ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 7 luglio 2017

Una religione “adulta”

Il ritorno della gnosi dietro la maschera della Chiesa “aperta” e “dialogante”



Se dovessimo riassumere in un solo concetto la qualità specifica della cultura moderna, diremmo, senza esitazione: l’arroganza. La cultura moderna è arrogante, perché nasce da un atteggiamento di superbia intellettuale. L’uomo moderno è colui che si sente talmente fiero del suo sapere, della sua intelligenza, delle sue conquiste intellettuali, da guardare dall’alto in basso tutto ciò che lo precede e tutti quelli che non si collocano sulle sue posizioni, o perché non sono in grado di farlo, come gli ignoranti, o perché lo potrebbero, quanto alle capacità intellettuali, ma rifiutano di farlo, oppure rifiutano di assumere la sua stessa arroganza, come i cosiddetti conservatori (che egli considera alla stregua di nemici personali, meritevoli solo di sparire dalla faccia della terra).


 È pur vero che, in parecchi casi, l’intellettuale moderno è arrivato a vedere, o intuire, i limiti del proprio sapere; ma ciò non ha attenuta la sua arroganza, anzi, l’ha esasperata: preso da una specie di furore disperato e impotente, ha stabilito che nessuno può sapere e capire più di lui; e che, se qualcuno pretende di spingersi oltre la sua asserita impossibilità di procedere, deve trattarsi, senza ombra di dubbio, di un ciarlatano e un imbroglione. In altre parole: l’intellettuale moderno (non diciamo: l’uomo di cultura moderno, perché ciò designerebbe una categoria inesistente) pretende di essere sempre e comunque al disopra di chiunque: o perché ultramoderno, e dunque più “progredito”, o perché post-moderno, e dunque consapevole – ma solo a parole – dei limiti della modernità. Nessuno è migliore di lui, nessuno è più avanti di lui, nessuno è al di sopra di lui. E nessuno deve permettersi di esserlo: il rifiuto di Dio nasce da qui, ha questa precisa radice.
Peraltro, l’idea che vi sia incompatibilità tra la verità della fede  e la verità mostrata dalla ragione è un’idea gratuita, sbagliata, e, nondimeno, un’idea alla quale la cultura moderna non potrebbe, né vorrebbe, mai rinunciare, perché, se lo facesse, verrebbero meno quasi tutti i suoi presupposti teorici: non si dimentichi, infatti, che la modernità nasce precisamente da un disegno di ribellione contro tutto ciò che sorpassa l’uomo, le sue possibilità, la sua ragione. Se c’è qualcosa di più grande di lui, bisogna abbassarla; se c’è qualcosa di più bello, bisogna degradarla, sporcarla, insozzarla; se c’è qualcosa di più potente, bisogna sminuirla; se c’è qualcosa di più perfetto, bisogna negarla, farla scomparire. In questo modo la cultura moderna, guidata dai philosophes, dai savants, poi dagli idéologues, e infine da tutti gli altri, ha dapprima cercato di porre, goffamente, un non meglio precisato Essere Supremo al posto del Dio rivelato, indi ha lasciato cadere tale finzione e ha posto sul trono l’Uomo, e si è industriata in ogni modo di glorificarlo e di creare un’apposita religione a tale scopo. Per questo la cultura moderna è attraversata da una sorta di odium nei confronti del sacro e del divino: perché non tollera che qualcosa o qualcuno, spodesti l’Uomo dallo sgabello più alto. Essa è nata per celebrare l’assolutezza dell’Uomo; e, se dovesse risultare che l’uomo, dopo tutto, non è un assoluto, ma semplicemente una creatura, anche se la più splendida di tutte, fatta a immagine del suo Creatore, anch’essa si sentirebbe sminuita e declassata. La cultura moderna, infatti, non è, non è mai stata, e mai potrà essere, una cultura disinteressatamente, spassionatamente protesa alla ricerca della verità; essa nasce come cultura cortigiana, la cui funzione è quella di celebrare l’Uomo. Del resto, è da un pezzo che la cultura moderna ha smesso di cercare la verità; semplicemente, ha proclamato che la verità non esiste, o, se esiste, che non è raggiungibile, non è afferrabile, non è durevole: ogni realtà è relativa, tutto muta, tutto diviene, tutto passa, anche la verità. Per restare a galla, la verità deve adattarsi di volta in volta; il che, tradotto in parole brutali, ma povere, significa che la cultura deve abituarsi a cantare le lodi del suo padrone di turno.
La cristianità, nel corso degli ultimi secoli, non ha saputo resistere validamente alla pressione della cultura moderna: un po’ alla volta, ha introiettato le sue categorie; poi, quasi di schianto, a partire dagli anni del Concilio Vaticano II, si è arresa senza condizioni, ma ha preteso di chiamare questa resa incondizionata un progresso, una maturazione, un approfondimento della fede, e ha innalzato lodi a se stessa per aver compreso quello che tante generazioni di cristiani non avevano, evidentemente, compreso, cioè che il “vero” Vangelo consiste nel “dialogare” col mondo, coi non cristiani, con gli anticristiani, nel tacere su tutto ciò che li può “offendere”, anche se offende gravemente Iddio (aborto, eutanasia, divorzio) e nel mostrare sufficienza, sospetto e antipatia per gli ultimi, veri cristiani, per coloro che restano saldamente ancorato alla Tradizione cattolica, oltre che alle Scritture, spregiativamente chiamati tradizionalisti, e, da ultimo, per bocca di papa Francesco, anche dottrinari e fanatici (nella omelia del 19 maggio 2017 a Santa Marta). E un aspetto importante del cedimento e della resa dei cattolici, e della Chiesa stessa, alla pressione della cultura moderna, consiste nel ritorno di un antico male: la gnosi.
La gnosi ha fatto la sua ricomparsa sulla scena nella forma, subdola e accattivante, d’un progressivo avanzamento degli studi biblici, teologici, storico-religiosi; si è creata una casta di “intellettuali” cattolici che pretendono di aver capito meglio di tutti gli altri il reale significato del Vangelo, grazie, appunto, ai loro studi approfonditi, alla loro conoscenza del greco, dell’ebraico, dell’aramaico, alla loro capacità di “contestualizzare” le parole di Gesù riferite nei testi evangelici. Ora codesti “esperti”, codesti “specialisti”, proclamano che il cristianesimo (del cattolicesimo non parlano più, come si vergognassero della parola; e forse è proprio così, visto che ci tengono tanto ad andare d’amore e d’accordo coi luterani) non può essere più quello delle vecchiette e dei bambini, del Rosario e della devozione popolare: deve essere – per merito loro, s’intende – una religione “adulta”, finalmente liberata dalle incrostazioni della “mitologia”, proprio come voleva Rudolf Bultmann (e infatti i teologi e i biblisti protestanti sono i loro grandi modelli di riferimento). Tutto questo ha un nome, si chiama gnosi. L’idea che esista un cristianesimo nascosto, che solo pochi eletti sono in grado di penetrare nel suo vero significato, mentre la massa si ferma alle forme esteriori, rozze, superstiziose, è un’idea tipicamente gnostica. Gnostico è il pensiero che nel Vangelo non sia detto tutto, e nella Tradizione meno ancora; ma che esista un altro sapere cristiano, un sapere segreto, accessibile a pochi, mediante lo studio, ma anche mediante una speciale disposizione interiore, un afflato particolare, che non è propriamente misticismo, nel sano significato della parola, ma, piuttosto, una forma di sentimentalismo: proprio come accadeva nel modernismo del primo ‘900. Anche i fautori del modernismo, una delle tante facce e delle tante versioni della gnosi, pensavano che alla fine, tolto il Cristo della storia, che è sostanzialmente irraggiungibile, resta il Cristo della fede, che si rivela a quanti si pongono in un certo stato d’animo, in una certa disposizione interiore: e così, da una critica ultrarazionalista alla fede tradizionale, essi giungevano a un abbandono ultrasentimentale alla fede soggettiva. La teologia di san Tommaso, sintesi mirabile di ragione e fede, e lume, per secoli e secoli, della ricerca cristiana, a loro non serviva: non la prendevano neppure in considerazione. Il tomismo? No, grazie: roba da seminaristi; mentre costoro non volevano più saperne di seminari e sacrestie, loro volevano il “mondo”, l’apertura al “mondo”; il dialogo col “mondo” (il che significava, ad esempio, l’evoluzionismo darwiniano, e, in generale, la cultura positivista). A conferma del fatto che cambiano i nomi, cambiano le maschere, ma sotto le maschere l’eresia fondamentale è sempre la stessa: il modernismo, inteso come la pretesa di mettere l’orologio della fede cattolica in sincronia con quello del progresso umano. E guai a restare in ritardo di anche solo di cinque minuti, si rischia di perdere il treno dell’indispensabile aggiornamento e, allora, buonanotte, andrebbe tutto a catafascio!
Si rilegga quello che dice san Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (3, 18-23):

Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti:
Egli prende i sapienti per mezzo della loro astuzia.
E ancora:
Il Signore sa che i disegni dei sapienti sono vani.
Quindi nessuno ponga la sua gloria negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

di Francesco Lamendola del 07-07-2017
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