ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 7 agosto 2017

I parenti sono come gli stivali


God Save the Queen


Una scelta tragicomica nella riforma liturgica ambrosiana


Ho letto con molto gusto in questi giorni di calura estiva tante “cose”, ma un paio di articoli mi si sono appiccicati addosso come i vestiti al corpo sudato per l’afa. Il primo è di Samuele Pinna, apparso proprio su questo sito il 24 luglio ( Ci salverà una reale spiritualità cattolica! L’Isola di San Giulio, madre Cànopi e le domande ineludibili ), dove ho potuto riprendere, mediante un ampio respiro, la bellezza e la necessità della spiritualità cristiana o, meglio – come afferma l’autore –, cattolica. Poi ho letto con gusto anche un pezzo di Aldo Maria Valli del 7 luglio (www.aldomariavalli.it).

In quelle righe si trattava del “caso” del “cattolico errante” costretto a spostarsi di chiesa in chiesa fino a trovarne una in cui la liturgia possa dirsi “decente” e, divenendo ormai stanziale per la partecipazione del rito (benché distante da casa), proporre ad altri la sua “scoperta”. Verso la fine si legge che «il cattolico errante ha tutto il diritto di mettersi alla ricerca di liturgie pulite, sobrie, essenziali, belle, efficaci». Come non essere d’accordo? Tuttavia, in questi giorni, mi ronzava intorno un pensiero fastidioso come le zanzare che non danno pace nelle caldi notti estive, nonostante fornellini e zampironi. Siccome è un pensiero “vero” e “verificato” ho dovuto indagare anche sulla sua bontà. Se, infatti, il battezzato “laico” (come si dice con orrido termine) può girovagare alla ricerca di luoghi di culto atti a permettere celebrazioni liturgiche se non ineccepibili almeno “sopportabili”, per alcuni sventurati preti questa possibilità è esclusa. Certo la famiglia del presbitero diocesano sono i propri parrocchiani, ma si sa, a volte, i parenti sono come gli stivali: più sono stretti e più ti fanno male… E magari c’è qualche povero sacerdote che non può celebrare bene a motivo non solo della scarsità d’aiuto nel fare un rito decoroso o perché il suo parroco (se non è parroco) è attento a tutto tranne che a “quello” (benché decida anche su “quello”), ma proprio a causa del rito stesso.

Se siete curiosi e desiderate avere conferma delle mie parole vi invito ad andare, come ho fatto io, romano d’adozione, nell’Arcidiocesi di Milano e assistere a una santa Messa: non una a caso, ma a quella cosiddetta “vigiliare”. Forse qualcuno avrà la netta sensazione di partecipare a un rito sconosciuto e avrà immediatamente la percezione di non essere capitato in una chiesa cattolica. Nel rito ambrosiano ho, infatti, “scoperto” che le celebrazioni della vigilia in forma solenne si svolgono tra i Vespri: dopo il saluto iniziale, il lucernario, l’inno, il responsorio, c’è il cosiddetto “Vangelo della risurrezione”. Quest’ultimo – presente anche qualora l’Eucaristia non sia in forma solenne – coincide con uno dei dodici vangeli, selezionati per annunciare, all’inizio del giorno del Signore, la sua vittoria sulla morte e – come è spiegato in un didascalico e “pesante” libretto da un altro Valli (Norberto), per niente lucido rispetto al nostro – «conformemente alla tradizione bizantina». E qui la cosa balza immediatamente all’occhio, tanto che è necessario fermarsi: da quando la liturgia ambrosiana deve essere conforme alla tradizione bizantina? Questo primo aspetto mi ha messo in allarme e mi ha insegnato anche a diffidare, per quanto concerne le letture, dalle imitazioni di Valli (Aldo Maria).

Andando avanti nella spiegazione data dai riformatori del Lezionario si scopre, poi, che questo “Vangelo della risurrezione” non costituisce un elemento della Liturgia della Parola, ma è piuttosto una lettura vigiliare, inserita nella prima parte dei Vespri, mediante la quale la Chiesa milanese vuole segnare l’inizio della Pasqua settimanale, «echeggiando un aspetto proprio della veglia pasquale». Con poche righe e con nonchalance viene a essere spiegata una cosa mai sentita e al limite del ridicolo, che contempla pure delle varianti, perché in Quaresima al “Vangelo della risurrezione” subentra una diversa lettura vigiliare costituita da un brano che preannuncia la vittoria pasquale. Si tratta nello specifico dei tre racconti della Trasfigurazione a cui si aggiungono l’evocazione dei segni di Giona e della distruzione del Tempio. La spiegazione nel dettaglio di questa scelta è data per scontato, perché è ovvio che i brani della risurrezione stonerebbero nel tempo quaresimale (ma immagino la decisione come frutto di machiavellico discernimento). Così facendo, però, non cambia il principio alla base di tutto? E se cambia il principio, si può mantenere ugualmente il senso e la struttura dell’impianto?

L’eccezione conferma la regola, mi si risponderà. Tuttavia, mi pare che la realtà, in questa riforma ambrosiana, abbia sovente superato la fantasia, perché nel nostro caso specifico si deve inoltre tenere conto che un fedele habitué della Messa del sabato sera non vive né vivrà mai l’atto penitenziale (cosa in sé non positiva, anzi). Non sono, pertanto, convinto dalla spiegazione archeologica e bizantinizzante per cui ogni sabato sera un fedele è costretto ad ascoltare due Vangeli proclamati nella medesima liturgia. Sollecitati dal cardinale Giacomo Biffi (uomo mai troppo lodato e compianto), che ha definito come “la più avventurosa” delle novità questa, a parer mio, “porcheria” – come direbbe anche un Guareschi o un Pinna che ne segue le orme (sempre su questo sito) –, la risposta dei riformatori appare ancora più ridicola.

Il grande architetto della riforma, tal Cesare Alzati, aveva difatti replicato al Porporato che «definire la lettura di un brano evangelico della resurrezione nel contesto dell’officiatura domenicale una “trovata” significa volutamente ignorare l’uso costante dell’Oriente greco fin dalla testimonianza di Egeria, nonché – ai nostri giorni – gli usi della comunità latina gerosolimitana del Santo Sepolcro, dell’anglicana Community of the Resurrection, della comunità di Taizé». Qui è difficile trattenere le lacrime dettate da risa ingestibili, ma forse anche da profondo dolore per chi possiede ancora neuroni funzionanti. E tra uno sganasciamento e un mal di pancia dovuto alle risate a crepapelle, viene fuori una domanda articolata: “Cosa? Non diranno sul serio?”. Sembra inaudito ma il “Vangelo della risurrezione” dipende “oggi” anche dall’insegnamento dell’anglicana Community of the Resurrection o da quella di Taizé. Ci sarebbe ancora da ridere se la cosa non fosse in sé tragica. Poveri preti allora che devono sottostare ad aspetti fantasiosi nella celebrazione di un rito che mi è sempre apparso tra i più belli e ricchi ed è ora compromesso da una riforma a tratti incomprensibile e, quando non è tale, risibile.

Avrei voluto scrivere al Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti per un parere su questa vicenda, ma ho pensato di non avventurarmi in simile impresa perché avvertito dalle parole di Benedetto XVI – voce sicura da ascoltare nella confusa repubblica cattolica – secondo cui il cardinale Sarah «ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore». Del resto, davanti a questa “trovata” probabilmente anche il Porporato, vero «maestro dello spirito» (sempre secondo l’autorevole giudizio del Papa emerito), rimarrebbe semplicemente senza parole. Non abbiamo, dunque, altro da fare se non esercitare un silenzio orante. E che “Dio salvi la Regina”! Ops… ma sì, rifacciamoci anche noi a un sano patriottismo inglese senza guardare se sia anglicano o meno! God save the Queen, ma – preghiamo! – anche un po’ il suo popolo sacerdotale e non…
di Diego de Acebes 
http://www.campariedemaistre.com/2017/08/god-save-queen.html

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