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mercoledì 9 agosto 2017

I “filantropi”


ONG e flussi di immigrati: filantropia o ideologia?

ONG e flussi di immigrati: filantropia o ideologia?
(di Lupo Glori) Dalle infinite polemiche per l’introduzione dello Ius Soli al nuovo codice di condotta per le Organizzazioni Non Governative (Ong) che effettuano operazioni di soccorso in mare, il tema immigrazione continua ad essere al centro del dibattito politico italiano ed europeo e promette di essere l’ago della bilancia attorno al quale si giocheranno le prossime elezioni politiche.
Tutto nasce a fine aprile, quando il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, viene travolto dalle polemiche per aver avanzato, dai microfoni di Agorà su Raitre, alcune legittime perplessità riguardo presunte collusioni tra operatori umanitari e trafficanti libici: «A mio avviso alcune Ong potrebbero essere finanziate dai trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga. Forse la cosa potrebbe essere ancora più inquietante. Si perseguono da parte di alcune Ong finalità diverse: destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi. Moltiplicate 8.500 per 600 euro circa che è il costo di ogni viaggio: sono cifre significative in tre, quattro giorni».
Le dichiarazioni di Zuccaro ovviamente non erano campate in aria ma basate su intercettazioni ben documentate, sebbene non utilizzabili processualmente, in quanto acquisite attraverso mezzi di comunicazione non ufficialmente riconosciuti, come spiegato dallo stesso procuratore siciliano: «C’è un colloquio radio tra persone a terra in Libia e altre su una nave che rispondono ‘potete mandarli… noi siamo qui…’ tra gli atti conoscitivi della Procura, ma processualmente non è utilizzabile perché proviene da una fonte non ufficialmente identificabile».
Quello che finora mancava, in sostanza, era solo la “pistola fumante”: «Che ci siano alcune Ong che abbiano contatti con in Libia è un fatto, ma non una prova. Così che a volte spengono i transponder per non fare rilevare la loro presenza, che alcuni migranti chiamano le Ong, situazioni di anticipato soccorso. (…) Dalla Libia partono delle telefonate ‘possiamo mettere in mare delle imbarcazioni anche se c’è il mare agitato?’. E da navi vicine ai luoghi di soccorso si risponde ‘fate tranquillamente, tanto noi siamo a ridosso». In questi ultimi giorni, tali tanto “bistrattate” tesi di Zuccaro hanno improvvisamente guadagnato unanime consenso e credibilità dopo che una di queste Ong sospettate, la tedesca Jugend Rettet (La gioventù salva), è stata colta con le mani nel sacco, in flagranza di reato, nell’ambito di un’inchiesta che riguarda almeno tre episodi, avvenuti il 18 giugno e il 26 giugno di quest’anno e il 10 settembre 2016.
Per fare luce su questi fatti, il procuratore di Trapani Ambrogio Cartosio ha aperto un fascicolo, al momento contro ignoti, ipotizzando il reato di favoreggiamento all’immigrazione clandestina così motivato nel corso di una conferenza stampa: «Anche se in qualche caso interviene per salvare delle vite umane nel Mare Mediterraneo, vite di persone in una situazione di pericolo di vita, nella maggior parte dei casi invece le operazioni servono per trasportare persone scortate dai trafficanti libici, che vengono prese a bordo della nave, non molto capiente, e poi le persone loro consegnate vengono trasferite su altre navi della Marina militare o di altre organizzazioni. (…) Queste condotte si integrano nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina».
Condotte “fuorilegge”da parte della Ong Jugend Rettet che hanno portato, lo scorso 2 agosto, il giudice per le indagini preliminari di Trapani Emanuele Cersosimo ad accogliere la richiesta della Procura, emettendo un decreto di sequestro preventivo della nave Iuventa. Decisivo ai fini delle indagini sarebbe stato il materiale video e fotografico acquisito grazie a sofisticate tecnologie di cui sono stati dotati alcuni agenti di polizia infiltrati a bordo della nave Vos Hestia, dell’organizzazione umanitaria Save the children, attiva nello stesso tratto di mare della Iuventa.
 A tale riguardo, hanno spiegato gli investigatori: «le indagini, avviate nell’ottobre del 2016 e condotte con l’utilizzo di sofisticate tecniche e tecnologie investigative, hanno consentito di raccogliere elementi indiziari in ordine all’utilizzo della motonave Iuventa per condotte di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina». La nave Iuventa della Ong tedesca, sempre secondo fonti investigative, è «stabilmente dedita al soccorso di migranti in prossimità delle coste libiche ed al loro trasbordo su altre navi sempre in acque internazionali, permanendo abitualmente nel mare libico, in prossimità delle acque territoriali del paese africano».
Ad aggravare i capi di accusa, secondo la Procura di Trapani, si aggiunge inoltre il fatto che, negli episodi contestati alla Jugend Rettet non sarebbero stati riscontrati gli estremi dello stato di necessità per procedere ad un’attività di soccorso e, tale constatazione, per la quale non sussisteva una imminente situazione di pericolo per le persone assistite, renderebbe realistica e del tutto ragionevole l’accusa mossa nei loro confronti di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.
Questi ultimi sviluppi attorno all’accesa querelle, circa l’esistenza di ambigui e loschi legami tra Ong e scafisti, hanno dato ragione a Nicola Gratteri, procuratore capo della Repubblica di Catanzaro, che, a suo tempo, era stato il primo a schierarsi a fianco del collega Zuccaro, ingiustamente massacrato dalla stampa “politically correct”, per aver osato ventilare la possibilità di discutibili contatti tra alcune Ong e trafficanti di persone nel Mediterraneo.
Oggi Gratteri si è preso la sua sonora rivincita, ricordando di non aver mai nutrito dubbi a riguardo:
«Sono stato il primo a difendere Zuccaro anche quando era attaccato da persone importanti, perché lo conosco bene. È una persona perbene, un gentiluomo. Una persona molto seria e di rigore e se ha detto che non tutte le Ong hanno le carte in regola per fare il volontariato, io ci ho creduto, non ho messo un secondo per prendere le sue difese». Poi, ha proseguito il magistrato, «ho avuto modo di capire e ho visto concretamente che c’erano dei contatti tra alcune Ong e organizzazioni criminali che si trovavano in Libia. (…) sono stati affrettati i commenti negativi contro ciò che ha detto Zuccaro e qualcuno dovrebbe anche chiedere scusa».
Ora, a regolamentare una situazione finita abbondantemente fuori controllo, è finalmente arrivato il Codice di condotta delle Ong per i soccorsi in mare ai migranti, fortemente voluto, tra vibranti polemiche sorte all’interno dello stesso governo, dal ministro dell’Interno Marco Minniti.
Il codice in 13 punti rappresenta un vero e proprio decalogo al quale dovranno rigorosamente attenersi le imbarcazioni di soccorso, con indicazioni ben precise: dal divieto di entrare nelle acque libiche a quello di non spegnere o ritardare la trasmissione dei segnali di identificazione. Dall’obbligo di ricevere a bordo, su richiesta delle autorità nazionali competenti, “eventualmente e per il tempo strettamente necessario”, funzionari di polizia giudiziaria che possano raccogliere prove finalizzate alle indagini sul traffico, al dichiarare le fonti di finanziamento alle autorità  dello Stato in cui l’Ong è registrata.
Il regolamento, ad oggi, è stato sottoscritto solamente da 4 delle 8 organizzazioni non governative che fanno parte del sistema di soccorso nazionale dei migranti in mare, presenti inizialmente al Viminale ai lavori preparatori del codice: Proactiva Opens ArmsSave the ChildrenMoas e Sea eye. Non lo hanno ancora invece firmato Sos MediterraneeMedici senza frontiere, Sea-Watch e Jugend Retter
Tuttavia, per comprendere a fondo l’attuale dibattito attorno alla diatriba Ong-scafisti, oltre agli indiscutibili obiettivi politici ed interessi economici, è necessario evidenziare l’esistenza di una non trascurabile motivazione ideologica.
Una prospettiva reale e tutt’altro che secondaria che viene a galla dalla lettura dei fascicoli dell’indagine, attraverso le intercettazioni dei membri dell’equipaggio della Jugend Rettet e dalle informazioni carpite da un agente sotto copertura dove emerge chiaramente come l’azione di search and rescue di questi volontari fosse animata da una profonda convinzione ideologica.
«Non diamo alcuna fotografia dove in qualche modo si possano vedere persone che poi possono essere identificate» afferma Katrin, un membro dell’equipaggio intercettata mentre “catechizza” il suo team a non collaborare con le autorità italiane in merito all’individuazione dei trafficanti.
Come scrive Luca Steinmann in un interessante articolo pubblicato sull’ Huffington Post:
«L’obiettivo primario non sarebbe stato quello di coordinarsi con le autorità italiane per agevolare il sistema di salvataggio istituito dal governo, bensì quello di portare sulle coste europee il numero più alto di persone trovate in mare, anche a costo di non collaborare con le autorità».
La Ong Jugend Rettet, fondata nel 2015 da giovani dell’alta e media borghesia tedesca, come sottolinea Steinmann, ha infatti fatto del salvataggio dei migranti una vera e propria missione ideologica prima che umanitaria:
«Ho conosciuto i ragazzi di Jugend Rettet (…) Si tratta di giovani figli delle classi sociali più abbienti della Germania e provenienti da ogni parte del Paese, soprattutto da quella occidentale. Trapiantati a Berlino, hanno deciso di concentrarsi non sugli studi ma sulla creazione di una ong salvamigranti. La loro forma mentis è fortemente radicata nell’ambiente berlinese che frequentano: quello progressista e anti-patriottico di un certo tipo di società composta per lo più da forestieri».
I suoi membri rappresentano emblematicamente una certa parte della odierna gioventù tedesca che, vergognandosi del proprio passato storico, mira a distruggere ogni sorta di identità, diluendole in un nuovo anonimo istema globalizzato di cui i “migranti” costituiscono la linfa vitale:
«Figli dei crimini passati commessi in nome della germanicità, –aggiunge in tal senso Steinmann – molti giovani tedeschi hanno conseguentemente sviluppato un radicale rifiuto di ogni elemento di continuità con i propri miti nazionali. In alcuni ambienti giovanili è maturata la volontà di porre fine al costante e opprimente paragone con il passato nazionalsocialista attraverso lo scioglimento delle singole identità particolari, a partire dalla propria, in un più ampio sistema di valori globalizzato. I migranti, in questi termini, rivestono una funzione centrale: non soltanto quella di fare fronte al calo di natalità dei tedeschi (cosa che è stata ribadita da diversi esponenti del governo) ma anche di contribuire con la loro presenza in Europa alla creazione di una nuova società in cui l’integrazione sia reciproca. All’interno di essa i popoli europei potranno finalmente sciogliere i propri riferimenti nazionali entrare a far parte di un unico mondo globalizzato senza limiti di confini, di differenze nazionali e di retaggi religiosi e culturali».
Da qui, le radici ideologiche che animano i giovani membri dell’equipaggio della Iuventa finito sotto inchiesta: «Le radici culturali dell’ambiente in cui nasce Jugend Rettet vede dunque nell’immigrazione uno strumento imprescindibile per destrutturare le singole identità europee. La forte vocazione ideologica dell’equipaggio di cui parlano i magistrati è la stessa di coloro che da Berlino sognano di utilizzare i migranti come mezzo per porre fine all’esistenza della particolarità tedesca».
In tale scenario, si evince chiaramente come dietro alle operazioni di soccorso in mare e agli inarrestabili “flussi migratori” vi sia un ideologico piano strategico ben organizzato, teso ad importare masse di immigrati al fine di cambiare la fisionomia culturale dell’Europa:
«Da questa prospettiva si può capire il rifiuto di collaborare con le autorità italiane. Gli obiettivi sono infatti diversi: non quello di assistere un’Italia abbandonata dall’Europa nella delicata gestione del fenomeno migratorio, bensì quello di spostare masse di persone dalle coste africane all’Europa perché potessero inconsapevolmente contribuire alla fondazione di una nuova identità collettiva post-nazionale. Per permettere questo processo sembra sia stato dunque considerato lecito interloquire con i trafficanti e aggirare gli ostacoli posti dalla legislazione italiana».
Come in ogni piano organizzato che si rispetti, dietro vi è un abile regista, e, nel caso della Ong Jugend Rettet e della loro nave Iuventa, il suo nome è Maria Furtwängler, attrice molto popolare in Germania e pronipote di Wilhelm Furtwängler, considerato uno dei massimi direttori d’orchestra del XX secolo.
Maria Furtwängler
Maria Furtwängler
Sulle colonne de Il Foglio Giulio Meotti ne ha delineato un efficace ritratto, sottolineando come la “pasionaria” Furtwängler, finanziatrice e testimonial della Ong Jugend Rettetsi definisca prima di tutto “una femminista” ed abbia elogiato l’ “idealismo” di quel «gruppo di studenti delle famiglie ricche della Germania che sfida ogni regola nel Mediterraneo per salvare migranti». Assieme al marito, Hubert Burda, magnate dell’editoria in Germania, la Furtwänglerè presenza fissa ai vari World Economic Forum e con la sua Fondazione Malisa, si propone di costruire «una società equa» e “senza pregiudizi“, con un focus sul “razzismo quotidiano” e sulla promozione di progetti sociali di inserimento dei migranti.
In altre parole, la si può considerare come l’alter-ego femminile tedesco del magnate ungherese George Soros. Dietro ai massicci flussi di immigrati e alle operazioni di soccorso in mare non vi sono “filantropi” ma personaggi ideologizzati con strategie ed obiettivi ben precisi. (Lupo Glori)

UN AMICO ERITREO: IL BUSINESS DEI PROFUGHI GESTITO DA SOROS


(MB. L’autore di questo testo, Daniel Wedi Korbaria, è un autore e sceneggiatore eritreo;  vive a Roma dal 1995, ha pubblicato diversi articoli scritti in italiano e tradotti in inglese, francese e norvegese.  Scrive per la Comunità Eritrea, la più esemplarmente civile, integrata e dignitosa   che sia fra noi. Ripubblico qui un suo articolo di ececzionale qualità  che dice alcune verità scomode sul business del profughi)


Premessa

Negli ultimi dieci anni l’Eritrea è stata un obiettivo di pratiche dannose e concertate di traffico di esseri umani” scrive il Presidente eritreo Isaias Afwerki al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. “Gli architetti di questo flagello hanno ricorso a ulteriori schemi creando apposite etichette per mascherare il reato e nascondere la loro vera identità.” E conclude la sua lettera dicendo: “Il governo dell’Eritrea chiede con fermezza alle Nazioni Unite di avviare un’indagine indipendente e trasparente di questa situazione abominevole in modo da portare alla giustizia i colpevoli.

Isia Afwerki, il presidente eriitreo.

Era il febbraio 2013.
Ovviamente, le Nazioni Unite non hanno mai avviato questa indagine indipendente per scoprire chi fossero tali “architetti”. Per gli eritrei è stato fin troppo facile arrivarci dal momento che il Presidente Obama al Clinton Global Initiative aveva confessato nel 2012: “Recentemente ho rinnovato le sanzioni su alcuni dei paesi più tirannici tra cui (…) l’Eritrea, collaboriamo con i gruppi che aiutano le donne e i bambini a scappare dalle mani dei loro aguzzini, stiamo aiutando altri paesi ad intensificare i loro sforzi e vediamo già dei risultati.
Mi chiedo perché un leader africano, al quale i mainstream media occidentali si rivolgono usando i peggiori epiteti, decida di chiedere un’indagine indipendente a chi dovrebbe essere super partes.
E perché poi, quando tutti lo accusano di essere il responsabile numero uno della fuga dei giovani dall’Eritrea, dovrebbe auto crocifiggersi con questa richiesta? Se è davvero colpa sua perché voler aprire un’indagine?
È proprio per indagare su questo che sono partito dal Corno d’Africa, ho attraversato deserto e mare fino a sbarcare nel Bel Paese dove mi sono imbattuto, o per meglio dire scontrato, nel muro della OSF, Open Society Foundations di George Soros. Mi son chiesto che diavolo ci facesse una fondazione americana sul suolo italiano e ho iniziato ad indagare per trovare la risposta.

Un vero banchetto umanitario nel Mediterraneo

Sono rimasto solo in Piazza San Giovanni, non c’è anima viva , (…) Rifletto e mi dico: “Accidenti, c’erano molte cose che ci accomunavano, tutti eravamo dei piccoli Che Guevara, chi più chi meno. Quante volte in quella piazza abbiamo cantato: “Bandiera rossa la trionferà” oppure “Una mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor, O bella ciao, bella ciao…” Poi è successo qualcosa. Un misterioso spirito è calato sopra le nostre teste, ora respiriamo aria di terrorismo, islam vs cristianesimo, i media che diffondono notizie e immagini cruente come le teste tagliate dell’Isis o la devastazione di un quartiere nel medio oriente bombardato e la gente che disperatamente accorre per scavare e tirare fuori i corpi dei bambini.
Oramai sono rimasto solo a Piazza San Giovanni indossando la mia maglietta rossa con il volto sbiadito del Che.
(…)   Compagni chiamatemi pure come vi pare, extracomunitario, immigrato clandestino, migrante, rifugiato, profugo o richiedente asilo, non ha più importanza. Io sono quello che, sordo ai clacson di San Giovanni, è la voce narrante di questa storia che rasenta il fantastico.
Dove siete finiti compagni? Dove siete voi che a squarciagola dicevate: “No alla guerra”?   (…)  .
In Italia la sinistra italiana al pari di Dorian Gray ha venduto l’anima al peggior diavolo. E se vedesse ora il suo ritratto in soffitta scoprirebbe di essersi così tanto imbruttita da far schifo ai creatori de La cosa. Requiem immonda! Solo che questo diavolo di un Soros è come il cancro che lentamente allarga le sue metastasi dentro il corpo che lo ospita.
Quella sinistra ha riscoperto i valori dell’Umanitario d’oltreoceano e si è data al volontariato per campare, la filosofia del magna magna ha preso il sopravvento. “Umanitaria” è una malattia che ha colpito i miei ex compagni della piazza e, in un contagio irreversibile, ha trasformato tutta la sinistra italiana in paladini dei diritti umani che li vede oggi impegnati ciecamente, proprio in nome di questi rinnovati valori, El Pueblo Unido Jamás Será Vencido si è trasformato in: Accogliamoli tutti perché li amiamo! E questa loro bontà si dipana ovunque, terra, cielo e mare.
Così i miei ex compagni progressisti, indossando scudi da umanitari e spade da paladini dei diritti umani, sono andati a combattere una guerra in quel mare santo che è il Mediterraneo, dove si dovrà imbandire il banchetto della morte per annegamento di molti disgraziati. Il Mar Mediterraneo è diventato l’ambientazione perfetta, la scenografia ideale per combattere la guerra santa dei migranti.
E proprio in quel mare dove a migliaia moriranno annegati, qualcun altro è destinato invece a concludere affari d’oro trasformando il Mediterraneo in una location hollywoodiana per chi cerca soldi, fama e gloria. La stagione della pesca è aperta! I miei ex compagni progressisti, i miei ex compagni di tante battaglie progressiste mascherati da giornalisti, fotografi, capitani coraggiosi, dottori e attivisti ONG armati di telefoni satellitari sperano nella complicità dei trafficanti e degli scafisti, dei beduini ruba-reni e dei tagliatori di teste perché gliene mandino in abbondanza. Tutti aspettano impazienti con coltello e forchetta in mano pronti ad addentare il prelibato pasto di immigrati naufraghi, l’abbuffata di un pescato che vale milioni di dollari.
A vederli sudati, affamati e con la bava alla bocca mi sembrano i dannati dell’inferno dantesco. “Perché non gli disobbedite?” “È fuori di testa, non lo vedete anche voi?” chiedo. “Eh, io non posso rifiutare perché ho una famiglia da mantenere” mi dice il più coraggioso di loro. Un altro mi sussurra guardandosi intorno: “Se rinunciassi che altro lavoro troverei dopo?”. “Eccolo, un barcone!” grida il fotoreporter zoomando con l’obiettivo gigante della sua macchina fotografica.
“Finalmente se magna!” dicono i compagni necrofili in coro. Ed io vomito.

Una tragedia per fare business

..Quella del 3 ottobre era stata una notte apparentemente tranquilla, tranquilla come la quiete prima della tempesta. Tutto sembrava presagire una disgrazia. I poveretti a bordo furono costretti ad accendere un fuoco per attirare l’attenzione di qualcuno che li ignorò e continuò a navigare. Il barcone si rovesciò e successe l’inevitabile. Sembrava che quella maledetta notte non aspettasse altro che un ennesimo naufragio poiché, proprio quella notte, non funzionarono nemmeno i satellitari delle solite ONG a salvare quei disgraziati. Sembrava che fossero destinati a finire così. Le istituzioni italiane si mostrarono del tutto assenti ed impreparate a gestire quell’emergenza perché i soccorsi furono lasciati all’iniziativa di pescherecci privati.
La tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 ha stroncato la vita e la speranza di oltre trecento persone. La maggior parte di esse erano di nazionalità eritrea. In poco tempo quella tragedia, sebbene precedentemente ce ne fossero state delle altre, fu un punto di svolta mediatico a livello internazionale. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano la definì “una strage di innocenti”. “Ho visto i corpi, una scena raccapricciante, che offende l’Occidente e l’Europa” dichiarò il Ministro dell’Interno Angelino Alfano. “L’Europa con i suoi egoismi e le sue politiche proibizioniste sta trasformando il Mediterraneo in un cimitero a cielo aperto” disse il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando. Mentre Nichi Vendola, Matteo Renzi, Cécile Kyenge e tutto il PD chiesero di cambiare subito la legge Bossi-Fini contro il reato di clandestinità. La Lega Nord addebitò la “responsabilità morale” della strage alla stessa Laura Boldrini e al ministro Cécile Kyenge.
La Comunità eritrea in Italia si chiuse nel suo lutto silenzioso mentre entravano in azione gli attivisti del regime-change eritreo, proprietari di ONG e di telefoni satellitari, come Don Mussie Zeray dell’Agenzia HabeshiaAlganesh Fessiha di “Gandhi” e Meron Estifanos di Radio Erena. Questi da subito puntarono il dito contro il governo eritreo ritenuto responsabile di aver stipato quei poveretti su un’imbarcazione fatiscente e con scarsa benzina. Tutti gli eritrei che non condividevano le loro accuse furono allontanati dal luogo della tragedia e gli fu impedito di piangere i loro morti. Era una situazione surreale: i non eritrei soffrivano più degli eritrei.
La tragedia avrebbe dovuto fermare altri viaggi, avrebbe dovuto servire da monito ai trafficanti facendogli pesare tutti quei morti sulla coscienza, invece, si continuò a caricare più e più persone sui barconi. Per non parlare di tutte le ONG nate come funghi dopo quella tragedia con lo scopo di aiutare i rifugiati. Prima d’allora Lampedusa non era mai stata così in fermento.
Dopo la tragedia l’isola non sarebbe più stata la stessa per colpa o merito della OSF, la fondazione “filantropica” di George Soros che ha coinvolto varie ONG, istituzioni internazionali ed italiane per movimentare ulteriormente la vita isolana. Ogni giorno c’era una novità. Uno dei primi è stato il Comitato 3 Ottobre creato da preti, giornalisti e qualche sopravvissuto alla tragedia usato come prestanome per per difendere i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo con tanto di flash-mob. “Proteggere le persone non i confini” è il loro motto. Persino il cantante Caparezza ha indossato la loro maglietta.
OSF scrive nel suo sito: “Lavoriamo con gruppi di attivisti, come il Comitato 3 Ottobre-Accoglienza istituito da rifugiati e giornalisti a seguito della tragedia di Lampedusa nel 2013 per difendere i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo. Sosteniamo progetti giornalistici come la produzione di sei film della redazione italiana Internazionale per documentare i pericolosi viaggi dei migranti alle frontiere dell’Europa.”
Uno dei padri fondatori del Comitato 3Ottobre è stato Don Mussie Zerai, sacerdote e proprietario della Ong Agenzia Habeshia, da un decennio impegnato col suo telefono satellitare ad allertare la guardia costiera sui naufragi che avvengono nel Mediterraneo. Si è anche più volte battuto per chiedere al Governo Italiano e all’Europa l’Open Corridor, ossia dei corridoi umanitari per facilitare l’arrivo dei migranti. “Open, aperto” è il marchio di Soros, è la sua filosofia di vita.
La Carta di Lampedusa è un’idea nata proprio nelle ore successive al naufragio del 3 ottobre:  (…) Scrive il Fatto Quotidiano: “Con una delibera del 25 agosto scorso, la giunta guidata dalla Nicolini (sindaco di Lampedusa nda) ha firmato un protocollo d’intesa che fa arrivare sull’isola i soldi di George Soros, il magnate ungherese naturalizzato americano a capo della Open Society Foundation.” Ma non tutti volevano quei soldi.
Non abbiamo sottoscritto la Carta di Lampedusa (…) In particolare, alcune associazioni firmatarie della carta ricevono finanziamenti da fondazioni che riteniamo nemiche, una su tutte l’Open Society di Soros che ha contribuito a destabilizzare l’est Europa e a promuovere il capitalismo attraverso la retorica dei diritti umani e della democrazia” scrive Askavusa, un’associazione culturale del luogo.
E così, il 09 settembre 2014 “La Open Society di George Soros piazza la bandierina al centro del Mediterraneo e punta a diventare la struttura protagonista per la gestione delle politiche migratorie che passano da e per Lampedusa” scrive Piero Messina su lEspresso: “Il progetto di Soros per l’isola dei migranti. Open Society, la fondazione creata dal mecenate americano si impegna a creare a costo zero nuove opportunità di sviluppo del territorio diventato simbolo delle rotte migratorie tra l’Africa e l’Europa. Il primo step? Il festival internazionale Sabir (…) festival che coinciderà con l’anniversario della strage di migranti del 3 ottobre 2013, quando persero la vita 366 viaggiatori della speranza”.
Con il festival internazionale Sabir si inscenano ogni anno sull’isola apprezzabili spettacoli, che coinvolgono personaggi della musica come Fiorella Mannoia, Caparezza, Frankie Hi-Nrg, ma per i lampedusani è soltanto uno showbiz ed una passarella per politici come Laura Boldrini e Cécile Kyenge.
 (Fine prima puntata – la prossima:
Il network dei telefoni satellitari)
Daniel Wedi Korbaria

1 commento:

  1. Su Medici Senza Frontiere:

    diversi anni fa ho trascorso un periodo nell'Africa sub sahariana (Angola), ospite - con un gruppo di amici - di un Vescovo nel locale seminario.
    La situazione sociale era gravissima, dopo oltre 30 anni di guerra civile.
    Medici Senza Frontiere era presente nel Paese come organizzazione umanitaria: noi incrociammo più volte i loro mezzi nella savana.

    Qual era il problema?
    Che questi signori scorrazzavano con dei mega macchinoni di superlusso nuovi di pacca, difficili da descrivere a distanza di anni: vie di mezzo fra dei fuoristrada e dei pickup senza essere né l'uno né l'altro. Quel che ricordo è l'assoluto stridore fra quei mezzi e lo scenario di assoluta desolazione che ci circondava.

    Una precisazione:
    per viaggiare era necessario disporre di jeep e simili, e il nostro seminario ne disponeva di 3 o 4, tutte usate e bisognose di messa a punto meccanica.

    Situazione radicalmente diversa dallo sfoggio di cafonesca ricchezza esibita da quelli di Medici Senza Frontiere, in faccia ad un popolo che sopravviveva a sacchetti di mais, zucchero e fagioli distribuiti dalla FAO.
    Ora diranno che i super mega arci macchinoni, alla loro organizzazione, li aveva regalati qualche misericordioso benefattore?

    Altra domanda:
    CHI verifica gli affari e i movimenti di denaro (+ altri movimenti) di queste organizzazioni umanitarie internazionali, circonfuse di un'aura di santità a prescindere, e quindi spesso considerate dal popolo in buona fede al di sopra di ogni sospetto?? (e per ciò stesso meritevoli di donazioni?)

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