ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 2 agosto 2017

Sotto le apparenze della libertà

GIOVANI SOTTO ATTACCO          
I giovani sono sotto attacco, e nessuno sembra essersene accorto. Sono bersagliati da una pioggia torrenziale di messaggi negativi, demenziali, pericolosi, senza che nessuno si sogni di lanciare un grido d’allarme 

di Francesco Lamendola  


Uno dei danni, e non dei meno gravi, provocato dalla lunga egemonia marxista nella cultura italiana è stato quello di aver totalmente archiviato la questione giovanile in quanto fatto educativo che implica una responsabilità degli adulti, in favore di un volontarismo e di uno spontaneismo classista che si rifiutavano di cogliere il dato antropologico in se stesso.
Per quei cattivi maestri, l’importante era realizzare la società socialista, senza sfruttati e senza sfruttatori; i giovani non erano una categoria psicologica e morale, ma solo una massa di manovra da lanciare verso l’obiettivo politico; l’unica distinzione era ideologica, fra giovani di sinistra e giovani di destra: figli del popolo i primi, dunque potenzialmente e naturalmente “buoni” (versione aggiornata del “buon selvaggio” di illuministica memoria), figli di nessuno i secondi, meritevoli di essere ricacciati nelle fogne dalle quali erano malauguratamente emersi.

Che il giovane sia un soggetto in evoluzione, esposto a mille suggestioni e a mille contrastanti influssi; che sia necessario e doveroso, per l’adulto, rispettarne la specificità, i tempi e i modi della crescita, pur assumendosi la responsabilità di indirizzarlo e di guidarlo; che sia necessario aiutarlo a divenire quel che deve divenire, quel che ogni uomo dovrebbe divenire per essere pienamente una persona e non un mero individuo, tutto questo sembrava ininfluente o, peggio, paternalistico e reazionario; la cultura egemone di sinistra oscillava tra un concezione ideologica fortemente impegnata e militante, tendente a ridurre ogni cosa sotto la categoria della politica, ed una pseudo-libertaria ed anarcoide, pienamente fiduciosa nel fatto che il ragazzo sappia e possa indirizzarsi da se stesso verso il bene e verso il giusto.

È degno di nota il fatto che, quando la marea marxista era al culmine, la cultura cattolica ne risentì fortemente l’influenza e molti teologi e filosofi cristiani si misero a flirtare con essa (un nome per tutti: Giulio Girardi, promotore del movimento “Cristiani per il socialismo” e antesignano della “teologia della liberazione”); anche il pensiero educativo cattolico “di sinistra” ne fu molto influenzato e non è difficile cogliere in taluni aspetti della pedagogia di don Lorenzo Milani, ad esempio - valga per tutti la «Lettera a una professoressa» - degli accenti di lotta di classe dura e intransigente, a fronte di un silenzio quasi totale circa la specificità del messaggio evangelico fondato sull’amore, sul superamento misericordioso delle logiche oppositive, a livello sociale e politico così come a livello individuale e personale; per non parlare della sconvolgente novità del Dio-uomo che muore e risorge per amore gratuito degli uomini.


La cultura di destra, da parte sua, già fortemente minoritaria e ghettizzata, tagliata fuori dal filone principale del dibattito culturale, dalle grandi case editrici, dalle cattedre universitarie, non ha fatto assolutamente nulla per rivendicare il primato della persona o per evidenziare le specificità dell’età evolutiva; anch’essa non ha saputo vedere nei giovani altro che una massa di manovra da contrapporre a quella egemonizzata dalla sinistra; nemmeno essa è stata capace di andare oltre la concezione stessa di “massa” e ritornare alla singola persona, nel caso specifico al singolo bambino, adolescente o giovane uomo e giovane donna.
Il consumismo e la mentalità affaristica, da parte loro, hanno eroso, gradualmente ma inarrestabilmente, il senso della persona e distrutto le basi stesse della peculiarità giovanile, modellando il ragazzo sullo stampo del consumatore compulsivo, sia pure per interposta persona (cioè attingendo al portafogli di papà); fenomeno che si è originato, in Italia, fin dagli anni ’50 del secolo scorso, con il “boom” economico, e che si è significativamente intrecciato con la generazione beat, con la contestazione studentesca, con le lotte politiche degli anni di piombo, dando luogo a una sorta di sincretismo ideologico: il sogno fiammeggiante della rivoluzione, ma con il sedere al caldo grazie ai soldini dei genitori.
Purtroppo quasi tutta la musica leggera, lo spettacolo e l’industria del tempo libero, hanno alacremente lavorato per modellare questo strano tipo di consumatore precoce ed onnivoro, permeato di falsa coscienza e nondimeno instancabile nel suo attivismo, concorrendo a quella mutazione antropologica che Pier Paolo Pasolini aveva riconosciuto e descritto nei suoi «Scritti corsari» degli anni ’60 e dei primi anni ’70.
Il resto non è nemmeno storia. Con la fine della guerra fredda il modello consumista ha dilagato trionfante e senza più nemmeno fare lo sforzo di assumere qualche travestimento ideologico; né gli adulti, che già da alcuni decenni avevano abdicato al loro ruolo educativo, sono stati capaci di riprendere il loro posto accanto ai giovani, ma si sono limitati ad aumentare le sovvenzioni ai loro figli, in una sorta di scala mobile che doveva non solo tenere a bada l’inflazione, ma addirittura farli vivere in una campana di vetro, lontano dai vili problemi economici della famiglia («Non vorrai far pagare a tuo figlio la tristezza di un Natale senza regali», ammoniva, con scoperto ricatto, una pubblicità televisiva di qualche anno fa).
Abituati a vivere sotto la campana d vetro, molti giovani si sono trovati del tutto disarmati davanti agli effetti sconcertanti di una crisi economica che sembra aver colto tutti impreparati; ma già prima che questa si manifestasse, era abbastanza chiaro che molti figli non erano in grado di assumere le loro nuove responsabilità di adulti, ad esempio continuando l’attività lavorativa dei genitori: l’azienda, il negozio, la bottega, la proprietà agricola di famiglia venivano malinconicamente cedute ad estranei perché i rampolli di casa, abituati ad una vita spensierata, non volevano neanche sentir parlare dei sacrifici ad essa legati, a cominciare dalla necessità di lavorare anche il sabato e di dover rinunciare, così, alle serate in discoteca o con gli amici.
Nel frattempo, il vuoto esistenziale si diffondeva a macchia d’olio: nessuna generazione è mai stata tanto abbandonata a se stessa quanto quella dei giovani d’oggi, assistiti e protetti fin troppo dal punto di vista materiale, ma totalmente abbandonati dal punto di vista spirituale e morale. Gli adulti hanno perseverato nella loro latitanza educativa; gli intellettuali hanno continuato a brillare per il loro silenzio, per la loro ignavia o, peggio, per il loro demagogico opportunismo; registi cinematografici e scrittori, come iene o avvoltoi, hanno continuato a sfruttare il filone del disagio giovanile, senza tuttavia degnarsi di fare la benché minima proposta costruttiva, senza mai sporcarsi le mani indicando delle possibili vie d’uscita o, quanto meno, delle strade praticabili affinché i giovani riescano a trovare il senso autentico della loro vita.
Così, siamo arrivati a questo punto.
I giovani sono sotto attacco, e nessuno sembra essersene accorto.
Sono bersagliati da una pioggia torrenziale di messaggi negativi, demenziali, pericolosi, senza che nessuno si sogni di stare in vedetta o, meno ancora, di lanciare un grido d’allarme: come se andasse tutto bene, come se non vi fosse alcuna minaccia.
Dal fumetto al cinema, dalla musica leggera alla discoteca, dalla moda alla televisione, dalla droga al sesso facile, dalle sette sataniche ai giochi di ruolo che spingono alla depressione e talvolta al suicidio, i giovani sono continuamente bombardati da sollecitazioni a dir poco oscure, da pessimi esempi e modelli di riferimento, dalla seduzione di un edonismo esasperato e distruttivo che gli ultimi ritrovati tecnologici di massa, il computer e il telefonino, non che contenere e decodificare in senso critico, potenziano ed esasperano oltre ogni limite.
È difficile non vedere come tutti questi stimoli nefasti siano la risultante di una strategia ben precisa da parte di poteri forti che stanno nell’ombra e che, facendo leva sull’impazienza e sull’inesperienza dei giovani e sfruttando la cronica latitanza del mondo degli adulti, operano con scientifica precisione e con determinazione assoluta per giungere, attraverso la manipolazione mentale, alla totale sottomissione dei giovani, sì da ridurli nella condizione di schiavi inconsapevoli, disponibili per qualunque esperimento e per qualunque ulteriore coercizione.
E tutto questo sotto le apparenze della libertà, anzi, della liberazione: si provi a riascoltare, sotto questa particolare ottica, i testi delle più famose canzoni dei “Beatles” e di quasi tutti i più osannati gruppi musicali e cantanti solisti degli ultimi decenni, fino ai nostri giorni - anche senza spingersi fino ai limiti estremi del rock duro o di quello dichiaratamente satanista -, e ci si accorgerà che si trattava di cavalli di Troia per veicolare la filosofia del nichilismo distruttivo, l’odio per i doveri e per le responsabilità, il disprezzo per la famiglia e per la società, l’adorazione del proprio io più egoistico, in contrapposizione all’ostacolo rappresentato dal “tu”.
Né ci si è limitati o ci si limita a questo: del disegno fanno parte anche la derisione sistematica del buono, del vero e del bello; il dileggio della morale, della religione, della spiritualità (in nome, talvolta, di una alquanto fumosa “spiritualità alternativa”); il disprezzo e lo sberleffo verso il senso di responsabilità, verso l’impegno con se stessi e con il prossimo, verso la compassione per i più sfortunati; la denigrazione degli operatori di bene.
Cresciuti in un deserto affettivo e in totale assenza di esempi e di valori forti (perché i valori forti sono reazionari e non ci si può dire post-moderni, come gracchiano i filosofi alla Eco e alla Vattimo, senza coltivare il pensiero debole), i giovani sono particolarmente esposti a un simile attacco: non possiedono gli anticorpi, non hanno - parlando in generale, e con le debite eccezioni  - né una attitudine al pensiero critico, né un allenamento al lavoro paziente, umile, quotidiano, né, infine, un adeguato bagaglio culturale cui fare appello per demistificare i sofismi e le perfidie dei seminatori di confusione e di malessere.
È assolutamente necessario reagire a tutto questo, smascherando i disegni occulti che stanno dietro certe mode e certi indirizzi, dietro certi programmi televisivi e certa letteratura; e, soprattutto, ricominciando a svolgere un ruolo educativo nei confronti dei giovani, ricominciando a dialogare con loro, ad ascoltarli, a consigliarli, a indirizzarli e a fornire loro dei modelli postivi, dei quali sentono, benché non appaia, un disperato bisogno.
Gli adulti devono anche imparare a dire qualche “no”, ma, certo, non possono e non devono limitarsi a questo; devono riprendere il ruolo che competere loro e cui non possono sottrarsi, se davvero hanno a cuore il destino dei giovani; devo essere propositivi, coerenti, sobri, umili ma anche decisi.
Non devono fare gli “amici”; per fare gli amici, bisogna essere coetanei; devono tornare a fare i padri e le madri, gli insegnanti e i sacerdoti; devono respingere la tentazione della facile popolarità che si ottiene assecondando sempre qualunque richiesta, ed essere capaci di avviare i giovani al personale senso di responsabilità, al piacere del lavoro ben fatto, all’intima soddisfazione del dovere compiuto, anche a prezzo di qualche sacrificio.
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http://www.accademianuovaitalia.it/index.php/scienza-e-societa/universita-e-scuola/214-giovani-sotto-attacco
Giovani sotto attacco

di Francesco Lamendola
Articolo d’Archivio



Del 31 Luglio 2017

Già pubblicato su altre riviste

Qualità della vita? Rispondono Maria e Dorotea Quelle vite (imperfette) che ci parlano del Paradiso
di Costanza Signorelli01-08-2017

Abbiamo sentito spesso in questi giorni parlare di "qualità della vita". Ne abbiamo sentito parlare in relazione al noto caso di Charlie Gard. Il bambino inglese di 11 mesi condannato a morte da ben tre sentenze in ragione -  appunto - di una “qualità di vita” ritenuta troppo bassa per essere degna. Ma non è certo la prima volta. Di “qualità della vita” ne sentiamo parlare silenziosamente tutti i giorni, nelle migliaia di aborti consumati: che sia quella della madre o del figlio, è sempre lei che si invoca ogni qual volta si decide di spezzare una vita in grembo. Matrigna dell’autodeterminazione, la "qualità della vita" sta diventando il criterio legale e legittimo, che permette all’uomo di stabilire quando e per quanto è consentito vivere. Charlie, purtroppo, con le sue tragiche condizioni, è stato il classico caso-estremo che è servito a far digerire la strategia anche ai più restii. Spostando il limite da dentro a fuori: dall’aborto, all’eutanasia. Ma rotto l’argine, chi si ferma più? Se non fosse ancora chiaro: la degna ”qualità della vita" è una colossale menzogna, una trappola di dimensioni gigantesche. Perché? Ve lo raccontiamo con due storie.
La prima è quella di Maria e della famiglia Stewart. La piccola Maria è nata senza gambe, senza braccia e a pochi mesi di vita è stata abbandonata in un orfanotrofio delle Filippine. Ebbene, ora si risponda: che qualità di vita può avere una bambina monca di tutti gli arti? Quale efficienza? Quale autonomia? Quali capacità performanti? Fortuna non ci dobbiamo inventare nulla perché ci pensa la realtà a rispondere, spazzando via ogni ideologia. “Lei era così bella e così coraggiosa, ci ha regalato un mare di sorrisi e di risate. Alla fine della giornata eravamo totalmente innamorati di lei”, così Adrianne e Jason Stewart raccontano il loro primo incontro con Maria nel giorno in cui dallo Utah (Usa) sono volati nelle Filippine per portarsela a casa come una figlia. I coniugi Stewart infatti, già genitori di due figlie naturali e uno adottivo, avevano dato la loro disponibilità per una seconda adozione. In verità, non avevano mai pensato alla possibilità di accogliere un piccolo con gravi disabilità. Quando però l’organizzazione per le adozioni, invia loro una lista di bambini con difficoltà a trovare famiglia, tra le fotografie c’è anche quella di Maria. “Siamo rimasti immediatamente conquistati dalla bellezza del suo sorriso - racconta mamma Adrianne - e subito abbiamo sentito che quella bambina avrebbe dovuto far parte della nostra famiglia”. Le paure per una scelta tanto coraggiosa non mancano e vengono amplificate dai grovigli burocratici dell’iter adottivo e dai lunghi tempi di attesa. Tutto però trova la sua pace in una sola certezza: “Quando abbiamo visto nostra figlia, non pensavamo di essere qualificati o sufficientemente preparati per crescere una bambina come lei, nata senza braccia né gambe, ma sapevamo che l’avremmo potuta amare con tutti noi stessi. E che darle amore sarebbe stata la cosa più importante!”, ha dichiarato Adrianne.
 Maria e il papà
Maria oggi ha quattro anni e sbaglierebbe chi pensasse che la sua vita è ridotta ai minimi termini date le sue gravi condizioni. In un video straordinario pubblicato dalla famiglia, si vedono gli incredibili progressi che la piccola ha fatto smentendo ogni previsione medica, solo grazie all’amore e alla dedizione di tutti i membri della sua famiglia. “A volte – spiega la mamma - mettiamo dei limiti alle sue capacità, ma poi la vediamo fare esattamente ciò che pensavamo non sarebbe mai stata in grado di fare”. E infatti le immagini di Maria che nuota in piscina con papà, che ascolta la musica con grandi cuffie rosse e muove il corpicino a ritmo, che ride a crepapelle e si indispettisce quando i fratelli non capiscono le sue parole, che impara persino a mangiare, a dipingere, a scendere dalle scale da sola, ebbene tutte queste immagini riempiono il cuore di gioia. Sono immagini che fanno innamorare della vita. E non perché Maria, nelle sue condizioni, è diventata capace di fare ciò che noi tutti senza pensarci sappiamo fare, ma perché Maria è pura gioia. Perché il suo cuore è evidentemente nella gioia e perciò è contagioso. Perché Maria - con tutto ciò che è e che non è - grida al mondo che la consistenza della vita è l’amore. Che la qualità della vita, qualunque sia la condizione, sta solo nell’Amore che ci fa essere in ogni istante. “Averla nella nostra famiglia – dice la sua mamma - è una benedizione immensa. Ha reso tutti noi delle persone migliori”.
Famiglia Dorotea 
La seconda storia è quella di Dorotea e della sua meravigliosa famiglia. Caterina e Alex si sposano molto giovani, Caterina ha solo 20 anni, non ha nemmeno terminato gli studi; i ragazzi, perciò, si domandano se è il caso di aprirsi alla vita sin da subito. Esemplare la risposta che arriva dal padre spirituale della coppia: “Se voi inizialmente non volete un figlio, ma vi aprite alla vita ed il Signore ve lo dona, vedrete che sarà proprio un figlio di Dio e penserà a tutto Lui”. E così fu. Dopo solo quattro mesi di matrimonio la coppia è in dolce attesa, ma la notizia non arriva sola: “Al quinto mese di gravidanza – racconta Caterina - ci dicono che la bambina ha dei problemi: già nell’utero si vedono diverse fratture ossee. Dopo innumerevoli visite ecografiche, a nostra figlia viene diagnosticata un’osteogenesi imperfetta di forma letale. Ci dicono che le sue ossa sono talmente fragili che non avrebbe potuto sopravvivere al parto. Nonostante i medici ci prendessero per pazzi e ci consigliassero a più riprese l’aborto, per noi il problema non si poneva: la piccola sarebbe nata”. E infatti il 22 giugno del 2007 nasce Dorotea, che significa “dono di Dio”. “Come avevo presentito nel mio cuore – continua Caterina – tutta la forza che le mancava nelle ossa, Dorotea l’aveva in abbondanza nell’anima e nel carattere”. I medici la davano per spacciata già prima che nascesse, invece oggi la piccola ha 10 anni. Nonostante la forza di Dorotea e dei suoi genitori, la situazione non è affatto semplice. Si tratta di una malattia genetica assai grave e rara che porta alla malformazione ed al disfacimento delle ossa attraverso un meccanismo di cellule che entrano “in conflitto” tra di loro. I momenti di pesante fatica e di crisi non mancano: “Essere impotente di fronte al dolore di un figlio penso sia la croce più grande e profonda che un genitore possa vivere. Ma vedere come la nostra bambina reagisce di fronte a questa sofferenza sia del corpo – per le innumerevoli fratture che subisce da quando è nata – sia morale, rendendosi conto della sua diversità e dei suoi limiti, ci meraviglia ogni giorno. Nonostante abbia anche lei i suoi momenti di crisi, è incredibile vedere il suo spirito di ripresa e la sua voglia di vivere. Mi stupisce sempre osservare in lei quanta vita, forza, e carattere ci siano in un corpicino tanto fragile”.
Ma c’è di più: “Dorotea - raccontano ancora i genitori - ha trasformato le nostre vite da ordinarie a straordinarie . Ci ha fatto uscire dai nostri schemi, dalla nostra voglia di vivere una vita borghese, programmata, tranquilla. Voglia che – per carità – ogni tanto ancora si fa sentire, ma nostra figlia ha sconvolto tutto il nostro mondo, facendoci capire che la vera felicità viene dal donarsi”. E la sofferenza, il dolore, insomma, la qualità della vita? Ecco come rispondono i suoi genitori: “E’ come avere nella nostra famiglia Cristo sempre presente, presente in una bimba che si fa carico di sofferenze che non si è cercata. Questo grande mistero della sofferenza degli innocenti spesso scandalizza – come è successo a noi per primi – ma visto alla luce della morte e della resurrezione di Cristo acquista senso e ci fa sentire tanto piccoli quanto fortunati a poterne essere partecipi prendendoci cura di questa bambina. E allora ci domandiamo: cosa abbiamo fatto per meritarci già su questa terra un pezzo di Paradiso?”.
 Ecco queste sono solo due storie, due storie semplice e vere, ma come queste ce ne sono molte, moltissime altre: il popolo di Dio c’è, è grande ed opera. Solo che non ve lo raccontano. Perché? Semplice. Il popolo di Dio non ama il potere del mondo, ma si piega solo a quello del suo Signore. Non è schiavo del denaro, che considera uno strumento per costruire il Suo regno. Non è ricattato dalla sofferenza, perché la offre nella Croce. Il popolo di Dio è libero, dice la verità ed è solo di Dio. E quando sente parlare di “qualità della vita”, sorride e se ne va. Perché sa che i Cieli sono aperti, che ogni capello sul capo è contato e che anche la cosa più piccola (fosse anche un solo respiro), non accade mai per caso, ma perché l’uomo possa conquistare la vita eterna.