 18 milioni, hanno un’età media di 16 anni. Metà di loro vivono sotto la soglia di povertà. Deby è diventato presidente nel 1990 con un colpo di stato e continua a esserlo perchè in seguito, per cinque volte, si è candidato alla presidenza e ha vinto. Può candidarsi tutte le volte che vuole perchè, come altri leader africani, ha fatto sopprimere l’articolo costituzionale che limitava a due i mandati presidenziali che un cittadino poteva svolgere. 
I combustibili fossili “distruggono il pianeta” e minacciano l’Africa, dice Deby, ma sono stati la sua fortuna. Dal 2003 il Ciad produce ed esporta petrolio. Può farlo perchè nel 1999 la cooperazione allo sviluppo, tramite la Banca Mondiale, ha finanziato la costruzione di un oleodotto lungo 1.100 chilometri che porta il greggio del Ciad, paese privo di sbocco al mare, fino all’Oceano Atlantico. In cambio Deby si era impegnato a depositare su un conto bancario britannico il 10% dei proventi petroliferi, istituendo un “fondo per le generazioni future”, e a investire un’altra consistente parte dei proventi in opere sociali, infrastrutture e lotta alla povertà. Per questo il Ciad nel 2001 è stato ammesso al programma di remissione del debito estero dei paesi poveri, Heavely Indebted Poor Countries Initiative, inaugurato nel 1996 dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale.
Ma nel 2005 Deby ha cancellato il fondo per le generazioni future e, stornandoli dai programmi di sviluppo e opere sociali, ha portato al 30% gli introiti petroliferi destinati a spese militari per il potenziamento del settore della sicurezza nazionale. 
Va da sé che Idriss Deby si è dotato nel frattempo di un cospicuo patrimonio personale. Nel 2005 le sfarzose nozze con la prima moglie, Hinda, una delle più belle first lady africane, furono memorabili, e ancora di più lo sono state  quelle – Deby è musulmano – con Amani Musa Hilal, nel 2012. La nuova moglie, prima delle nozze, ha ricevuto doni in oro, diamanti e gioielli per cinque milioni di dollari e per lei il presidente Deby ha pagato un prezzo della sposa da record: 21 milioni di dollari, depositati su un conto bancario del padre. Denaro mal speso, per di più. Il matrimonio è durato solo sette mesi. Si è concluso con un divorzio nel luglio dello stesso anno.

Come in Germania, è scattato l’occultamento della verità sui migranti. Disobbedienza, l’unica risposta

Di Mauro Bottarelli , il 1 Comment 

Lo ammetto: è un po’ semplicistico ed emotivo ma, al netto delle grandi discussioni sul sesso degli angeli, se vogliamo un quadro che esemplifichi la situazione dell’Italia oggi, nulla è più tristemente efficace del raffronto fra queste due prime pagine:


a fronte di un atto che fa accapponare la pelle, troviamo nel taglio centrale del “Messaggero” la notizia che non tutte le ONG oggi firmeranno il documento-patto presentato dal Viminale riguardo le nuovo regole di operatività e ingaggio in mare. L’Italia è tutta qui: invasa da bestie come quella che a Gioia del Colle ha picchiato, seviziato e violentato più volte una donna di 76 anni e, contemporaneamente, tenuta in scacco dai loro taxisti dei buoni sentimenti, quelli che vanno a prendere le risorse al largo della Libia e non vogliono controlli, polizia giudiziaria a bordo, norme sui trasbordi e sull’utilizzo di luci di segnalazione e trasponder. In compenso, ieri sui giornali facevano capolino le proteste per le troppe presenze a Predappio per i festeggiamenti del 29 luglio, data di nascita di Benito Mussolini.

O per l’albergatore salentino che non affitta camere ai gay. Davvero pensiamo che un Paese simile abbia futuro? Mia madre compie 80 anni il prossimo 11 agosto e, ultimamente, mi dice che nei pressi del supermarket si aggirano questi ragazzoni neri che si offrono di portare la spesa a casa: “Io non mi fido”, taglia corto. E’ stata la stessa strategia utilizzata dalla bestie di Gioia del Colle: la scusa della spesa, l’arrivo a casa e, poi, l’orrore. L’indicibile. Un caso singolo? Non me ne frega un cazzo, è sufficiente per chiudere i porti e istituire charter per la Nigeria nell’arco di due giorni: poi li si carica e li si rispedisce al Paese natio a calci in culo. E se qualcuno ha qualcosa da ridire, sia essa la Nigeria stessa o l’UE o l’ONU, la risposta di un Paese serio sarebbe univoca: andate a fare in culo.
Perché signori, la Nigeria da inizio anno ci ha spedito oltre 16mila persone, il 90% delle quali uomini sotto i 30 e con fisici da culturisti, alla faccia della fame, della guerra e della carestia. Quasi il doppio esatto della seconda nazionalità di risorse sbarcati, ovvero il Bangladesh notoriamente dilaniato dal conflitto fratricida fra venditori di rose. Bene, la Nigeria è questo:



il peggior mercato equities del 2016, magicamente tramutatosi nella next big thing azionaria quest’anno, sedici settimane di rialzi di fila. Come mai, forse perché a fine giugno il governo francese di mister solidarietà Macron ha reso noto che ha accantonato 1 miliardo di euro da investire nel settore petrolifero nigeriano? D’altronde, a Macron non interessa dell’esodo: lui le frontiere le ha blindate, i nigeriani arrivano in Italia e qui si fermano. Liberi di fare il cazzo che vogliono, ivi compreso violentare e seviziare una donna di 76 anni. La notizia ha avuto poca eco sui grandi giornali e nei tg, eppure l’ha rilanciata con ogni tipo di verifica “La Gazzetta del Mezzogiorno” , non un blog dal nome pittoresco e dai contenuti di dubbia provenienza. E anche la notizia, proveniente dal Senese, del conducente accoltellato e ridotto in fin di vita da una risorsa della Costa d’Avorio, allontanato dal centro di accoglienza per problemi caratteriali e violenza legati all’alcool, non ha proprio scalzato tutte le altre nella classifica dell’interesse.

Eppure ci dice molto. Primo, quando le risorse diventano pericolose, i magnanimi apostoli dell’accoglienza non vogliono correre rischi e li cacciano dai centri. Di fatto, lasciando in giro per strada delle potenziali bombe a mano senza spoletta: è bastato un battibecco per il biglietto e via, tre coltellate al petto. Fendenti per uccidere, non per ferire o dissuadere. Ma si sa, dovete avere paura del “lupi solitari” dell’Isis, quelli che entrano magicamente in azione in un supermarket di Amburgo, proprio quando alla Merkel serve un casus belli per cambiare di 180 gradi la sua politica sull’immigrazione e l’asilo ma sena perdere la faccia a meno di due mesi dal voto. I servizi di mezza Europa, ringraziano.
Avete notato, sfogliando i giornali meno politicamente corretti o i quotidiani locali, l’escalation spaventosa di crimini compiuti con armi da taglio o quelli a sfondo sessuale, dagli stupri agli atti di esibizionismo, compiuti da migranti nell’ultimo mese? Vogliamo parlare del parco di Pordenone dove i clandestini si prostituiscono in pieno giorno e davanti a tutti, con tariffe che vanno dai 10 ai 50 euro? E’ ancora il vostro Paese questo o soltanto la sua trasposizione freudiana in incubo? Vi rendete conto che, a colpi di Commissioni Jo Cox e campagne di criminalizzazione contro il linguaggio d’odio e il razzismo, stiamo precipitando nella censura dei fatti di cronaca, esattamente come accaduto in Germania? Non fosse per due, tre quotidiani, per qualche sito e un po’ di blog kamikaze come questo, noi non sapremmo niente di cosa sta già accadendo oggi nelle strade del nostro Paese, da Bolzano a Pistoia fino a Catania.

Tutto derubricato, l’importante è mettere in evidenza che il sindaco di Milano, quel Beppe Sala che vorrebbe dare 500 euro al mese ai migranti accampati nel capoluogo lombardo, è sotto scorta per le presunte minacce dell’estrema destra: chi, CasaPound, forse? Quella che trama talmente nel buio da aver fatto irruzione a Palazzo Marino per una protesta a volto scoperto e con tanto di striscioni? D’altronde, che sia una farsa ad uso e costume dell’allarme fascista tanto sbandierato da “Repubblica”, lo conferma il fatto che la tutela dell’incolumità del primo cittadino sia stata affidata ai vigili urbani, ovvero a chi è deputato a elevare contravvenzioni e regolare il traffico. Non la DIGOS o l’anti-crimine, i ghisa. Sai che pericolo reale potranno mai sventare…

Ormai siamo di fronte a un bollettino di guerra quotidiano, viviamo in città sempre meno sicure e che si apprestano a vivere il momento più delicato dell’anno: lo svuotamento per la settimana a ridosso del Ferragosto, quando molti centri abitati diventeranno giocoforza territorio in balia di queste gente, la quale ovviamente non va in ferie ma che si prenderà spazi e luoghi, costringendo chi rimane a vivere da straniero in casa propria. E non parlo solo delle periferie, un giro alla Stazione Centrale di Milano potrebbe chiarirvi le idee, al netto dei blitz una tantum da avanspettacolo di Viminale e Questura.
Stanno occultando la realtà, nella vana speranza che dall’Europa arrivi una soluzione miracolistica all’emergenza: ma sarà tardi, perché in agosto nessuno a Bruxelles si degnerà nemmeno di rispondere al telefono e noi saremo presi d’assalto, stante la pantomima del pattugliamento nelle acque territoriali libiche (di fatto, senza un mandato preciso e con la spada di Damocle del Trattato di Dublino e delle regole di Triton). Nel frattempo, però, la tv vi mostrerà lacrimose storie di migrati sfruttati come schiavi dal caporalato in Puglia, edificanti esempi di integrazione in comuni di 200 abitanti e 3 immigrati che raccolgono l’insalata o boldriniani reportage sulle donne stuprate nei lager libici, in attesa di imbarcarsi. Dello stupro ripetuto di una donna di 76 anni, invece, meno se ne parla, meglio è. Perché potrebbe svelarvi un segreto molto pericoloso: la realtà.

Io so solo una cosa, che chi ha reso possibile questo scempio e chi ne nasconde la portata, dovrà pagare per il suo operato: una Norimberga sarà necessaria. Quantomeno per regalare un po’ di giustizia a quella povera donna, madre e nonna di ognuno di noi. Perché, certamente, qualche perizia psichiatrica o qualche mediatore culturale dei miei coglioni arriverà a salvare la nostra risorsa dalla pena che meriterebbe, statene certi. Siamo in guerra. E siamo disarmati. L’unica risorsa che abbiamo è il boicottaggio dell’attività di chiunque difenda o metta in pratica la politica d’accoglienza, ad ogni livello: istituzioni, giornali, negozi, catene di distribuzione, librerie, canali televisivi, film, fiction. Tutto. Difendi i migranti, l’accoglienza, l’integrazione e il politicamente corretto? Non ti guardo, ascolto, seguo, acquisto. Per me, sei il nemico. E’ l’unica arma che abbiamo. Per pietà, usiamola prima che sia davvero tutto perduto.

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli